martedì 21 ottobre 2014

Blue Moon Marquee - Lonesome Ghosts

(Pubblicato su Rootshighway)



Cresciuto musicalmente nei locali notturni canadesi, per poi trasferirsi in cerca di fortuna in quel di New York, il chitarrista Alexander Wesley Cardinal sembra aver trovato, alfine, quest'ultima facendo ritorno nella propria terra natia. Rientrato entro i confini canadesi il nostro, infatti, non solo ha posto le basi del progetto a nome Blue Moon Marquee, incidendo un primo album, Stainless Steel Heart, de facto valvola di sfogo delle proprie ambizioni solistiche, ma ha anche incontrato quella che sarebbe diventata la sua personale "Jass Band", come egli stesso ama definirla, ovvero Jasmine Colette, ballerina e cantante, oggi "convertita" al contrabbasso, al quale aggiunge un minimale set batteristico (grancassa, rullante e charleston) percosso con i piedi. Un "duo che suona come una band", come loro stessi si descrivono, nonché dedito ad una "zingaresca" esplorazione dei più diversi suoni appartenenti alla tradizione musicale dei vicini Stati Uniti, battezzata con il caratteristico nome di "gipsy blues". Composizioni quelle approntate dai due per questo loro primo parto discografico condiviso, nei cui pentagrammi convivono, così, saltellanti ragtimes, melmose vischiosità blues, di deltaica provenienza, seppiate melodie jazz, ariosità western swing e un rauco "vociare" richiamante tanto il primo Tom Waits quanto il sempiterno Dave Van Ronk. Coadiuvati da un ristretto numero di, peraltro pregevoli, musicisti, i due passano pertanto, con nonchalance, dal baldanzoso ragtime pianistico dell'opener What I Wouldn't Do, alle felpate movenze jazz di una Trouble's Calling in cui si avverte l'influenza, specie sull'abilità di fraseggio, alla sei corde, di Cardinal, di un "maestro", peraltro dichiarato, quale Lonnie Johnson; fino alle riflessioni alcoliche di una Scotch Whiskey dove, vuoi per le liquide incursioni dell'hammond di Simon Kendall, sono, altresì, evidenti i rimandi allo Stax Sound forgiato da Booker T e dai suoi M.G.'s. Sembra, al contrario, impregnata del medesimo fumo e alcool del waitsiano Nighthawks At The Diner, la strascicata Sugar Dime, con l'abrasivo talking della voce di Cardinal a ricordare proprio quello del, allora giovane, songwriter di Pomona. E se la rivisitazione di Piperliner Blues, presa "in prestito" dal songbook del pianista Moon Mullican, si attesta sulle medesime coordinate western swing dell'originale, figlia della tanto decantata estetica "gipsy blues" è invece l'esplicativa, fin dal titolo, Gipsy's Life, roca declamazione jazzy, strizzante l'occhio al succitato Dave Van Ronk, alla quale il violino di Cameron Wilson aggiunge un, reinhardtiano, tocco gitano. Un album, Lonesome Ghosts, che ha il notevole pregio di suonare antico ma non stantio, evitando al contempo di cadere nella calligrafica scopiazzatura di spartiti altrui. Immaginate di entrare in un fatiscente night club dove, in mezzo a sciantose ballerine in abiti succinti ed avventori intenti ad affogare i propri dispiaceri nella bottiglia, sono sicuro trovereste, su di un piccolo palco, proprio i Blue Moon Marquee e i loro "fantasmi solitari".



Noura Mint Seymali - Tzenni

(Pubblicato su Extra! Music Magazine)


Se la Glitterbeat si è aggiudicata, quest'anno, il Womex Label Award, prestigioso premio riservato alle etichette discografiche operanti nell'ambito della “world music”, qualcosa vorrà pur dire. D'altra parte l'opera di ricerca e pubblicazione di “tesori” nascosti, da parte di quest'ultima ha saputo, fin dai suoi inizi, portare alla luce vere e proprie gemme sonore, estratte da un terreno, quello africano, mai così fervido musicalmente. Dai Tamikrest, a Ben Zabo, passando per il progetto “meticcio” Dirtmusic, sono solo alcuni degli artisti aventi trovato nella casa discografica tedesca un ideale “rifugio”, grazie ad un rapporto d'interscambio culturale alla pari, i cui maturi frutti sonici sono state alcune delle più interessanti release in ambito “world”, pur essendo quest'ultima una castrante e non esaustiva definizione, di questi ultimi anni. Una moderna spedizione etnomusicologica che raggiunge oggi, dopo aver esplorato a lungo il deserto del Mali, anche la vicina Mauritania, terra natia di Noura Mint Seymali. Figlia d'arte, con il padre Seymali Ould Ahmed Vall rinomato musicista, nonché tra i primi fautori di un sistema di annotazione delle melodie arabe, e la matrigna, Dimi Mint Abba, apprezzata cantante, Noura ha iniziato la propria carriera musicale prestando la sua voce, durante i concerti, proprio a quest'ultima, prima di dedicarsi ad una personale “modernizzazione” della musica tradizionale del suo paese natio, attraverso un'ardimentosa commistione con sonorità occidentali, mantenendo tuttavia intatta l'arcaica potenza narrativa dei leggendari griot. Dopo alcune pubblicazioni a livello locale, oggi, con il patrocinio della Glitterbeat, Seymali esordisce, a livello internazionale, con Tzenni, album nel quale, con l'aiuto del marito, ed eccellente chitarrista Jeiche Ould Chighaly, infonde, per l'appunto, nuova vita alle antiche sonorità mauritane. Melodie pentatoniche, caratterizzanti quest'ultime, aventi molto in comune con il blues, in una sorta d'ideale “ponte sonoro” tra i due continenti, africano e americano, ulteriormente enfatizzato dall'apporto percussivo d'una sezione ritmica, composta dalla batteria di Matthew Tinari e dal basso di Ousmane Tourè, dalle palpabili sincopi funk. A tracciare l'abbacinante linea melodica è, altresì, la sei corde elettrica di Chighaly, impegnato anche al tidinite, tra fraseggi arabi e libere digressioni d'acidità bluesy, in un continuo rincorrersi con il risuonare delle corde dell'ardine della stessa Seymali. É tuttavia la voce di quest'ultima, capace d'una straordinaria estensione glottidale, l'autentico fulcro “narrativo”, nel suo mantrico esplicare, in un continuo cambio di registri e tonalità, liriche pregne di tematiche d'antica fascinazione, legate indissolubilmente alle vicende politiche e religiose dello stato sub-sahariano che le ha dato i natali. Lo stesso titolo dell'album, Tzenni, rimanda ad una danza atavica, così come alla rotazione costante della Terra intorno al Sole, all'avvicendarsi del giorno e della notte, in un'ancestrale, catartico, riallacciarsi tribale con i solenni ritmi della terra. Una musica atemporale quella della Seymali, indissolubilmente legata alle sonorità desertiche, ma filtrata e riproposta secondo un'ottica “modernista”, in modo da essere, universalmente, compresa. Musica che abbisogna di un incondizionato abbandono, di un lasciarsi irretire, senza preconcetti, dalle sue avviluppanti trame, per ritrovarsi, una volta terminato l'ascolto, emotivamente e culturalmente arricchiti.


martedì 23 settembre 2014

Hank Shizzoe - Songsmith

(Pubblicato su Rootshighway)



Songwriter dalla spiccata versatilità compositiva, nonché polistrumentista di comprovata bravura, con una predilezione particolare per le corde di vario genere, Hank Shizzoe, al secolo Thomas Herb, giunge oggi a "tagliare" il ragguardevole traguardo del ventennale di una carriera musicale sicuramente non avara di gratificazioni. Tanto, infatti, il tempo trascorso dal suo esordio, avvenuto nel 1994 con il pregevole Low Budget, a tutti gli effetti, nella sua variopinta eterogeneità, ideale manifesto programmatico dello shizzoe-pensiero. Una deliziosa mistura tra anticaglie folk, salmodianti blues prebellici e rusticità rootsy, divenuta ben presto la sua personale, identificativa cifra stilistica, capace non solo di non risultare dispersiva, né derivativa, nella sua multiformità di stili ed influenze, quanto al contrario di conservare intatta, in tutti questi anni, la propria genuinità e freschezza. Un canovaccio sonoro che, sottotraccia, ha quindi caratterizzato l'intera, ed ormai corposa, discografia del chitarrista di Berna, e che ritroviamo, oggi, anche tra i solchi di Songsmith. Frutto di uno sforzo compositivo congiunto con l'amico Stephan Eicher, che ne è anche il produttore, questo nuovo parto shizzoeiano si mantiene infatti sulle medesime coordinate stilistiche dei suoi predecessori, e come quest'ultimi trova la propria ragione d'essere in una libera digressione, autoriale e interpretativa, tra i generi più diversi. Vi è ampio spazio per l'animo cantautorale del nostro, come nella notturna ballata pianistica He Is Not dove a risaltare è la magnetica voce baritonale del titolare, così come nel duetto con l'altrettanto fascinosa vocalità di Shirley Grimes, in una vibrante Light Up tra gli evocativi fraseggi della lap steel e il suggestivo lavorio melodico del bouzouki e del pianoforte. L'inquietante, funereo inizio di The Ghost Of Pain, per sola voce, chitarra acustica e campane a morto, si stempera, infine, nelle atmosfere dilatate di un country desertico d'ascendenza gelbiana, tanto da ricordare in più di un frangente le ultime opere in studio del "Gigante di Sabbia", così come una Planned Obsolescence dall'afflato cameristico, complice la celesta di Reyn Ouwehand. Nell'opener Rocket Ship, al contrario, sono avvertibili rimandi alla reiterate fascinazioni ipnotiche del blues subsahariano dei Tinariwen, in una sorta di excursus sonoro attraverso il deserto del Mali, fino a giungere, sulle note sintetiche di I Talk Too Much, in vista delle luci urbane della Bamako dei Dirtmusic di Chris Eckman e Hugo Race. Di tutt'altro tenore sono invece l'acquerello eelsiano, tra folk e pop d'autore, di Itune (Song For Jony), così come la sagace equiparazione tra i tempi della Grande Crisi e l'odierna situazione economica mondiale di una Like It's 1929 di contagiosa effervescenza swing, seppur in parte inficiata da orrendi inserti strumentali che paiono presi da qualche oscuro b-movie. Splendida nella sua livida introspezione waitsiana è invece la title track, così come decisamente riuscita è la riproposizione della Je Chante del Le Fou Chantant, Charles Trenet, anglicizzata dal nostro in una I Sing dalla trascinante enfasi cabarettistica. Un eclettico artigiano delle corde, Hank Shizzoe, la cui certosina produzione discografica si è mantenuta, fin dall'esordio, sempre su di livelli qualitativi alquanto elevati, come peraltro rimarcato anche dall'odierno, riuscito Songsmith.





martedì 19 agosto 2014

Jonathan Wilson @ Mojotic Festival - Sestri Levante

(Pubblicato su Extra! Music Magazine)


Risuonano ancora le ultime note della earliana Guitar Town, come trasportate dal soffiare della brezza marina, in una Sestri Levante che si appresta ad ospitare, nel suo intimo abbraccio, un nuovo appuntamento live targato Mojotic Festival. E se per l'appunto ieri sera un solitario Steve Earle aveva ammaliato una platea adorante con la forza lirica della propria voce, dividendosi tra chitarra acustica e mandolino, accompagnandoci ad esplorare le strade meno battute dell'America di provincia, oggi a prenderne il posto in veste di “guida sonica” sarà Jonathan Wilson, songwriter originario del North Carolina, ma avente trovato nella California, e nella quiete bucolica del Laurel Canyon in particolare, il proprio “habitat” musicale. Tra le colline alle porte di Los Angeles il nostro ha infatti avviato una fervente attività dietro al bancone di regia, fino a diventare uno dei più apprezzati e richiesti produttori odierni, decidendo in seguito di dare sfogo anche alle proprie pulsioni creative, dapprima organizzando jam informali all'interno del proprio studio - in compagnia di amici del calibro di Chris Robinson, Pat Sansone e John Stirratt dei Wilco, solo per citarne alcuni – in un primo passo verso quella che si sarebbe tramutata, di lì a poco, in una carriera solista sbocciata con lo splendido debutto Gentle Spirit, al quale ha replicato lo scorso anno, l'altrettanto riuscito Fanfare. Una musica dal fascino atemporale, quella contenuta tra i solchi di questi suoi, primi, lavori da titolare, pervasa dagli echi lontani della magica stagione musicale vissuta, tra le alture del Laurel Canyon, nei primi anni Settanta. Armonie westcoastiane, debitrici tanto dell'unirsi vocale di Crosby, Stills e Nash, quanto dell'ugola di Jackson Browne, a sublimare un'ammaliante aura folk rock di stampo californiano, si fondono con gli acidi sentori elettrici della vicina San Francisco, dando vita ad una spirale armonica dalla vorticosa estasi allucinatoria. Ed è questa magia sonica che Jonathan Wilson ha saputo ricreare questa sera sul palco del Teatro Arena Conchiglia, in un prolungato, trascendente Big Moon Ritual, giusto per citare il titolo del debutto discografico della Brotherhood capitanata dall'ex “compagno di jam” Chris Robinson, con la quale il nostro presenta più di un punto in comune. A far entrare il copioso pubblico, affollante gli spalti del teatro, nel mood della serata provvede tuttavia Omar Velasco, chitarrista “al soldo” dello stesso Wilson, presentando, solo voce e chitarra alcuni brani tratti dal suo EP, See Lion Run, alternando ad un neo folk proveniente dalle Blue Ridge Mountains delle “volpi di velluto”, inaspettati sconfinamenti sudamericani, con una sentita riproposizione di Alfonsina Y El Mar, in omaggio alla “cantora popular” Mercedes Sosa. Non vi è neanche bisogno di un veloce cambio palco che su di un'inquietante risata in sottofondo Wilson e i suoi sodali guadagnano il proscenio, con subito il tocco morbido sui tasti del piano di Jason Borger, a tessere la gentile melodia di Lovestrong, unico sostegno alla voce di Wilson la cui cristallina, tenue tonalità rimanda, a tratti, a quella del Graham Nash dell'esordio solista, per poi ingaggiare, una volta imbracciata la propria chitarra, quello che sarà solo il primo di una lunga serie di duelli solistici con Velasco, deviando il tutto verso una liquida divagazione di stampo floydiano. Se, già nella loro versione in studio, i brani partoriti dalla penna wilsoniana spiccavano per la loro consistente durata, dal vivo vengono ulteriormente dilatati, tramutandosi in autentiche ondate psichedeliche, a travolgere gli astanti nel loro sciabordante muoversi, tra anfratti di struggente bellezza catartica e acuminate spigolosità strumentali. Ogni brano è come parte di un unico continuum narrativo-musicale, di una jam infinita avente tuttavia come proprio punto di partenza la primigenia struttura armonica e lirica sulla quale i brani medesimi sono stati creati. Una dimensione sonora, quella wilsoniana, dove songwriting e pratica improvvisativa hanno, pertanto, entrambi il medesimo peso specifico, essendo il primo elemento fondamentale per l'esistenza della seconda. Una forma canzone aperta quindi, con la voce di Wilson quale iniziale, luminosa linea guida, a condurci attraverso un inquieto svolgersi narrativo-sonoro, per poi cedere il testimone ad una chitarra elettrica assurgente al ruolo di traghettatrice verso nuovi ed inesplorati mondi improvvisativi. Ne sono esempio una Fanfare dall'evanescente grazia jazzy, così come l'intima spiritualità di una Magic Everywhere, dove le voci di Wilson e Velasco si congiungono magistralmente, con la sedici corde del secondo a contrappuntare la “canonica” chitarra acustica del titolare, in un incedere younghiano rimandante a 4 Way Street, epica testimonianza dal vivo dell'avventura a nome CSNY. Il vellutato pulsare funk di Fazon, vecchio brano dei Sopwith Camel, allucinata compagine operante in quel di San Francisco verso la fine degli anni Sessanta, dà modo al basso di Richard Gowen e alla batteria di Dan Horne di mettersi in mostra in tutta la loro compattezza ritmica., per poi ritornare, invece, con Gentle Spirit, a fluttuare in una nuova materica oasi d'agrodolce quiete. Un'altra concessione al materiale altrui è Angel, estrapolata da Heroes Are Hard To Find dei Fleetwood Mac, e trasformata in una desolata invocazione, con Wilson ad abbandonare per un momento la chitarra per scuotere uno shaker africano, in una sorta di tribale danza sciamanica. Moses Pain era una gemma dalla rilucente bellezza già nella sua versione in studio, ma dal vivo acquista ulteriore caratura, in una corale progressione, dopo un incipit d'introspezione dylaniana, degna del Jackson Browne di Running On Empty. Se dalla San Francisco dei primi anni Settanta i cinque hanno tratto spunto per la rivisitazione della summenzionata Fazon, per il loro modo di vestire sembrano appartenere a qualche comune hippie instauratasi in quel di Haight-Ashbury, quartiere della suddetta città californiana, ai tempi del Flower Power. Qui devono anche aver avuto un reciproco, dopato, scambio di vedute con i “vicini di casa” Grateful Dead, perlomeno ad ascoltare Dear Friend con i fraseggi veloci delle dita di Wilson a ricordare quelli del leggendario Captain Trips, quel Jerry Garcia che dei Grateful Dead era anima e mente, e la cui influenza sul modo di suonare del suo moderno “adepto” si avverte anche nel mistico ondeggiare di Desert Raven, così come in una Valley Of The Silver Moon, assurta ad autentico manifesto del divagare musicale wilsoniano, in quella che è un'ultima, libera cavalcata sonora, dallo straniante magnetismo. Vi è comunque ancora spazio per i bis, con gli addetti del festival a sistemare delle stuoie nello spazio tra palco e spalti, e sulle quali, prontamente, si assiepano gran parte dei presenti. Ora sembra davvero di essere a Watkins Glen o ad uno dei leggendari happening d'inizio anni Settanta, e la musica che scaturisce dal palco ce lo conferma, un'ultima volta, con una Love To Love, più volte invocata dal pubblico, offerta da Wilson come ultimo, prezioso dono da conservare alla fine di questo sfibrante ma incantevole “viaggio” musicale. Più che un concerto, infatti, quello a cui abbiamo assistito, o per meglio dire al quale abbiamo partecipato, questa sera è stato un caleidoscopico trip sonoro collettivo, privo tuttavia d'ogni controindicazione, anzi, al contrario, dispensante ipnotiche quanto corroboranti “buone vibrazioni”.

domenica 10 agosto 2014

Steve Earle @ Mojotic Festival - Sestri Levante

(Pubblicato su Extra! Music Magazine)


Tra i sempre più numerosi eventi musicali affollanti, come di consuetudine, l'estate nostrana spiccavano le tre date di un autentico “gigante” della canzone americana, Steve Earle, di certo non un assiduo frequentatore degli italici confini, dai quali mancava infatti da diverso tempo. Tre date in solitario che si preannunciavano non solo come eventi imperdibili, quanto necessari per potersi immergere, appieno, nel songwriting earliano nella sua primigenia, scarna e più pura manifestazione. Una chitarra acustica, un mandolino, qualche armonica e una voce oggi più che mai capace di arrivare a toccare gli spazi più reconditi dell'anima umana; è bastato questo al songwriter texano per stregare, letteralmente, una platea quasi ammutolita, con i racconti, trasposti in musica, di una vita, la sua, ma che potrebbe essere quella di ognuno di noi, irta di traversie, tonfi e risalite, a rivedere finalmente una luce apparsa troppe volte come lontana e irraggiungibile. Un cammino portato avanti sempre sulla parte buia della strada, con fierezza, seppur conscio dei propri errori, raccontando sé stesso e le brutture di un'America ben lungi dall'essere quella nazione dei sogni e delle speranze tanto decantata. Una Low Highway percorsa in lungo e in largo, macinando chilometri su di un nero tappeto d'asfalto, con lo scorrere veloce, al di fuori del finestrino, dei ruderi fatiscenti della società statunitense. Una Low Highway che titola anche la sua ultima fatica in studio, con la cui title track questa sera Earle apre il concerto, prendendoci idealmente per mano, per accompagnarci in un immaginifico cammino a ritroso, attraverso il proprio articolato percorso artistico ed umano. E se 21st Century Blues è anch'essa una cartolina, dalle tinte seppiate, del recente viaggio “autostradale”, una dolente My Old Friend The Blues ci riporta indietro non solo nello spazio, ma anche nel tempo, fino a Nashville, anno di grazia 1986, quando il nostro diede alle stampe il suo debutto, Guitar Town, dal quale ripesca anche un'intensa Someday, ancor intrisa di quella cieca speranza riposta nella fuga dall'aberrante vita di provincia. Ha già conquistato la platea, Earle, la quale non si fa certo pregare quando viene incitata a cantare insieme a lui una straripante I Ain't Ever Satisfied, tanto da fargli affermare, divertito: “Non c'è davvero bisogno di convincere gli italiani a cantare”. É quantomai ciarliero e affabile il nostro, occhiali ben piantati sul naso, giacchetto di pelle su t-shirt e jeans sdruciti e una lunga, incolta barba; una sorta di moderno “hard core troubadour”, giusto per citare un titolo di una sua composizione, stasera peraltro riesumata, contenuta nell'album della sua rinascita artistica e umana, quel I Feel Alright, dal quale attingerà ripetutamente nel corso del concerto, raccontandoci, con il cuore in mano delle sue rovinose cadute, attraverso il picking country blues di un'agrodolce South Nashville Blues, e il sulfureo incedere di una straniante CCKMP (Cocaine Cannot Kill My Pain) a dir poco da brividi nel mettere in luce le debolezze di un uomo scampato per miracolo al demone della droga, cantando infine, con rauco trasporto, della propria ritrovata stabilità fisica ed emotiva in una Feel Alright introdotta dal metallico soffiare dell'armonica. Da I'll Never Get Out Of This World Alive provengono invece una God Is God dalla confessionalità religiosa al limite del gospel, e l'accorata dichiarazione d'amore di una confidenziale Every Part Of Me. Commovente è l'omaggio all'ispiratore e amico di lunga data, Townes Van Zandt, con una sommessa Rex's Blues, eseguita quasi in medley con un altrettanto vissuta Fort Worth's Blues. Abbandonata la chitarra ed imbracciato il mandolino veniamo guidati invece, con una Dixieland dal retrogusto grassy, verso quella “montagna” scalata anni fa in compagnia della Del McCoury Band, per poi attraversare l'Oceano, fino a raggiungere le brughiere irlandesi, sulle leggiadre note della splendida Galway Girl. L'impegno sociale, le battaglie per i diritti civili e le campagne di sensibilizzazione delle quali il nostro è sempre stato tra i più fieri sostenitori, emergono invece nella drammatica narrazione sonora di Billy Austin, preceduta da un ringraziamento alle associazioni umanitarie italiane per il loro fondamentale contributo alla battaglia per l'abolizione della pena di morte, per poi lasciarsi andare ad una ruvida, veloce The Devil's Right Hand, a rimembrare insieme ad una altrettanto sanguigna Copperhead Road il proprio passato rockista. È tuttavia con i bis che il rapporto empatico tra artista e pubblico raggiunge il suo massimo, con Earle a deliziare i presenti con una vibrante Christmas In Washington, preghiera laica rivolta al mai dimenticato Woody Guthrie, cantata in coro da tutti i presenti, prima di far ritorno, per un'ultima volta, con una verace rivisitazione di Guitar Town, a quella Nashville dove, ventotto anni fa, tutto ebbe inizio. Un songwriter ed interprete eccelso, Steve Earle, capace, da solo, con l'ausilio di pochi, essenziali strumenti ed un songbook d'atemporale bellezza, di dispensare emozioni difficili da descrivere a parole, ma di una tale salvifica forza da farci canticchiare, mentre abbandoniamo il teatro ormai vuoto, “I feel alright, I feel alright tonight”.



Calexico @ Monfortinjazz - Monforte d'Alba

(Pubblicato su Extra! Music Magazine)


Il verde sgargiante delle langhe piemontesi, nel suo fertile saliscendi tra vigneti e noccioli è diventato in questi anni, una suggestiva, cornice naturale per concerti ed incontri letterari. Un binomio quello tra il territorio langarolo e la cultura sul quale è stato creato, recentemente, il festival Collisioni capace di attirare migliaia di persone grazie anche ad una serie di eventi culturali di caratura internazionale. Ancor più longevo di quest'ultimo è tuttavia il Monfortinjazz, nato quasi trentotto anni fa, nel vicino paese di Monforte d'Alba, dall'illuminata idea di un piccolo gruppo di appassionati jazzofili, e tramutatosi nel corso del tempo in uno dei più attesi appuntamenti estivi. Vuoi per la programmazione, oculata e sempre all'insegna della qualità, o per la raccolta location dell'Auditorium Horszowski, piccolo anfiteatro naturale situato nella parte storica del paesino cuneese, la rassegna ha visto negli anni incrementare nel numero un pubblico attento e partecipe. Un cartellone, quello approntato quest'anno, come da tradizione tanto ricco quanto variegato, nella sua apertura verso sonorità “altre” rispetto al jazz. Di fianco a nomi altisonanti quali Paolo Fresu Quintet e la Arto Lindsay Band, con ospite d'eccezione il chitarrista extraordinarie Marc Ribot, trovano così spazio quelli dei Gov't Mule e dei Calexico. Un'occasione più unica che rara quella di poter ammirare, ed ascoltare, il combo guidato da Joey Burns e John Convertino, nell'intimo raccoglimento del succitato Auditorium Horszowski, dove la consueta “barriera” tra artista e pubblico viene meno grazie all'assenza di un vero e proprio palco, accentuando, in tal modo, la vicinanza emotiva e fisica tra le due, opposte, “parti in causa”. Compito di aprire la serata spetta tuttavia ai nostrani Guano Padano, nati inizialmente come valvola di sfogo di alcuni musicisti gravitanti nell'orbita caposseliana ma divenuti ben presto un progetto di maggior compiutezza, con all'attivo due lavori in studio di pregevole fattura, e con un terzo di imminente pubblicazione. Il trio, guidato saldamente dalla sei corde di Alessandro “Asso” Stefana e completato dalla sezione ritmica affidata ai tamburi di Zeno Rossi e al basso di Danilo Gallo, ha saputo egregiamente confermare on stage quanto di buono lasciato trasparire dall'ascolto delle loro opere in studio, in un breve quanto apprezzato set strumentale dove il guano, di provenienza padana, si è più volte sporcato con la sabbia del deserto americano, tra rimandi all'immaginario western morriconiano e sbuffanti digressioni tra country e rockabilly. Un applauso più che meritato saluta quindi l'uscita di scena dei tre, acuendosi ulteriormente quando sul palco appare il settetto di Tucson. La line up è rimasta invariata rispetto alla loro ultima calata italiana, in supporto, dell'allora fresco di pubblicazione Algiers, i cui brani rappresenteranno l'ossatura anche dell'odierna set list, fin dall'apertura, affidata ad una evanescente, quanto insinuante, Epic. Non mancheranno tuttavia alcuni, tanto attesi quanto graditi, “ripescaggi” dal passato, prossimo e remoto, in una sorta d'ideale summa dell'epopea sonora calexichiana, a cominciare dalle roventi sonorità tex mex di Across The Wire, passando per il conturbante passo latino di una sensuale Inspiraciòn, fino all'onirica progressione di una dilatata Two Silver Trees. E se Splitter e una dolente Dead Moon provengono anch'esse dai solchi del summenzionato Algiers, con le pizzicate note inziali di Minas de cobre (For Better Metal) veniamo condotti nuovamente al di là del border, tra le visioni desertiche del seminale The Black Light. E proprio come l'automobile campeggiante sulla copertina di quest'ultimo, i Calexico paiono essersi, sempre più, tramutati in un veicolo sonoro rodato e ben oliato, lanciato in una continua, folle corsa tra la natia Arizona e l'America Latina. Ogni singolo contributo strumentale dei sette è volto infatti ad enfatizzare questo muoversi all'unisono, dando vita ad un evocativo suono “d'assieme” capace di far fluttuare la platea su di estatiche note sospese quanto di coinvolgerla in danze sfrenate. Un muoversi sonico all'unisono ben esemplificato da una magistrale Victor Jara's Hands, resa ancor più emozionante dal cantato in spagnolo di Jacob Valenzuela, così come da una maestosa Crystal Frontier. Piccola quanto inaspettata sorpresa è invece la prima “concessione” live riservata ad uno dei brani che i nostri stanno incidendo in questi mesi in Messico, ovvero una bluesata Bullets And Rocks, invero non ancora del tutto a fuoco, tanto da far confessare allo stesso Burns, una volta conclusa: “Ci stiamo lavorando”. Come in occasione dello scorso tour, dove spiccava la riproposizione della yardbirdsiana For Your Love, anche per questa nuova trance di concerti i nostri hanno deciso di inserire in scaletta una nuova rivisitazione del songbook altrui, appropriandosi, il più delle volte, di Bigmouth Strikes Again degli Smiths, questa sera sostituita dalla dylaniana Senor (Tales Of Yankee Power), già incisa insieme a Willie Nelson per la colonna sonora di I'm Not There, con Burns che, inforcati gli occhiali per leggerne il testo, riesce nel non facile compito di non far rimpiangere proprio la voce dello “straniero dai capelli rossi”, in un'avvolgente rilettura capace di fondere l'epos narrativo dylaniano con gli echi della tradizione musicale messicana. Ardimentoso quanto riuscito è anche il medley tra la melodia sospesa di Not Even Stevie Nicks e le ferali tonalità New Wave di una joydivisioniana Love Will Tear Us Apart, prima che un'incontenibile, con i suoi fulmini stacchi e ripartenze, Alone Again Or - figlia della penna di Arthur Lee ma ormai calexichiana a tutti gli effetti - e una ritmata Puerto - impreziosita dal contributo vocale di Jairo Zavala, autentico mattatore sonico per tutto il concerto nel suo destreggiarsi tra chitarra elettrica e lapsteel - pongano fine al set “regolare”. E se il vento freddo delle colline piemontesi comincia a stuzzicare i presenti, il miglior antidoto lo “somministrano” gli stessi Calexico che, ritornati sul palco, danno il via, con un'infuocata Corona, ad un'autentica fiesta latina, invitando tutti i presenti ad un ultimo scatenato ballo a passo di cumbia sulle note di una corale, irresistibile Guero canelo. Un'acustica pressoché perfetta, una location da mozzare il fiato e i sette di Tucson al massimo della propria forma espressiva, che altro aggiungere al resoconto di una serata memorabile se non... Que viva Calexico! 




Billy Bragg @ Teatro dal Verme - Milano

(Pubblicato su Extra! Music Magazine)


Trent'anni passati a dividersi tra musica e attivismo politico, con una chitarra, sia essa elettrica o acustica, come unica “arma” e uno sguardo profondamente critico nei confronti di una società, inglese e non, colma, ancor oggi, di contraddizioni, sopraffazioni ed ingiustizie, denunciate e messe in musica con Woody Guthrie nel cuore; questo è Billy Bragg, autentico working class hero, con un'ormai lunga carriera in un mondo musicale dove la sua integrità morale e la sua coerenza ideologica rappresentano la classica “mosca bianca”. Non è mai sceso a compromessi il songwriter inglese, ha inciso e cantato quello che pensava fosse giusto urlare al mondo con tutta la propria voce, schierandosi sempre dalla parte dei più deboli, degli oppressi e dei lavoratori, sulle orme proprio di quel Woody Guthrie che come un'ombra ha vegliato sul suo cammino musicale. Un percorso che ha visto il bardo di Barking, evolversi e mutare, musicalmente, passando dagli esordi contrassegnati da una giovanilistica rabbia clashiana, con la propria chitarra elettrica a menare fendenti contro nemici vecchi e nuovi, ad una “svolta” verso più raccolte sonorità di stampo Americana, figlie di quella terra statunitense patria dei suoi “maestri” musicali. Una “svolta” ben esemplificata dal suo recente parto in studio, Tooth And Nail, registrato sotto l'egida di Joe Henry, splendida fotografia in musica dell'odierno Billy Bragg, songwriter e uomo. Ed è proprio il Bragg più rootsy oriented quello che si presenta questa sera sul palco del Teatro Dal Verme di Milano, per la prima delle due date italiane a supporto della sua, summenzionata, ultima fatica discografica. Accompagnato da una solida ed impeccabile quanto al contempo versatile band, il nostro fa il suo ingresso in scena con in sottofondo le note della cooderiana No Bankers Left Behind, incipit quanto mai sintomatico di quelle che saranno le tematiche trattate durante il concerto. Se la musica e le liriche rivestono ovviamente un ruolo di primaria importanza nell'economia bragghiana, anche le storie e gli aneddoti raccontati tra un brano e l'altro, con il consueto umorismo britannico, hanno uguale peso specifico in quello che più che un concerto è parsa a tratti una chiacchierata con un vecchio amico che non si vedeva da lungo tempo. Il nostro strappa più d'un sorriso quando racconta di come si sia stupito che il suo ultimo album venga etichettato con il termine Americana, definendo quest'ultima “musica country per chi ama gli Smiths”, ed invitandoci a pensare ad un, neanche tanto improbabile, duetto tra Emmylou Harris e Morrissey. Un'Americana alla cui fonte si era già, tuttavia, abbeverato in passato, ai tempi del progetto Mermaid Avenue, quando era stato scelto da Nora, figlia di Woody Guthrie per musicare alcune liriche del padre rimaste incompiute, in un'opera di rivisitazione, condivisa con i Wilco. E proprio lungo la Mermaid Avenue Bragg ci accompagna questa sera, prima attraverso le delicate note di Way Over Yonder In The Minor Key, dall'incontaminata purezza folk, per poi lasciarsi andare in una All You Fascists Bound To Lose, cesellata dal lavorio allo slide di CJ Hillman ed irrobustita dalla sezione ritmica “antifascista” formata dalla batteria di Luke Bullen e dal basso di Dave Evans, indirizzata al rigurgito destrorso emerso dalle recenti elezioni europee. Liriche guthriane di sempre più drammatica attualità quindi, come quelle di I Ain't Got No Home, livido ritratto dello strapotere delle banche e della sopraffazione del ricco nel confronti del povero, cancri che ancor oggi attanagliano la società, riproposta in una dimessa, sofferta interpretazione, a dir poco da brividi. Sorprende allo stesso modo il trattamento riservato ai suoi “classici” rivisti e corretti attraverso un'ottica, per l'appunto, Americana, come una Ideology d'ascendenza quasi parsoniana, posta in apertura di concerto, o il sussultante clangore twangy di You Woke Up My Neighbourhood, contenuta in quel Don't Try This At Home a cui il songwriter inglese rivolgerà a più riprese la propria attenzione. Quella di una “svolta” country è anche l'accusa che più di un critico musicale ha rivolto al nostro all'indomani della pubblicazione proprio di Tooth And Nail. “Dicono che mi sono dato al country, solo perché ho un tizio che suona la pedal steel nella mia band, indosso una camicia e degli stivali a punta in stile Kenny Loggins, ed ho una barba lunga, ma nei miei album c'è sempre stato il twang tipico del country”, rimarca Bragg per poi lanciarsi in una disquisizione sullo skiffle, ricordando l'importanza di Lonnie Donegan e spiegando come l'Americana in realtà l'abbiano inventata gli inglesi, eseguendo, a sostegno della propria tesi, una stonesiana Dead Flowers. Non poteva mancare un divertente monologo sul modo in cui il nostro ha saputo, mentre si trovava in una caffetteria di Calgary (il Texas del Canada come l'ha definita egli stesso), della dipartita del suo “avversario” storico, ovvero l'ex primo ministro inglese Margareth Thatcher,e di come i presenti abbiano reagito con uno sbigottito: “Era ancora viva Margaret Thatcher!?”; quando ha comunicato loro la notizia. O di come una sera, a inizio carriera, in un locale del New England quando si è trovato, suo malgrado, a fronteggiare un accalorato membro del pubblico che gli urlava a più riprese “Play your hits”; episodio dal quale trae spunto per regalarci una scintillante Sexuality, dagli irresistibili coretti, uno dei suoi pezzi “commercialmente” più noti. Da Tooth And Nail il nostro ripropone, invece, l'intensa, nei suoi continui saliscendi melodico-ritmici, There Will Be A Reckoning, e il lento ciondolare rootsy di Handyman Blues, per poi deliziare la platea con un'incantevole rilettura di California Stars, anch'essa proveniente dal “viale della Sirena”. Un progetto quest'ultimo nel quale Bragg aveva pensato, parole sue, di farsi affiancare, anziché dagli Wilco, dai tedeschi Kraftwerk, per enfatizzare ancor più quella visione europea della figura di Guthrie fortemente voluta dalla figlia Nora. Si erano anche trovati in studio per iniziare a registrare qualcosa insieme ma il master contenente il frutto di queste sessioni di registrazione venne dimenticato sul sedile di un taxi. Suonando in Germania pochi giorni, però, gli è tornato in mente uno dei brani incisi in quei giorni e questa sera potremo finalmente ascoltarlo. È chiaramente solo una presa in giro, è il seguente intro sintetico, di stampo kraftwerkiano ovviamente, sfocia presto in una A New England cantata a squarciagola da tutta la platea. Un altro ripescaggio da Don't Try This At Home, è Accident Waiting To Happen, la quale non ha perso un grammo della sua primigenia carica elettrica, e sulle cui note il nostro e i suoi pards abbandonano il palco. Giusto il tempo di farsi invocare a gran voce ed eccolo ritornare in solitaria, imbracciando la fida sei corde elettrica, per una sempre pungente To Have And To Have Not, a rivangare i propri esordi e la lezione appresa dai Clash, a cui fa seguito l'intramontabile inno sindacale There Is A Power In A Union, che Bragg canta con veemenza, con tanto di pugno alzato, quasi a voler rievocare lo spettro di Joe Hill. Una dolente Tank Park Salute, con il contrappunto dei tasti bianchi e neri di Kenny Dickenson, è il preludio ad una conclusiva, straripante Waiting For The Great Leap Forward, con i due raggiunti a scaglioni dai restanti membri della band e con tutto il teatro ormai in piedi a ballare e a cantare. “La musica non può forse cambiare il mondo” afferma Bragg, “ma può aiutarci a non sentirci soli, a farci capire che altre persone come noi lottano ogni giorno per un futuro ed un mondo migliore. È il cinismo il vero nemico da combattere, non la globalizzazione o il capitalismo, ma bensì quel senso di frustrazione e inadeguatezza che regna sovrano, sottopelle, in ognuno di noi, che ci costringe a pensare di non essere in grado di far nulla per cambiare la società che ci circonda. Solo con una presa di coscienza individuale si potrà arrivare ad un cambiamento collettivo”. Una lezione che tutti i presenti sono sicuro hanno fatto propria, così come sono altrettanto sicuro che il concerto al quale hanno assistito questa sera rimarrà indelebilmente scolpito nella loro mente.


SETLIST:

Ideology
No One Knows Nothing Anymore
Way Over Yonder In The Minor Key
I Ain't Got No Home
All You Fascists Bound To Lose
You Woke Up My Neighbourhood
Dead Flowers
Greetings To The New Brunette
There Will Be A Reckoning
Handyman Blues
Sexuality
California Stars
A New England
Accident Waiting To Happen


ENCORE:

To Have And To Have Not
There Is A Power In A Union
Tank Park Salute
Waiting For The Great Leap Forward



Chris Cacavas & Edward Abbiati - Me and the Devil

(Pubblicato su Extra! Music Magazine)


Il confrontarsi, così come il desiderio di collaborare, sono in grado di abbattere ostacoli fisici e mentali, unendo, nel conseguimento di un comune fine artistico, personalità tra le più diverse e, solo sulla carta, inconciliabili. Una lezione sicuramente appresa, nel suo inquieto girovagare, da Chris Cacavas, tastierista degli indimenticati Green On Red, perlomeno a giudicare dal lungo elenco di collaborazioni, passate e presenti, andate ad arricchire il suo “curriculum sonico”. Steve Wynn, Howe Gelb, Calexico, Chris Eckman fino al vecchio “compare” Dan Stuart, sono solo alcuni tra quelli che si sono avvalsi, negli anni, della sua maestria ai tasti, il tutto senza tralasciare una parallela carriera solista affatto avara di soddisfazioni.
Proprio nel prosieguo del suo cammino “solitario”, il nostro si è anzi, a più riprese, circondato di uno stuolo di musicisti di più diversa estrazione, tra i quali molti italiani. Con il nostro Paese, in particolare, ha instaurato un profondo rapporto di interscambio sonoro, tanto da spingerlo, in preda ad un nuovo impulso creativo a lasciare il sud della Germania, dove ora risiede, valicando nuovamente le Alpi, per giungere infine nella pianura pavese, a bussare alla porta di Edward Abbiati. Forti di un'amicizia nata durante le sessioni di registrazione dei primi, notevoli album dei Lowlands, combo capitanato dallo stesso Abbiati, alle quali Cacavas aveva preso parte, i due pensavano da tempo di dar vita ad una più compiuta collaborazione, oggi finalmente concretizzatasi, dopo un lungo scambio epistolare, in un intrigante progetto condiviso. Condivisione caratterizzata da una voluta democraticità, evidente tanto nella scelta della ragione sociale, recante il nome di entrambi, quanto nel tipo di approccio compositivo usato. A supportare musicalmente questo scrivere “di coppia” troviamo due loro vecchie “conoscenze”, ovvero Mike “Slo-Mo” Brenner alla chitarra e lap steel, e Winston Watson ai tamburi, ai quali vanno ad aggiungersi gli interventi strumentali di un ristretto novero di valenti musicisti. Rinchiusi tra le vecchie mura di un casolare immerso nella quiete agreste della campagna pavese, lo “Studio in a Barn”, i nostri hanno così dato vita ad una sorta di brainstorming autoriale, scambiandosi reciprocamente idee, suoni e parole, senza porsi, a priori, alcun vincolo formale. Frutto di questo sforzo compositivo congiunto è un album, Me and the Devil, messo su nastro in una manciata di giorni nell'infuocato agosto dello scorso anno, avente proprio in una marcata multiformità stilistica il suo tratto distintivo. Un variegato amalgama, quello approntato dai nostri per l'occasione, nel quale far confluire, rielaborandoli secondo un comune sentire, elementi sonori provenienti dalle rispettive esperienze, passate e presenti. Esemplificativo, in tal senso, è il tribale incedere della salmodiante Against The Wall, posta in apertura, con le voci dei due titolari a muoversi, fin da subito, all'unisono, su di un reiterato fondale elettrico, screziato dai liquidi fraseggi dell'organo dello stesso Cacavas e dal vibrante soffiare, di nera ascendenza, del sax baritono di Andres Villani, presente, ancora in coppia con gli affreschi solistici dei tasti bianchi e neri, anche in una suadente Oh Baby, Please dalle scure tinte soul. Nella title track è invece un'armonica di stampo popperiano, affidata alle labbra di Richard Hunter, a infondere un flavour bluesy in sincopate trame funk, con le voci di Cacavas ed Abbiati ad unirsi nuovamente, in un'esorcizzante declamare, enfatizzato dalla spettrale sei corde di Stefan Roller. Un connubio davvero suggestivo quello tra le corde vocali dei due, con la voce d'umorale lividezza di Cacavas avente nella roca ugola di Abbiati il proprio ideale contraltare canoro. E se l'influenza della penna del primo è avvertibile negli episodi di più pugnace pervasività elettrica, come il talking reediano di una rutilante Long Dark Sky, o la cadenzata The Other Side, ipnotica cavalcata acida rievocante il Neil Young settantiano di “Zuma”; il secondo porta in dote, dal canto suo, quelle polverose sonorità Americana, già esplorate con i suoi Lowlands, e qui cristallizzatesi nel rotolare alternative country d'una sferragliante Can't Wake Up. Echi Americana udibili anche nel chiaroscurale splendore di Hay Into Gold dove, complice la lap steel di Brenner e gli intarsi del violoncello di David Henry, pare aleggiare lo spettro del mai troppo rimpianto Jason Molina. Nei momenti di più riflessiva introspezione ad emergere è, ancor più, la purezza della composizione della coppia, come nella dimessa The Week Song, affidata alle sole dita di Cacavas, con il discreto slide di Brenner a ricamare melodie sullo sfondo, o nel lieve pizzicare acustico, su di un chiesastico tappeto armonico intessuto dall'organo, della trattenuta I'll See Ya. A dir poco sublime, nella sua scarna leggiadria folkie, è la conclusiva Rest Of My Life figlia di una voluta economia d'arrangiamento tesa a valorizzare un ultimo, toccante duetto vocale. Un album di stupefacente bellezza, Me and the Devil, nonché prima, ispirata tappa di quello che, ci auguriamo, possa essere un viaggio sonoro, a due, lungo e fruttuoso.



venerdì 18 luglio 2014

Robert Plant & the Sensational Space Shifters / North Mississippi Allstars @ Pistoia Blues Festival - Pistoia

(Pubblicato su Extra! Music Magazine)


Una lieve pioggia tamburella sul parabrezza della macchina mentre ci avviciniamo a Pistoia, lasciando presagire, viste anche le grigie nuvole dalle quali proviene, una serata “bagnata”. Fortunatamente, giusto il tempo di trovare parcheggio, e il cielo si mostra clemente aprendosi in tutta la sua tersa ed azzurra limpidezza, quasi avesse ascoltato le nostre suppliche. Raggiunto il centro della cittadina toscana, ci dirigiamo verso piazza del Duomo, dove questa sera salirà sul palco del Pistoia Blues Robert Plant, nel battesimo italiano della sua nuova avventura musicale in compagnia dei Sensational Space Shifters. Arrivati quasi in prossimità della piazza ci imbattiamo, quasi per caso, in Cody Dickinson, batterista nonché anima, insieme al fratello Luther, dei North Mississippi Allstars, ai quali spetterà invece il compito di aprire la serata. Due parole, una foto insieme e il buon Cody ci lascia con la profetica frase “World boogie is coming”. Una profezia che si dimostrerà quanto mai veritiera, perlomeno a giudicare da quanto ascoltato, poco dopo, quando i tre si sono presentati sul palco. Praticamente sconosciuti ad una già gremita piazza, colorata da una miriade di magliette recanti, come inevitabile, il nome dei Led Zeppelin, il trio di Hernando non si è lasciato intimorire, dando vita ad un set di rara intensità, in un'impeccabile riproposizione di quel hill country blues del quale i nostri sono tanto giovani alfieri, quanto prosecutori di un'antica tradizione avente come capostipiti leggende, a lungo frequentate, del calibro di RL Burnside e Otha Turner. Proprio con un tributo a quest'ultimo ha inizio il concerto, in un medley d'arcaico tribalismo tra Shimmy, una dixoniana My Babe e una sanguigna Station Blues, a rievocare quelle poliritmie elemento fondante delle sonorità fife and drum di cui proprio Turner fu uno dei più fulgidi rappresentanti. “World boogie is coming” aveva promesso Cody, e proprio dal loro ultimo lavoro, recante lo stesso titolo, i fratelli Dickinson hanno attinto a piene mani, traghettando nel futuro, secondo una personale visione modernista della materia, vecchi tradizionali e brani simbolo del blues delle colline. Ad aiutare i due vi è Lightning Malcom, brillante chitarrista nonché amico di lunga data, assoldato, in questo frangente, come bassista, nell'ardua impresa di sostituire il corpulento Chris “Big” Chew. Compito svolto, invero, più che egregiamente, con il nostro a muoversi agile e preciso sul proprio, inedito strumento, come in una serrata Rollin And Tumblin, con Luther impegnato a far scorrere il proprio slide sulle due corde di un'auto-costruita coffee can guitar. È invece Cody a rubare la scena ai due, prima indossando una washboard “preparata” ed effettata, grattandola con veemenza in una debordante versione di Psychedelic Sex Machine, per poi indossare un marching snare e dar vita, insieme a Luther alla grancassa e Malcom ad un piccolo tom, ad una tonitruante rivisitazione della turneriana Granny, Does Your Dog Bite, conclusa in mezzo alla piazza tra le urla entusiaste dei presenti. Tornati sul palco i tre ci inebriano con gli effluvi sudisti della strumentale ML, dove Cody imbraccia anch'egli una chitarra elettrica per incrociarla con quella del fratello e Malcom si siede alla batteria dividendosi tra basso, grancassa e rullante; per poi tuffarsi in un nuovo infuocato medley, intriso nel fango del Delta del Mississippi, tra Preachin' Blues, a firma Robert Johnson, e una Mississippi Boll Weevil di pattoniana memoria. Il marziale dipanarsi di Back Back Train è invece l'enfatico preambolo ad una nervosa, elettrica Goin' Down South, sfociante nel palpitare sincopato di JR, quasi a voler invocare i fantasmi di RL Burnside e Junior Kimbrough, ovunque essi siano. Sulle note della seconda assistiamo ad uno “scambio volante” di strumenti, tra Luther e Malcom, con quest'ultimo a prendersi anche il microfono in un'ipnotica, kimbroughiana All Night Long, prima di far ritorno al proprio “ruolo primario” in una micidiale Let My Babe Ride con la quale i tre salutano, dopo averci fatto rivivere la magica atmosfera che si respira ogni anno al North Mississippi Hill Country Picnic. Un set adrenalinico dal notevole impatto, con un unico difetto, la durata alquanto risicata, che ha lasciato l'amaro in bocca in quei, purtroppo pochi, astanti accorsi per assistere al concerto dei terribili fratelli Dickinson. D'altra parte il piatto forte non è di provenienza statunitense ma bensì albionica, come ricordato da quella che sarà la copertina di Lullaby And...The Ceaseless Road, album di prossima pubblicazione del protagonista della serata, il cui artwork campeggia sul palco. E Robert Plant non si fa certo attendere e acclamato a gran voce fa il suo ingresso sulle note pizzicate della chitarra acustica di Liam Tyson, per ammutolire subito la piazza con una struggente, intensa versione di Babe I'm Gonna Leave You. É un uomo dal passato, musicale, leggendario quanto “ingombrante” il biondo crinito cantate inglese, ma questa sera ha dimostrato di saperlo esorcizzare con estrema classe, e con una voce alla quale il tempo ha sì limitato in parte l'estensione ma ha donato anche nuove, calde tonalità. Non solo un salto temporale, nel proprio passato sonoro, ma anche geografico quello compiuto stasera, con i Sensational Space Shifters come fedeli compagni di viaggio. Un viaggiare spazio-temporale che ha in più d'un occasione affiancato il vecchio Dirigibile, pur mantenendo inalterata la propria rotta verso nuovi, futuristici confini sonici. Un immaginifico itinerario che dall'Aberdeen di Bukka White e la Chicago di Willie Dixon, passando per la natìa Gran Bretagna, si è sporcato tanto con la polvere del deserto africano che con sintetici loop elettronici. A conferma di ciò basta osservare il trattamento riservato a Black Dog, trasformata in un melismatico declamare ancestrale, che il percuotere dei tamburi di Dave Smith e il pulsare del basso di Billy Fuller, con il riti (il violino ad una corda) e i vocalizzi di Juldeh Camara avvicinano alle sonorità desertiche dei Tinariwen. Sono proprio i “souvenir sonici” dei trascorsi di Plant in Mali ad emergere maggiormente tra le trame d'una amalgama musicale di difficile catalogazione. D'altra parte sarebbe castrante quanto inutile confinarlo entro rigidi steccati stilistici, bisogna solamente abbandonarsi al turbinio di suoni, antichi e moderni, sapientemente miscelati da uno sciamanico Plant e dai suoi “seguaci”. Come quelli innervanti l'evocativa Rainbow, primo estratto dal futuro Lullaby And...The Ceaseless Road, ed aperta dal battere collettivo dei bendir. Going To California, affidata al solo picking della chitarra di Tyson e al mandolino di Adams, mantiene intatto tutta la sua pastoralità folkie, mentre What Is And What Should Never Be ammalia con la sua sognante aura melodica prima di venire squarciata da un spigoloso rifferama pregno d'elettricità. E che dire di una Spoonful tra indiavolata possessione blues e gli algidi tocchi delle tastiere di John Baggott, o di una Fixin To Die prelevata dal songbook di Bukka White e trasformatasi in una sussultante country song futurista, con un infervorato Justin Adams che pare un Brian Setzer sotto anfetamina? Bisogna solo ascoltare in rispettoso silenzio e giovarsi di poter assistere a così tanta grazia interpretativa. Grazia che raggiunge il suo culmine nella rilettura di un altro tradizionale, Little Maggie, (anch'essa nella tracklist dell'album di prossima pubblicazione) capace d'unire ad un substrato melodico-ritmico figlio della grande Madre Africa, intessuto nuovamente dal riti e dal koloko, ai quali si aggiunge il banjo appalachiano di Tyson, il lirismo epico della tradizione musicale americana; così come in una stupefacente Whole Lotta Love, dal melmoso, lento incipit bluesato, prima di lasciare esplodere quel riff che ha marchiato a fuoco la storia del rock'n'roll, per poi omaggiare Elias Bates McDaniel, in arte Bo Diddley, con un'acida citazione di Who Do You Love, rimandante ai Quicksilver Messenger Service di Happy Trails. I sette abbandonano il palco tra gli applausi scroscianti, ma visto il rumoreggiare della folla non tardano a far ritorno in scena, per proporre un altro brano inedito, Pocketful Of Golden, avvolto, ancor una volta, da sensuali armonie africane, aumentando ancor di più la curiosità per il nuovo lavoro in studio. “Ed ora un'altra canzone per chiudere questa magnifica serata”, dice Plant, “una vecchia, vecchia canzone folk dalla zona di Pistoia”. Neanche il tempo di cercare di capire che razza di brano potrebbe essere che le note immortali di Rock And Roll mandano in delirio tutti i presenti (con tanto di reggiseno lanciato sul palco tra lo stupore dello stesso Plant), portando il Dirigibile a sorvolare per un'ultima volta sopra i cieli di un continente africano mai sembrato così vicino. Due concerti a dir poco magnifici quelli ai quali abbiamo avuto la fortuna di assistere stasera, con i North Mississippi Allstars a confermarsi a dir poco micidiali on stage, e un Robert Plant alla cui gigantesca statura artistica non resta che inchinarsi in segno di profondo rispetto.




Chuck Ragan - Till midnight

(Pubblicato su Extra! Music Magazine)



Con rumorosi trascorsi tra le fila della post hardcore band Hot Water Music, Chuck Ragan è stato come folgorato, qualche anno or sono, non sulla biblica via di Damasco, quanto sullo sterrato d'una sperduta rural route statunitense. Una “conversione” acustica che dapprima l'ha visto affiancare alla band “madre” un side project, a nome Rumbleseat, di più sommessa estrazione folk, fino a quando, conclusasi la summenzionata esperienza collettiva, ha intrapreso un nuovo, solitario cammino, a proprio nome. Un'avventura solistica dove, tuttavia, permanevano, e permangono tuttora, roventi reminiscenze del proprio passato da punk rocker, riscontrabili tanto nel tipo di trattamento riservato agli stilemi Americana, riletti con sanguigno ardore, quanto in una ruvida voce dalla scorticante liricità. Sarà stata inoltre la frequentazione di “canaglie” del calibro di Ben Nichols, Craig Finn e Jesse Malin, compagni di scorribande musicali in un orgiastica serie di date, oppure il riavvicinarsi con i vecchi “compagni d'armi” degli Hot Water Music, ma Ragan sembra, perlomeno a giudicare da quanto contenuto nell'odierno Till Midnight, aver iniettato, in tempi recenti, una nuova, robusta dose d'adrenalinica elettricità in un, a dire il vero, già inquieto nervosismo rootsy. Registrato in quel di Los Angeles, sotto la supervisione dell'ex Blind Melon Christopher Thorn, con il supporto degli ormai fidati Camaraderie (ai quali si aggiunge la new entry dietro ai tamburi David Hidalgo Jr), l'album si avvale inoltre del contributo vocale di numerosi ospiti, tra i quali meritano una menzione il succitato Ben Nichols dei Lucero e Rami Jaffee dei Wallflowers, a creare un muro di corale vocalità, poggiante su solide fondamenta di malta elettroacustica. Un approccio compositivo ed esecutivo, quello del songwriter texano, fattosi quindi ancor più muscolare che in passato, il tutto a discapito di quell'espressività spoglia e genuina caratterizzante i suoi primi lavori da “titolare”. Sono per l'appunto i, purtroppo sparuti, episodi sonori riconducibili a quest'ultimi a brillare per bellezza di scrittura e fascino evocativo, come una ruspante Bedroll Lullaby, connubio, decisamente a fuoco, fra terrigni sentori Americana, evocati dal violino di Jon Caunt e dalla pedal steel di Todd Beene, e la febbrile, lacerante interpretazione vocale raganiana; oppure l'accorata supplica folk di Wake With You, fino ad una conclusiva, distesa For All We Care, dal finale, in crescendo, irto di spigolosità elettriche. Altalenante è invece l'esito quando il nostro decide di puntare tutto sui muscoli, martoriando i propri originari spartiti acustici con bruschi, crepitanti scossoni rockisti, in una rabbiosa, quanto spesso insensata, foga esecutiva. E se l'opener Something May Catch Fire così come la successiva Vagabond, pur modellate su di una ben calibrata costruzione del climax, sembrano altresì fare il verso, vocalmente e non, tanto al suo illustre “collega” del New Jersey, tal Bruce Springsteen, quanto al graffiare del “felino” John Mellencamp, nel country demolito e sfasciato di Revved o in una Gave My Heart Out dall'eccessiva enfasi declamatoria, sono le stesse architetture raganiane a mostrare invece più di uno scricchiolio strutturale. Nel suo voler essere, a volte forzatamente, ‘sopra le righe’, Till Midnight pare concepito per essere riproposto, tra litri di sudore versato e di alcol bevuto, sulle assi di un palcoscenico, senza dubbio dimensione ideale nella quale dar sfogo alla dirompente carica interpretativa del nostro. Un album che farà sicuramente la gioia degli springsteeniani più incalliti, così come dei seguaci del Coguaro di Bloomington, ma al contempo lascerà con l'amaro in bocca coloro che avevano conosciuto, e apprezzato, Ragan ai suoi esordi.


domenica 6 luglio 2014

Clara Barker - Fine Art and the Breslins

(Pubblicato su Extra! Music Magazine)


“See the man with the stage fright...”, cantava Rick Danko, l'indimenticato bassista della leggendaria Band, quasi ad esorcizzare una paura, quella del palcoscenico, da sempre incubo dei musicisti, siano essi narcisistiche “prime donne” avvezze alle luci della ribalta, quanto imberbi esordienti di belle speranze. Un'ansia, quella di esibirsi di fronte ad un pubblico, attanagliante anche Clara Barker, giovane songwriter dell'Isola di Man, incapace di replicare dal vivo quanto prodotto, musicalmente, nella protetta solitudine delle proprie pareti domestiche. C'è stato bisogno di una drastica “terapia d'urto”, esibendosi in una serata open mic, a pochi passi da casa, per sconfiggere questa sordida fobia, acquistando una sicurezza performativa tale da spingerla ad “imbarcarsi” in una serie di date sul suolo britannico, fino a raggiungere quegli Stati Uniti a lungo sognati. A queste prime esperienze on stage ha fatto seguito anche l'ingresso tra le pareti di uno studio di registrazione, dove le canzoni, annotate su di un taccuino nelle solitarie giornate casalinghe, hanno dato forma ad un esordio, Indigo, seguito a breve distanza da un EP dal vivo, Hard Work And Whiskey, ulteriore testimonianza d'una, ormai acquisita, sicurezza scenica. Lavori, quest'ultimi, nei quali la lucente leggerezza del pop si 'sposava”, idealmente, con una fragilità acustica di lontana derivazione folk, in un “matrimonio musicale” che pare perdurare anche nell'odierno Fine Art And The Breslins. Una cifra stilistica, dalla gioiosa effervescenza melodica, nella quale tuttavia erano, e sono tutt'oggi, riscontrabili alcuni palesi punti deboli, a cominciare dalla voce della Barker, sin troppo esile nel suo svolazzare armonico, in un monocromatismo tonale a tratti impalpabile. Ai limiti espressivi di quest'ultima si aggiunge un songwriting ancora acerbo, nonché sin troppo “ballerino” nel suo barcamenarsi tra le influenze più disparate, e spesso inconciliabili tra loro, con il negativo risultato di appesantire i pentagrammi con tronfi e melensi arrangiamenti. Paradossalmente è infatti quando la Barker compone “per sottrazione” che sembra ottenere i risultati migliori, come in Hard Work And Whiskey e Happy Accidents, ballate d'asciutta e rarefatta delicatezza acustica, frutto di un più parco lavorio arrangiativo. Convincono, allo stesso modo, anche lo scalpitio country folk di Love (Fill My Heart), e la personale, frizzante rivisitazione del boom chicka boom cashiano di Still Here, mentre, al contrario, tanto l'opener Angel quanto una patinata e ruffiana Sollami and Sollamar sono confezionate ricorrendo a dosi di zuccherina melassa pop talmente sovrabbondanti da mandare in shock diabetico anche il divoratore di “caramelle soniche” più goloso. Materia sonora, quella pop, che la Barker tenta infine di variegare, in Dodging Bullets e Seth's Song, ricorrendo a sintetiche atmosfere elettroniche con risultati, invero, più che discutibili. Se l'ansia da palcoscenico è ormai solo un lontano ricordo, oggi la Barker dovrebbe invece concentrare la propria attenzione su di un songwriting ancora troppo altalenante nel suo passare da momenti d'ispirata grazia compositiva a rovinose cadute di stile.



Rocky Wood - Shimmer

(Pubblicato su Extra! Music Magazine)


Il legno è elemento basilare nella costruzione di uno strumento musicale, con la propria capacità, grazie alle sue caratteristiche naturali, di condurre e far risuonare al proprio interno la grezza materia sonora. E se l'abete rosso, avente nella nostrana Valle di Fiemme uno dei suoi habitat prediletti, è solo una delle tante varietà ascritte nella lista dei “legni nobili” per questo tipo di certosina lavorazione, dalla vicina Svizzera una nuova scoperta in campo legnoso reclama oggi il proprio posto all'interno di questa ristretta cerchia. Un “legno roccioso proveniente per l'appunto dalle verdi vallate elvetiche, mirabilmente lavorato e tornito da un quintetto di giovani musicisti, i Rocky Wood, capaci di estrapolarne le nascoste qualità musicali, per farle poi confluire nell'arioso risuonare di un debutto, Shimmer, dove la sospensione onirica del dream pop incontra i sentori agresti del più incontaminato avant folk. Se è a livello strumentale che si avverte maggiormente l'influsso della componente “vegeto-rocciosa”, è tuttavia la voce da contralto di Romina Kalsi, calda ed avvolgente, come la brezza estiva, a condurci in suggestivi territori d'immaginifico incanto. Intorno ad essa le corde di Fabio Besomi e Roberto Pianca intrecciano aeree melodie d'agrodolce evanescenza, ottimamente sostenute dal battere ritmico del basso di Stefano Senni, anche al contrabbasso, e dalla batteria e percussioni di Nelide Bandello. Vengono in tal modo “intagliate” piccole sculture soniche, d'artigianale bellezza, come The Dawn, in cui il pizzicare bucolico di un banjo e il tintinnare delicato del pianoforte vanno a cesellare l'arpeggiare flebile di una sei corde acustica, accompagnandoci, insieme alla struggente vocalità della Kalsi, verso il sopraggiungere dell'alba. Oppure come la livida, Dead Man, avvolta dalle grigie nebbie del folk albionico, o l'opener Blind Hawaii, d'intelaiatura elettro-acustica, nella quale si avverte maggiormente la purezza del songwriting del quintetto. Un'elettricità avvertibile, anche, tanto in una Plans capace d'espandere, verso oasi di rarefatta ondulazione melodica, un elettrico incedere younghiano; quanto nel finale d'una urticante Shooting Frames, tra distorte volute chitarristiche e una più marcata spinta percussiva. Il folk, nella sua accezione modernista, torna invece ad essere elemento preponderante tra le trame d'una Run Away dove spicca la plumbea pastoralità di un fingerpicking ricordante gli episodi di più trattenuto languore rurale dei fratelli Avett; così come nella lunga Sulfur Seed pervasa da nebulose rarefazioni, in un soffuso preambolo alla conclusiva, al contrario breve, Beautiful, a rievocare nel suo mesto fluttuare, il lento ed inesorabile muoversi della marea. Un'opera prima di delizioso equilibrio elettro-acustico, Shimmer, nonché sintomatica delle pregiate proprietà musicali di un “legno roccioso”, dal quale risuonano arie di poetico splendore.




mercoledì 2 luglio 2014

We and the Devil, walking side by side - Intervista a Chris Cacavas e Edward Abbiati

(Pubblicato su Extra! Music Magazine)



Il primo è stato tastierista dei leggendari Green On Red, il secondo è invece il cuore pulsante dei Lowlands, una delle più belle e solide realtà dell'Americana “made in Italy”, oggi i due uniscono i propri songwriting in un inedito progetto condiviso.
Abbiamo chiesto a Chris Cacavas e Edward Abbiati di raccontarci la genesi di ”Me and the Devil”, primo ispirato risultato di questa comunione artistica.

Vi conoscete ormai da anni, e vi siete più volte, musicalmente frequentati, specie in occasione della registrazione dei primi due album dei Lowlands (band di cui Edward è leader e compositore) ai quali partecipa, in veste di ospite, proprio Chris. Quando e come è nata invece l'idea di un progetto a due?

Edward: Era un periodo in cui io ero un pò fermo con i Lowlands e anche lui era fermo da un pò. Ci sentivamo al telefono ogni tanto, un saluto e quattro chiacchiere. Ci siamo detti, perché non trovarci, senza scadenze o aspettative, due o tre giorni in cui proviamo a scrivere assieme. Vediamo come va. Era una cosa che io non avevo mai praticamente fatto. Tutto è stato molto naturale, i pezzi venivano molto fluidamente. Li componevamo e li facevamo a pezzi, musica e testi, sul momento. Appena trovavamo una struttura che ci pareva fosse la canzone, la registravamo al volo sul telefonino e passavamo alla seguente...dopo 4-5 brani abbiamo iniziato a pensare che forse stavamo scrivendo un disco assieme.


Suggestivo è, senza dubbio, il titolo di questo vostro primo parto discografico condiviso, Me and the Devil, rievocante una mitologia blues d'ascendenza johnsoniana. Come mai questa scelta? Ha qualche significato recondito?

Chris: Ummm...essenzialmente si riferisce a quell’antica lotta tra il bene e il male...o forse tra il male ed il male. Le canzoni su questo disco parlano di lotte interne ed esterne e la frustrazione nel non riuscire a trovare soluzioni semplici. La mitologia del diavolo? Per alcuni il Diavolo è molto reale e non ha nulla di mitologico. E’ sempre stato il simbolo del male profondo e ha avuto un ruolo in innumerevoli canzoni. Nel nostro caso forse abbiamo trovato un’alleanza più che una lotta...una collaborazione. Chissà. Time will tell.


Il blues, tuttavia, è solo uno degli elementi sonori presenti tra i solchi di un album avente nella sua multiformità stilistica il proprio tratto distintivo, nonché punto di forza. L'Americana in tutte le sue più diverse accezioni, l'elettricità del rock, il soul urbano e il raccoglimento agrodolce del folk convivono, infatti, in un intrigante amalgama che potrebbe quasi essere considerato una sorta di summa artistica dei vostri rispettivi percorsi musicali. Che ne pensate?

Chris: Ed e io abbiamo background molto simili per alcuni versi e molto diversi per altri. Ascoltiamo entrambi moltissimi generi musicali. Gli stili di queste canzoni sono usciti molto spontaneamente. Non ci siamo mai detti “ci serve un pezzo soul o un pezzo folk”. Abbiamo scritto le canzoni suonandole su due chitarre acustiche. La band le ha riempite in maniera molto intuitiva in studio.


Un lavoro, “Me and the Devil”, democratico fin dalla ragione sociale, recante entrambi i vostri nomi, così come a livello compositivo, con le vostre penne ad apporre equamente la loro firma. Avevate, singolarmente, già delle idee fissate su carta prima di incontrarvi in studio di registrazione oppure il songwriting di entrambi ha tratto giovamento da un lavorio lirico-musicale collettivo?

Edward: Ci eravamo imposti di non avere alcuna nota o linea di testo scritta prima di vederci. Volevamo fosse una cosa totalmente nuova e una collaborazione totale frutto del posto e del momento che ci riuniva. Le idee musicali e di testo sono arrivate da entrambi le parti. Abbiamo avuto una prima sessione di scrittura nel Febbraio del 2012 in cui abbiamo essenzialmente messo giù 9 brani. Ci siamo ritrovati a Giugno 2013 per rielaborare quelle canzoni e raffinarle e ne sono uscite un paio di nuove. Ad Agosto 2013 siamo andati a registrare. Spontaneo e libero ma tanto lavoro comunque alla base dei pezzi incisi. Musicalmente Chris ha sicuramente dato qualcosa in più e sui testi ho scritto qualcosa in più io. Direi un 60/40 e vice versa. Ci siamo spinti a vicenda a cambiare il nostro modo di scrivere e comporre. Credo che alla fine si sentano entrambe le personalità ma soprattutto che si senta la collaborazione. Non suona come un disco di Cacavas e non suona Lowlands...ma si sentono entrambi. Per me è stato esaltante e terrificante misurarmi con Chris. Mi ha spinto al limite. Musicalmente è infinito. Ho imparato moltissimo da questa collaborazione.


Oltre alla vostra vecchia “conoscenza” Mike Brenner alla pedal steel e Winston Watson ai tamburi, hanno preso parte alle sedute di registrazione un ristretto manipolo di valenti strumentisti. Come li avete coinvolti nella realizzazione del disco? 

Edward: A Pavia ci siamo trovati in 4, oltre a Chris ed io, Mike Brenner da Philadelphia, che collabora coi Lowlands fin dal primo disco e Winston Watson, amico di vecchia data di Chris dai tempi di Tucson. Il disco lo abbiamo registrato in 2 giorni fondamentalmente...dal terzo giorno abbiamo lavorato a qualche overdub. A Mike era venuto in mente un Sax per due pezzi e Pavia ha un sassofonista eccezionale che è Andres Villani. Una telefonata ed è arrivato col sax e le infradito. Stefan Roller, chitarrista tedesco amico di Chris, era sul Garda in ferie (ovviamente!) ed è venuto a trovarci un giorno in studio e ha registrato una parte spettrale per “Me and the devil”. Richard Hunter, armonicista USA nostro amico dai tempi di The Last Call, lo abbiamo coinvolto per dare un pò di colore e ritmo conoscendo benissimo le sue qualità. Ha registrato la sua parte negli states come anche David Henry che ci ha mandato una parte di Cello stupenda per “Hay Into Gold”. Lui lo conosco dai tempi di The Last Call e ha registrato per noi tutti gli archi del prossimo disco dei Lowlands. Fenomenale.


Registrazioni effettuate presso una sperduta fattoria nella campagna di Pavia, lo “Studio in the barn”. Ci potete raccontare cosa è accaduto, in questo arcaico luogo, durante quei giorni d'agosto dello scorso anno? 

Chris: Il granaio era usato come sala prove da alcune band locali ed è gestita da Furio Sollazzi, leggendario batterista pavese che ultimamente suona in una band tributo ai Beatles. Anche se c’era un tappeto e numerosi strumenti era tanto granaio quanto sala prove. Ragnatele gigantesche, gli uccelli sotto al tetto e tracce di topi ovunque. Mancava solo il fieno! Per fortuna Ed e sua moglie lo hanno ripulito prima del nostro arrivo...fondendo il loro aspirapolvere!!


La naturale prosecuzione della “vita” di un album in studio è la sua riproposizione dal vivo. Vi vedremo quindi calcare, presto, i palchi insieme? E se sì, avete già pensato come strutturare un ipotetico concerto condiviso 

Chris: Sia a me che a Edward piacerebbe moltissimo suonare questi pezzi live con Winston e Slo Mo ma il costo di portarli in Europa per delle date potrebbe essere un ostacolo finanziario. Ed e io potremmo anche suonare questo repertorio con altri musicisti ma per ora non ci sono date pianificate.


Alla luce delle vette artistiche raggiunte con Me and the Devil, possiamo aspettarci anche una nuova collaborazione tra le pareti dello studio di registrazione? 

Chris: Collaborerei con Ed di nuovo, senza pensarci su un secondo. E’ solo una questione di timing...e il tempo sembra svanire di questi giorni. Spero che troveremo il modo di sederci e scrivere di nuovo assieme e di fare un altro disco assieme.


Tornando a parlare di songwriting, se chiedessi ad ognuno di voi di indicarmi un brano, appartenente al songbook dell'altro, del quale avrebbe voluto essere l'autore, quale sarebbe?

Chris: There’s a world tratta da Gypsy Child
Edward: California (Into the Ocean) da Bumbling home from Star


Dagli Stati Uniti al Sud della Germania, dove da anni ormai risiedi; in ognuno di questi paesi, Chris, sembri aver trovato stimoli per comporre e creare, come del resto avvenuto in questa tua nuova sortita italiana. Che differenze culturali, ma soprattutto musicali, hai riscontrato tra i tre diversi paesi? 

Chris: Sono stato in Germania per più di 12 anni e, nonostante abbia scoperto varie band locali, il grosso di quello che ascolto viene dagli Stati Uniti o dal Regno Unito. Culturalmente gli Europei hanno standard differenti riguardo alla loro “qualità di vita”. Lo stile di vita e lavorativo è un pò più rilassato rispetto agli States ed è per questo, anche, che mi ci trovo cosi bene. Non credo che il luogo geografico in cui vivo abbia un impatto sul mio stile musicale...anche se ripensandoci, ora sto suonando in una band che fa Krautrock...forse devo rivedere questa mia posizione!


Un cosmopolitismo che ti accomuna allo stesso Edward, nato in Inghilterra da madre inglese e padre italiano, e cresciuto nella summenzionata Pavia. Una provincia, quella pavese, caratterizzata da una fervente scena musicale, con elemento aggregante il palco dello Spaziomusica, nella quale si sono, in passato, formate alcune delle più interessanti realtà italiane in ambito Americana, e non, tra le quali spiccano proprio i tuoi Lowlands. Oggi questa scena è rimasta immutata e pulsante come un tempo, oppure, complice la recente crisi socio-economica, qualcosa è cambiato?

Edward: Sono cresciuto tra Italia, Francia ed Inghilterra. Dopo un periodo in Australia sono tornato in Italia e ho scelto Pavia sopra Milano. Era il 2003 e solo allora ho scoperto la scena Pavese. Avendo scelto di vivere li ho iniziato a portare molti dei miei amici musicali a Pavia a suonare, era un modo per tenere un contatto diretto con un mondo musicale più ampio. Sono venuti i Marah, i Lucero, Gli You Am I, Tex Perkins, Rod Picott, Dayna Kurtz, Magnolia Electric Co,...molti altri. Spaziomusica mi permetteva di farli suonare li. Spaziomusica è un locale leggendario...non è un caso che a Pavia ci sia una scena vivace e varia (anche se purtroppo disgregata per molti versi). Quel palco ha accolto talmente tante band di qualità che i musicisti locali hanno preso lezioni dai migliori. In questi 10 anni ho conosciuto musicisti locali eccezionali, alcuni di questi sono diventati amici: Mandolin Bros., Rude Mood (oggi Terlingo & Sacchi Quintet), Gnola Blues Band, Green Like July, News for Lulu, Luca Milani, gli Emily Plays, Stephane TV... la scena resta vivace e varia, dal Roots all’indie. Mi pare che la crisi economica stia colpendo un pò tutti, dal gestore del locale, chi ci suona e chi va a vedere i concerti. I soldi che girano sono sempre meno e devi scegliere. Affitto, le bollette, la benzina, la famiglia...devi scegliere come spendere tempo e soldi. E la musica indipendente, quella non delle major, ne risente sicuramente. I musicisti stessi non brillano in quanto a voglia di creare una scena mista ed aiutarsi a vicenda. Spesso è ognuno per se. Peccato. Ci sono eccezioni e sono preziose. Personalmente mi sento onorato di suonare in quel locale e di conoscere questa scena. Sono stato accolto benissimo a Pavia. Sperando in tempi migliori per tutti.


A proposito di palchi, recentemente Chris sei tornato a suonare dal vivo con il tuo vecchio sodale Dan Stuart, vi è la possibilità di rivedervi ancora insieme on stage, e perché no in studio, in un futuro prossimo? 

Chris: Andrei in Tour e farei dischi di nuovo con Dan in un batter d’occhi. Deve solo chiamare e io ci sarò. Mi piacerebbe.


Dal canto tuo, Edward, sei invece reduce, con i Lowlands, da un concerto esaltante allo Spazio Teatro 89 di Milano, immortalato in un cd/dvd di prossima uscita, nel corso del quale avete presentato alcuni brani inediti. Si profila pertanto una, non lontana, pubblicazione anche di un nuovo lavoro in studio? Ci puoi dare qualche anticipazione delle novità in casa Lowlands?

Edward: Proprio oggi pomeriggio sto ascoltando i mix finali del nuovo disco dei Lowlands “Love Etc..” che uscirà ad Ottobre. E’ un disco folk, con fiati e archi...una cosa più swingata che rockeggiante...sperando di non alienare troppe persone. E’ un disco che volevo fare fortemente. La Rise Up di Pavia ce lo ha finanziato e stanno cercando anche di aiutarci con i live. Lo abbiamo inciso nei 5 gg successivi al live unplugged di cui parli (Che dovrebbe uscire in live CD/DVD prima della fine dell’anno sempre prodotto dalla Rise Up). Faremo un concerto elettrico in apertura di Priviero all’Alcatraz di Milano il 26 Ottobre dopo di che porteremo in giro “Love Etc..” in 8/10 date in piccoli teatri da 200 posti. Un tour acustico sulla falsariga dell’unplugged con i pezzi nuovi a supporto.




venerdì 27 giugno 2014

Gina Villalobos - Sola

(Pubblicato su Rootshighway)


"I couldn't write, I couldn't draw, I had no imagination or ability to reflect anymore", così Gina Villalobos descrive il buio periodo di stasi creativa attraversato all'indomani della pubblicazione del suo quarto album, Days on Their Side. Un parto discografico che aveva lasciato come svuotata la songwriter californiana, ritrovatasi a fare i conti con un inaridimento di una vena autoriale fino ad allora dimostratasi più che fervida. Un'involuzione, a livello di scrittura, avvertibile già entro i solchi dello stesso Days on Their Side, sofferente d'una piattezza musicale a tratti esasperante, frutto d'una successione di ballate dalla flemmatica indolenza. Un volontario monocromatismo compositivo ben lungi da quanto lasciato trasparire dai due cangianti capitoli precedenti, Rock'n'roll Pony e Miles Away, guadagnatisi al contrario, con la loro intrigante miscela tra acustiche polveri rootsy e robuste intelaiature elettriche di matrice rockista, diluite con l'ariosità del pop e solari armonie westcoastiane, il plauso della critica. Una Lucinda Williams intenta a reinterpretare il primigenio songbook di Sheryl Crow, avvalendosi, come backing band, dei Jayhawks; ecco ciò che traspariva dall'ascolto dei poc'anzi menzionati lavori in studio, capaci d'imporre la stessa Villalobos quale nuova promessa dell'Americana. Promessa invero disattesa proprio con l'opaco Days on Their Side, dove la nostra sembrava come essersi smarrita in umbratili percorsi umorali, lungo i quali, perlomeno a giudicare dall'odierno Sola, continua tuttora ad arrancare. Sette brevi narrazioni in formato canzone, quelle approntate per l'occasione, attraverso le quali continuare un personale discernimento emotivo, con la propria voce, il cui ruvido graffiare rimanda all'altrettanto roca vocalità di Lucinda Williams, come ideale fulcro narrativo. Intorno ad essa si accentrano gli spunti musicali di un manipolo di validi musicisti, tra i quali spiccano il vecchio sodale Kevin Haaland, alla sei corde elettrica, ed Eric Heywood, già con Son Volt e Ray LaMontagne, alla pedal steel. Proprio lo scorrere sulle corde dello slide di quest'ultimo arricchisce, con gusto ed eleganza, il languore agreste di Come Undone, per poi dettare i tempi nel disteso valzer elettrico di una Wandering By pregna del lirismo della Mary Gauthier più laconica, profondendosi infine in vellutati svolazzi armonici nella conclusiva Walk Away, splendida pur nel suo minimalismo arrangiativo. Con le livide Everything I want e Tears Gone By, cominciano ad avvertirsi invece i limiti strutturali di una forma canzone tendente troppo spesso, nel suo sonnolento svolgersi, verso il tedio. Non va meglio quando la nostra tenta di riappropriarsi della luminescenza country rock degli esordi, vedasi Tailights e Hold On To Rockets, ricorrendo ad un canovaccio, partenza attendista seguita da una straripante esplosione melodica, un po' troppo di maniera. Un ritorno sulle scene, quello della Villalobos, tra poche luci e molte ombre, condotto con il passo incerto di chi ha attraversato un momento difficile, avente lasciato ferite, emotive ed autoriali, non ancora del tutto rimarginate.


mercoledì 25 giugno 2014

Into a cosmic trip - Intervista ad Alessandro Battistini

(Pubblicato su Extra! Music Magazine)




Dalla guida della roboante automobile hard blues targata Mojo Filter al timone di un antico vascello in rotta verso inesplorate rotte astrali; Alessandro Battistini ci accompagna, tra solari melodie westcostiane e acidi sentori lisergici, alla scoperta delle sue "sessioni cosmiche".


Cominciano dal principio, come è maturata l'idea delle Cosmic Sessions?

È nata all’improvviso, ho scritto Nothing More to Say e ho capito che avevo il desiderio di esplorare nuove strade. Era da un po’ che avevo in testa qualcosa di un po’ più west coast.


Quello che emerge, fin dal primo ascolto, è un approccio, compositivo quanto esecutivo, figlio d'un libero fluire di note e parole. Come si sono svolte le sessioni di registrazione? Che clima si respirava in studio? 

Ho impostato il lavoro in studio perché fosse il più naturale possibile. Speravo che ogni musicista si sentisse libero per riuscire a dare alle canzoni quello spirito un po’ jam/free tipico di una certa musica di stampo sixties.


Nei Mojo Filter, oltre ad essere frontman e chitarrista, rivesti anche il ruolo di compositore, che differenze hai riscontrato, proprio a livello di songwriting, tra queste due esperienze musicali così diverse? 

Quando ho iniziato a scrivere ”Cosmic Sessions” ho seguito poche direttive e una di queste era dare al progetto un taglio più folk rispetto ai pezzi dei Mojo Filter; per questo ho cercato di scrivere delle canzoni con strutture più libere; in “The Roadkill Songs” avevamo cominciato a introdurre un po’ di psichedelia con Theremin e percussioni e con “Cosmic Sessions” ho voluto calcare la mano su questo aspetto.


Sonorità, quelle permeanti le “sessioni cosmiche”, figlie della California della fine degli anni Sessanta – inizio Settanta, tra echi del Laurel Canyon e la psichedelia immaginifica di Haight-Ashbury. Quasi inevitabile, quindi, che molti ti abbiano paragonato a Jonathan Wilson, fautore di due album attestatisi sulle medesime coordinate stilistiche. È un accostamento che ti lusinga oppure potrebbe, secondo te, risultare solo un, fuorviante, tentativo di catalogare la tua musica? 

Sicuramente l’accostamento mi lusinga molto; apprezzo moltissimo il lavoro di Jonathan Wilson, così come quello di Chris Robinson con i Brotherhood, trovo che in questo momento siano i due artisti che più si avvicinano a quello che vorrei fare io; mi piacciono le lunghe improvvisazioni e le parti strumentali che in certi momenti diventano quasi ambient; trovo che i loro dischi siano dei veri e propri trip musicali.


Notevole, oltre all'intrecciarsi delle corde elettroacustiche dei più diversi strumenti, è il lavoro svolto sulle armonizzazioni vocali. Che peso specifico hanno queste ultime nell'economia generale dell'album? 

Si, le armonizzazioni in “Cosmic Sessions” sono sicuramente più importanti che nei miei lavori precedenti, pensavo ai Buffalo Springfield, a certe cose dei Byrds e, nel mio piccolo, anche ad alcuni arrangiamenti della fase psichedelica dei Beatles; avrei voluto ricorrervi anche per alcuni arrangiamenti dei dischi dei Mojo Filter, ma tendo a non mettere niente su disco che poi non si possa riproporre anche dal vivo.


Alle registrazioni hanno preso parte anche alcuni ospiti di vaglia, tra i quali spicca senza dubbio Antonio Gramentieri, chitarrista nonché mente dei nostrani Sacri Cuori, e abituale frequentatore di polverose sonorità Americana e torridi ritmi desertici. Come si è integrato il particolare, evocativo fraseggio della sua sei corde all'interno di un brano come “The Wise Rabbit”? 

Quando Antonio ha sentito il demo di The Wise Rabbit mi ha detto che gli ricordava alcune cose dei Traffic e che gli avrebbe fatto piacere provare a metterci qualche chitarra. Devo dire che il risultato mi è piaciuto tantissimo perché, come suo solito, è riuscito a trovare immediatamente il suono e il mood giusto per enfatizzare il lato acido e malato della canzone.


Altra presenza di spessore è quella di Jono Manson, già frequentato in passato con i Mojo Filter, il quale non solo presta la sua voce alla splendida “Home”, ma ha svolto anche il missaggio del disco nel suo Kitchen Ink Studio, in quel di Santa Fè. Sei soddisfatto del suo lavoro? È quello che avevi in mente, a livello di suono, quando hai concepito l'album? 


In realtà Jono questa volta si è “limitato” a fare il master e come sempre ha fatto uno splendido lavoro; lui è uno di quegli artisti che riesce a rendere tutto più semplice e naturale, sia dal punto di vista artistico che da quello tecnico di produzione e registrazione; trovo che nella musica questa sia una dote imprescindibile. Il mixaggio e le riprese sono state fatte da Matteo Tovaglieri dell’Ncore Studio che si è dimostrato la spalla ideale; anche lui adora gli anni Sessanta e insieme abbiamo cercato di ricostruire quel suono che avevamo in testa. Mi è piaciuto molto lavorare con lui e spero che in futuro ci saranno altre occasioni.


Curiosa è la presenza di una sola rivisitazione del repertorio altrui, oltretutto alquanto riuscita, ovvero della “Walking The Dog” a firma Rufus Thomas, come mai questa scelta? 

Walking The Dog è uno dei primi pezzi blues che ho sentito da ragazzino. Quando l’ho sentito mi sono subito innamorato della canzone e di un certo tipo di blues molto diretto e carico di ironia; registrando “Cosmic Sessions” abbiamo provato a suonarla in modo un po’ più nostro e il risultato ci è piaciuto tanto che ho deciso di inserirla nel disco. Dal vivo ci divertiamo molto a suonarla, soprattutto per la parte finale che esce ogni volta diversa.


Così come è particolare l'inserimento di alcune particelle sonore e piccoli intermezzi parlati che appaiono all'improvviso all'interno di più d'un brano. Da dove provengono? 

In Staring At Your Splendor c’è un estratto di un’intervista a Bob Ross, un pittore che descrive il suo quadro “The Splendor Of Winter”, e parla dei colori come fossero gli ingredienti di una ricetta. Mi è piaciuto molto perché nel suo racconto i colori diventano stati d’animo.
In Inner Side, invece, abbiamo riportato un estratto di una lezione di yoga: l’insegnante sta spiegando la posizione del piccolo universo e la canzone, guarda caso, parla dell’universo interiore, una canzone triste ma con un lieto fine ;)


Davvero suggestiva è la cover del disco, con un vascello-mongolfiera, pronto a salpare per nuovi viaggi astrali, campeggiante in copertina. Chi è l'autore? 

La cover è dello Zeppelin Studio di Nicola Callegaro e Valentina Toson e mi è piaciuta proprio per il suo significato evocativo; mi sono sentito subito a bordo di quel vascello in rotta verso nuove avventure, con mezzi impropri e fantasiosi ma pieno di buoni propositi.


Reminiscenze settantiane si avvertono anche nel nome scelto per la band che ti accompagnerà dal vivo, i Salty Frogs, di velata ispirazione younghiana. Puoi presentarci i musicisti che ne fanno parte? 

Si, i Salty Frogs sono una band ad organico variabile, una sorta di grande famiglia pensata per potersi adeguare a tutte le situazioni; al momento ne fanno parte Francesca Arrigoni (voce e percussioni), Francesco Cimini (chitarre), Simone Spreafico (piano e keys), Alex Chiesa (basso) e Arnaldo Ripamonti (batteria, percussioni e voci)


In che modo riproporrai le Cosmic Sessions dal vivo? Cosa deve aspettarsi chi verrà ad assistere ad un tuo concerto? 

Abbiamo già fatto un buon numero di date e devo dire che sono molto contento perché ognuna di esse è stata a suo modo diversa e particolare. Abbiamo suonato elettrici full band o acustici in duo o trio; è divertente perché ogni formazione mette in luce arrangiamenti e aspetti diversi dei pezzi…


Vista la più che buona accoglienza riservata dalla critica al tuo esordio solista, in futuro vi saranno altri capitoli discografici a nome Alessandro Battistini, oppure le “sessioni cosmiche” rimarranno solamente, un pregevole, scarto di lato dal tuo abituale percorso musicale? 

Sicuramente a breve proseguirò come solista; a settembre/ottobre uscirò con un video clip e poi sarò impegnato in una serie di concerti alcuni dei quali fuori dall’Italia. Nel frattempo sto lavorando al nuovo materiale.


Hard blues psichedelico con i Mojo Filter, ed ora questo rilucente caleidoscopio sonoro elettroacustico; il tutto lascia trapelare una curiosità musicale a 360°. Quali sono stati i dischi o gli artisti che hanno maggiormente influenzato, nel corso degli anni, il tuo modo di intendere, nonché di fare, musica? 

Sono nato ascoltando e suonando i Led Zeppelin o Jimi Hendrix e subito dopo il british blues di band come Bluesbreakers, Yardbirds. Ho adorato i Doors e le loro atmosfere, e sono stato segnato dagli Stones e impressionato dalla genialità dei Beatles. E poi c’è tutto quell’elettro folk di metà anni Settanta: Buffalo Springfield, Crosby stills Nash & Young, Tim Buckley, Grateful Dead, Joni Mitchell