(Pubblicato su Rootshighway)
Dopo le meravigliose digressioni musicali delle "settimane astrali", il cantante irlandese decide di esplorare la dimensione più intima e raccolta della propria musica, dando alle stampe Moondance. Qui a riaffiorare sono reminescenze blues, gospel, folk e jazz, da sempre tuttavia presenti nel background del nostro. Abbandonate le dilatate composizioni del precedente album qui ci troviamo di fronte a dieci brani facenti capo alla più classica forma canzone, sia per impostazione che per durata. Dieci brani nei quali l'indiscussa protagonista è la voce di Morrison, capace di raggiungere livelli eccelsi. Su tutte spicca, proprio a livello di prestazione vocale lo swing di Moondance, che al pari all'ariosa Into the Mystic, rappresenta l'apice dell'album per purezza sonora. La penna di "The Man" si conferma tuttavia sempre di altissimo livello, dando alla luce altri piccoli capolavori come la struggente Crazy Love, l'incalzante Caravan e la sensualità della magnifica And it Stoned Me. Un disco essenziale, ennesimo straordinario capitolo della discografia di un musicista capace di stupire e conquistare ogni qualvolta prenda un microfono tra le mani.
venerdì 27 aprile 2012
martedì 24 aprile 2012
The Band - The Band
(Pubblicato su Rootshighway)
Uscito dopo il pastorale Music from Big Pink, l'omonimo disco della Band, noto ai più anche con il nome di "Brown album", è l'opera della maturità del gruppo americano. Se infatti con l'esordio dell'anno precedente i nostri avevano saputo trasporre in musica il mondo rurale statunitense, gettando al contempo le basi del cosiddetto suono Americana, è proprio con questo secondo album che focalizzano ulteriormente il loro lavoro di ricerca. L'opener Across the Great Divide è emblematica di come il gruppo voglia attraversare ogni confine, sia esso fisico o sonoro, tra nord e sud, tra le bucoliche zone rurali e i caotici agglomerati urbani. In un suggestivo excursus musicale si passa così dall'incalzante piano di Rag Mama Rag alla sincopata Up on Cripple Creek, con in entrambe la voce, dalla profonda inflessione sudista, di Levon Helm in primo piano, fino alla corale e conclusiva King harvest (Has Surely Come). Ad incantare in Whispering pines è invece la leggiadria vocale di Richard Manuel, mentre l'epicità narrativa di The Night they Drove Old Dixie Down rimane uno dei punti più alti raggiunti dal songwriting di Robbie Robertson. Se Music from Big Pink resta avvolto dall'aura del mito, il "Brown album", dal canto suo, rappresenta il capolavoro di quell'eccelso e leggendario quintetto chiamato semplicemente The Band.
Uscito dopo il pastorale Music from Big Pink, l'omonimo disco della Band, noto ai più anche con il nome di "Brown album", è l'opera della maturità del gruppo americano. Se infatti con l'esordio dell'anno precedente i nostri avevano saputo trasporre in musica il mondo rurale statunitense, gettando al contempo le basi del cosiddetto suono Americana, è proprio con questo secondo album che focalizzano ulteriormente il loro lavoro di ricerca. L'opener Across the Great Divide è emblematica di come il gruppo voglia attraversare ogni confine, sia esso fisico o sonoro, tra nord e sud, tra le bucoliche zone rurali e i caotici agglomerati urbani. In un suggestivo excursus musicale si passa così dall'incalzante piano di Rag Mama Rag alla sincopata Up on Cripple Creek, con in entrambe la voce, dalla profonda inflessione sudista, di Levon Helm in primo piano, fino alla corale e conclusiva King harvest (Has Surely Come). Ad incantare in Whispering pines è invece la leggiadria vocale di Richard Manuel, mentre l'epicità narrativa di The Night they Drove Old Dixie Down rimane uno dei punti più alti raggiunti dal songwriting di Robbie Robertson. Se Music from Big Pink resta avvolto dall'aura del mito, il "Brown album", dal canto suo, rappresenta il capolavoro di quell'eccelso e leggendario quintetto chiamato semplicemente The Band.
venerdì 20 aprile 2012
Dr John - Locked down
(Pubblicato su Extra! Music Magazine)
Mac Rebennack non delude mai. Partendo da questo presupposto devo comunque ammettere che non avevo accolto con gioia la notizia della partecipazione al disco, in veste di produttore, di Dan Auerbach. Sia ben chiaro, massimo rispetto per la mente dei Black Keys, ma visti i suonacci che caratterizzavano, a mio avviso, proprio l’opera più recente del duo di Akron la mia paura era che questi ultimi potessero andare ad inficiare la qualità della musica del “Dottore”. Una prima sorpresa è stata quindi ascoltare come il buon Auerbach abbia saputo attualizzare il suono rebennackiano senza snaturalizzarne troppo i tratti distintivi e al tempo stesso, e qui fortunatamente si sente la mancanza della sciagurata mano di Danger Mouse, senza ricorrere a tronfie sonorità mainstream. La parte del leone la recita comunque il vecchio Dr John, optando per un’ulteriore trasformazione sonora, rispetto al precedente Tribal, in quello che può essere visto come un vero e proprio ritorno alle origini. Sembra infatti di essere tornati alla fine degli anni ’60 quando il nostro uscì dalle fangose acque del bayou per dare alle stampe due dischi, Gris Gris e Babylon, intrisi degli umori musicali della sua Louisiana, tra alligatori, riti voodoo e deliranti divagazioni psichedeliche. Album che vengono richiamati alla mente fin dalla copertina, mostrante il nostro agghindato come ai bei vecchi tempi quando era universalmente conosciuto come “The Night Tripper”. Esempi sonori di questo ritorno alle origini sono senza dubbio la title track, dalle robuste iniezioni funk, che si apre tra stridori e urla animalesche, oppure la salmodiante Eleggua, puro Big Easy Sound, in un continuo rincorrersi di voci e suoni. Uno dei meriti di Auerbach è sicuramente quello di aver coinvolto nelle registrazioni un gruppo di musicisti solido e rodato, puntando in particolar modo su di un costante e insistito uso di un groove funk dal sapore modernista, che ben si confà alle atmosfere sonore volute dal “Dottore”, portando alla creazione di un suono in bilico tra passato e futuro, tra la primitività dei ritmi del bayou e il beat tecnologico del rock odierno. Quello che ne fuoriesce sono canzoni dall’appeal sonoro immediato, grazie anche al loro avvolgente incedere, come Revolution, sinuoso blues venato di funk dai marcati rimandi blackkeysiani, oppure la vorticosa Getaway, che sfocia in un assolo finale di stampo hendrixiano, ad opera della chitarra dello stesso Auerbach. Lavoro ritmico che trova la sua ideale valvola di sfogo in brani come la sincopata Kingdom Of Izzness o negli ipnotici echi tribali di Ice Age. C’è spazio anche per il blues, nell’accezione bastarda del termine in You Lie con ancora una metronomica sezione ritmica sugli scudi, o quello dalle radici neworleansiane nella suadente Big Shot. Esula in parte dal contesto sonoro generale la struggente melodia soul di My Children, My Angels, mentre la conclusiva ed incalzante God’s Sure Good affonda le sue radici nel gospel, con le voci delle McCrary Sisters ad impreziosire il tutto. Quello che tuttavia appare chiaro dall’ascolto dell’album è come la vitalità compositiva ed esecutiva di Dr John non si sia minimamente affievolita, tutt’altro, mostrandoci al contempo un musicista con ancora una grande voglia di osare e di mettersi in gioco. Se siete in crisi d’astinenza da buona musica, la cura è una sola; forti dosi di Locked Down, parola di “Dottore”.
Mac Rebennack non delude mai. Partendo da questo presupposto devo comunque ammettere che non avevo accolto con gioia la notizia della partecipazione al disco, in veste di produttore, di Dan Auerbach. Sia ben chiaro, massimo rispetto per la mente dei Black Keys, ma visti i suonacci che caratterizzavano, a mio avviso, proprio l’opera più recente del duo di Akron la mia paura era che questi ultimi potessero andare ad inficiare la qualità della musica del “Dottore”. Una prima sorpresa è stata quindi ascoltare come il buon Auerbach abbia saputo attualizzare il suono rebennackiano senza snaturalizzarne troppo i tratti distintivi e al tempo stesso, e qui fortunatamente si sente la mancanza della sciagurata mano di Danger Mouse, senza ricorrere a tronfie sonorità mainstream. La parte del leone la recita comunque il vecchio Dr John, optando per un’ulteriore trasformazione sonora, rispetto al precedente Tribal, in quello che può essere visto come un vero e proprio ritorno alle origini. Sembra infatti di essere tornati alla fine degli anni ’60 quando il nostro uscì dalle fangose acque del bayou per dare alle stampe due dischi, Gris Gris e Babylon, intrisi degli umori musicali della sua Louisiana, tra alligatori, riti voodoo e deliranti divagazioni psichedeliche. Album che vengono richiamati alla mente fin dalla copertina, mostrante il nostro agghindato come ai bei vecchi tempi quando era universalmente conosciuto come “The Night Tripper”. Esempi sonori di questo ritorno alle origini sono senza dubbio la title track, dalle robuste iniezioni funk, che si apre tra stridori e urla animalesche, oppure la salmodiante Eleggua, puro Big Easy Sound, in un continuo rincorrersi di voci e suoni. Uno dei meriti di Auerbach è sicuramente quello di aver coinvolto nelle registrazioni un gruppo di musicisti solido e rodato, puntando in particolar modo su di un costante e insistito uso di un groove funk dal sapore modernista, che ben si confà alle atmosfere sonore volute dal “Dottore”, portando alla creazione di un suono in bilico tra passato e futuro, tra la primitività dei ritmi del bayou e il beat tecnologico del rock odierno. Quello che ne fuoriesce sono canzoni dall’appeal sonoro immediato, grazie anche al loro avvolgente incedere, come Revolution, sinuoso blues venato di funk dai marcati rimandi blackkeysiani, oppure la vorticosa Getaway, che sfocia in un assolo finale di stampo hendrixiano, ad opera della chitarra dello stesso Auerbach. Lavoro ritmico che trova la sua ideale valvola di sfogo in brani come la sincopata Kingdom Of Izzness o negli ipnotici echi tribali di Ice Age. C’è spazio anche per il blues, nell’accezione bastarda del termine in You Lie con ancora una metronomica sezione ritmica sugli scudi, o quello dalle radici neworleansiane nella suadente Big Shot. Esula in parte dal contesto sonoro generale la struggente melodia soul di My Children, My Angels, mentre la conclusiva ed incalzante God’s Sure Good affonda le sue radici nel gospel, con le voci delle McCrary Sisters ad impreziosire il tutto. Quello che tuttavia appare chiaro dall’ascolto dell’album è come la vitalità compositiva ed esecutiva di Dr John non si sia minimamente affievolita, tutt’altro, mostrandoci al contempo un musicista con ancora una grande voglia di osare e di mettersi in gioco. Se siete in crisi d’astinenza da buona musica, la cura è una sola; forti dosi di Locked Down, parola di “Dottore”. martedì 17 aprile 2012
David Crosby - If I Could Only Remember My Name
(Pubblicato su Rootshighway)
Esplicativo fin dal titolo If I Could Only Remember My Name, rappresenta l'epitaffio musicale di un'era, quella del flower power, giunta ormai alla sua conclusione. Era quest'ultima che aveva portato, sia sul piano sociale che su quello musicale, alla nascita di speranze e sogni per un futuro migliore. Ed è quindi con rassegnazione che viene accettata la triste realtà di un mondo in cui non c'è spazio per "pace, amore e musica", e nel quale i sogni di cambiamento vengono il più delle volte disillusi. Seppur consci del tramonto di una stagione irripetibile, un gruppo di compagni e musicisti decidono di riunirsi intorno al comune amico David Crosby, nonché catalizzatore e figura simbolo della love generation, per scrivere una sorta di testamento musicale del movimento. Graham Nash, Neil Young, Joni Mitchell, membri di Jefferson Airplane e Grateful Dead, David Frieberg dei Quicksilver Messenger Service, uniscono le proprie forze per dare alla luce un album vivo e pulsante pur nell'accettazione di una triste quanto inevitabile realtà. Uno sforzo corale di sublime splendore, tra fluttuanti arpeggi di chitarra, rimandi lisergici ed oniriche composizioni. Un album che va ascoltato e riascoltato per ricordarci di un'epoca in cui si era ancora capaci di sognare.
Esplicativo fin dal titolo If I Could Only Remember My Name, rappresenta l'epitaffio musicale di un'era, quella del flower power, giunta ormai alla sua conclusione. Era quest'ultima che aveva portato, sia sul piano sociale che su quello musicale, alla nascita di speranze e sogni per un futuro migliore. Ed è quindi con rassegnazione che viene accettata la triste realtà di un mondo in cui non c'è spazio per "pace, amore e musica", e nel quale i sogni di cambiamento vengono il più delle volte disillusi. Seppur consci del tramonto di una stagione irripetibile, un gruppo di compagni e musicisti decidono di riunirsi intorno al comune amico David Crosby, nonché catalizzatore e figura simbolo della love generation, per scrivere una sorta di testamento musicale del movimento. Graham Nash, Neil Young, Joni Mitchell, membri di Jefferson Airplane e Grateful Dead, David Frieberg dei Quicksilver Messenger Service, uniscono le proprie forze per dare alla luce un album vivo e pulsante pur nell'accettazione di una triste quanto inevitabile realtà. Uno sforzo corale di sublime splendore, tra fluttuanti arpeggi di chitarra, rimandi lisergici ed oniriche composizioni. Un album che va ascoltato e riascoltato per ricordarci di un'epoca in cui si era ancora capaci di sognare.
sabato 14 aprile 2012
Miss Quincy - Like the devil does
(Pubblicato su Rootshighway)
Se l'esordio dello scorso anno, Your Mama Don't Like Me, era pervaso da arcaiche atmosfere acustiche in odore di roots music (aggiudicandosi tra l'altro un BC Indie Awards come miglior album di folk tradizionale), con questo Like the Devil Does, Miss Quincy intraprende un nuovo cammino all'interno della tradizione musicale americana, ampliando la propria cifra stilistica fino ad inglobare densi ed elettrici umori blues e melliflue reminescenze jazz. Esplorazione sonora che trova giovamento dall'apporto della sua nuova band, The Showdown, all female duo formato da Shari Rae al contrabbasso e da Holly Magnus alla batteria (entrambe anche alle backing vocals), al quale si aggiungono alcune incursioni strumentali esterne, sapientemente orchestrate dal produttore Tim Williams. Proprio a quest'ultimo va ascritto gran parte della buona riuscita dell'intero album, grazie a una produzione mai invasiva ma bensì mirante a privilegiare la genuinità musicale della cantautrice canadese. Il resto lo fa la penna della stessa Miss Quincy che, unita a una vocalità tanto espressiva quanto versatile e ad un'invidiabile abilità chitarristica, confeziona una manciata di composizioni di rara bellezza.
Esplicativa del nuovo percorso sonoro è la title track, posta in apertura, tra fangose rimembranze blues, l'avvolgente liquidità di un organo e il solido supporto ritmico di contrabbasso e batteria. Dalle parti del border si attesta invece la successiva Going Down, che riporta alla mente atmosfere sonore care ai Calexico, con la sezione ritmica che suona tanto parca quanto precisa, e dove spicca una sofferta interpretazione vocale della nostra. Dirty Sunday è un riuscito e rallentato shuffle, ottimamente suonato e interpretato dalla canadese, che dimostra in questo frangente nuove velleità da blueswoman, in parte celate nel disco precedente. La sezione ritmica assurge a protagonista nel notturno reprise di I Want a Little Sugar in My Bowl, dal songbook di Nina Simone, con la suadente vocalità di Miss Quincy ben contrappuntata dagli interventi di una tromba che pare arrivare da un fumoso jazz club newyorkese. La sostenuta Dangerous dal canto suo, riprende i dettami del boom-chicka-boom di cashiana memoria, aggiungendovi l'ulteriore apporto melodico di un violino. In Til the Money Comes In e Dawson City line a fare capolino è invece l'anima rootsy dell'artista: la prima è una lirica ballata virata verso lidi country, mentre nella seconda la presenza di un banjo ammanta il tutto di tradizione folk. Echi blues sono ancora una volta presenti in Silent movie, complice anche un percussivo barrelhouse piano, così come nella divagazione sonora per chitarra slide di Hurricane, tra cambi di tempo, stacchi e ripartenze. Nella toccante liricità di Carmen, piccolo gioiello di stampo folkie, a colpire è la straordinaria somiglianza tra la vocalità della cantante canadese con quella di Ani DiFranco, tanto che in un blind test si rischierebbe seriamente di scambiare il brano in questione per uno appartenente al repertorio della cantautrice di Buffalo. Un album tanto variegato quanto affascinante, che conferma il talento e la versatilità di un'artista, Miss Quincy, in costante crescita.
Se l'esordio dello scorso anno, Your Mama Don't Like Me, era pervaso da arcaiche atmosfere acustiche in odore di roots music (aggiudicandosi tra l'altro un BC Indie Awards come miglior album di folk tradizionale), con questo Like the Devil Does, Miss Quincy intraprende un nuovo cammino all'interno della tradizione musicale americana, ampliando la propria cifra stilistica fino ad inglobare densi ed elettrici umori blues e melliflue reminescenze jazz. Esplorazione sonora che trova giovamento dall'apporto della sua nuova band, The Showdown, all female duo formato da Shari Rae al contrabbasso e da Holly Magnus alla batteria (entrambe anche alle backing vocals), al quale si aggiungono alcune incursioni strumentali esterne, sapientemente orchestrate dal produttore Tim Williams. Proprio a quest'ultimo va ascritto gran parte della buona riuscita dell'intero album, grazie a una produzione mai invasiva ma bensì mirante a privilegiare la genuinità musicale della cantautrice canadese. Il resto lo fa la penna della stessa Miss Quincy che, unita a una vocalità tanto espressiva quanto versatile e ad un'invidiabile abilità chitarristica, confeziona una manciata di composizioni di rara bellezza.
Esplicativa del nuovo percorso sonoro è la title track, posta in apertura, tra fangose rimembranze blues, l'avvolgente liquidità di un organo e il solido supporto ritmico di contrabbasso e batteria. Dalle parti del border si attesta invece la successiva Going Down, che riporta alla mente atmosfere sonore care ai Calexico, con la sezione ritmica che suona tanto parca quanto precisa, e dove spicca una sofferta interpretazione vocale della nostra. Dirty Sunday è un riuscito e rallentato shuffle, ottimamente suonato e interpretato dalla canadese, che dimostra in questo frangente nuove velleità da blueswoman, in parte celate nel disco precedente. La sezione ritmica assurge a protagonista nel notturno reprise di I Want a Little Sugar in My Bowl, dal songbook di Nina Simone, con la suadente vocalità di Miss Quincy ben contrappuntata dagli interventi di una tromba che pare arrivare da un fumoso jazz club newyorkese. La sostenuta Dangerous dal canto suo, riprende i dettami del boom-chicka-boom di cashiana memoria, aggiungendovi l'ulteriore apporto melodico di un violino. In Til the Money Comes In e Dawson City line a fare capolino è invece l'anima rootsy dell'artista: la prima è una lirica ballata virata verso lidi country, mentre nella seconda la presenza di un banjo ammanta il tutto di tradizione folk. Echi blues sono ancora una volta presenti in Silent movie, complice anche un percussivo barrelhouse piano, così come nella divagazione sonora per chitarra slide di Hurricane, tra cambi di tempo, stacchi e ripartenze. Nella toccante liricità di Carmen, piccolo gioiello di stampo folkie, a colpire è la straordinaria somiglianza tra la vocalità della cantante canadese con quella di Ani DiFranco, tanto che in un blind test si rischierebbe seriamente di scambiare il brano in questione per uno appartenente al repertorio della cantautrice di Buffalo. Un album tanto variegato quanto affascinante, che conferma il talento e la versatilità di un'artista, Miss Quincy, in costante crescita.
mercoledì 11 aprile 2012
Little Feat - Waiting for Columbus
(Pubblicato su Rootshighway)
I Settanta sono stati anni gloriosi per il rock a stelle e strisce in tutte le sue varie sfaccettature, con una fervente attività in studio e non, con la relativa pubblicazione di album dal vivo entrati di diritto nella storia, per importanza storica e musicale. Waiting for Columbus, uscito nel 1978, oltre a far parte di questi ultimi, ha anche il pregio di fotografare un gruppo, i Little Feat, in uno dei momenti di loro massimo splendore. La band capitanata dal corpulento asso della chitarra slide, Lowell George, sembra nata per calcare le assi di un palcoscenico, dove la loro intrigante formula sonora a base di blues, folk, elementi soul e un'impronta ritmica tipicamente neworleansiana, è libera di emergere in tutta la sua magnificenza. Attorniato da strumentisti dalle eccelse doti tecniche (Paul Barrere e Bill Payne su tutti) George ci guida in un orgiastico calderone sonoro che a partire dalla sarabanda ritmica in puro stile New Orleans di Fath Man in the Bathtub, passando per il r'n'b in salsa southern di Oh Atlanta si conclude con il tripudio finale di una Feats Don't Fail Me Now mai così intensa e trascinante. A questi si aggiungono dilatate versioni di classici come Dixie Chicken e Sailin Shoes, la suadente Spanish Moon e l'immortale Willin, a completare un'incandescente magma sonoro capace di inglobare al suo interno sia le assolate sonorità di stampo californiano che gli oscuri ritmi voodoo della Louisiana.
I Settanta sono stati anni gloriosi per il rock a stelle e strisce in tutte le sue varie sfaccettature, con una fervente attività in studio e non, con la relativa pubblicazione di album dal vivo entrati di diritto nella storia, per importanza storica e musicale. Waiting for Columbus, uscito nel 1978, oltre a far parte di questi ultimi, ha anche il pregio di fotografare un gruppo, i Little Feat, in uno dei momenti di loro massimo splendore. La band capitanata dal corpulento asso della chitarra slide, Lowell George, sembra nata per calcare le assi di un palcoscenico, dove la loro intrigante formula sonora a base di blues, folk, elementi soul e un'impronta ritmica tipicamente neworleansiana, è libera di emergere in tutta la sua magnificenza. Attorniato da strumentisti dalle eccelse doti tecniche (Paul Barrere e Bill Payne su tutti) George ci guida in un orgiastico calderone sonoro che a partire dalla sarabanda ritmica in puro stile New Orleans di Fath Man in the Bathtub, passando per il r'n'b in salsa southern di Oh Atlanta si conclude con il tripudio finale di una Feats Don't Fail Me Now mai così intensa e trascinante. A questi si aggiungono dilatate versioni di classici come Dixie Chicken e Sailin Shoes, la suadente Spanish Moon e l'immortale Willin, a completare un'incandescente magma sonoro capace di inglobare al suo interno sia le assolate sonorità di stampo californiano che gli oscuri ritmi voodoo della Louisiana.
martedì 10 aprile 2012
Grateful Dead - American beauty
(Pubblicato su Rootshighway)
Se è dal vivo che i Grateful Dead hanno scritto pagine a dir poco memorabili, non sempre tanta grazia e vitalità musicale è riuscita a trovare una sua naturale prosecuzione entro le limitanti pareti di uno studio di registrazione. La discografia deadiana vede infatti alternarsi ad album ispirati e di pregevole fattura, altri di peso specifico minore. American Beauty, uscito nel 1970, a pochi mesi dal gemello Workingman's dead, oltre ad essere insieme a quest'ultimo frutto della svolta country folk di Jerry Garcia e soci, appartiene di diritto al novero delle loro opere più belle. Il Morto riconoscente, abbandonate infatti le proprie siderali esplorazioni musicali, poggia i piedi nelle polverose strade dell'America rurale e arcaica. Tra atmosfere elettroacustiche e rimandi alla tradizione musicale americana, Garcia, in coppia con il paroliere di fiducia Robert Hunter, appronta una manciata di brani dal fascino senza tempo. Se Ripple è pura tradizione (complice anche il mandolino di David Grisman), composizioni del calibro di Friend of the Devil, Sugar Magnolia e Truckin, sono ulteriori testimonianze della caratura artistica di un disco capace di conservare ancor oggi intatta tutta la propria folgorante bellezza.
Se è dal vivo che i Grateful Dead hanno scritto pagine a dir poco memorabili, non sempre tanta grazia e vitalità musicale è riuscita a trovare una sua naturale prosecuzione entro le limitanti pareti di uno studio di registrazione. La discografia deadiana vede infatti alternarsi ad album ispirati e di pregevole fattura, altri di peso specifico minore. American Beauty, uscito nel 1970, a pochi mesi dal gemello Workingman's dead, oltre ad essere insieme a quest'ultimo frutto della svolta country folk di Jerry Garcia e soci, appartiene di diritto al novero delle loro opere più belle. Il Morto riconoscente, abbandonate infatti le proprie siderali esplorazioni musicali, poggia i piedi nelle polverose strade dell'America rurale e arcaica. Tra atmosfere elettroacustiche e rimandi alla tradizione musicale americana, Garcia, in coppia con il paroliere di fiducia Robert Hunter, appronta una manciata di brani dal fascino senza tempo. Se Ripple è pura tradizione (complice anche il mandolino di David Grisman), composizioni del calibro di Friend of the Devil, Sugar Magnolia e Truckin, sono ulteriori testimonianze della caratura artistica di un disco capace di conservare ancor oggi intatta tutta la propria folgorante bellezza.
sabato 7 aprile 2012
Esclà - Salta il tappo
(Pubblicato su Extra! Music Magazine)
Miscelate sapientemente rock, canzone d’autore e folk con l’effervescenza e la solarità di ska e reggae. Ora versate il tutto in una bottiglia e lasciate riposare. Quando la sete di buona musica vi attanaglierà non dovrete far altro che stappare la bottiglia medesima, dissetandovi così con una frizzante bevanda musicale, simile al miglior Lambrusco. Proprio al gusto dolce e frizzante del vino emiliano può essere associata la musica dei bolognesi Esclà, giunti con questo Salta Il Tappo, interamente autoprodotto, al loro secondo lavoro. Una miscela sonora, quella approntata dalla band, fresca e coinvolgente che trova nel rock le proprie fondamenta, pur diramandosi verso territori cari al reggae e allo ska, fino a lambire i confini del folk e della musica d’autore. Una poliedricità sonica che ritroviamo alla base di brani come Alfredo, posta in apertura, in bilico tra ska e rock, o nella title track, dal trascinante ritmo in levare. Più swingata ed avvolgente è Romantico Smog, mentre la successiva Spazzanoia, è un riuscito rock’n’roll di matrice americana. Il funk venato di pop di Capo Io ci costringe invece a battere il piede, così come l’acquerello dalle sfumature reggae di Il Sole A Scacchi. La cifra stilistica dei nostri si amplia ulteriormente con Io Le Odio Le Band Emergenti, divertente declamazione in chiave rap, per sfociare poi nelle derive elettriche di Anche Se. Le atmosfere cantautorali trovano terreno fertile nell’acustica Voglio Prendere In Giro, raggiungendo il culmine poetico nella deandreiana Il Concetto Di Per Sempre, ghost track d’indubbio fascino. Voglio Prendere In Giro, dal canto suo, pare arrivare dal repertorio della Bandabardò più intimista e riflessiva, con la voce di Claudio Busi che ricorda da vicino quella di Erriquez. Splendida per suoni e scrittura è La Danza Della Mancanza, folk ballad nuovamente in odore di Bandabardò e autentica gemma del disco. Elemento fondamentale nell’economia sonora dei nostri rimane tuttavia l’espressiva e calda voce di Claudio Esclà Busi, protagonista di una perfomance di rara intensità, ulteriormente impreziosita da un sapiente utilizzo delle seconde voci. Ad essa vanno a sommarsi la perizia tecnica dei restanti membri del gruppo, oltre a una ricerca testuale che sfocia in liriche ricche d’ironia e mai banali, nelle quali trovano spazi i tanti piccoli problemi della quotidianità. Gli Esclà sono l’ennesimo esempio di come si possa produrre ottima musica partendo dal basso, con tanta buona volontà, ottime capacità esecutive e un songwriting di primo livello.
Miscelate sapientemente rock, canzone d’autore e folk con l’effervescenza e la solarità di ska e reggae. Ora versate il tutto in una bottiglia e lasciate riposare. Quando la sete di buona musica vi attanaglierà non dovrete far altro che stappare la bottiglia medesima, dissetandovi così con una frizzante bevanda musicale, simile al miglior Lambrusco. Proprio al gusto dolce e frizzante del vino emiliano può essere associata la musica dei bolognesi Esclà, giunti con questo Salta Il Tappo, interamente autoprodotto, al loro secondo lavoro. Una miscela sonora, quella approntata dalla band, fresca e coinvolgente che trova nel rock le proprie fondamenta, pur diramandosi verso territori cari al reggae e allo ska, fino a lambire i confini del folk e della musica d’autore. Una poliedricità sonica che ritroviamo alla base di brani come Alfredo, posta in apertura, in bilico tra ska e rock, o nella title track, dal trascinante ritmo in levare. Più swingata ed avvolgente è Romantico Smog, mentre la successiva Spazzanoia, è un riuscito rock’n’roll di matrice americana. Il funk venato di pop di Capo Io ci costringe invece a battere il piede, così come l’acquerello dalle sfumature reggae di Il Sole A Scacchi. La cifra stilistica dei nostri si amplia ulteriormente con Io Le Odio Le Band Emergenti, divertente declamazione in chiave rap, per sfociare poi nelle derive elettriche di Anche Se. Le atmosfere cantautorali trovano terreno fertile nell’acustica Voglio Prendere In Giro, raggiungendo il culmine poetico nella deandreiana Il Concetto Di Per Sempre, ghost track d’indubbio fascino. Voglio Prendere In Giro, dal canto suo, pare arrivare dal repertorio della Bandabardò più intimista e riflessiva, con la voce di Claudio Busi che ricorda da vicino quella di Erriquez. Splendida per suoni e scrittura è La Danza Della Mancanza, folk ballad nuovamente in odore di Bandabardò e autentica gemma del disco. Elemento fondamentale nell’economia sonora dei nostri rimane tuttavia l’espressiva e calda voce di Claudio Esclà Busi, protagonista di una perfomance di rara intensità, ulteriormente impreziosita da un sapiente utilizzo delle seconde voci. Ad essa vanno a sommarsi la perizia tecnica dei restanti membri del gruppo, oltre a una ricerca testuale che sfocia in liriche ricche d’ironia e mai banali, nelle quali trovano spazi i tanti piccoli problemi della quotidianità. Gli Esclà sono l’ennesimo esempio di come si possa produrre ottima musica partendo dal basso, con tanta buona volontà, ottime capacità esecutive e un songwriting di primo livello.mercoledì 4 aprile 2012
Mapuche - L'uomo nudo
(Pubblicato su Extra! Music Magazine)
Se l’EP Anima Latrina, composto per lo più di ballate lo-fi per sola chitarra e voce, aveva nella propria scarna musicalità la sua ragion d’essere, con il suo primo vero full lenght Mapuche, al secolo Enrico Lanza, vira verso nuovi multiformi e variegati territori sonori. Esemplificativo fin dal titolo, L’Uomo Nudo è un profondo ed introspettivo viaggio all’interno dell’anima dello stesso Lanza, con la sola musica come compagna fedele e affidabile guida. Undici canzoni sospese tra rabbia ed ironia attraverso le quali operare una disamina del proprio sé, allargando al contempo il campo d’analisi fino ad inglobare l’intera società e il mondo circostante. Prodotto e registrato presso il Vertigo Studio, tra il profumo dei limoni nella sperduta campagna siracusana, l’album vede la partecipazione sia in fase produttiva che esecutiva di Lorenzo Urciullo (aka Colapesce) e di Toti Valente, ai quali si affiancano alcuni ospiti di rilievo, Carlo Barbagallo e Cesare Basile su tutti. Quello che tuttavia colpisce fin dal primo ascolto, è la ruvida espressività vocale di Lanza, in grado di ricordare in più di un frangente sia Bugo che un giovane Rino Gaetano. Proprio a quest’ultimo sembra rifarsi lo scalcinato folk tinto di blues Il Dromedario, tanto da poter essere scambiato per una outtake dello stesso cantautore calabrese. Sulla medesima scia si sviluppa la title track, screziata nel suo lento incedere da ariose reminescenze pop. La Parte Peggiore fa propri gli insegnamenti della scuola cantautorale bolognese, riuscendo nel non facile compito di abbinare echi sonori di stampo gucciniano ad acide derive soniche. Fogna brilla invece per parsimonia musicale, nonché per la sofferta interpretazione vocale di Lanza, riportandoci in parte verso le atmosfere dimesse del precedente EP. In Quando Ero Morto convivono rimandi gaetaniani e aperture melodiche di stampo country folk, complice anche la chitarra slide di Carlo Barbagallo. La sommessa Malvolentieri inizia con un canto lamentoso, per poi concludersi tra le suadenti note del sax di Marco Filetti. Puro folk è L’Atto Situazionista, tra chitarra acustica, flauto e ukulele (quest’ultimo tra le mani di Cesare Basile), nonché l’apice musico-testuale dell’intero album, ulteriore prova di una raggiunta maturità in ambito compositivo da parte del cantautore siciliano. Chiusura affidata all’introspezione della soffusa Al Mio Funerale, piccolo acquerello acustico attorniato da parchi interventi strumentali e da un immaginifico coro. Non lasciandosi imbrigliare nei rigidi e formali dettami del cantautorato italico, Enrico Lanza continua a portare avanti imperterrito la propria libera e ribelle creatura musicale, infischiandosene di tutto e di tutti. Ad ascoltare quanto di buono è contenuto in L’Uomo Nudo, non possiamo che dare ragione al cantautore siciliano, nella speranza che prosegua, anche in futuro, il suo cammino musicale nella medesima folle e affascinante direzione.
Se l’EP Anima Latrina, composto per lo più di ballate lo-fi per sola chitarra e voce, aveva nella propria scarna musicalità la sua ragion d’essere, con il suo primo vero full lenght Mapuche, al secolo Enrico Lanza, vira verso nuovi multiformi e variegati territori sonori. Esemplificativo fin dal titolo, L’Uomo Nudo è un profondo ed introspettivo viaggio all’interno dell’anima dello stesso Lanza, con la sola musica come compagna fedele e affidabile guida. Undici canzoni sospese tra rabbia ed ironia attraverso le quali operare una disamina del proprio sé, allargando al contempo il campo d’analisi fino ad inglobare l’intera società e il mondo circostante. Prodotto e registrato presso il Vertigo Studio, tra il profumo dei limoni nella sperduta campagna siracusana, l’album vede la partecipazione sia in fase produttiva che esecutiva di Lorenzo Urciullo (aka Colapesce) e di Toti Valente, ai quali si affiancano alcuni ospiti di rilievo, Carlo Barbagallo e Cesare Basile su tutti. Quello che tuttavia colpisce fin dal primo ascolto, è la ruvida espressività vocale di Lanza, in grado di ricordare in più di un frangente sia Bugo che un giovane Rino Gaetano. Proprio a quest’ultimo sembra rifarsi lo scalcinato folk tinto di blues Il Dromedario, tanto da poter essere scambiato per una outtake dello stesso cantautore calabrese. Sulla medesima scia si sviluppa la title track, screziata nel suo lento incedere da ariose reminescenze pop. La Parte Peggiore fa propri gli insegnamenti della scuola cantautorale bolognese, riuscendo nel non facile compito di abbinare echi sonori di stampo gucciniano ad acide derive soniche. Fogna brilla invece per parsimonia musicale, nonché per la sofferta interpretazione vocale di Lanza, riportandoci in parte verso le atmosfere dimesse del precedente EP. In Quando Ero Morto convivono rimandi gaetaniani e aperture melodiche di stampo country folk, complice anche la chitarra slide di Carlo Barbagallo. La sommessa Malvolentieri inizia con un canto lamentoso, per poi concludersi tra le suadenti note del sax di Marco Filetti. Puro folk è L’Atto Situazionista, tra chitarra acustica, flauto e ukulele (quest’ultimo tra le mani di Cesare Basile), nonché l’apice musico-testuale dell’intero album, ulteriore prova di una raggiunta maturità in ambito compositivo da parte del cantautore siciliano. Chiusura affidata all’introspezione della soffusa Al Mio Funerale, piccolo acquerello acustico attorniato da parchi interventi strumentali e da un immaginifico coro. Non lasciandosi imbrigliare nei rigidi e formali dettami del cantautorato italico, Enrico Lanza continua a portare avanti imperterrito la propria libera e ribelle creatura musicale, infischiandosene di tutto e di tutti. Ad ascoltare quanto di buono è contenuto in L’Uomo Nudo, non possiamo che dare ragione al cantautore siciliano, nella speranza che prosegua, anche in futuro, il suo cammino musicale nella medesima folle e affascinante direzione.
venerdì 30 marzo 2012
Brock Zeman - Me then you
(Pubblicato su Rootshighway)
Con nove album all'attivo, Me then You compreso, ed un'intensa attività live, che l'ha visto dividere il palco, tra gli altri, con Fred Eaglesmith, Rodeo Kings, Prairie Oyster e Steve Earle, del canadese Brock Zeman si può dire tutto meno che sia un novellino. Se a ciò aggiungiamo la recente creazione di una propria etichetta discografica, la Mud Records, abbiamo l'ulteriore conferma di trovarci di fronte a un'artista tanto completo quanto maturo. Maturità che si avverte in particolar modo sul versante compositivo, a dimostrazione della bontà e della prolificità della penna del nostro. Dieci i brani che compongono la raccolta, capaci di travalicare confini fisici e musicali, tanto da sembrare incisi in qualche sperduto studio texano, mentre in realtà trattasi del frutto di alcune sessioni di registrazione tenutesi nel natio Canada. Ed è proprio al Lone Star State che la mente e l'anima di Zeman sono rivolte, scavando in quel fertile terreno sonoro che in passato ha visto la nascita di alcuni tra i migliori songwriters statunitensi. Un "legame" ulteriormente rafforzato da una voce, roca e profonda al contempo, che in più di un frangente ricorda quella di un altro texano d'adozione, quel Steve Earle incontrato più volte on stage. Voce intorno alla quale il nostro ha saputo modellare le proprie composizioni, in bilico tra sommesse atmosfere d'estrazione Americana e robuste sferzate elettriche in odore di roots rock. Un ventaglio sonoro ad ampio raggio quindi, capace di passare dalla muscolare Push Them Stones, nella quale brilla lo sferragliare della sei corde elettrica di Blair Hogan, fino ad arrivare alla rarefatta Triple Crown, impreziosita dai liquidi interventi dell'organo. I rimandi al poc'anzi citato Steve Earle si fanno ulteriormente marcati in Until it Bleeds, nella quale Zeman sembra fare propri gli stilemi sonori dell'illustre collega. Influenza earliana che traccia una sorta di binario musicale sul quale viaggiano brani come la vigorosa ed elettrica Someone for You, a cui fa da contraltare l'ariosità acustica della soffusa Light in the Attic, screziata dalla pedal steel e dal piano. Esula, almeno in parte, dal mood sonoro del disco, la bluesata e waitsiana Claws, con ancora l'elettrica di Hogan protagonista, prima che la cadenzata Season of Sleep ci riporti nuovamente in melodici territori roots rock. Splendida è la struggente ballata End of the World che, insieme alla tenue Rain on the Roof #1, hanno il pregio di stemperare ulteriormente i toni dell'album in favore di una dimensione più raccolta, come peraltro ribadito dalla conclusiva Rain on the Roof #2, nella quale fa la sua comparsa anche una sezione di archi, il cui operato è reso persino più avvolgente dallo scroscio della pioggia che si avverte in sottofondo. Una manciata di ottime canzoni unite a una produzione sonora all'altezza della situazione, fanno di Me then You il capitolo più riuscito della carriera del songwriter canadese. Se Brock Zeman non abbandonerà la via che ha deciso di percorrere, in futuro sono sicuro che saprà riservarci altre gradite sorprese.
Con nove album all'attivo, Me then You compreso, ed un'intensa attività live, che l'ha visto dividere il palco, tra gli altri, con Fred Eaglesmith, Rodeo Kings, Prairie Oyster e Steve Earle, del canadese Brock Zeman si può dire tutto meno che sia un novellino. Se a ciò aggiungiamo la recente creazione di una propria etichetta discografica, la Mud Records, abbiamo l'ulteriore conferma di trovarci di fronte a un'artista tanto completo quanto maturo. Maturità che si avverte in particolar modo sul versante compositivo, a dimostrazione della bontà e della prolificità della penna del nostro. Dieci i brani che compongono la raccolta, capaci di travalicare confini fisici e musicali, tanto da sembrare incisi in qualche sperduto studio texano, mentre in realtà trattasi del frutto di alcune sessioni di registrazione tenutesi nel natio Canada. Ed è proprio al Lone Star State che la mente e l'anima di Zeman sono rivolte, scavando in quel fertile terreno sonoro che in passato ha visto la nascita di alcuni tra i migliori songwriters statunitensi. Un "legame" ulteriormente rafforzato da una voce, roca e profonda al contempo, che in più di un frangente ricorda quella di un altro texano d'adozione, quel Steve Earle incontrato più volte on stage. Voce intorno alla quale il nostro ha saputo modellare le proprie composizioni, in bilico tra sommesse atmosfere d'estrazione Americana e robuste sferzate elettriche in odore di roots rock. Un ventaglio sonoro ad ampio raggio quindi, capace di passare dalla muscolare Push Them Stones, nella quale brilla lo sferragliare della sei corde elettrica di Blair Hogan, fino ad arrivare alla rarefatta Triple Crown, impreziosita dai liquidi interventi dell'organo. I rimandi al poc'anzi citato Steve Earle si fanno ulteriormente marcati in Until it Bleeds, nella quale Zeman sembra fare propri gli stilemi sonori dell'illustre collega. Influenza earliana che traccia una sorta di binario musicale sul quale viaggiano brani come la vigorosa ed elettrica Someone for You, a cui fa da contraltare l'ariosità acustica della soffusa Light in the Attic, screziata dalla pedal steel e dal piano. Esula, almeno in parte, dal mood sonoro del disco, la bluesata e waitsiana Claws, con ancora l'elettrica di Hogan protagonista, prima che la cadenzata Season of Sleep ci riporti nuovamente in melodici territori roots rock. Splendida è la struggente ballata End of the World che, insieme alla tenue Rain on the Roof #1, hanno il pregio di stemperare ulteriormente i toni dell'album in favore di una dimensione più raccolta, come peraltro ribadito dalla conclusiva Rain on the Roof #2, nella quale fa la sua comparsa anche una sezione di archi, il cui operato è reso persino più avvolgente dallo scroscio della pioggia che si avverte in sottofondo. Una manciata di ottime canzoni unite a una produzione sonora all'altezza della situazione, fanno di Me then You il capitolo più riuscito della carriera del songwriter canadese. Se Brock Zeman non abbandonerà la via che ha deciso di percorrere, in futuro sono sicuro che saprà riservarci altre gradite sorprese.
mercoledì 21 marzo 2012
Lambchop - Mr M
(Pubblicato su Extra! Music Magazine)
Se c’è un gruppo che ha saputo rimanere fedele a se stesso, senza tuttavia prevaricarsi ardite sperimentazioni sonore, mantenendo al contempo la propria opera su livelli qualitativi molto alti, quelli sono proprio i Lambchop. Un’avventura, quella del gruppo capitanato dal folle e geniale Kurt Wagner, tuttavia “congelata” da ben quattro anni, dall’uscita dell’ottimo Ohio, targato appunto 2008. Il tempo si sa porta consiglio e oggi è con gioia mista a curiosità che salutiamo il loro ritorno con questo Mr M. Una curiosità, a dire il vero, fattasi spasmodica, specie dopo le dichiarazioni rilasciate dallo stesso Wagner circa il contenuto dell’album in questione. L’idea iniziale del nostro era infatti quella di trasportare, attraverso un immaginario viaggio sonoro-temporale, la musica dei suoi Lambchop negli anni ’40, esplorando l’ammaliante universo musicale dei crooners, il cui massimo esponente fu niente meno che “the voice”, Frank Sinatra. Ed è proprio dall’opera di quest’ultimo che Wagner prende spunto nel porre le basi di questa sua ultima fatica compositiva, approntando per l’occasione undici brani di rara raffinatezza melodica, riuscendo nel non facile intento di amalgamare l’indolenza alternative country e le atmosfere electro folk, da sempre tratto distintivo della musica lambchopiana, con splendidi arrangiamenti richiamanti quelli delle prime orchestre swing.Come sempre è la voce profonda e baritonale di Wagner ad assurgere ad immaginaria e carontesca traghettatrice, accompagnandoci lungo questo stupefacente percorso musicale. Intorno ad essa si muove con disinvoltura una band pressoché impeccabile, con sugli scudi il lirico e sofisticato pianismo di Tony Crow e gli aerei arpeggi delle chitarre di William Tyler e Ryan Norris, ben sostenute dalla batteria sapientemente spazzolata da Scott Martin e dalla precisione metronomica del contrabbasso di Matt Swanson. Ad essi si aggiunge una vera e propria orchestra di dieci elementi, il cui apporto è fondamentale per arricchire ulteriormente il già variegato impianto strumentale, infondendo alle composizioni un elegante ariosità di stampo cameristico. Traggono giovamento da questo inedito trattamento brani come la maestosa Gone Tomorrow, che partendo da un delicato arpeggio acustico iniziale si apre a ipnotiche divagazioni strumentali, oppure la bacharachiana If Not I’ll Just Die, dove la trasformazione a crooner, da parte di Wagner, pare raggiungere il suo effettivo compimento. Anacronistica per soluzioni armoniche pare anche la pianistica Buttons, con ancora il puntuale e preciso contrappunto degli archi, mentre risultano più fedeli al classico suono Lambchop la placida Nice Without Mercy e la leggiadria folkie di Gar. La movimentata Betty’s Overture alza per un attimo i toni dell’album, prima di un nuovo ritorno verso sonorità più soffuse con la suadente 2B2, il fluttuante country folk di The Good Life (Is Wasted) e le derivazioni classiche di Never My Love, con Cortney Tidwell ospite alla voce. Commovente è infine la dedica del disco al compianto Vic Chesnutt, talento cristallino prematuramente scomparso nonché grande amico della band. Mr M, per intenti e risultato finale può essere annoverato tra le opere più ambiziose e riuscite della discografia lambchopiana, ulteriore testimonianza di come il trascorrere del tempo sembra giovare alla penna di Wagner e soci. D’altronde Kurt Wagner è come un vecchio amico, se ne può perdere le tracce per qualche tempo, ma ad ogni nuovo incontro riesce sempre ad incantarci con un pugno di intriganti quanto affascinanti storie.
Se c’è un gruppo che ha saputo rimanere fedele a se stesso, senza tuttavia prevaricarsi ardite sperimentazioni sonore, mantenendo al contempo la propria opera su livelli qualitativi molto alti, quelli sono proprio i Lambchop. Un’avventura, quella del gruppo capitanato dal folle e geniale Kurt Wagner, tuttavia “congelata” da ben quattro anni, dall’uscita dell’ottimo Ohio, targato appunto 2008. Il tempo si sa porta consiglio e oggi è con gioia mista a curiosità che salutiamo il loro ritorno con questo Mr M. Una curiosità, a dire il vero, fattasi spasmodica, specie dopo le dichiarazioni rilasciate dallo stesso Wagner circa il contenuto dell’album in questione. L’idea iniziale del nostro era infatti quella di trasportare, attraverso un immaginario viaggio sonoro-temporale, la musica dei suoi Lambchop negli anni ’40, esplorando l’ammaliante universo musicale dei crooners, il cui massimo esponente fu niente meno che “the voice”, Frank Sinatra. Ed è proprio dall’opera di quest’ultimo che Wagner prende spunto nel porre le basi di questa sua ultima fatica compositiva, approntando per l’occasione undici brani di rara raffinatezza melodica, riuscendo nel non facile intento di amalgamare l’indolenza alternative country e le atmosfere electro folk, da sempre tratto distintivo della musica lambchopiana, con splendidi arrangiamenti richiamanti quelli delle prime orchestre swing.Come sempre è la voce profonda e baritonale di Wagner ad assurgere ad immaginaria e carontesca traghettatrice, accompagnandoci lungo questo stupefacente percorso musicale. Intorno ad essa si muove con disinvoltura una band pressoché impeccabile, con sugli scudi il lirico e sofisticato pianismo di Tony Crow e gli aerei arpeggi delle chitarre di William Tyler e Ryan Norris, ben sostenute dalla batteria sapientemente spazzolata da Scott Martin e dalla precisione metronomica del contrabbasso di Matt Swanson. Ad essi si aggiunge una vera e propria orchestra di dieci elementi, il cui apporto è fondamentale per arricchire ulteriormente il già variegato impianto strumentale, infondendo alle composizioni un elegante ariosità di stampo cameristico. Traggono giovamento da questo inedito trattamento brani come la maestosa Gone Tomorrow, che partendo da un delicato arpeggio acustico iniziale si apre a ipnotiche divagazioni strumentali, oppure la bacharachiana If Not I’ll Just Die, dove la trasformazione a crooner, da parte di Wagner, pare raggiungere il suo effettivo compimento. Anacronistica per soluzioni armoniche pare anche la pianistica Buttons, con ancora il puntuale e preciso contrappunto degli archi, mentre risultano più fedeli al classico suono Lambchop la placida Nice Without Mercy e la leggiadria folkie di Gar. La movimentata Betty’s Overture alza per un attimo i toni dell’album, prima di un nuovo ritorno verso sonorità più soffuse con la suadente 2B2, il fluttuante country folk di The Good Life (Is Wasted) e le derivazioni classiche di Never My Love, con Cortney Tidwell ospite alla voce. Commovente è infine la dedica del disco al compianto Vic Chesnutt, talento cristallino prematuramente scomparso nonché grande amico della band. Mr M, per intenti e risultato finale può essere annoverato tra le opere più ambiziose e riuscite della discografia lambchopiana, ulteriore testimonianza di come il trascorrere del tempo sembra giovare alla penna di Wagner e soci. D’altronde Kurt Wagner è come un vecchio amico, se ne può perdere le tracce per qualche tempo, ma ad ogni nuovo incontro riesce sempre ad incantarci con un pugno di intriganti quanto affascinanti storie.
giovedì 15 marzo 2012
Nearly Beloved - Where's Bob?
(Pubblicato su Rootshighway)
Terzo album per i Nearly Beloved di Matt Lax, dopo l'esordio, accreditato tuttavia al solo Lax, di Wanderer's Dream del 1998 e Hurricane tumbleweed del 2002. Un disco, Where's Bob?, che si rifà al suono rootsy, dai profondi umori country, dei lavori precedenti, senza però cadere nella leziosità o nell'eccessiva dose di "zucchero" tipica di certe sonorità, specie di matrice nashvilliana. Al solido e rodato quintetto si aggiungono inoltre alcuni ospiti di valore, ad arricchire ulteriormente il già variegato impianto strumentale approntato dai nostri per l'occasione. Undici i brani qui contenuti, tutti a firma Matt Lax, che si destreggia anche dietro al bancone di regia, ai quali si aggiunge un riuscito reprise della dylaniana Subterranean Homesick Blues. Spetta all'incalzante My Memory aprire la raccolta, riprendendo gli stilemi del "boom chicka boom" di cashiana memoria, tra stacchi e ripartenze, con la voce di Lax che si dimostra fin da subito particolarmente adatta a questo tipo di sonorità. Whiskey Whispers è una bella country ballad, guidata dalla pedal steel dell'ospite Dave Zirbel, già con Commander Cody, e dal piano dal retrogusto honky-tonk di Jon Dryden, in libera uscita dai Little Willies, con tutto il gruppo che suona a memoria, tra chitarre acustiche, contrabbasso e batteria spazzolata. Pare arrivare dai primi anni Sessanta Cool Fucking Sunset, grazie ai suoi riusciti intrecci vocali e, insieme alla successiva e cadenzata Tomorrow Won't be the Future, guarda alla lezione impartita dai mai dimenticati Flying Burrito Brothers. Brilla per liricità la struggente The Moon and Morning Star, piccolo acquerello acustico di stampo folkie, complici anche il banjo di Erik Pearson e la dobro di Zirbel. Money isn't Everything vira invece verso lidi bluegrass, grazie anche all'ottimo lavoro al mandolino dello stesso Lax, ben coadiuvato ancora dal banjo di Pearson e dall'armonica di Peter Lax. La title track dal canto suo combina egregiamente sonorità country con elementi gospel, mettendo in mostra l'ottimo lavoro svolto dal gruppo sulle armonie vocali. Degno di nota è sicuramente il trattamento riservato alla citata song dylaniana Subterranean homesick blues, qui riproposta sotto forma di un travolgente up tempo, con il buon Lax a sciorinare il testo in una sorta di forsennato talking country. C'è ancora spazio per citare il western swing a la Asleep at the Wheel di Nearly Beloved, la scanzonata My P-Role Officer e la conclusiva e tenue Little Woodblock. Certo, i Nearly Beloved non inventano nulla, ma hanno saputo far loro la lezione impartita da grandi gruppi e artisti del passato, riproponendola in quest'occasione con onestà e maestria, riuscendo al contempo a creare un sound capace di conquistare anche i palati più difficili. Non sarà un lavoro imprescindibile Where's Bob?, ma sono sicuro che farà la felicità degli amanti della country music, quella autentica e rootsy oriented, mentre a chi non è avvezzo a questo tipo di sonorità, consiglio di porgere comunque un orecchio, non ne rimarrete delusi.
Terzo album per i Nearly Beloved di Matt Lax, dopo l'esordio, accreditato tuttavia al solo Lax, di Wanderer's Dream del 1998 e Hurricane tumbleweed del 2002. Un disco, Where's Bob?, che si rifà al suono rootsy, dai profondi umori country, dei lavori precedenti, senza però cadere nella leziosità o nell'eccessiva dose di "zucchero" tipica di certe sonorità, specie di matrice nashvilliana. Al solido e rodato quintetto si aggiungono inoltre alcuni ospiti di valore, ad arricchire ulteriormente il già variegato impianto strumentale approntato dai nostri per l'occasione. Undici i brani qui contenuti, tutti a firma Matt Lax, che si destreggia anche dietro al bancone di regia, ai quali si aggiunge un riuscito reprise della dylaniana Subterranean Homesick Blues. Spetta all'incalzante My Memory aprire la raccolta, riprendendo gli stilemi del "boom chicka boom" di cashiana memoria, tra stacchi e ripartenze, con la voce di Lax che si dimostra fin da subito particolarmente adatta a questo tipo di sonorità. Whiskey Whispers è una bella country ballad, guidata dalla pedal steel dell'ospite Dave Zirbel, già con Commander Cody, e dal piano dal retrogusto honky-tonk di Jon Dryden, in libera uscita dai Little Willies, con tutto il gruppo che suona a memoria, tra chitarre acustiche, contrabbasso e batteria spazzolata. Pare arrivare dai primi anni Sessanta Cool Fucking Sunset, grazie ai suoi riusciti intrecci vocali e, insieme alla successiva e cadenzata Tomorrow Won't be the Future, guarda alla lezione impartita dai mai dimenticati Flying Burrito Brothers. Brilla per liricità la struggente The Moon and Morning Star, piccolo acquerello acustico di stampo folkie, complici anche il banjo di Erik Pearson e la dobro di Zirbel. Money isn't Everything vira invece verso lidi bluegrass, grazie anche all'ottimo lavoro al mandolino dello stesso Lax, ben coadiuvato ancora dal banjo di Pearson e dall'armonica di Peter Lax. La title track dal canto suo combina egregiamente sonorità country con elementi gospel, mettendo in mostra l'ottimo lavoro svolto dal gruppo sulle armonie vocali. Degno di nota è sicuramente il trattamento riservato alla citata song dylaniana Subterranean homesick blues, qui riproposta sotto forma di un travolgente up tempo, con il buon Lax a sciorinare il testo in una sorta di forsennato talking country. C'è ancora spazio per citare il western swing a la Asleep at the Wheel di Nearly Beloved, la scanzonata My P-Role Officer e la conclusiva e tenue Little Woodblock. Certo, i Nearly Beloved non inventano nulla, ma hanno saputo far loro la lezione impartita da grandi gruppi e artisti del passato, riproponendola in quest'occasione con onestà e maestria, riuscendo al contempo a creare un sound capace di conquistare anche i palati più difficili. Non sarà un lavoro imprescindibile Where's Bob?, ma sono sicuro che farà la felicità degli amanti della country music, quella autentica e rootsy oriented, mentre a chi non è avvezzo a questo tipo di sonorità, consiglio di porgere comunque un orecchio, non ne rimarrete delusi.lunedì 12 marzo 2012
Wilco live @ Alcatraz
(Pubblicato su Extra! Music Magazine)
Vi
sono emozioni così intense e profonde da non riuscire a manifestarsi
immediatamente, avendo bisogno di essere lasciate fermentare per poi esplodere
in seguito in tutta la loro interezza. Ed è pertanto solo a mente fresca che si
viene assaliti dall’esaltazione di quella che è stata e sarà una delle serate
musicali da ricordare in questo, seppur agli inizi, 2012. Scenario
dell’esibizione un Alcatraz stipato all’inverosimile, protagonista della
serata quella complessa ma stupenda creatura musicale chiamata Wilco. La
band di Chicago, nella prima delle sue due date italiane, è salita letteralmente
in cattedra mostrando, a una platea di attenti “allievi”, come deve suonare dal
vivo oggi una rock band. Definizione quest’ultima che tuttavia appare riduttiva
nello descrivere quanto visto e sentito sul palco nel corso della serata. Il
rock è stato infatti solo il punto di partenza, un ideale trampolino di lancio
verso un caleidoscopico viaggio all’interno delle numerose anime sonore delle
quali si compone la musica dei nostri. Sfaccettature che la band ha saputo
mettere in mostra nella loro totalità, approntando per l’occasione una scaletta
capace di pescare all’interno di una discografia diventata ormai più che
corposa. Un concerto totale, che ha catapultato il pubblico in un continuo e
frenetico cambio di atmosfere e generi musicali, tra chitarre elettriche ed
acustiche, sintetizzatori, tastiere e percussioni. Tuttavia è doveroso
menzionare anche Scarlett O’Hanna; una sorta di Regina Spektor meno
freak, quando siede al piano e una Laura Veirs dalle forti tinte indie
rock quando imbraccia la chitarra elettrica, che con un breve quanto intenso
set ha aperto la serata, guadagnandosi gli applausi dei presenti.
La vera attrazione sono e rimangono comunque i Wilco. Accolti da
un autentico boato al loro ingresso sul palco, i nostri non deludono le attese
dei propri fan, ripescando alcune piccole chicche, per quella che alla fine si
rivelerà una delle migliori scalette degli ultimi anni. Ventisei brani per più
di due ore di concerto, senza cali né le ben che minime sbavature, ad ulteriore
testimonianza di come la “macchina live” wilconiana viaggi ormai a pieno
regime. Merito senza dubbio di un manipolo di musicisti superlativi ed in
perfetta sincronia tra loro, guidati con maestria da un’insolitamente affabile e
loquace Jeff Tweedy. Glenn Kotche pare una piovra dietro ai
tamburi, costantemente impegnato in un drumming tanto vario quanto
preciso, che si incastra alla perfezione con il basso di John Stirratt,
autentico motore pulsante della band. Nels Cline è al solito invasato, e
sembra ingaggiare una lotta all’ultimo accordo con il proprio strumento,
martoriato per tutta la durata del concerto. Mikael Jorgensen si
destreggia da par suo tra tastiere e sintetizzatori, ben coadiuvato da Pat
Sansone, autentico folletto anche alla sei corde. Dopo un inizio tra
l’onirico e il sognante con una sempre meravigliosa Hell Is Chrome,
veniamo proiettati nella dimensione “modernista” della band di Chicago, con una
Art Of Almost in bilico tra squarci elettronici e tessiture quasi
ambient, con Nels Cline e Mikael Jorgensen impegnati a condurre i propri
compagni verso sperimentali derive sonore. Ad avere ovviamente maggior
risalto nell’economia del concerto sono i brani tratti dal recente The Whole
Love, come nel caso dell’ariosità pop di I Might, Dawned On Me o
della bizzarra Capitol City, per arrivare alla purezza folkie di
Open Mind. Non sono mancate tuttavia piccole e grandi sorprese come una
superlativa Misunderstood (da Being There) con tutto il pubblico a
urlare quel ‘nothing’ reiterato all’infinito, diventato ormai celeberrimo,
oppure una Box Full Of Letters che riappare tra le nebbie di un passato
alternative country, forse non così lontano dopo tutto. Parte del leone
la recita anche A Ghost Is Born, dal quale vengono riproposte, tra le
altre, At Least That’s What You Said dal delirante finale, un’inedita
quanto pregevole versione acustica di Spiders (Kidsmoke) e quel piccolo
gioiello di Hummingbird. Posta a metà set Impossibile
Germany, risplende in tutta la sua maestosità, impreziosita dall’intervento
solista, da manuale, della chitarra elettrica di Nels Cline, capace di strappare
un’autentica ovazione. e il finale è affidato alla vorticosa A Shot
In The Arm, nei bis ad incantare sono le canzoni tratte da Yankee Hotel
Foxtrot, su tutte una rabbiosa I’m The Man Who Loves You, una sempre
coinvolgente Heavy Metal Drummer, per arrivare poi ad una corale
Jesus, Etc. da brividi. Concerto che si chiude in crescendo con la carica
rock’n’roll del medley Red-Eyed And Blue / I Got You (At The End Of The
Century) e Outtasite (Outta Mind), sempre da Being There, fino
all’apoteosi con la scalcinata ed irresistibile Hoodoo Voodoo, in omaggio
al grande Woody Guthrie, con tanto di divertente siparietto danzereccio del
tecnico delle chitarre, tra l’ilarità generale. I sei abbandonano infine la
scena tra applausi scroscianti. Sei talenti fuori dal comune, fusi
indissolubilmente tra loro in quello che è un magma sonoro capace sia di
annichilire con la propria lacerante furia elettrica, impregnata di
feedback, sia al contempo di incantare grazie a cristalline e fluttuanti
melodie. Questo sono oggi i Wilco, ed attualmente non esiste altra band
capace di eguagliarne la perfezione sonora. Concerto dell’anno?! La risposta del
sottoscritto è…SI'!!!
SET LIST
Hell Is Chrome
Art Of Almost
I Might
Misunderstood
Bull Black Nova
At Least That's What You Said
Spiders (Kidsmoke) (semi-acoustic version)
Impossible Germany
Born Alone
Laminated Cat (Loose Fur cover)
Open Mind
Hummingbird
Handshake Drugs
Box Full Of Letters
Capitol City
War On War
Dawned on Me
A Shot in the Arm
Encore:
Whole Love
I'm the Man Who Loves You
Jesus, Etc.
Theologians
Heavy Metal Drummer
Red-Eyed And Blue / I Got You (At The End Of The Century)
Outtasite (Outta Mind)
Hoodoo Voodoo
SET LIST
Hell Is Chrome
Art Of Almost
I Might
Misunderstood
Bull Black Nova
At Least That's What You Said
Spiders (Kidsmoke) (semi-acoustic version)
Impossible Germany
Born Alone
Laminated Cat (Loose Fur cover)
Open Mind
Hummingbird
Handshake Drugs
Box Full Of Letters
Capitol City
War On War
Dawned on Me
A Shot in the Arm
Encore:
Whole Love
I'm the Man Who Loves You
Jesus, Etc.
Theologians
Heavy Metal Drummer
Red-Eyed And Blue / I Got You (At The End Of The Century)
Outtasite (Outta Mind)
Hoodoo Voodoo
domenica 11 marzo 2012
Cisco - Fuori i secondi
(Pubblicato su Extra! Music Magazine)
Ne ha percorsa di strada Stefano “Cisco” Bellotti, da quel lontano 2005, quando con enorme stupore e sconforto di molti, abbandonò i Modena City Ramblers. Una decisione sofferta quanto ponderata, punto di partenza per quella che si sarebbe rivelata una, fino ad ora, proficua carriera solista. Dopo un esordio di rara bellezza come La Lunga Notte e gli esperimenti sonori de Il Mulo, ora il nostro da alle stampe Fuori i Secondi, destinato a diventare la sua opera più matura e completa.
Questo grazie ad una maggiore consapevolezza dei propri mezzi e ad una penna forse mai ispirata come in quest’occasione. Fondamentale anche l’aiuto di alcuni amici di vecchia data, tra i quali spicca Francesco Magnelli, sapiente mano dietro gli arrangiamenti e la produzione, oltre all’apporto di quella che viene definita, dallo stesso Cisco, un’orchestra “futurista”, capace di districarsi con gli stilemi sonori più differenti. Elemento fondamentale nella musica del nostro rimane in ogni caso il folk come ben si evince dalla traccia di apertura La Dolce Vita, dura disamina della triste situazione politico-sociale in cui versa l’italico stivale, tra riferimenti al Fellini neorealista e citazioni da La Vita Agra di Luciano Bianciardi. Vengono tuttavia esplorati nuovi orizzonti musicali, come in Golfo Mistico, che pare rubare le atmosfere desertiche in salsa mariachi tanto care ai Calexico, o come negli echi quasi floydiani di Gagarin, sorta di trasposizione in musica del diario di bordo del cosmonauta russo, primo uomo a vedere la terra dallo spazio. E proprio con quest’ultima si apre una galleria sonora nella quale fanno la loro comparsa personaggi ritenuti dai più dei perdenti, eterni secondi, la cui opera è stata però rivalutata con il trascorrere del tempo. Si passa così dall’omaggio al mai dimenticato Augusto Daolio con la struggente Augusto, al ricordo di Antonio Ligabue, nella quasi omonima Ligabue, pittore dallo straordinario talento ma deriso in vita per la sua pazzia, fino ad arrivare al galoppante swing di Dorando, che narra le gesta di Dorando Pietri, atleta emiliano che nel 1908 riuscì “quasi” a vincere la medaglia d’oro alle Olimpiadi di Londra. Il lato cantautorale del nostro emerge invece in brani come la tenue e sognante Lunatico o nella purezza sonora di Una Terra Di Latte e Miele, scritta per il tour con Rubbiani e Cottica, e riarrangiata per l’occasione. Quasi gaberiana, per caratura testuale, è Credo che, insieme alla speranzosa I Tempi Siamo Noi, ci mostra come Cisco non abbia smesso di credere nella possibilità di un mondo migliore. Nell’autobiografica e divertente Il Gigante pare invece di sentire una scalcinata jazz band intenta a rileggere un vetusto blues, con il Tom Waits più gigionesco a dirigere il tutto. Emilia, posta in chiusura è una sentita dedica alla propria terra, tra l’amarezza di un presente buio e triste e le aspettative per un domani più sereno. Un disco d’altri tempi, puro negli intenti e nei suoni, capace di entrarti sottopelle fin dal primo ascolto, per non abbandonarti più. Con Fuori i secondi, Cisco si scrolla definitivamente di dosso i fantasmi del proprio passato per assurgere a figura musicale completa e di indubbio valore.
Ne ha percorsa di strada Stefano “Cisco” Bellotti, da quel lontano 2005, quando con enorme stupore e sconforto di molti, abbandonò i Modena City Ramblers. Una decisione sofferta quanto ponderata, punto di partenza per quella che si sarebbe rivelata una, fino ad ora, proficua carriera solista. Dopo un esordio di rara bellezza come La Lunga Notte e gli esperimenti sonori de Il Mulo, ora il nostro da alle stampe Fuori i Secondi, destinato a diventare la sua opera più matura e completa. Questo grazie ad una maggiore consapevolezza dei propri mezzi e ad una penna forse mai ispirata come in quest’occasione. Fondamentale anche l’aiuto di alcuni amici di vecchia data, tra i quali spicca Francesco Magnelli, sapiente mano dietro gli arrangiamenti e la produzione, oltre all’apporto di quella che viene definita, dallo stesso Cisco, un’orchestra “futurista”, capace di districarsi con gli stilemi sonori più differenti. Elemento fondamentale nella musica del nostro rimane in ogni caso il folk come ben si evince dalla traccia di apertura La Dolce Vita, dura disamina della triste situazione politico-sociale in cui versa l’italico stivale, tra riferimenti al Fellini neorealista e citazioni da La Vita Agra di Luciano Bianciardi. Vengono tuttavia esplorati nuovi orizzonti musicali, come in Golfo Mistico, che pare rubare le atmosfere desertiche in salsa mariachi tanto care ai Calexico, o come negli echi quasi floydiani di Gagarin, sorta di trasposizione in musica del diario di bordo del cosmonauta russo, primo uomo a vedere la terra dallo spazio. E proprio con quest’ultima si apre una galleria sonora nella quale fanno la loro comparsa personaggi ritenuti dai più dei perdenti, eterni secondi, la cui opera è stata però rivalutata con il trascorrere del tempo. Si passa così dall’omaggio al mai dimenticato Augusto Daolio con la struggente Augusto, al ricordo di Antonio Ligabue, nella quasi omonima Ligabue, pittore dallo straordinario talento ma deriso in vita per la sua pazzia, fino ad arrivare al galoppante swing di Dorando, che narra le gesta di Dorando Pietri, atleta emiliano che nel 1908 riuscì “quasi” a vincere la medaglia d’oro alle Olimpiadi di Londra. Il lato cantautorale del nostro emerge invece in brani come la tenue e sognante Lunatico o nella purezza sonora di Una Terra Di Latte e Miele, scritta per il tour con Rubbiani e Cottica, e riarrangiata per l’occasione. Quasi gaberiana, per caratura testuale, è Credo che, insieme alla speranzosa I Tempi Siamo Noi, ci mostra come Cisco non abbia smesso di credere nella possibilità di un mondo migliore. Nell’autobiografica e divertente Il Gigante pare invece di sentire una scalcinata jazz band intenta a rileggere un vetusto blues, con il Tom Waits più gigionesco a dirigere il tutto. Emilia, posta in chiusura è una sentita dedica alla propria terra, tra l’amarezza di un presente buio e triste e le aspettative per un domani più sereno. Un disco d’altri tempi, puro negli intenti e nei suoni, capace di entrarti sottopelle fin dal primo ascolto, per non abbandonarti più. Con Fuori i secondi, Cisco si scrolla definitivamente di dosso i fantasmi del proprio passato per assurgere a figura musicale completa e di indubbio valore.
giovedì 1 marzo 2012
Above the tree & the E-side - Wild
(Pubblicato su Extra! Music Magazine)
Immaginate un duo composto da un chitarrista, dalla cui sei corde fuoriescono stridori blues, e da un percussionista e programmatore di schizofrenici beat e loop elettronici. Ora immaginate quest’improbabile duo alle prese con una lisergica quanto delirante jam. Fatto? Ottimo, perché è proprio così che suona questo Wild, prima fatica discografica a nome Above the Tree & The E-side. L’entità sonora nasce in realtà nel 2007, con la sola sigla di Above the Tree, essenzialmente come progetto solista di Marco Bernacchia, artista a tutto tondo, già nelle fila di M.A.Z.C.A. e Gallina. Musica multiforme quella del nostro, capace fin dagli esordi di unire vagiti folk e avanguardia sonora, amalgamando fangose sonorità blues, con richiami all’Africa tribale, il tutto su di un substrato ritmico composto da rumori assortiti. Lavoro in studio che trova la sua degna prosecuzione on stage, dove il corpo dello stesso Bernacchia assurge a vero e proprio strumento, trasformandosi in un’ulteriore valvola di sfogo della propria dirompente musica, al quale si aggiunge, ad accentuarne ulteriormente l’impatto visivo, il ricorso a una maschera da gallo. In seguito all’incontro con il percussionista e programmatore Matteo Sideri, il progetto sfocia in un duo, che ora sotto la nuova ragione sociale di Above the Tree & the E-side, da alle stampe il primo frutto di questa collaborazione, Wild appunto.
Vera protagonista è tuttavia, come sempre, la chitarra di Bernacchia, tra lancinanti stridii elettrici e inaspettate oasi acustiche. Prendiamo l’opener On The Road oppure Birds Fobik Town, nelle quali ipnotici riff di derivazione deltaica vengono inghiottiti e fagocitati dal duo, per poi essere risputati sotto forma di un blues avveniristico, tra loop e contaminazione elettronica. Medesimo trattamento peraltro riservato anche a W China, che vira ancor di più verso territori sperimentali al limite della techno, e nella quale si avverte maggiormente l’apporto sonico di Sideri. Dall’incedere più marcato sono invece Safari F.C., che si sviluppa intorno a un mantrico riff avant-blues, e l’allucinata Bunga bu, mentre, nella chitarra contaminata di Svezia, pare di sentire un John Fahey futuristico. Chiude il disco la rarefatta Somewhat Like Blues, tra chitarra acustica di stampo folkie e una voce che pare provenire dalla tomba di un oscuro bluesman del Delta. Degno di nota è l’ottimo interplay tra Bernacchia e Sideri, in una sorta di unione quasi perfetta, nella quale non vi sono prevaricazioni di sorta, ma solo la somma in egual misura di due parti soniche, nel riuscito tentativo di creare un unico continuum musicale. Musica, quella degli Above the Tree & the E-side, con un occhio al passato ed un uno al futuro, in una sorta di trasposizione modernista di stilemi sonori appartenenti alla musica afroamericana. Un album sicuramente non di facile fruizione, ma in grado, ascolto dopo ascolto, di mostrare tutte le proprie peculiarità sonore.
Immaginate un duo composto da un chitarrista, dalla cui sei corde fuoriescono stridori blues, e da un percussionista e programmatore di schizofrenici beat e loop elettronici. Ora immaginate quest’improbabile duo alle prese con una lisergica quanto delirante jam. Fatto? Ottimo, perché è proprio così che suona questo Wild, prima fatica discografica a nome Above the Tree & The E-side. L’entità sonora nasce in realtà nel 2007, con la sola sigla di Above the Tree, essenzialmente come progetto solista di Marco Bernacchia, artista a tutto tondo, già nelle fila di M.A.Z.C.A. e Gallina. Musica multiforme quella del nostro, capace fin dagli esordi di unire vagiti folk e avanguardia sonora, amalgamando fangose sonorità blues, con richiami all’Africa tribale, il tutto su di un substrato ritmico composto da rumori assortiti. Lavoro in studio che trova la sua degna prosecuzione on stage, dove il corpo dello stesso Bernacchia assurge a vero e proprio strumento, trasformandosi in un’ulteriore valvola di sfogo della propria dirompente musica, al quale si aggiunge, ad accentuarne ulteriormente l’impatto visivo, il ricorso a una maschera da gallo. In seguito all’incontro con il percussionista e programmatore Matteo Sideri, il progetto sfocia in un duo, che ora sotto la nuova ragione sociale di Above the Tree & the E-side, da alle stampe il primo frutto di questa collaborazione, Wild appunto.
Vera protagonista è tuttavia, come sempre, la chitarra di Bernacchia, tra lancinanti stridii elettrici e inaspettate oasi acustiche. Prendiamo l’opener On The Road oppure Birds Fobik Town, nelle quali ipnotici riff di derivazione deltaica vengono inghiottiti e fagocitati dal duo, per poi essere risputati sotto forma di un blues avveniristico, tra loop e contaminazione elettronica. Medesimo trattamento peraltro riservato anche a W China, che vira ancor di più verso territori sperimentali al limite della techno, e nella quale si avverte maggiormente l’apporto sonico di Sideri. Dall’incedere più marcato sono invece Safari F.C., che si sviluppa intorno a un mantrico riff avant-blues, e l’allucinata Bunga bu, mentre, nella chitarra contaminata di Svezia, pare di sentire un John Fahey futuristico. Chiude il disco la rarefatta Somewhat Like Blues, tra chitarra acustica di stampo folkie e una voce che pare provenire dalla tomba di un oscuro bluesman del Delta. Degno di nota è l’ottimo interplay tra Bernacchia e Sideri, in una sorta di unione quasi perfetta, nella quale non vi sono prevaricazioni di sorta, ma solo la somma in egual misura di due parti soniche, nel riuscito tentativo di creare un unico continuum musicale. Musica, quella degli Above the Tree & the E-side, con un occhio al passato ed un uno al futuro, in una sorta di trasposizione modernista di stilemi sonori appartenenti alla musica afroamericana. Un album sicuramente non di facile fruizione, ma in grado, ascolto dopo ascolto, di mostrare tutte le proprie peculiarità sonore.
Iscriviti a:
Post (Atom)








