Se il secondo disco è sempre quello più difficile nella carriera di un'artista (Caparezza docet), il terzo è altrettanto insidioso. Se con il secondo si deve infatti dimostrare di non essere un'effimera bolla di sapone, replicando spesso a un debutto incensato dalla critica come un piccolo capolavoro, è con il terzo album che si esprime spesso una raggiunta maturità artistica, nonchè una consolidata formula sonora. Ebbene, Scott Matthew con questo Gallantry's Favorite Son riesce egregiamente in entrambe le cose.Il cantautore australiano coniuga sapientemente un tenue indie-pop con la malinconia tipica del folk, in un album dove a prevalere sono i toni scuri e l'introspezione. Un disco nel quale sono gli strumenti a corde e le tastiere i veri protagonisti, mentre il lato prettamente ritmico è affidato a saltuari ma ben calibrati interventi di bizzarre percussioni, mai invasive e sempre al servizio della canzone. Le iniziali Black Bird e True Sting, sono ben esemplificative del lato più introspettivo del lavoro, con gli archi e le tastiere che si intrecciano tra loro, arricchendo la voce di Matthew, che riveste ruolo di vero e proprio strumento. Il nostro infatti ha approntato un impianto musicale parco e acustico, nel quale è spesso proprio la sua voce a risaltare per espressività diventando veicolo principale della sua musica. Apre ad atmosfere più solari, la giocosa Felicity, per fischiettii, violini, percussioni e chitarra, così come Devil's Only Child, dove fa la sua comparsa anche un clarinetto. Malinconica ballata è invece Duet, nella quale Matthew imbraccia il suo amato ukulele, che ben si amalgama con la chitarra acustica e con l'arpa, in un brano dall'alto tasso emotivo. Buried Alive è un acquerello acustico per sola chitarra e voce, con cori dall'afflato quasi gospel, così come Sinking per soli piano e ukulele, con un'interpretazione quasi sussurrata da parte del cantautore australiano. The Wonder Of Falling Life è sontuosa, a tratti quasi bacharachiana, segno di un ottimo lavoro sia in fase di composizione che di produzione, quest’ultima affidata all’esperto Mike Skinner. Sweet Kiss In The Afterlife ci mostra come, spesso, il togliere anzichè l'aggiungere può portare alla nascita di piccoli capolavori acustici. Seedling e Sweet Kiss In Afterlife tornano ad esplorare i meandri più profondi dell'animo di Matthew, che canta con sofferente trasporto. Chiude il disco la divertente, quasi doo wop No Place Called Hell, con ancora il fidato ukulele sugli scudi, accompagnato solamente da uno shaker, con azzeccati cori di sottofondo. giovedì 3 novembre 2011
Scott Matthew - Gallantry's favorite son
(Pubblicato su Extra! Music Magazine)
Se il secondo disco è sempre quello più difficile nella carriera di un'artista (Caparezza docet), il terzo è altrettanto insidioso. Se con il secondo si deve infatti dimostrare di non essere un'effimera bolla di sapone, replicando spesso a un debutto incensato dalla critica come un piccolo capolavoro, è con il terzo album che si esprime spesso una raggiunta maturità artistica, nonchè una consolidata formula sonora. Ebbene, Scott Matthew con questo Gallantry's Favorite Son riesce egregiamente in entrambe le cose.Il cantautore australiano coniuga sapientemente un tenue indie-pop con la malinconia tipica del folk, in un album dove a prevalere sono i toni scuri e l'introspezione. Un disco nel quale sono gli strumenti a corde e le tastiere i veri protagonisti, mentre il lato prettamente ritmico è affidato a saltuari ma ben calibrati interventi di bizzarre percussioni, mai invasive e sempre al servizio della canzone. Le iniziali Black Bird e True Sting, sono ben esemplificative del lato più introspettivo del lavoro, con gli archi e le tastiere che si intrecciano tra loro, arricchendo la voce di Matthew, che riveste ruolo di vero e proprio strumento. Il nostro infatti ha approntato un impianto musicale parco e acustico, nel quale è spesso proprio la sua voce a risaltare per espressività diventando veicolo principale della sua musica. Apre ad atmosfere più solari, la giocosa Felicity, per fischiettii, violini, percussioni e chitarra, così come Devil's Only Child, dove fa la sua comparsa anche un clarinetto. Malinconica ballata è invece Duet, nella quale Matthew imbraccia il suo amato ukulele, che ben si amalgama con la chitarra acustica e con l'arpa, in un brano dall'alto tasso emotivo. Buried Alive è un acquerello acustico per sola chitarra e voce, con cori dall'afflato quasi gospel, così come Sinking per soli piano e ukulele, con un'interpretazione quasi sussurrata da parte del cantautore australiano. The Wonder Of Falling Life è sontuosa, a tratti quasi bacharachiana, segno di un ottimo lavoro sia in fase di composizione che di produzione, quest’ultima affidata all’esperto Mike Skinner. Sweet Kiss In The Afterlife ci mostra come, spesso, il togliere anzichè l'aggiungere può portare alla nascita di piccoli capolavori acustici. Seedling e Sweet Kiss In Afterlife tornano ad esplorare i meandri più profondi dell'animo di Matthew, che canta con sofferente trasporto. Chiude il disco la divertente, quasi doo wop No Place Called Hell, con ancora il fidato ukulele sugli scudi, accompagnato solamente da uno shaker, con azzeccati cori di sottofondo.
Un lavoro questo Gallantry's Favorite Son, non immediato, che necessita di un ascolto attento, ma che una volta dischiusosi saprà mostrarsi in tutta la sua cristallina purezza.
Se il secondo disco è sempre quello più difficile nella carriera di un'artista (Caparezza docet), il terzo è altrettanto insidioso. Se con il secondo si deve infatti dimostrare di non essere un'effimera bolla di sapone, replicando spesso a un debutto incensato dalla critica come un piccolo capolavoro, è con il terzo album che si esprime spesso una raggiunta maturità artistica, nonchè una consolidata formula sonora. Ebbene, Scott Matthew con questo Gallantry's Favorite Son riesce egregiamente in entrambe le cose.Il cantautore australiano coniuga sapientemente un tenue indie-pop con la malinconia tipica del folk, in un album dove a prevalere sono i toni scuri e l'introspezione. Un disco nel quale sono gli strumenti a corde e le tastiere i veri protagonisti, mentre il lato prettamente ritmico è affidato a saltuari ma ben calibrati interventi di bizzarre percussioni, mai invasive e sempre al servizio della canzone. Le iniziali Black Bird e True Sting, sono ben esemplificative del lato più introspettivo del lavoro, con gli archi e le tastiere che si intrecciano tra loro, arricchendo la voce di Matthew, che riveste ruolo di vero e proprio strumento. Il nostro infatti ha approntato un impianto musicale parco e acustico, nel quale è spesso proprio la sua voce a risaltare per espressività diventando veicolo principale della sua musica. Apre ad atmosfere più solari, la giocosa Felicity, per fischiettii, violini, percussioni e chitarra, così come Devil's Only Child, dove fa la sua comparsa anche un clarinetto. Malinconica ballata è invece Duet, nella quale Matthew imbraccia il suo amato ukulele, che ben si amalgama con la chitarra acustica e con l'arpa, in un brano dall'alto tasso emotivo. Buried Alive è un acquerello acustico per sola chitarra e voce, con cori dall'afflato quasi gospel, così come Sinking per soli piano e ukulele, con un'interpretazione quasi sussurrata da parte del cantautore australiano. The Wonder Of Falling Life è sontuosa, a tratti quasi bacharachiana, segno di un ottimo lavoro sia in fase di composizione che di produzione, quest’ultima affidata all’esperto Mike Skinner. Sweet Kiss In The Afterlife ci mostra come, spesso, il togliere anzichè l'aggiungere può portare alla nascita di piccoli capolavori acustici. Seedling e Sweet Kiss In Afterlife tornano ad esplorare i meandri più profondi dell'animo di Matthew, che canta con sofferente trasporto. Chiude il disco la divertente, quasi doo wop No Place Called Hell, con ancora il fidato ukulele sugli scudi, accompagnato solamente da uno shaker, con azzeccati cori di sottofondo. Dogs in a flat - Days before the robbery
(Pubblicato su Extra! Music Magazine)
Arrivano dal Veneto i Dogs In A Flat, ma hanno orecchie e occhi rivolti al di la dell’Oceano, nei meandri più oscuri e profondi dell’America. Days Before The Robbery preleva infatti a piene mani dalla musica a stelle e strisce, sia per quanto riguarda la parte strettamente musicale, sia a livello testuale. I nostri hanno approntato una formula sonora che trova nel country tinto di rock, con alcune suggestive derive alternative, il suo marchio di fabbrica.
Americanità che si riflette anche nelle liriche, che recuperano tematiche tanto care a questo genere di musica, a partire dal titolo, alquanto esplicativo: Days Before The Robbery, (i giorni prima della rapina). Non si tratta però di una sorta di concept album, in quanto solo gli ultimi due brani narrano i momenti prossimi al misfatto, ma bensì di una riflessione su di un sogno troppe volte disilluso, quello americano, attraverso le tristi storie di quelli che comunemente vengono additati come losers. Prendiamo per esempio l’opener Peggy’s Night, storia di una lap dancer che non vede l’ora di tornare dal proprio figlio, dove emerge l’anima rock a tinte scure della band, con la voce loureediana di Michele Scarpulla in primo piano. Atmosfere tenui invece per Diamond Age, struggente ballata tutta giocata sull’alternanza tra voci maschili e femminili, con gli splendidi interventi del violino di Federica Capra a suggellare il tutto. Old Dirt Road è puro alternative country, avvolgente e sinuosa ti cattura fin dal primo ascolto, grazie anche a un ottimo lavoro delle chitarre e del violino ben coadiuvati da una sezione ritmica impeccabile, affidata alle mani esperte del bassista Patrizio Pellizzon e della batterista Lisa Cappellazzo.
Attinge dalla tradizione americana il quasi valzer Houses, che dimostra una volta di più come il gruppo sappia destreggiarsi egregiamente con questo tipo di sonorità. Sam Radio Star ci riporta nuovamente verso atmosfere più soffuse, narrando la vita di Sam, dj radiofonico che parla ad un mondo annoiato e demotivato. Convulsa nel suo incedere è Steel Horse, sorta di talking country, tra pause e ripartenze, mentre nell’epica Raised On Radio il connubio tra chitarre e violino raggiunge picchi artistici elevatissimi. Broken Bones è dannatamente country, e non sfigurerebbe nei palinsesti delle radio di Nashville e dintorni. Chiudono l’album Neither Up Nor Down e Shine, descrivendo gli istanti prima della rapina, tra atmosfere country & western e sferzate rock.
I Dogs In A Flat riescono quindi nel non facile intento di far loro un’estetica musicale tipicamente americana, rinvigorendola con robuste dosi di indie rock. Days Before The Robbery è un album che saprà stregarvi fin dal primo ascolto, catapultandovi in un mondo lontano e sperduto tra derelitti e delinquenti.
Arrivano dal Veneto i Dogs In A Flat, ma hanno orecchie e occhi rivolti al di la dell’Oceano, nei meandri più oscuri e profondi dell’America. Days Before The Robbery preleva infatti a piene mani dalla musica a stelle e strisce, sia per quanto riguarda la parte strettamente musicale, sia a livello testuale. I nostri hanno approntato una formula sonora che trova nel country tinto di rock, con alcune suggestive derive alternative, il suo marchio di fabbrica. Americanità che si riflette anche nelle liriche, che recuperano tematiche tanto care a questo genere di musica, a partire dal titolo, alquanto esplicativo: Days Before The Robbery, (i giorni prima della rapina). Non si tratta però di una sorta di concept album, in quanto solo gli ultimi due brani narrano i momenti prossimi al misfatto, ma bensì di una riflessione su di un sogno troppe volte disilluso, quello americano, attraverso le tristi storie di quelli che comunemente vengono additati come losers. Prendiamo per esempio l’opener Peggy’s Night, storia di una lap dancer che non vede l’ora di tornare dal proprio figlio, dove emerge l’anima rock a tinte scure della band, con la voce loureediana di Michele Scarpulla in primo piano. Atmosfere tenui invece per Diamond Age, struggente ballata tutta giocata sull’alternanza tra voci maschili e femminili, con gli splendidi interventi del violino di Federica Capra a suggellare il tutto. Old Dirt Road è puro alternative country, avvolgente e sinuosa ti cattura fin dal primo ascolto, grazie anche a un ottimo lavoro delle chitarre e del violino ben coadiuvati da una sezione ritmica impeccabile, affidata alle mani esperte del bassista Patrizio Pellizzon e della batterista Lisa Cappellazzo.
Attinge dalla tradizione americana il quasi valzer Houses, che dimostra una volta di più come il gruppo sappia destreggiarsi egregiamente con questo tipo di sonorità. Sam Radio Star ci riporta nuovamente verso atmosfere più soffuse, narrando la vita di Sam, dj radiofonico che parla ad un mondo annoiato e demotivato. Convulsa nel suo incedere è Steel Horse, sorta di talking country, tra pause e ripartenze, mentre nell’epica Raised On Radio il connubio tra chitarre e violino raggiunge picchi artistici elevatissimi. Broken Bones è dannatamente country, e non sfigurerebbe nei palinsesti delle radio di Nashville e dintorni. Chiudono l’album Neither Up Nor Down e Shine, descrivendo gli istanti prima della rapina, tra atmosfere country & western e sferzate rock.
I Dogs In A Flat riescono quindi nel non facile intento di far loro un’estetica musicale tipicamente americana, rinvigorendola con robuste dosi di indie rock. Days Before The Robbery è un album che saprà stregarvi fin dal primo ascolto, catapultandovi in un mondo lontano e sperduto tra derelitti e delinquenti.
Marco Notari - IO?
(Pubblicato su Extra! Music Magazine)
Cantautore in bilico tra introspezione e creatività dirompente, questo è Marco Notari. Il musicista torinese, dopo gli ottimi successi di critica e pubblico dei precedenti lavori, Oltre Lo Specchio e il concept , torna nuovamente ad incantare con Io?. Un disco coraggioso, nel quale il nostro mette a nudo i propri sentimenti e la propria anima attraverso dieci canzoni estatiche dalla musicalità avvolgente. Musicalità nella quale confluiscono contributi di strumenti di matrice tipicamente rock come chitarra, pianoforte e basso, insieme a quelli di archi, ottoni, strumenti a fiato, glockenspiel, il tutto condito da una lieve spruzzata di elettronica, e con una sezione ritmica che alterna, in alcuni frangenti, alla più canonica batteria un vero e proprio set da banda, oltre all’apporto percussivo di alcune scatole di cartone.
Un album variegato quindi, capace di abbracciare diversi generi musicali; dal folk, al pop fino all’elettronica, per sfociare in territori quasi ambient, rielaborandoli in una formula sonora maestosa quanto affascinante, alla quale fa da contraltare una capacità di scrittura ormai matura e consolidata. Sono proprio i testi infatti, ricercati e mai banali, l’arma vincente di Io?.
Testi che narrano tematiche differenti, partendo da introspettivi elementi autobiografici, per poi allargare la visione all’intera umanità, descrivendone le contraddizioni. Elementi autobiografici che troviamo in brani come la title track e Io, Il Mio Corpo E l’Inconscio. La prima è una sorta di acquisizione, in musica, della consapevolezza del trascorrere inesorabile del tempo, attraverso un viaggio mentale nel passato, fino al momento della propria nascita. In odore di indie pop, Io, Il Mio Corpo e l’Inconscio, rappresenta idealmente l’urgenza di fissare su di un supporto fisico, in questo caso un disco, storie di persone e cose che per loro natura hanno un principio e una fine. Deliziosa è Le Stelle Ci Cambieranno Pelle, tra sogni e speranze per il futuro, con ospite Tommaso Cerasuolo dei Perturbazione alla voce, nonché autore del caleidoscopico artwork dell’album.
Di tono decisamente diverso è la tetra e dura La Terra Senza L’Uomo, nella quale viene messa in luce la vera piaga di un mondo ormai al declino, l’uomo appunto, senza il quale il pianeta sarebbe un posto migliore. Lieve come il vento primaverile è invece Dina, struggente dedica alla propria nonna recentemente scomparsa. Hamsik corre sui binari della modernità e prendendo spunto dall’eliminazione della Nazione Italiana di calcio dai Mondiali, ad opera della nazionale Slovacca capitanata proprio dal giocatore del Napoli, paragona la sconfitta dell’Italia calcistica a quella dell’Italia politica. Intrisa di sofferenza è L’Invasione Degli Ultracorpi, con ospite alla voce Dario Brunori, che attraverso le storie di Davide e Mohammed, due uomini che osservano il medesimo cielo seppur da luoghi distanti fra loro, ci fa capire come spesso i media riescano a creare diversità inesistenti. La malinconica Apollo 11 e l’onirica Canzone d’Amore e d’Anarchia, omaggio musicale al cinema di Lina Wertmuller, si mantengono sempre su livelli altissimi, mentre spetta al reprise strumentale di Io? chiudere degnamente l’album.
Un lavoro nel quale emerge, fin dalla copertina, una cura maniacale per i dettagli, sia per quanto riguarda gli arrangiamenti sia a livello testuale. Un plauso va quindi a Marco Notari, per essere nuovamente riuscito a creare una formula sonora tanto accattivante quanto personale.
Cantautore in bilico tra introspezione e creatività dirompente, questo è Marco Notari. Il musicista torinese, dopo gli ottimi successi di critica e pubblico dei precedenti lavori, Oltre Lo Specchio e il concept , torna nuovamente ad incantare con Io?. Un disco coraggioso, nel quale il nostro mette a nudo i propri sentimenti e la propria anima attraverso dieci canzoni estatiche dalla musicalità avvolgente. Musicalità nella quale confluiscono contributi di strumenti di matrice tipicamente rock come chitarra, pianoforte e basso, insieme a quelli di archi, ottoni, strumenti a fiato, glockenspiel, il tutto condito da una lieve spruzzata di elettronica, e con una sezione ritmica che alterna, in alcuni frangenti, alla più canonica batteria un vero e proprio set da banda, oltre all’apporto percussivo di alcune scatole di cartone. Un album variegato quindi, capace di abbracciare diversi generi musicali; dal folk, al pop fino all’elettronica, per sfociare in territori quasi ambient, rielaborandoli in una formula sonora maestosa quanto affascinante, alla quale fa da contraltare una capacità di scrittura ormai matura e consolidata. Sono proprio i testi infatti, ricercati e mai banali, l’arma vincente di Io?.
Testi che narrano tematiche differenti, partendo da introspettivi elementi autobiografici, per poi allargare la visione all’intera umanità, descrivendone le contraddizioni. Elementi autobiografici che troviamo in brani come la title track e Io, Il Mio Corpo E l’Inconscio. La prima è una sorta di acquisizione, in musica, della consapevolezza del trascorrere inesorabile del tempo, attraverso un viaggio mentale nel passato, fino al momento della propria nascita. In odore di indie pop, Io, Il Mio Corpo e l’Inconscio, rappresenta idealmente l’urgenza di fissare su di un supporto fisico, in questo caso un disco, storie di persone e cose che per loro natura hanno un principio e una fine. Deliziosa è Le Stelle Ci Cambieranno Pelle, tra sogni e speranze per il futuro, con ospite Tommaso Cerasuolo dei Perturbazione alla voce, nonché autore del caleidoscopico artwork dell’album.
Di tono decisamente diverso è la tetra e dura La Terra Senza L’Uomo, nella quale viene messa in luce la vera piaga di un mondo ormai al declino, l’uomo appunto, senza il quale il pianeta sarebbe un posto migliore. Lieve come il vento primaverile è invece Dina, struggente dedica alla propria nonna recentemente scomparsa. Hamsik corre sui binari della modernità e prendendo spunto dall’eliminazione della Nazione Italiana di calcio dai Mondiali, ad opera della nazionale Slovacca capitanata proprio dal giocatore del Napoli, paragona la sconfitta dell’Italia calcistica a quella dell’Italia politica. Intrisa di sofferenza è L’Invasione Degli Ultracorpi, con ospite alla voce Dario Brunori, che attraverso le storie di Davide e Mohammed, due uomini che osservano il medesimo cielo seppur da luoghi distanti fra loro, ci fa capire come spesso i media riescano a creare diversità inesistenti. La malinconica Apollo 11 e l’onirica Canzone d’Amore e d’Anarchia, omaggio musicale al cinema di Lina Wertmuller, si mantengono sempre su livelli altissimi, mentre spetta al reprise strumentale di Io? chiudere degnamente l’album.
Un lavoro nel quale emerge, fin dalla copertina, una cura maniacale per i dettagli, sia per quanto riguarda gli arrangiamenti sia a livello testuale. Un plauso va quindi a Marco Notari, per essere nuovamente riuscito a creare una formula sonora tanto accattivante quanto personale.
Felice Brothers - Celebration, Florida
(Pubblicato su Extra! Music Magazine)
L'attesa per il nuovo album dei Felice Brothers era spasmodica. Come avrebbero reagito i nostri all'abbandono di Simone Felice? Questa era una delle domande che si poneva più di un addetto ai lavori, anche alla luce dell'ottimo progetto messo in piedi proprio dall'ex batterista, quel The Duke And The King che ha riscosso più di un giudizio favorevole. E se la vena creativa della band si fosse affievolita se non addirittura esaurita? Notizia confortante era stata senza ombra di dubbio quella del passaggio dei nostri alla Fat Possum, che aveva però contribuito ad aumentare ancora di più la curiosità generale.
L'attesa per il nuovo album dei Felice Brothers era spasmodica. Come avrebbero reagito i nostri all'abbandono di Simone Felice? Questa era una delle domande che si poneva più di un addetto ai lavori, anche alla luce dell'ottimo progetto messo in piedi proprio dall'ex batterista, quel The Duke And The King che ha riscosso più di un giudizio favorevole. E se la vena creativa della band si fosse affievolita se non addirittura esaurita? Notizia confortante era stata senza ombra di dubbio quella del passaggio dei nostri alla Fat Possum, che aveva però contribuito ad aumentare ancora di più la curiosità generale.
Infine dopo due anni di gestazione ecco finalmente fare la sua comparsa Celebration, Florida, in grado di spazzare via ogni dubbio sul futuro della band. Registrato a New York, tra una palestra e il Beacon Theatre, il nuovo lavoro sembra riprendere le atmosfere e le scelte stilistiche che erano alla base di Yonder Is The Clock. Ampliando l'indie folk in odore di Americana degli esordi infatti, la band ha saputo creare un’esilarante amalgama tra una deviata sezione fiati, inaspettate reminescenze 80s, linee di synth di matrice quasi ambient, una batteria tribale, linee di basso marcatamente heavy, una fisarmonica e un piano schizofrenici; in grado di catturare e coinvolgere l’ascoltatore in un vortice sonoro irresistibile.
Si prenda l'opener Fire At The Pageant, una sorta di macabro talking sopra un folle impianto strumentale, dove su di un ritmo infernale irrompe un coro sguaiato. Ed è proprio questa fusione tra antico e moderno a caratterizzare quasi tutto il lavoro. Ritmi rallentati invece in Container Ship, dove al piano si unisce un beatbox dalla grana grossa. La fisarmonica di James Felice torna in primo piano nella successiva Honda Civic, che parte in sordina per poi sfociare in un'orgia di fiati. Esplicativo della trasformazione sonora dei Felice Brothers è Ponzi, non a caso scelto come singolo, che trasuda modernismo da ogni nota pur rimanendo ancorato in parte al suono familiare della band; così come Refrain, dove il ricorso all’elettronica si fa ancora più marcato. Cus’s Catskill Gym si regge su un apocalittico riff di chitarra, che ricorda da vicino quanto fatto dagli ultimi Raconteurs, alternando sferzate elettriche ad intermezzi acustici. Best I Ever Had e Dallas ci riportano invece all'omonimo esordio della band, terse ballate acustiche nelle quali la voce dylaniana di Ian si erge ad unica e incontrastata protagonista. La lunga e rarefatta River Jordan è a mio avviso uno dei migliori episodi del lotto, con un liquido Hammond a colorare il tutto. Ian e James dimostrano pertanto di non aver abbandonato la strada tracciata dai lavori precedenti, ma anzi, grazie ad un songwriting che sfiora in alcuni casi l’eccellenza, hanno aperto nuovi e suggestivi sentieri, ancora tutti da esplorare.
Un disco forse non immediato questo Celebration, Florida, ma se avete amato i precedenti dischi dei fratelli Felice, ne rimarrete ammaliati ascolto dopo ascolto.Si prenda l'opener Fire At The Pageant, una sorta di macabro talking sopra un folle impianto strumentale, dove su di un ritmo infernale irrompe un coro sguaiato. Ed è proprio questa fusione tra antico e moderno a caratterizzare quasi tutto il lavoro. Ritmi rallentati invece in Container Ship, dove al piano si unisce un beatbox dalla grana grossa. La fisarmonica di James Felice torna in primo piano nella successiva Honda Civic, che parte in sordina per poi sfociare in un'orgia di fiati. Esplicativo della trasformazione sonora dei Felice Brothers è Ponzi, non a caso scelto come singolo, che trasuda modernismo da ogni nota pur rimanendo ancorato in parte al suono familiare della band; così come Refrain, dove il ricorso all’elettronica si fa ancora più marcato. Cus’s Catskill Gym si regge su un apocalittico riff di chitarra, che ricorda da vicino quanto fatto dagli ultimi Raconteurs, alternando sferzate elettriche ad intermezzi acustici. Best I Ever Had e Dallas ci riportano invece all'omonimo esordio della band, terse ballate acustiche nelle quali la voce dylaniana di Ian si erge ad unica e incontrastata protagonista. La lunga e rarefatta River Jordan è a mio avviso uno dei migliori episodi del lotto, con un liquido Hammond a colorare il tutto. Ian e James dimostrano pertanto di non aver abbandonato la strada tracciata dai lavori precedenti, ma anzi, grazie ad un songwriting che sfiora in alcuni casi l’eccellenza, hanno aperto nuovi e suggestivi sentieri, ancora tutti da esplorare.
Mark "Pocket" Goldberg - Off the alleway
(Pubblicato su Rootshighway)
Lungo i polverosi sentieri del blues ci si può imbattere nei più disparati personaggi; uomini e donne con la musica nell'anima; fieri testimoni di una tradizione musicale antica e ricca di fascino, in grado ancora oggi di fare proseliti. Ed è proprio su uno di questi sentieri che incrociamo Mark "Pocket" Goldberg. Contrabbassista di vaglia, il nostro arriva con questo Off the Alleyway al suo debutto solista. Un lavoro composto da dodici brani originali: scelta coraggiosa che mette in luce le ottime capacità di scrittura del nostro. Goldberg si circonda di un terzetto di musicisti di valore, composto da Debra Dobkin alla batteria, percussioni e voce, Nick Kirgo alle chitarre e David Fraser al piano, accordion e armonica, ai quali si aggiungono alcuni ospiti del calibro di Terry Evans, Jay Dee Madness e James Gadson. Quello che colpisce fin dal primo ascolto è però la voce di Goldberg, descritta come l'incontro tra Howlin Wolf, Johnny Cash, Randy Newman e Leonard Cohen all'annuale Bar-B-Que Picnic organizzato da Louis Armstrong. Un'immagine suggestiva che rende appieno l'idea della vocalità del nostro: roca, quasi demoniaca in alcuni momenti, baritonale in altri.
Lungo i polverosi sentieri del blues ci si può imbattere nei più disparati personaggi; uomini e donne con la musica nell'anima; fieri testimoni di una tradizione musicale antica e ricca di fascino, in grado ancora oggi di fare proseliti. Ed è proprio su uno di questi sentieri che incrociamo Mark "Pocket" Goldberg. Contrabbassista di vaglia, il nostro arriva con questo Off the Alleyway al suo debutto solista. Un lavoro composto da dodici brani originali: scelta coraggiosa che mette in luce le ottime capacità di scrittura del nostro. Goldberg si circonda di un terzetto di musicisti di valore, composto da Debra Dobkin alla batteria, percussioni e voce, Nick Kirgo alle chitarre e David Fraser al piano, accordion e armonica, ai quali si aggiungono alcuni ospiti del calibro di Terry Evans, Jay Dee Madness e James Gadson. Quello che colpisce fin dal primo ascolto è però la voce di Goldberg, descritta come l'incontro tra Howlin Wolf, Johnny Cash, Randy Newman e Leonard Cohen all'annuale Bar-B-Que Picnic organizzato da Louis Armstrong. Un'immagine suggestiva che rende appieno l'idea della vocalità del nostro: roca, quasi demoniaca in alcuni momenti, baritonale in altri.
Esempio perfetto di quanto detto poc'anzi è l'opener No mercy for the Wicked Blues, una sorta di incrocio tra gli ululati di Howlin Wolf e l'eclettismo vocale del Tom Waits più roots oriented; il tutto su di un impianto strumentale di matrice tipicamente blues, con Fraser a soffiare sapientemente nella sua armonica. In odore di border è invece Bumps in the Road, con l'accordion a dettare i ritmi ben supportato da un ottimo lavoro ritmico e da una chitarra slide che ricorda a tratti il miglior Ry Cooder. Intrisa di gospel è invece la struggente This Train, con una prestazione vocale di Goldberg di grande intensità a cui fanno da contraltare i cori ad opera di Teresa James e Billy Watts. Più prettamente blues sono invece lo shuffle Down Home Woman e lo slow Lost Another one Blues, dove in quest'ultima fanno la loro comparsa i Texicali Horns e Barry Goldberg all'hammond.
Di stampo pianistico sono le terse Walkin Away e Whistlin Away simili sia per titolo che per impostazione strumentale. She Carries sembra arrivare da un disco della Band, mid-tempo intriso di quel classico suono delle radici, del quale il gruppo di Levon Helm è stato uno dei massimi esponenti. Più country oriented è invece No Prison Bars, che vede la presenza alla pedal steel di Jay Dee Maness. Pedal steel che ritorna nuovamente nell'incalzante country'n'roll Best on My Way. Before You Go è un divertente doo wop, con i suoni vintage tipici degli anni '50. Quasi voodoo è invece la finale Bounce, tutta giocata sull'insolito abbinamento sezione ritmica-voci. Un disco di pregevole fattura questo Off the Alleyway, in grado di emozionare con il suo variegato patchwork musicale. Un consiglio? Procuratevelo!
Josh Harty - Nowhere
(Pubblicato su Rootshighway)
Trentatrè anni, dal North Dakota, figlio di un capo della polizia e predicatore, insieme al quale inizia a cantare musica country e gospel: basterebbe solamente la storia personale di Josh Harty per ascriverlo al nutrito elenco dei tanti "beautiful losers" che affollano la musica americana. Musicisti e cantori che dagli spazi più angusti e nascosti dell'America rurale provano a far sentire la propria voce, il più delle volte cadendo preda dell'oblio, illusi e spesso sbeffeggiati da un mercato discografico sempre meno magnanimo e sempre più legato alla logica del profitto. Il ragazzo in questione ha però classe e stoffa da vendere, che traspirano da ogni solco di questo suo ultimo ep Nowhere. Un concentrato di tutti gli ingredienti alla base della musica americana, nella più pura accezione del termine; una riuscita miscela tra folk e country, che richiama paesaggi rurali e vita agreste, in una sorta di quadro bucolico in musica. Musica acustica, per palati fini, un pugno di canzoni che cattura e conquista fin dal primo ascolto, per semplicità e bellezza. Merito senza dubbio della penna ispirata del nostro e di una voce dalla liricità strabiliante, il tutto su di un impianto strumentale nel quale a regnare è la chitarra acustica sapientemente pizzicata dallo stesso Harty.
Trentatrè anni, dal North Dakota, figlio di un capo della polizia e predicatore, insieme al quale inizia a cantare musica country e gospel: basterebbe solamente la storia personale di Josh Harty per ascriverlo al nutrito elenco dei tanti "beautiful losers" che affollano la musica americana. Musicisti e cantori che dagli spazi più angusti e nascosti dell'America rurale provano a far sentire la propria voce, il più delle volte cadendo preda dell'oblio, illusi e spesso sbeffeggiati da un mercato discografico sempre meno magnanimo e sempre più legato alla logica del profitto. Il ragazzo in questione ha però classe e stoffa da vendere, che traspirano da ogni solco di questo suo ultimo ep Nowhere. Un concentrato di tutti gli ingredienti alla base della musica americana, nella più pura accezione del termine; una riuscita miscela tra folk e country, che richiama paesaggi rurali e vita agreste, in una sorta di quadro bucolico in musica. Musica acustica, per palati fini, un pugno di canzoni che cattura e conquista fin dal primo ascolto, per semplicità e bellezza. Merito senza dubbio della penna ispirata del nostro e di una voce dalla liricità strabiliante, il tutto su di un impianto strumentale nel quale a regnare è la chitarra acustica sapientemente pizzicata dallo stesso Harty.
Già dall'opener Whiskey and morphine si intuisce la caratura del songwriting del chitarrista del North Dakota, un diamante forse ancora grezzo ma che lascia intravedere una lucente purezza. La voce e la chitarra acustica sono gli elementi distintivi di un suono parco, a volte minimale, con gli interventi degli strumenti acustici sapientemente dosati, in una perfomance sofferta e vissuta, per un opening track dalla grande suggestione. Nowhere ricorda invece le sonorità care a songwriter come James Taylor, una splendida folk ballad dal sapore agrodolce, dove alla suadente voce del nostro fa da perfetto contraltare una voce femminile di indubbio fascino. Sweet Solution continua sulla falsariga delle precedenti, ma ha un incedere più marcato, grazie anche agli interventi del violino e del mandolino, ben supportati da una sezione ritmica mai invadente, contrassegnata da un contrabbasso minimale e da una batteria spazzolata con maestria.
Struggente è Yesterday, dove il mandolino di Trevor Krieger e l'accordion di Chris Cunningham si rincorrono per tutta la durata del brano, colorando ed arricchendo ulteriormente la chitarra acustica di Harty. On my Mind vede ancora il violino di Krieger in primo piano, impegnato a intessere un'avvolgente melodia intorno a uno dei brani più affascinanti dell'intero album. Il nostro dimostra di essere, oltre che a un fine songwriter, anche un buon esecutore, con la bella rilettura di 6th Avenue del conterraneo Brooks West, nella quale ritroviamo quel lirismo musicale di cui parlavamo poc'anzi, che è alla base del suono del nostro. Chiusura in solitario affidata a 1952 Vincent Black Lightning, riuscito reprise di un brano di Richard Thompson, che mette in mostra una volta di più la bravura di Harty alla chitarra acustica. Un ep questo Nowhere, intenso e ammaliante, forse in minima parte condizionato dalla breve durata, ma che non mancherà di affascinare tutti gli appassionati della musica americana di stampo acustico.
7 Walkers - S/T
(Pubblicato su Rootshighway)
Pur essendo stata devastata nella fisionomia dalla crudeltà della natura e dall'inefficienza dei politicanti lo spirito musicale di New Orleans continua a sopravvivere e a fare proseliti. E' il caso di questo nuovo progetto, che vede nelle atmosfere musicali della "Big Easy" la propria ragione d'essere. I 7 Walkers nascono dall'incontro tra il cantante e chitarrista Malcom Welbourne aka "Papa Mali", il batterista dei Grateful Dead Bill Kreutzmann e il bassista dei Meters George Porter Jr, ai quali si aggiunge il multistrumentista Matt Hubbard. Ciò che ne scaturisce è una creatura atipica, un "alligatore musicale" con le zampe ben piantate nelle acque melmose del bayou ma con la testa libera di muoversi ad inghiottire stili musicali tra i più disparati. E' però l'immaginario tipico della Louisiana quello che trova più spazio all'interno delle canzoni tra riti voodoo, paludi fangose e tutti quei personaggi che da sempre animano le leggende del luogo. Louisiana che il leader della band Papa Mali porta nel cuore e che riesce a trasmettere attraverso la propria voce roca ed espressiva, e con un chitarrismo variegato; il tutto coadiuvato da una pulsante sezione ritmica composta dal duo Kreutzmann-Porter in grado di unire funk, blues e zydeco in un amalgama percussivo travolgente.
Pur essendo stata devastata nella fisionomia dalla crudeltà della natura e dall'inefficienza dei politicanti lo spirito musicale di New Orleans continua a sopravvivere e a fare proseliti. E' il caso di questo nuovo progetto, che vede nelle atmosfere musicali della "Big Easy" la propria ragione d'essere. I 7 Walkers nascono dall'incontro tra il cantante e chitarrista Malcom Welbourne aka "Papa Mali", il batterista dei Grateful Dead Bill Kreutzmann e il bassista dei Meters George Porter Jr, ai quali si aggiunge il multistrumentista Matt Hubbard. Ciò che ne scaturisce è una creatura atipica, un "alligatore musicale" con le zampe ben piantate nelle acque melmose del bayou ma con la testa libera di muoversi ad inghiottire stili musicali tra i più disparati. E' però l'immaginario tipico della Louisiana quello che trova più spazio all'interno delle canzoni tra riti voodoo, paludi fangose e tutti quei personaggi che da sempre animano le leggende del luogo. Louisiana che il leader della band Papa Mali porta nel cuore e che riesce a trasmettere attraverso la propria voce roca ed espressiva, e con un chitarrismo variegato; il tutto coadiuvato da una pulsante sezione ritmica composta dal duo Kreutzmann-Porter in grado di unire funk, blues e zydeco in un amalgama percussivo travolgente.
Sintomatico è il brano di apertura Sue from Bogalusa, trascinante rock'n'roll venato di zydeco, con l'armonica di Hubbard sugli scudi. Con gli ottoni di New Orleans Crawl ci troviamo invece catapultati nei festeggiamenti del Mardi Gras, in un brano che sembra arrivare direttamente dal repertorio delle marchin' bands. Intensa ballata pianistica di stampo bluesy è invece King Cotton Blues, con la partecipazione di Willie Nelson alla voce e alla chitarra a impreziosire il tutto. Di grande spessore è anche la collaborazione con Robert Hunter, in passato paroliere al servizio dei Grateful Dead, che si occupa della stesura dei testi dell'album. Chingo, in salsa cajun, sembra arrivare dal repertorio del primo Dr John, quello più pazzo e visionario del periodo di Gris Gris. Ad un andamento percussivo che strizza l'occhio ai Caraibi vengono associate improvvisazioni strumentali dal forte sapore modernista sulle quali la voce cantilenante di Papa Mali trova il terreno giusto per esprimersi al meglio. Di tutt'altro stampo è invece Louisiana rain, vero rito voodoo trasferito in musica; un racconto da incubo inframmezzato da percussioni e rumori di serpenti che ben ci mostrano l'atmosfera che si respira nel bayou. Ennesima splendida e tersa ballata è invece Evangeline, dove alla voce di Mali si alterna quella di Jane Bond, il tutto impreziosito da un eccelso quanto misurato lavoro percussivo e sui piatti da parte di Kreutzmann e del percussionista John Bush.
I nostri poi decidono di rileggere un classico della musica afroamericana a firma di Elias Bates McDaniel, meglio conosciuto come Bo Diddley. I Walkers si destreggiano da par loro in Hey Bo Diddley, ribattezzata Hey Bo Diddle; riuscendo a unire il ritmo jungle dell'originale con uno di matrice tipicamente neworleansiana. Degni di nota sono anche gli strumentali (For the love of) Mr Okra e Airline highway, dove tra stridori elettrici, liquidi hammond e ritmi incalzanti i nostri esplorano il loro lato più selvaggio e anticonformista. Tipicamente folk è invece l'intensa Someday you'll see, in cui la voce di Papa Mali può nuovamente mostrarsi in tutta la sua liricità. Chiude il disco la title track, che ci dimostra una volta di più l'eclettismo musicale dell'ensemble. Una band atipica quella dei 7 Walkers in grado di unire tradizione e modernismo con grande capacità e perizia tecnica per un risultato finale davvero di pregio. Un "gumbo musicale" il loro, gustoso e speziato al punto giusto, adatto davvero a tutti i palati.
Darryl Lee Rush - S/T
(Pubblicato su Rootshighway)
Terza prova discografica per Darryl Lee Rush, dopo il buon esordio Llano Avenue del 2005, e la testimonianza dal vivo, targata 2008, di Live at the River Road Ice House. Nato e cresciuto a Markham, piccola cittadina nel cuore del Texas, Darryl in passato ha girovagato in lungo e in largo per il Lone Star State, collaborando a diversi progetti, per poi stabilirsi definitivamente ad Austin, dove ha avuto inizio la sua carriera come solista. Fin dagli esordi a proprio nome, ha sempre attinto per i suoi testi e per la sua musica dai paesaggi e dalle vicende umane dei luoghi in cui ha vissuto. Canzoni che raccontano, quindi, un Texas nascosto ai più, nel quale storie e paesaggi sono legati in modo indissolubile tra loro. Storie che ci vengono raccontate attraverso un impianto strumentale semplice ma di sicuro effetto, che vede nel country venato di rock il suo elemento preponderante, con alcune influenze mexican, che fanno capolino in più di un'occasione. Un disco ben scritto e ben suonato, che vede il nostro affiancato da una band rodata e d'esperienza, con l'aggiunta di qualche ospite di "lusso", a rendere ancora più accattivante il tutto.
Terza prova discografica per Darryl Lee Rush, dopo il buon esordio Llano Avenue del 2005, e la testimonianza dal vivo, targata 2008, di Live at the River Road Ice House. Nato e cresciuto a Markham, piccola cittadina nel cuore del Texas, Darryl in passato ha girovagato in lungo e in largo per il Lone Star State, collaborando a diversi progetti, per poi stabilirsi definitivamente ad Austin, dove ha avuto inizio la sua carriera come solista. Fin dagli esordi a proprio nome, ha sempre attinto per i suoi testi e per la sua musica dai paesaggi e dalle vicende umane dei luoghi in cui ha vissuto. Canzoni che raccontano, quindi, un Texas nascosto ai più, nel quale storie e paesaggi sono legati in modo indissolubile tra loro. Storie che ci vengono raccontate attraverso un impianto strumentale semplice ma di sicuro effetto, che vede nel country venato di rock il suo elemento preponderante, con alcune influenze mexican, che fanno capolino in più di un'occasione. Un disco ben scritto e ben suonato, che vede il nostro affiancato da una band rodata e d'esperienza, con l'aggiunta di qualche ospite di "lusso", a rendere ancora più accattivante il tutto.
Apertura in grande stile con Hard Rain, country rock, in salsa jingle jangle, dal sicuro appeal radiofonico, dove alla chitarra acustica del leader ben si amalgamano la chitarra elettrica di Scott Oldner e la pedal steel di Tommy Detamore. Atmosfere più rarefatte per Broken Glass, tenue ballata folk dall'afflato country, con l'espressiva voce di Rush ben supportata dal tappeto sonoro ad opera ancora della pedal steel. Letter from a Soldier è, senza ombra di dubbio, a livello di liricità il punto più alto dell'intero lavoro, con Rush che canta con il cuore in mano la propria rabbia e il proprio dolore. Onirica è la deliziosa Leaving Virginia, quasi sussurrata dal nostro, questa volta con la steel acustica di Detamore sugli scudi, screziata dagli interventi dell'armonica di Don Gallia. Dall'incalzante ritmo country è invece Dance Hall, con un ritornello che definire azzeccato sarebbe riduttivo, in cui fanno la loro comparsa anche un violino e un piano in puro honky tonk style. Las Vegas Christmas Eve parte quasi in sordina, per poi crescere poco a poco grazie anche all'ottimo lavoro alla chitarra elettrica di Oldner. Jackson Hole esplora nuovamente il lato più intimista della musica di Rush, e vede una breve incursione all'accordion di Joel Guzman.
Travolgente invece è Raindrop, con la pedal steel di Detamore a fare il buono e il cattivo tempo, per una country song ben esplicativa dello stile del nostro. Vera gemma acustica è Marissa, ancora con gli splendidi interventi dell'accordion di Guzman, per un brano che sembra arrivare direttamente dal repertorio di Joe Ely, e a parere del sottoscritto si aggiudica sicuramente la palma di migliore del lotto. Il rock ritorna prepotentemente alla carica nell'elettrica Burn it Down e nella conclusiva Ferris Wheel, per due brani che nelle esibizioni dal vivo troveranno sicuramente la loro ideale valvola di sfogo. Darryl Lee Rush si conferma, con questa sua seconda opera solista, una volta di più un songwriter di razza, capace di maneggiare con mestiere country, folk e rock, in una formula sonora accattivante e di grande suggestione.
Clovis Mann - Metamorphic
(Pubblicato su Rootshighway)
Il magmatico calderone delle jam band made in USA periodicamente erutta lapilli discografici di indubbio interesse, testimonianza della sempre più intensa attività sonora in questo ambito. Una delle novità più interessanti è senza ombra di dubbio il nuovo lavoro dei Clovis Mann, da Madison, Wisconsin. Arrivati con Metamorphic al terzo album, i nostri hanno subito nel corso degli anni significativi cambi di formazione. Unico membro originario rimasto è Dan Walkner, chitarra e voce, ben coadiuvato da una sezione ritmica composta da Dan Plourde al basso e Jamie Zander ai tamburi, nonchè dall'inserimento in alcuni brani di Pat Ferguson e Craig Baumann alle chitarre e di Vince Faris alle tastiere. L'allargamento di organico ha certamente giovato ai nostri, ampliandone le capacità sonore e improvvisative. Musica, quella dei Clovis Mann, che trova proprio nell'improvvisazione strumentale, dalle terse atmosfere bluesy e dal retrogusto southern, la propria ragione di essere. Partenza al fulmicotone con Blowin' Up the Shack, dal ritmo incalzante, con una slide assassina trasudante blues da ogni nota e con basso e batteria a condurre le danze. Si rimane sempre in ambito blues, anche se nella sua accezione più elettrica ed hendrixiana, con la successiva No More, antiwar song impreziosita da un liquido assolo di hammond ad opera di Faris. Nothing Like That sembra invece arrivare direttamente da uno dei primi dischi dei Gov't Mule; riff di chitarra haynesiano fino al midollo, per un brano di grande impatto.
Il magmatico calderone delle jam band made in USA periodicamente erutta lapilli discografici di indubbio interesse, testimonianza della sempre più intensa attività sonora in questo ambito. Una delle novità più interessanti è senza ombra di dubbio il nuovo lavoro dei Clovis Mann, da Madison, Wisconsin. Arrivati con Metamorphic al terzo album, i nostri hanno subito nel corso degli anni significativi cambi di formazione. Unico membro originario rimasto è Dan Walkner, chitarra e voce, ben coadiuvato da una sezione ritmica composta da Dan Plourde al basso e Jamie Zander ai tamburi, nonchè dall'inserimento in alcuni brani di Pat Ferguson e Craig Baumann alle chitarre e di Vince Faris alle tastiere. L'allargamento di organico ha certamente giovato ai nostri, ampliandone le capacità sonore e improvvisative. Musica, quella dei Clovis Mann, che trova proprio nell'improvvisazione strumentale, dalle terse atmosfere bluesy e dal retrogusto southern, la propria ragione di essere. Partenza al fulmicotone con Blowin' Up the Shack, dal ritmo incalzante, con una slide assassina trasudante blues da ogni nota e con basso e batteria a condurre le danze. Si rimane sempre in ambito blues, anche se nella sua accezione più elettrica ed hendrixiana, con la successiva No More, antiwar song impreziosita da un liquido assolo di hammond ad opera di Faris. Nothing Like That sembra invece arrivare direttamente da uno dei primi dischi dei Gov't Mule; riff di chitarra haynesiano fino al midollo, per un brano di grande impatto.
Di struggente bellezza acustica è invece Dig deep, in cui la voce di Walkner può risaltare in tutta la sua intensità. Atmosfere acustiche che si respirano anche in Water's Edge, rafforzata dalla chitarra di Craig Baumann. Nuovo cambio di rotta in Big Sky, dove la band esplora i territori musicali cari alla musica reggae. Chitarra in levare quindi e un buon uso dell'hammond a colorire il tutto. Organo che ritorna protagonista anche nella lunga Whiff, scritta da Walkner con lo stesso Faris, e caratterizzata da repentini cambi di tempo. L'apice del disco è senza dubbio The Light, dove fa la sua apparizione alla seconda chitarra Pat Ferguson, diventato in seguito membro effettivo del gruppo. Una sorta di gospel rock frenetico che trova il suo punto di forza nel call-and-response tra la voce di Walkner e il coro; nella miglior tradizione del genere.
Un disco Metamorphic che mette in luce la bontà della penna di Walkner, nonchè le capacità tecniche di ogni singolo musicista coinvolto. Unica pecca la produzione prettamente "casalinga" che penalizza in parte il sound della band. Una proposta sonora quella dei Clovis Mann, seppur non innovativa, comunque interessante; e se in futuro i nostri troveranno un produttore all'altezza riusciranno sicuramente a ritagliarsi un proprio spazio nell'immenso panorama delle jam band.
Rosita Kèss - Northern sky
(Pubblicato su Extra! Music Magazine)
Terzo album per la “girovaga” Rosita Kèss, veneziana di nascita ma newyorkese di adozione, dopo una percorso musicale che l’ha vista transitare per Berlino, Barcellona, Parigi e Londra. Una vita passata ‘on the road’ quindi, che ha sicuramente lasciato un profondo segno nell’anima della cantautrice. Viaggi che trovano la loro sintesi musicale in questo splendido Northern Sky.
Pop di stampo americano, accenni di bossa nova e richiami ai grandi chansonniers francesi, vengono sapientemente dosati in una formula sonora fresca e accattivante, testimonianza di un notevole talento compositivo. Basta inserire il disco nel lettore per essere sommersi da un songwriting straripante, dove ogni singola nota e ogni singola parola vengono calibrate, studiate e infine fuse in dodici piccoli acquerelli sonori, che non hanno nulla da invidiare a composizioni di artisti ben più blasonati. C’è da dire che il blasone è in parte presente anche in questo disco, soprattutto a livello di produzione, dove troviamo Richard Julian (straordinario musicista nell’orbita di Norah Jones nonché membro dei The Little Willies) e Jesse Murphy (collaboratore di John Scofield), ma anche per quanto riguarda la parte musicale, vista la notorietà di alcuni dei musicisti coinvolti.
Ma non è il blasone a caratterizzare questa nuova fatica della Kèss, ma bensì, come poc’anzi accennato, un talento compositivo decisamente al di sopra della media, e una voce sensuale, capace di emozionare anche con un semplice sussurro. Prendiamo per esempio l’opening track The Blind Painter, che trova la propria forza nel sottrarre invece che nell’aggiungere; dove su di una sezione ritmica composta da contrabbasso e percussioni, magistralmente suonati da Jesse Murphy e Mauro Refosco (collaboratore tra gli altri di Capossella), si intrecciano, in una sinuosa danza, il flauto di Erik Lawrence e la chitarra acustica di Gabriel Gordon, con la voce della Kèss, impegnata a saltellare tra le note, per un brano dallo straordinario appeal radiofonico. Atmosfere latine, in odore di bossa nova, per la successiva Northern Sky dove troviamo, oltre a Richard Julian, impegnato alla chitarra, uno degli ospiti di “lusso” del disco, Beth Hirsch, già cantante degli Air, la cui eterea voce ben si amalgama con quella della cantautrice italoamericana. Più smaccatamente pop, ma di quello sopraffino, è Tell Me, nella quale a condurre le danze è l’hammond di Brian Mitchell, che spande liquidità sonora per tutta la durata del brano. Brian Mitchell che ritroviamo all’accordion in quel delizioso acquerello a tempo di valzer che è Leaving Alone; un brano che paga un tributo nei confronti dei grandi chansonniers francesi, con la Kèss intenta a duettare proprio con l’accordion.
Nuovo duetto vocale, questa volta con Gabriel Gordon, in Never Can Stop The Rain, suadente ballata venata di soul, con il piano della titolare che ben si interseca con l’hammond di Mitchell. Waiting For The Snow, pesca di nuovo a piene mani nella musica latina, e si distingue per l’andamento sinuoso, grazie anche all’apporto del trombone di Clark Gayton. Gioca invece a fare la country singer, la Kèss, nella riuscita Where Should I Go, con la chitarra elettrica di Jim Campilongo a ammantare di desertico il tutto. Gyspy Moonshine sa invece unire sapientemente l’introspezione del soul con l’apertura melodica del pop, e farebbe di sicuro sfaceli in qualsiasi stazione radio del globo terraqueo. Introspezione che ritroviamo nella quasi cameristica Mary, dove la nostra, nella migliore tradizione delle chanteuses, si destreggia al piano e alla voce, a cui si aggiungono i parchi interventi di un violoncello e di un contrabbasso, suonato rigorosamente con l’archetto. Di tutt’altro tenore la folkeggiante Always Be Mine, con ospiti alle corde varie gli Hounds, che chiude l’album come meglio non si potrebbe.
Un lavoro questo Northern Sky, da assaporare lentamente, per venirne suadentemente avvolti, lasciandosi così rapire dalla miriade di suoni e di colori che ne scaturiscono.
Terzo album per la “girovaga” Rosita Kèss, veneziana di nascita ma newyorkese di adozione, dopo una percorso musicale che l’ha vista transitare per Berlino, Barcellona, Parigi e Londra. Una vita passata ‘on the road’ quindi, che ha sicuramente lasciato un profondo segno nell’anima della cantautrice. Viaggi che trovano la loro sintesi musicale in questo splendido Northern Sky. Pop di stampo americano, accenni di bossa nova e richiami ai grandi chansonniers francesi, vengono sapientemente dosati in una formula sonora fresca e accattivante, testimonianza di un notevole talento compositivo. Basta inserire il disco nel lettore per essere sommersi da un songwriting straripante, dove ogni singola nota e ogni singola parola vengono calibrate, studiate e infine fuse in dodici piccoli acquerelli sonori, che non hanno nulla da invidiare a composizioni di artisti ben più blasonati. C’è da dire che il blasone è in parte presente anche in questo disco, soprattutto a livello di produzione, dove troviamo Richard Julian (straordinario musicista nell’orbita di Norah Jones nonché membro dei The Little Willies) e Jesse Murphy (collaboratore di John Scofield), ma anche per quanto riguarda la parte musicale, vista la notorietà di alcuni dei musicisti coinvolti.
Ma non è il blasone a caratterizzare questa nuova fatica della Kèss, ma bensì, come poc’anzi accennato, un talento compositivo decisamente al di sopra della media, e una voce sensuale, capace di emozionare anche con un semplice sussurro. Prendiamo per esempio l’opening track The Blind Painter, che trova la propria forza nel sottrarre invece che nell’aggiungere; dove su di una sezione ritmica composta da contrabbasso e percussioni, magistralmente suonati da Jesse Murphy e Mauro Refosco (collaboratore tra gli altri di Capossella), si intrecciano, in una sinuosa danza, il flauto di Erik Lawrence e la chitarra acustica di Gabriel Gordon, con la voce della Kèss, impegnata a saltellare tra le note, per un brano dallo straordinario appeal radiofonico. Atmosfere latine, in odore di bossa nova, per la successiva Northern Sky dove troviamo, oltre a Richard Julian, impegnato alla chitarra, uno degli ospiti di “lusso” del disco, Beth Hirsch, già cantante degli Air, la cui eterea voce ben si amalgama con quella della cantautrice italoamericana. Più smaccatamente pop, ma di quello sopraffino, è Tell Me, nella quale a condurre le danze è l’hammond di Brian Mitchell, che spande liquidità sonora per tutta la durata del brano. Brian Mitchell che ritroviamo all’accordion in quel delizioso acquerello a tempo di valzer che è Leaving Alone; un brano che paga un tributo nei confronti dei grandi chansonniers francesi, con la Kèss intenta a duettare proprio con l’accordion.
Nuovo duetto vocale, questa volta con Gabriel Gordon, in Never Can Stop The Rain, suadente ballata venata di soul, con il piano della titolare che ben si interseca con l’hammond di Mitchell. Waiting For The Snow, pesca di nuovo a piene mani nella musica latina, e si distingue per l’andamento sinuoso, grazie anche all’apporto del trombone di Clark Gayton. Gioca invece a fare la country singer, la Kèss, nella riuscita Where Should I Go, con la chitarra elettrica di Jim Campilongo a ammantare di desertico il tutto. Gyspy Moonshine sa invece unire sapientemente l’introspezione del soul con l’apertura melodica del pop, e farebbe di sicuro sfaceli in qualsiasi stazione radio del globo terraqueo. Introspezione che ritroviamo nella quasi cameristica Mary, dove la nostra, nella migliore tradizione delle chanteuses, si destreggia al piano e alla voce, a cui si aggiungono i parchi interventi di un violoncello e di un contrabbasso, suonato rigorosamente con l’archetto. Di tutt’altro tenore la folkeggiante Always Be Mine, con ospiti alle corde varie gli Hounds, che chiude l’album come meglio non si potrebbe.
Un lavoro questo Northern Sky, da assaporare lentamente, per venirne suadentemente avvolti, lasciandosi così rapire dalla miriade di suoni e di colori che ne scaturiscono.
Neil Getz - Factory second
(Pubblicato su Rootshighway)
Arriva dalla Florida Neil Getz e questo Factory second rappresenta il suo primo vagito discografico. Un album eterogeneo, composto da undici episodi a se stanti; undici piccoli mondi, nei quali si dipanano le vicende dei più diversi personaggi; il tutto supportato da un impianto strumentale assai variegato. Il nostro sa infatti miscelare, spesso con sapienza, i generi più disparati. Americana, country, folk e qualche strizzatina al rock: sono questi gli ingredienti alla base del piatto cucinato dal buon Getz. Un piatto che a seconda degli episodi ha il sapore forte e deciso della cucina cajun o di un hamburger alla griglia, mentre in altri ci troviamo di fronte ad una minestra riscaldata e spesso annacquata. Diciamo subito che il nostro è comunque un buon autore e possiede una voce forse non eccelsa ma di sicuro particolare e che ben si amalgama alle alchimie sonore dei brani. Decisamente radio friendly è l'opener Bad case of passion, dotata di un buon refrain e di un ritmo accattivante. Con la title track il nostro comincia a mostrare il suo talento compositivo, in un'intensa folk ballad di matrice prettamente acustica, impreziosita dall'arrangiamento d'archi ad opera di Chris Carmichael. Un'armonica molto "popperiana" (John Popper, leadei dei Blues Traveler) è invece protagonista in Come on, Ely, in grado di catturare fin dal primo ascolto. Heart so steady riesce a coniugare in maniera egregia elementi cari al country ad un impianto strumentale tipico delle folk song di stampo più modernista. Country sempre presente, ma in modo più netto, nella successiva e convincente Not in love, just falling, con le chitarre sugli scudi. Sa decisamente di già sentito Jenny Lee, che nonostante qualche buona idea di base, non riesce a decollare. Il rock irrompe all'improvviso in Oh Delilah, un brano interlocutorio, senza capo ne coda, capace solamente di lasciarci con l'amaro in bocca una volta giunto alla conclusione.
Di ben altra caratura sono le acustiche Counting trains e la conclusiva Nelly Blye. La prima tratta tematiche sociali di grande attualità, come la depressione adolescenziale, e trova nella commistione tra acustico ed elettrico la sua ragion d'essere, con il violoncello di Carmichael a suggellare il tutto. Quest'ultimo torna protagonista anche in Nelly Blye, adornando con il suo violino quella che a mio avviso è l'apice emozionale dell'intero lavoro. Violino che ha anche il compito di colorare di cajun la solare Penny Candy, ben coadiuvata dalla fisarmonica suonata dallo stesso Getz. Country venato di blues, infine, in Flock of Demons, che parte quasi in sordina per poi esplodere nel finale, in un'orgia strumentale tra banjo, violino e chitarra slide. Un esordio con poca infamia e qualche lode quindi, che risente forse di un songwriting in alcuni episodi ancora acerbo ma che ci lascia ben sperare per il futuro.
Phantom Buffalo - Cement postcard with owl colours
(Pubblicato su Extra! Music Magazine)
Ci sono dischi che nella loro disarmante semplicità riescono a comunicare più di lavori iper prodotti e dal lungo e ridondante elenco di ospiti famosi. Cement Postcard With Owl Colours degli statunitensi Phantom Buffalo appartiene alla categoria appena menzionata. In quanto il gruppo di Portland è fautore di un indie pop che ha nel basso profilo la propria forza, e nelle mai banali melodie il proprio fascino. Un lavoro che getta un immaginario ponte musicale tra jingle jangle alla Byrds, atmosfere West coast e sonorità più moderne. La musica scorre fluida, avvolgente, tra eteree ballate di derivazione folk ed echi indie.
Già l'iniziale Listen To The Leaves mette in mostra tutto il valore della band, in un brano nel quale gli strumenti si inseguono, scompaiono, per poi ricomparire all’improvviso in un turbinio sonoro. Quello che colpisce è sicuramente la voce di Jonathan Balzano-Brookes, capace di destreggiarsi su tonalità molto alte, a volte sfiorando persino il falsetto, come in Greenstar Botanical Airway; dove le fanno da ottimo contrappunto una pulsante sezione ritmica e una chitarra elettrica dall'alto grado di acidità.
In brani come Bad Disease, Frogman, Radio Signal e nella conclusiva Goliath Tales emerge invece l’anima modernista della band, con un suono che approda in lidi tanto cari a certo indie pop. Weather The Weather, dal canto suo, sembra scritta da Crosby, Stills e Nash sotto acido, alternando ad eterei vocalizzi, sinuosi ed avvolgenti giri di chitarra. Chitarre ancora protagoniste nella successiva Atleesta impegnate a cesellare giri melodici capaci di catturare fin dal primo ascolto, complice anche l’azzeccata linea vocale, per un brano dal grande appeal radiofonico. I Bring The Sunshine And The Nightmares rappresenta invece, a mio avviso, il picco artistico musicale dell’intero lavoro, con ancora il folk intriso di modernità in primo piano. Tornano prepotentemente alla carica le influenze westcoastiane in Ray Bradbury’s Bones, che ritroviamo soprattutto nell’uso della voce. Trinket Shop e Battle Of Roses, continuano invece nella riuscita formula oscillante tra moderno e antico. Formula sonora quella messa in campo dai nostri che ben si avvicina a un gruppo come i Dawes, con il quale hanno più di un punto in comune. Un lavoro, questo Cement Postcard With Owl Colours, dalla bellezza disarmante, dove non vi è una sola nota da buttare.
Ci sono dischi che nella loro disarmante semplicità riescono a comunicare più di lavori iper prodotti e dal lungo e ridondante elenco di ospiti famosi. Cement Postcard With Owl Colours degli statunitensi Phantom Buffalo appartiene alla categoria appena menzionata. In quanto il gruppo di Portland è fautore di un indie pop che ha nel basso profilo la propria forza, e nelle mai banali melodie il proprio fascino. Un lavoro che getta un immaginario ponte musicale tra jingle jangle alla Byrds, atmosfere West coast e sonorità più moderne. La musica scorre fluida, avvolgente, tra eteree ballate di derivazione folk ed echi indie. Già l'iniziale Listen To The Leaves mette in mostra tutto il valore della band, in un brano nel quale gli strumenti si inseguono, scompaiono, per poi ricomparire all’improvviso in un turbinio sonoro. Quello che colpisce è sicuramente la voce di Jonathan Balzano-Brookes, capace di destreggiarsi su tonalità molto alte, a volte sfiorando persino il falsetto, come in Greenstar Botanical Airway; dove le fanno da ottimo contrappunto una pulsante sezione ritmica e una chitarra elettrica dall'alto grado di acidità.
In brani come Bad Disease, Frogman, Radio Signal e nella conclusiva Goliath Tales emerge invece l’anima modernista della band, con un suono che approda in lidi tanto cari a certo indie pop. Weather The Weather, dal canto suo, sembra scritta da Crosby, Stills e Nash sotto acido, alternando ad eterei vocalizzi, sinuosi ed avvolgenti giri di chitarra. Chitarre ancora protagoniste nella successiva Atleesta impegnate a cesellare giri melodici capaci di catturare fin dal primo ascolto, complice anche l’azzeccata linea vocale, per un brano dal grande appeal radiofonico. I Bring The Sunshine And The Nightmares rappresenta invece, a mio avviso, il picco artistico musicale dell’intero lavoro, con ancora il folk intriso di modernità in primo piano. Tornano prepotentemente alla carica le influenze westcoastiane in Ray Bradbury’s Bones, che ritroviamo soprattutto nell’uso della voce. Trinket Shop e Battle Of Roses, continuano invece nella riuscita formula oscillante tra moderno e antico. Formula sonora quella messa in campo dai nostri che ben si avvicina a un gruppo come i Dawes, con il quale hanno più di un punto in comune. Un lavoro, questo Cement Postcard With Owl Colours, dalla bellezza disarmante, dove non vi è una sola nota da buttare.
Booker T. Jones - The road from Memphis
(Pubblicato su Extra! Music Magazine)
Quando ci si trova di fronte a una leggenda del calibro di Booker T Jones, l'imparzialità del recensore rischia di essere messa a dura prova. Sì, perchè il nostro è stato ed è tuttora un pilastro della musica afroamericana. Ogni amante del soul e del r'n'b ha sentito almeno una volta il liquido suono dell'hammond di quest'uomo. Al comando dei suoi MG's ha scritto pagine memorabili della musica nera sotto l'egida della leggendaria Stax, trasformando Memphis nell'epicentro di un terremoto musicale che negli anni'60 ha sconquassato il mondo intero. Dopo quegli anni indimenticabili il nostro ha continuato lungo un percorso, seppur frammentario, che lo ha portato infine a una seconda giovinezza artistica, grazie anche al supporto della Anti.
Quando ci si trova di fronte a una leggenda del calibro di Booker T Jones, l'imparzialità del recensore rischia di essere messa a dura prova. Sì, perchè il nostro è stato ed è tuttora un pilastro della musica afroamericana. Ogni amante del soul e del r'n'b ha sentito almeno una volta il liquido suono dell'hammond di quest'uomo. Al comando dei suoi MG's ha scritto pagine memorabili della musica nera sotto l'egida della leggendaria Stax, trasformando Memphis nell'epicentro di un terremoto musicale che negli anni'60 ha sconquassato il mondo intero. Dopo quegli anni indimenticabili il nostro ha continuato lungo un percorso, seppur frammentario, che lo ha portato infine a una seconda giovinezza artistica, grazie anche al supporto della Anti.
Se Potato Hole ne aveva segnato il rilancio, per merito anche dell'ottimo apporto strumentale dei Drive-By Truckers; questo The Road From Memphis rappresenta un ulteriore vagito di un vecchio leone che non vuole ancora smettere di ruggire. Anche se si tratta di un vagito, almeno a livello vocale, di debole intensità visto che il nostro opta nuovamente per un lavoro quasi interamente strumentale. E qui a mio avviso sta forse il punto debole dell'intera raccolta. In quanto, se Potato Hole poteva contare sulla muscolarità dei Truckers, in questo nuovo album ad affiancare Booker T troviamo i Roots, capitanati dal batterista QuestLove (produttore dello stesso insieme a Rob Schnapf). Un cambio di suono piuttosto netto quindi, più levigato e strizzante l'occhio in determinate occasioni a certo mainstream di genere. La coesione musicale tra leader e backing band spesso scivola verso sonorità di stampo prettamente modernista, con il risultato che molte canzoni finiscono per assomigliarsi tra loro.
Certamente non aiuta il limitato arsenale musicale dei Roots, con troppe poche frecce sonore a disposizione. L'inizio è però in grande spolvero con il funk modernista di Walking Papers con l'hammond a dettare i ritmi su di una pulsante sezione ritmica nella quale si intersecano spesso riff di matrice quasi hard, che hanno comunque il pregio di variegare ulteriormente il suono. La ripetitività è però dietro l'angolo ed inficia la seppur buona qualità di brani come The Hive, Rent Party e The Vamp. Di ben altro livello è Progress, dove troviamo Jim James dei My Morning Jacket, impegnato in un'intensa prestazione vocale. Representing Memphis è un'ottima ballata di stampo soul, dal suggestivo mood sonoro e con un riuscito duetto tra Matt Berninger dei The National e Sharon Jones. Alquanto banale e decisamente fuori luogo è il reprise di Crazy di Gnarls Barkley, a mio avviso un riempitivo e nulla più. In Down In Memphis troviamo invece un inedito Booker T impegnato al canto, con risultati più che discreti. Riuscita a metà è invece The Bronx dove compare Lou Reed, il quale si limita a un semplice talking ben supportato da un ottimo impianto strumentale.
Certamente non aiuta il limitato arsenale musicale dei Roots, con troppe poche frecce sonore a disposizione. L'inizio è però in grande spolvero con il funk modernista di Walking Papers con l'hammond a dettare i ritmi su di una pulsante sezione ritmica nella quale si intersecano spesso riff di matrice quasi hard, che hanno comunque il pregio di variegare ulteriormente il suono. La ripetitività è però dietro l'angolo ed inficia la seppur buona qualità di brani come The Hive, Rent Party e The Vamp. Di ben altro livello è Progress, dove troviamo Jim James dei My Morning Jacket, impegnato in un'intensa prestazione vocale. Representing Memphis è un'ottima ballata di stampo soul, dal suggestivo mood sonoro e con un riuscito duetto tra Matt Berninger dei The National e Sharon Jones. Alquanto banale e decisamente fuori luogo è il reprise di Crazy di Gnarls Barkley, a mio avviso un riempitivo e nulla più. In Down In Memphis troviamo invece un inedito Booker T impegnato al canto, con risultati più che discreti. Riuscita a metà è invece The Bronx dove compare Lou Reed, il quale si limita a un semplice talking ben supportato da un ottimo impianto strumentale.
Un disco difficile questo The Road From Memphis che se da una parte conferma la caratura tecnica del musicista americano, dall’altra risente di una certa monotonia a livello strumentale e sonoro. Ne ha fatta di strada il nostro partendo da Memphis, speriamo che questa svolta modernista sia solo una deviazione, lungo un sentiero impervio e difficile, e che in futuro si ricongiunga alla strada maestra.
Veronica Sbergia and the Red Wine Serenaders - S/T
(Pubblicato su Rootshighway)
Ci sono dischi in grado di trascendere luoghi fisici e spazi temporali. E questo è proprio quanto accade dopo aver inserito il dischetto in questione nel lettore e aver premuto il tasto play. Si viene catapultati nell'America dei primi decenni del secolo scorso, dove spopolavano il ragtime, lo swing e facevano la loro comparsa le prime jug band. Un suono figlio di quella tradizione musicale, ormai dai più seppellita nei meandri più reconditi della memoria, ma ancora viva e pulsante. Visto il sound è logico pensare immediatamente a un gruppo di musicisti americani, anzi afroamericani, volti a reinterpretare la tradizione medesima. Niente di più sbagliato, perchè i musicisti in questione sono italianissimi. Arriva infatti dalla Lombardia Veronica Sbergia, e per questa sua seconda opera discografica si fa accompagnare dai fidi Red Wine Serenaders, anch'essi italiani oltre che musicisti di grande caratura. I nostri si divertono a giocare con la tradizione musicale afroamericana , mostrando allo stesso tempo grande rispetto e passione per la materia in questione. Strumenti inusuali come ukulele, washboard e kazoo colorano ulteriormente la miscela sonora del gruppo, che trova nella dimensione acustica la propria ragione d'essere. Su tutto si staglia la splendida ed espressiva voce di Veronica Sbergia, vero punto di forza dell'intero lavoro. Virtuosa dell'ukulele, Veronica percuote con maestria anche la washboard, e grazie all'utilizzo di una spazzola per capelli riesce ad estrarne sonorità innovative. Nelle file dei Red Wine Serenaders spiccano senza dubbio Max De Bernardi e Mauro Ferrarese, autentici maestri degli strumenti a corde; il primo alla chitarra resofonica, all'ukulele e al mandolino; mentre il secondo anch'egli impegnato alla chitarra resofonica. Ideale suggello è Alessandra Ceccala, al contrabbasso e ai cori, in grado di dare ulteriore spinta ritmica al gruppo. Un viaggio musicale tra rarefatti e arcaici blues (Busy Bootin, Doggone My Soul, Lovesick Blues) e coinvolgenti swing e ragtimes (You Drink too Much, Mr Ambulance Man). You may leave (but this will bring you back) è invece una trascinante folk song condotta da washboard e kazoo, il tutto coadiuvato da un sapiente uso delle voci. Difficile poi rimanere impassibili di fronte alla bellezza di brani come Lullaby of the Leaves, splendida ballata con l'ukulele protagonista; Nobody Knows but Me, old time blues come non se ne sentivano da tempo e You Must come in at the Door a mio avviso la migliore del lotto, splendido brano corale di stampo gospel, con un ottimo lavoro di chitarra slide ben supportata dalla washboard. Vera chicca è infine la bonus track: Good Old Wagon, per solo piano e voce, semplicemente da brividi. Un disco vissuto, che parla di storie intrise di amore, sangue e sudore e lo fa con perizia tecnica e un alto tasso emotivo. Un plauso va quindi a Veronica Sbergia e ai suoi fidi Red Wine Serenaders, fautori di un'opera dalla bellezza cristallina.
Ci sono dischi in grado di trascendere luoghi fisici e spazi temporali. E questo è proprio quanto accade dopo aver inserito il dischetto in questione nel lettore e aver premuto il tasto play. Si viene catapultati nell'America dei primi decenni del secolo scorso, dove spopolavano il ragtime, lo swing e facevano la loro comparsa le prime jug band. Un suono figlio di quella tradizione musicale, ormai dai più seppellita nei meandri più reconditi della memoria, ma ancora viva e pulsante. Visto il sound è logico pensare immediatamente a un gruppo di musicisti americani, anzi afroamericani, volti a reinterpretare la tradizione medesima. Niente di più sbagliato, perchè i musicisti in questione sono italianissimi. Arriva infatti dalla Lombardia Veronica Sbergia, e per questa sua seconda opera discografica si fa accompagnare dai fidi Red Wine Serenaders, anch'essi italiani oltre che musicisti di grande caratura. I nostri si divertono a giocare con la tradizione musicale afroamericana , mostrando allo stesso tempo grande rispetto e passione per la materia in questione. Strumenti inusuali come ukulele, washboard e kazoo colorano ulteriormente la miscela sonora del gruppo, che trova nella dimensione acustica la propria ragione d'essere. Su tutto si staglia la splendida ed espressiva voce di Veronica Sbergia, vero punto di forza dell'intero lavoro. Virtuosa dell'ukulele, Veronica percuote con maestria anche la washboard, e grazie all'utilizzo di una spazzola per capelli riesce ad estrarne sonorità innovative. Nelle file dei Red Wine Serenaders spiccano senza dubbio Max De Bernardi e Mauro Ferrarese, autentici maestri degli strumenti a corde; il primo alla chitarra resofonica, all'ukulele e al mandolino; mentre il secondo anch'egli impegnato alla chitarra resofonica. Ideale suggello è Alessandra Ceccala, al contrabbasso e ai cori, in grado di dare ulteriore spinta ritmica al gruppo. Un viaggio musicale tra rarefatti e arcaici blues (Busy Bootin, Doggone My Soul, Lovesick Blues) e coinvolgenti swing e ragtimes (You Drink too Much, Mr Ambulance Man). You may leave (but this will bring you back) è invece una trascinante folk song condotta da washboard e kazoo, il tutto coadiuvato da un sapiente uso delle voci. Difficile poi rimanere impassibili di fronte alla bellezza di brani come Lullaby of the Leaves, splendida ballata con l'ukulele protagonista; Nobody Knows but Me, old time blues come non se ne sentivano da tempo e You Must come in at the Door a mio avviso la migliore del lotto, splendido brano corale di stampo gospel, con un ottimo lavoro di chitarra slide ben supportata dalla washboard. Vera chicca è infine la bonus track: Good Old Wagon, per solo piano e voce, semplicemente da brividi. Un disco vissuto, che parla di storie intrise di amore, sangue e sudore e lo fa con perizia tecnica e un alto tasso emotivo. Un plauso va quindi a Veronica Sbergia e ai suoi fidi Red Wine Serenaders, fautori di un'opera dalla bellezza cristallina. Pinetop Perkins and Willie "Big Eyes" Smith - Joined at the Hip
(Pubblicato su Rootshighway)
Si è sempre animati da un profondo rispetto quando ci si appresta ad ascoltare le nuove fatiche discografiche dei "mostri sacri" della musica afroamericana. Spesso infatti l'amore viscerale per un musicista o per un genere musicale possono influire sull'imparzialità del giudizio in favore di una scelta più dettata dal cuore che dalla mente. Uno dei casi menzionati poc'anzi potrebbe essere il nuovo lavoro del novantasettenne Joe Willie Perkins. Conosciuto ai più come "Pinetop", il nostro rappresenta una fetta importante della storia della musica afroamericana, avendo in passato accompagnato al piano artisti del calibro di Sonny Boy Williamson, Robert Nighthawk ed Earl Hooker; fino ad arrivare alla sua collaborazione più duratura e redditizia, con la Muddy Waters Band; dal 1969 fino alla prematura scomparsa del leader nel 1983. Dopo una carriera solista di tutto rispetto, oggi il pianista da alle stampe Joined at the Hip, nuova fatica in studio in "società" con l'ex compagno di scorribande proprio nella Muddy Waters Band, Willie "Big Eyes" Smith, qui impegnato all'armonica e alla voce. Ai due leader si aggiunge una band di tutto rispetto che vede nelle sue fila l'esperto bassista, nonchè vecchio collega, Bob Stroger, John Primer e Frank Krakowski alle chitarre, mentre il posto dietro ai tamburi è occupato da Kenny Smith, figlio di "Big Eyes". Un disco questo Joined at the Hip forse non trascendentale ma sicuramente onesto e di pregevole fattura. Compito di aprire l'album spetta a Grow up to be a man, gradevole mid-tempo, in cui ad un intenso assolo di piano fa da contrappunto un bel lavoro all'armonica da parte di Smith. Ed è lo stesso Smith a firmare la quasi totalità dei brani, arrivando a raggiungere buoni livelli di scrittura. Emblematici a questo proposito sono brani come Take your eyes off my woman una sorta di "Got my mojo working" del nuovo millennio, che ai tempi avrebbe spopolato nelle classifiche di settore; oppure la lenta e sinuosa Walking down the highway.
Si è sempre animati da un profondo rispetto quando ci si appresta ad ascoltare le nuove fatiche discografiche dei "mostri sacri" della musica afroamericana. Spesso infatti l'amore viscerale per un musicista o per un genere musicale possono influire sull'imparzialità del giudizio in favore di una scelta più dettata dal cuore che dalla mente. Uno dei casi menzionati poc'anzi potrebbe essere il nuovo lavoro del novantasettenne Joe Willie Perkins. Conosciuto ai più come "Pinetop", il nostro rappresenta una fetta importante della storia della musica afroamericana, avendo in passato accompagnato al piano artisti del calibro di Sonny Boy Williamson, Robert Nighthawk ed Earl Hooker; fino ad arrivare alla sua collaborazione più duratura e redditizia, con la Muddy Waters Band; dal 1969 fino alla prematura scomparsa del leader nel 1983. Dopo una carriera solista di tutto rispetto, oggi il pianista da alle stampe Joined at the Hip, nuova fatica in studio in "società" con l'ex compagno di scorribande proprio nella Muddy Waters Band, Willie "Big Eyes" Smith, qui impegnato all'armonica e alla voce. Ai due leader si aggiunge una band di tutto rispetto che vede nelle sue fila l'esperto bassista, nonchè vecchio collega, Bob Stroger, John Primer e Frank Krakowski alle chitarre, mentre il posto dietro ai tamburi è occupato da Kenny Smith, figlio di "Big Eyes". Un disco questo Joined at the Hip forse non trascendentale ma sicuramente onesto e di pregevole fattura. Compito di aprire l'album spetta a Grow up to be a man, gradevole mid-tempo, in cui ad un intenso assolo di piano fa da contrappunto un bel lavoro all'armonica da parte di Smith. Ed è lo stesso Smith a firmare la quasi totalità dei brani, arrivando a raggiungere buoni livelli di scrittura. Emblematici a questo proposito sono brani come Take your eyes off my woman una sorta di "Got my mojo working" del nuovo millennio, che ai tempi avrebbe spopolato nelle classifiche di settore; oppure la lenta e sinuosa Walking down the highway.
La parte del leone spetta però a Perkins che in brani come Gambling blues e in Take my hand precious love ci dimostra come gli anni non abbiano scalfito ne la sua voce ne quanto meno il suo pianismo, come ben evidenziato anche dalla tersa Grindin man. Dal suo passato il pianista recupera inoltre due brani appartenenti al repertorio di Sonny Boy Williamson: Cut that out e la sempiterna Eyesight to the blind. La prima, un vigoroso shuffle ci dimostra come i due sappiano ancora mordere nonostante l'età, mentre alla seconda spetta il compito di chiudere un album che ha trovato nella semplicità la sua ragion d'essere. Abbiamo ancora tanto da imparare da questi due vecchi "leoni".
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