domenica 10 agosto 2014

Billy Bragg @ Teatro dal Verme - Milano

(Pubblicato su Extra! Music Magazine)


Trent'anni passati a dividersi tra musica e attivismo politico, con una chitarra, sia essa elettrica o acustica, come unica “arma” e uno sguardo profondamente critico nei confronti di una società, inglese e non, colma, ancor oggi, di contraddizioni, sopraffazioni ed ingiustizie, denunciate e messe in musica con Woody Guthrie nel cuore; questo è Billy Bragg, autentico working class hero, con un'ormai lunga carriera in un mondo musicale dove la sua integrità morale e la sua coerenza ideologica rappresentano la classica “mosca bianca”. Non è mai sceso a compromessi il songwriter inglese, ha inciso e cantato quello che pensava fosse giusto urlare al mondo con tutta la propria voce, schierandosi sempre dalla parte dei più deboli, degli oppressi e dei lavoratori, sulle orme proprio di quel Woody Guthrie che come un'ombra ha vegliato sul suo cammino musicale. Un percorso che ha visto il bardo di Barking, evolversi e mutare, musicalmente, passando dagli esordi contrassegnati da una giovanilistica rabbia clashiana, con la propria chitarra elettrica a menare fendenti contro nemici vecchi e nuovi, ad una “svolta” verso più raccolte sonorità di stampo Americana, figlie di quella terra statunitense patria dei suoi “maestri” musicali. Una “svolta” ben esemplificata dal suo recente parto in studio, Tooth And Nail, registrato sotto l'egida di Joe Henry, splendida fotografia in musica dell'odierno Billy Bragg, songwriter e uomo. Ed è proprio il Bragg più rootsy oriented quello che si presenta questa sera sul palco del Teatro Dal Verme di Milano, per la prima delle due date italiane a supporto della sua, summenzionata, ultima fatica discografica. Accompagnato da una solida ed impeccabile quanto al contempo versatile band, il nostro fa il suo ingresso in scena con in sottofondo le note della cooderiana No Bankers Left Behind, incipit quanto mai sintomatico di quelle che saranno le tematiche trattate durante il concerto. Se la musica e le liriche rivestono ovviamente un ruolo di primaria importanza nell'economia bragghiana, anche le storie e gli aneddoti raccontati tra un brano e l'altro, con il consueto umorismo britannico, hanno uguale peso specifico in quello che più che un concerto è parsa a tratti una chiacchierata con un vecchio amico che non si vedeva da lungo tempo. Il nostro strappa più d'un sorriso quando racconta di come si sia stupito che il suo ultimo album venga etichettato con il termine Americana, definendo quest'ultima “musica country per chi ama gli Smiths”, ed invitandoci a pensare ad un, neanche tanto improbabile, duetto tra Emmylou Harris e Morrissey. Un'Americana alla cui fonte si era già, tuttavia, abbeverato in passato, ai tempi del progetto Mermaid Avenue, quando era stato scelto da Nora, figlia di Woody Guthrie per musicare alcune liriche del padre rimaste incompiute, in un'opera di rivisitazione, condivisa con i Wilco. E proprio lungo la Mermaid Avenue Bragg ci accompagna questa sera, prima attraverso le delicate note di Way Over Yonder In The Minor Key, dall'incontaminata purezza folk, per poi lasciarsi andare in una All You Fascists Bound To Lose, cesellata dal lavorio allo slide di CJ Hillman ed irrobustita dalla sezione ritmica “antifascista” formata dalla batteria di Luke Bullen e dal basso di Dave Evans, indirizzata al rigurgito destrorso emerso dalle recenti elezioni europee. Liriche guthriane di sempre più drammatica attualità quindi, come quelle di I Ain't Got No Home, livido ritratto dello strapotere delle banche e della sopraffazione del ricco nel confronti del povero, cancri che ancor oggi attanagliano la società, riproposta in una dimessa, sofferta interpretazione, a dir poco da brividi. Sorprende allo stesso modo il trattamento riservato ai suoi “classici” rivisti e corretti attraverso un'ottica, per l'appunto, Americana, come una Ideology d'ascendenza quasi parsoniana, posta in apertura di concerto, o il sussultante clangore twangy di You Woke Up My Neighbourhood, contenuta in quel Don't Try This At Home a cui il songwriter inglese rivolgerà a più riprese la propria attenzione. Quella di una “svolta” country è anche l'accusa che più di un critico musicale ha rivolto al nostro all'indomani della pubblicazione proprio di Tooth And Nail. “Dicono che mi sono dato al country, solo perché ho un tizio che suona la pedal steel nella mia band, indosso una camicia e degli stivali a punta in stile Kenny Loggins, ed ho una barba lunga, ma nei miei album c'è sempre stato il twang tipico del country”, rimarca Bragg per poi lanciarsi in una disquisizione sullo skiffle, ricordando l'importanza di Lonnie Donegan e spiegando come l'Americana in realtà l'abbiano inventata gli inglesi, eseguendo, a sostegno della propria tesi, una stonesiana Dead Flowers. Non poteva mancare un divertente monologo sul modo in cui il nostro ha saputo, mentre si trovava in una caffetteria di Calgary (il Texas del Canada come l'ha definita egli stesso), della dipartita del suo “avversario” storico, ovvero l'ex primo ministro inglese Margareth Thatcher,e di come i presenti abbiano reagito con uno sbigottito: “Era ancora viva Margaret Thatcher!?”; quando ha comunicato loro la notizia. O di come una sera, a inizio carriera, in un locale del New England quando si è trovato, suo malgrado, a fronteggiare un accalorato membro del pubblico che gli urlava a più riprese “Play your hits”; episodio dal quale trae spunto per regalarci una scintillante Sexuality, dagli irresistibili coretti, uno dei suoi pezzi “commercialmente” più noti. Da Tooth And Nail il nostro ripropone, invece, l'intensa, nei suoi continui saliscendi melodico-ritmici, There Will Be A Reckoning, e il lento ciondolare rootsy di Handyman Blues, per poi deliziare la platea con un'incantevole rilettura di California Stars, anch'essa proveniente dal “viale della Sirena”. Un progetto quest'ultimo nel quale Bragg aveva pensato, parole sue, di farsi affiancare, anziché dagli Wilco, dai tedeschi Kraftwerk, per enfatizzare ancor più quella visione europea della figura di Guthrie fortemente voluta dalla figlia Nora. Si erano anche trovati in studio per iniziare a registrare qualcosa insieme ma il master contenente il frutto di queste sessioni di registrazione venne dimenticato sul sedile di un taxi. Suonando in Germania pochi giorni, però, gli è tornato in mente uno dei brani incisi in quei giorni e questa sera potremo finalmente ascoltarlo. È chiaramente solo una presa in giro, è il seguente intro sintetico, di stampo kraftwerkiano ovviamente, sfocia presto in una A New England cantata a squarciagola da tutta la platea. Un altro ripescaggio da Don't Try This At Home, è Accident Waiting To Happen, la quale non ha perso un grammo della sua primigenia carica elettrica, e sulle cui note il nostro e i suoi pards abbandonano il palco. Giusto il tempo di farsi invocare a gran voce ed eccolo ritornare in solitaria, imbracciando la fida sei corde elettrica, per una sempre pungente To Have And To Have Not, a rivangare i propri esordi e la lezione appresa dai Clash, a cui fa seguito l'intramontabile inno sindacale There Is A Power In A Union, che Bragg canta con veemenza, con tanto di pugno alzato, quasi a voler rievocare lo spettro di Joe Hill. Una dolente Tank Park Salute, con il contrappunto dei tasti bianchi e neri di Kenny Dickenson, è il preludio ad una conclusiva, straripante Waiting For The Great Leap Forward, con i due raggiunti a scaglioni dai restanti membri della band e con tutto il teatro ormai in piedi a ballare e a cantare. “La musica non può forse cambiare il mondo” afferma Bragg, “ma può aiutarci a non sentirci soli, a farci capire che altre persone come noi lottano ogni giorno per un futuro ed un mondo migliore. È il cinismo il vero nemico da combattere, non la globalizzazione o il capitalismo, ma bensì quel senso di frustrazione e inadeguatezza che regna sovrano, sottopelle, in ognuno di noi, che ci costringe a pensare di non essere in grado di far nulla per cambiare la società che ci circonda. Solo con una presa di coscienza individuale si potrà arrivare ad un cambiamento collettivo”. Una lezione che tutti i presenti sono sicuro hanno fatto propria, così come sono altrettanto sicuro che il concerto al quale hanno assistito questa sera rimarrà indelebilmente scolpito nella loro mente.


SETLIST:

Ideology
No One Knows Nothing Anymore
Way Over Yonder In The Minor Key
I Ain't Got No Home
All You Fascists Bound To Lose
You Woke Up My Neighbourhood
Dead Flowers
Greetings To The New Brunette
There Will Be A Reckoning
Handyman Blues
Sexuality
California Stars
A New England
Accident Waiting To Happen


ENCORE:

To Have And To Have Not
There Is A Power In A Union
Tank Park Salute
Waiting For The Great Leap Forward



Chris Cacavas & Edward Abbiati - Me and the Devil

(Pubblicato su Extra! Music Magazine)


Il confrontarsi, così come il desiderio di collaborare, sono in grado di abbattere ostacoli fisici e mentali, unendo, nel conseguimento di un comune fine artistico, personalità tra le più diverse e, solo sulla carta, inconciliabili. Una lezione sicuramente appresa, nel suo inquieto girovagare, da Chris Cacavas, tastierista degli indimenticati Green On Red, perlomeno a giudicare dal lungo elenco di collaborazioni, passate e presenti, andate ad arricchire il suo “curriculum sonico”. Steve Wynn, Howe Gelb, Calexico, Chris Eckman fino al vecchio “compare” Dan Stuart, sono solo alcuni tra quelli che si sono avvalsi, negli anni, della sua maestria ai tasti, il tutto senza tralasciare una parallela carriera solista affatto avara di soddisfazioni.
Proprio nel prosieguo del suo cammino “solitario”, il nostro si è anzi, a più riprese, circondato di uno stuolo di musicisti di più diversa estrazione, tra i quali molti italiani. Con il nostro Paese, in particolare, ha instaurato un profondo rapporto di interscambio sonoro, tanto da spingerlo, in preda ad un nuovo impulso creativo a lasciare il sud della Germania, dove ora risiede, valicando nuovamente le Alpi, per giungere infine nella pianura pavese, a bussare alla porta di Edward Abbiati. Forti di un'amicizia nata durante le sessioni di registrazione dei primi, notevoli album dei Lowlands, combo capitanato dallo stesso Abbiati, alle quali Cacavas aveva preso parte, i due pensavano da tempo di dar vita ad una più compiuta collaborazione, oggi finalmente concretizzatasi, dopo un lungo scambio epistolare, in un intrigante progetto condiviso. Condivisione caratterizzata da una voluta democraticità, evidente tanto nella scelta della ragione sociale, recante il nome di entrambi, quanto nel tipo di approccio compositivo usato. A supportare musicalmente questo scrivere “di coppia” troviamo due loro vecchie “conoscenze”, ovvero Mike “Slo-Mo” Brenner alla chitarra e lap steel, e Winston Watson ai tamburi, ai quali vanno ad aggiungersi gli interventi strumentali di un ristretto novero di valenti musicisti. Rinchiusi tra le vecchie mura di un casolare immerso nella quiete agreste della campagna pavese, lo “Studio in a Barn”, i nostri hanno così dato vita ad una sorta di brainstorming autoriale, scambiandosi reciprocamente idee, suoni e parole, senza porsi, a priori, alcun vincolo formale. Frutto di questo sforzo compositivo congiunto è un album, Me and the Devil, messo su nastro in una manciata di giorni nell'infuocato agosto dello scorso anno, avente proprio in una marcata multiformità stilistica il suo tratto distintivo. Un variegato amalgama, quello approntato dai nostri per l'occasione, nel quale far confluire, rielaborandoli secondo un comune sentire, elementi sonori provenienti dalle rispettive esperienze, passate e presenti. Esemplificativo, in tal senso, è il tribale incedere della salmodiante Against The Wall, posta in apertura, con le voci dei due titolari a muoversi, fin da subito, all'unisono, su di un reiterato fondale elettrico, screziato dai liquidi fraseggi dell'organo dello stesso Cacavas e dal vibrante soffiare, di nera ascendenza, del sax baritono di Andres Villani, presente, ancora in coppia con gli affreschi solistici dei tasti bianchi e neri, anche in una suadente Oh Baby, Please dalle scure tinte soul. Nella title track è invece un'armonica di stampo popperiano, affidata alle labbra di Richard Hunter, a infondere un flavour bluesy in sincopate trame funk, con le voci di Cacavas ed Abbiati ad unirsi nuovamente, in un'esorcizzante declamare, enfatizzato dalla spettrale sei corde di Stefan Roller. Un connubio davvero suggestivo quello tra le corde vocali dei due, con la voce d'umorale lividezza di Cacavas avente nella roca ugola di Abbiati il proprio ideale contraltare canoro. E se l'influenza della penna del primo è avvertibile negli episodi di più pugnace pervasività elettrica, come il talking reediano di una rutilante Long Dark Sky, o la cadenzata The Other Side, ipnotica cavalcata acida rievocante il Neil Young settantiano di “Zuma”; il secondo porta in dote, dal canto suo, quelle polverose sonorità Americana, già esplorate con i suoi Lowlands, e qui cristallizzatesi nel rotolare alternative country d'una sferragliante Can't Wake Up. Echi Americana udibili anche nel chiaroscurale splendore di Hay Into Gold dove, complice la lap steel di Brenner e gli intarsi del violoncello di David Henry, pare aleggiare lo spettro del mai troppo rimpianto Jason Molina. Nei momenti di più riflessiva introspezione ad emergere è, ancor più, la purezza della composizione della coppia, come nella dimessa The Week Song, affidata alle sole dita di Cacavas, con il discreto slide di Brenner a ricamare melodie sullo sfondo, o nel lieve pizzicare acustico, su di un chiesastico tappeto armonico intessuto dall'organo, della trattenuta I'll See Ya. A dir poco sublime, nella sua scarna leggiadria folkie, è la conclusiva Rest Of My Life figlia di una voluta economia d'arrangiamento tesa a valorizzare un ultimo, toccante duetto vocale. Un album di stupefacente bellezza, Me and the Devil, nonché prima, ispirata tappa di quello che, ci auguriamo, possa essere un viaggio sonoro, a due, lungo e fruttuoso.



venerdì 18 luglio 2014

Robert Plant & the Sensational Space Shifters / North Mississippi Allstars @ Pistoia Blues Festival - Pistoia

(Pubblicato su Extra! Music Magazine)


Una lieve pioggia tamburella sul parabrezza della macchina mentre ci avviciniamo a Pistoia, lasciando presagire, viste anche le grigie nuvole dalle quali proviene, una serata “bagnata”. Fortunatamente, giusto il tempo di trovare parcheggio, e il cielo si mostra clemente aprendosi in tutta la sua tersa ed azzurra limpidezza, quasi avesse ascoltato le nostre suppliche. Raggiunto il centro della cittadina toscana, ci dirigiamo verso piazza del Duomo, dove questa sera salirà sul palco del Pistoia Blues Robert Plant, nel battesimo italiano della sua nuova avventura musicale in compagnia dei Sensational Space Shifters. Arrivati quasi in prossimità della piazza ci imbattiamo, quasi per caso, in Cody Dickinson, batterista nonché anima, insieme al fratello Luther, dei North Mississippi Allstars, ai quali spetterà invece il compito di aprire la serata. Due parole, una foto insieme e il buon Cody ci lascia con la profetica frase “World boogie is coming”. Una profezia che si dimostrerà quanto mai veritiera, perlomeno a giudicare da quanto ascoltato, poco dopo, quando i tre si sono presentati sul palco. Praticamente sconosciuti ad una già gremita piazza, colorata da una miriade di magliette recanti, come inevitabile, il nome dei Led Zeppelin, il trio di Hernando non si è lasciato intimorire, dando vita ad un set di rara intensità, in un'impeccabile riproposizione di quel hill country blues del quale i nostri sono tanto giovani alfieri, quanto prosecutori di un'antica tradizione avente come capostipiti leggende, a lungo frequentate, del calibro di RL Burnside e Otha Turner. Proprio con un tributo a quest'ultimo ha inizio il concerto, in un medley d'arcaico tribalismo tra Shimmy, una dixoniana My Babe e una sanguigna Station Blues, a rievocare quelle poliritmie elemento fondante delle sonorità fife and drum di cui proprio Turner fu uno dei più fulgidi rappresentanti. “World boogie is coming” aveva promesso Cody, e proprio dal loro ultimo lavoro, recante lo stesso titolo, i fratelli Dickinson hanno attinto a piene mani, traghettando nel futuro, secondo una personale visione modernista della materia, vecchi tradizionali e brani simbolo del blues delle colline. Ad aiutare i due vi è Lightning Malcom, brillante chitarrista nonché amico di lunga data, assoldato, in questo frangente, come bassista, nell'ardua impresa di sostituire il corpulento Chris “Big” Chew. Compito svolto, invero, più che egregiamente, con il nostro a muoversi agile e preciso sul proprio, inedito strumento, come in una serrata Rollin And Tumblin, con Luther impegnato a far scorrere il proprio slide sulle due corde di un'auto-costruita coffee can guitar. È invece Cody a rubare la scena ai due, prima indossando una washboard “preparata” ed effettata, grattandola con veemenza in una debordante versione di Psychedelic Sex Machine, per poi indossare un marching snare e dar vita, insieme a Luther alla grancassa e Malcom ad un piccolo tom, ad una tonitruante rivisitazione della turneriana Granny, Does Your Dog Bite, conclusa in mezzo alla piazza tra le urla entusiaste dei presenti. Tornati sul palco i tre ci inebriano con gli effluvi sudisti della strumentale ML, dove Cody imbraccia anch'egli una chitarra elettrica per incrociarla con quella del fratello e Malcom si siede alla batteria dividendosi tra basso, grancassa e rullante; per poi tuffarsi in un nuovo infuocato medley, intriso nel fango del Delta del Mississippi, tra Preachin' Blues, a firma Robert Johnson, e una Mississippi Boll Weevil di pattoniana memoria. Il marziale dipanarsi di Back Back Train è invece l'enfatico preambolo ad una nervosa, elettrica Goin' Down South, sfociante nel palpitare sincopato di JR, quasi a voler invocare i fantasmi di RL Burnside e Junior Kimbrough, ovunque essi siano. Sulle note della seconda assistiamo ad uno “scambio volante” di strumenti, tra Luther e Malcom, con quest'ultimo a prendersi anche il microfono in un'ipnotica, kimbroughiana All Night Long, prima di far ritorno al proprio “ruolo primario” in una micidiale Let My Babe Ride con la quale i tre salutano, dopo averci fatto rivivere la magica atmosfera che si respira ogni anno al North Mississippi Hill Country Picnic. Un set adrenalinico dal notevole impatto, con un unico difetto, la durata alquanto risicata, che ha lasciato l'amaro in bocca in quei, purtroppo pochi, astanti accorsi per assistere al concerto dei terribili fratelli Dickinson. D'altra parte il piatto forte non è di provenienza statunitense ma bensì albionica, come ricordato da quella che sarà la copertina di Lullaby And...The Ceaseless Road, album di prossima pubblicazione del protagonista della serata, il cui artwork campeggia sul palco. E Robert Plant non si fa certo attendere e acclamato a gran voce fa il suo ingresso sulle note pizzicate della chitarra acustica di Liam Tyson, per ammutolire subito la piazza con una struggente, intensa versione di Babe I'm Gonna Leave You. É un uomo dal passato, musicale, leggendario quanto “ingombrante” il biondo crinito cantate inglese, ma questa sera ha dimostrato di saperlo esorcizzare con estrema classe, e con una voce alla quale il tempo ha sì limitato in parte l'estensione ma ha donato anche nuove, calde tonalità. Non solo un salto temporale, nel proprio passato sonoro, ma anche geografico quello compiuto stasera, con i Sensational Space Shifters come fedeli compagni di viaggio. Un viaggiare spazio-temporale che ha in più d'un occasione affiancato il vecchio Dirigibile, pur mantenendo inalterata la propria rotta verso nuovi, futuristici confini sonici. Un immaginifico itinerario che dall'Aberdeen di Bukka White e la Chicago di Willie Dixon, passando per la natìa Gran Bretagna, si è sporcato tanto con la polvere del deserto africano che con sintetici loop elettronici. A conferma di ciò basta osservare il trattamento riservato a Black Dog, trasformata in un melismatico declamare ancestrale, che il percuotere dei tamburi di Dave Smith e il pulsare del basso di Billy Fuller, con il riti (il violino ad una corda) e i vocalizzi di Juldeh Camara avvicinano alle sonorità desertiche dei Tinariwen. Sono proprio i “souvenir sonici” dei trascorsi di Plant in Mali ad emergere maggiormente tra le trame d'una amalgama musicale di difficile catalogazione. D'altra parte sarebbe castrante quanto inutile confinarlo entro rigidi steccati stilistici, bisogna solamente abbandonarsi al turbinio di suoni, antichi e moderni, sapientemente miscelati da uno sciamanico Plant e dai suoi “seguaci”. Come quelli innervanti l'evocativa Rainbow, primo estratto dal futuro Lullaby And...The Ceaseless Road, ed aperta dal battere collettivo dei bendir. Going To California, affidata al solo picking della chitarra di Tyson e al mandolino di Adams, mantiene intatto tutta la sua pastoralità folkie, mentre What Is And What Should Never Be ammalia con la sua sognante aura melodica prima di venire squarciata da un spigoloso rifferama pregno d'elettricità. E che dire di una Spoonful tra indiavolata possessione blues e gli algidi tocchi delle tastiere di John Baggott, o di una Fixin To Die prelevata dal songbook di Bukka White e trasformatasi in una sussultante country song futurista, con un infervorato Justin Adams che pare un Brian Setzer sotto anfetamina? Bisogna solo ascoltare in rispettoso silenzio e giovarsi di poter assistere a così tanta grazia interpretativa. Grazia che raggiunge il suo culmine nella rilettura di un altro tradizionale, Little Maggie, (anch'essa nella tracklist dell'album di prossima pubblicazione) capace d'unire ad un substrato melodico-ritmico figlio della grande Madre Africa, intessuto nuovamente dal riti e dal koloko, ai quali si aggiunge il banjo appalachiano di Tyson, il lirismo epico della tradizione musicale americana; così come in una stupefacente Whole Lotta Love, dal melmoso, lento incipit bluesato, prima di lasciare esplodere quel riff che ha marchiato a fuoco la storia del rock'n'roll, per poi omaggiare Elias Bates McDaniel, in arte Bo Diddley, con un'acida citazione di Who Do You Love, rimandante ai Quicksilver Messenger Service di Happy Trails. I sette abbandonano il palco tra gli applausi scroscianti, ma visto il rumoreggiare della folla non tardano a far ritorno in scena, per proporre un altro brano inedito, Pocketful Of Golden, avvolto, ancor una volta, da sensuali armonie africane, aumentando ancor di più la curiosità per il nuovo lavoro in studio. “Ed ora un'altra canzone per chiudere questa magnifica serata”, dice Plant, “una vecchia, vecchia canzone folk dalla zona di Pistoia”. Neanche il tempo di cercare di capire che razza di brano potrebbe essere che le note immortali di Rock And Roll mandano in delirio tutti i presenti (con tanto di reggiseno lanciato sul palco tra lo stupore dello stesso Plant), portando il Dirigibile a sorvolare per un'ultima volta sopra i cieli di un continente africano mai sembrato così vicino. Due concerti a dir poco magnifici quelli ai quali abbiamo avuto la fortuna di assistere stasera, con i North Mississippi Allstars a confermarsi a dir poco micidiali on stage, e un Robert Plant alla cui gigantesca statura artistica non resta che inchinarsi in segno di profondo rispetto.




Chuck Ragan - Till midnight

(Pubblicato su Extra! Music Magazine)



Con rumorosi trascorsi tra le fila della post hardcore band Hot Water Music, Chuck Ragan è stato come folgorato, qualche anno or sono, non sulla biblica via di Damasco, quanto sullo sterrato d'una sperduta rural route statunitense. Una “conversione” acustica che dapprima l'ha visto affiancare alla band “madre” un side project, a nome Rumbleseat, di più sommessa estrazione folk, fino a quando, conclusasi la summenzionata esperienza collettiva, ha intrapreso un nuovo, solitario cammino, a proprio nome. Un'avventura solistica dove, tuttavia, permanevano, e permangono tuttora, roventi reminiscenze del proprio passato da punk rocker, riscontrabili tanto nel tipo di trattamento riservato agli stilemi Americana, riletti con sanguigno ardore, quanto in una ruvida voce dalla scorticante liricità. Sarà stata inoltre la frequentazione di “canaglie” del calibro di Ben Nichols, Craig Finn e Jesse Malin, compagni di scorribande musicali in un orgiastica serie di date, oppure il riavvicinarsi con i vecchi “compagni d'armi” degli Hot Water Music, ma Ragan sembra, perlomeno a giudicare da quanto contenuto nell'odierno Till Midnight, aver iniettato, in tempi recenti, una nuova, robusta dose d'adrenalinica elettricità in un, a dire il vero, già inquieto nervosismo rootsy. Registrato in quel di Los Angeles, sotto la supervisione dell'ex Blind Melon Christopher Thorn, con il supporto degli ormai fidati Camaraderie (ai quali si aggiunge la new entry dietro ai tamburi David Hidalgo Jr), l'album si avvale inoltre del contributo vocale di numerosi ospiti, tra i quali meritano una menzione il succitato Ben Nichols dei Lucero e Rami Jaffee dei Wallflowers, a creare un muro di corale vocalità, poggiante su solide fondamenta di malta elettroacustica. Un approccio compositivo ed esecutivo, quello del songwriter texano, fattosi quindi ancor più muscolare che in passato, il tutto a discapito di quell'espressività spoglia e genuina caratterizzante i suoi primi lavori da “titolare”. Sono per l'appunto i, purtroppo sparuti, episodi sonori riconducibili a quest'ultimi a brillare per bellezza di scrittura e fascino evocativo, come una ruspante Bedroll Lullaby, connubio, decisamente a fuoco, fra terrigni sentori Americana, evocati dal violino di Jon Caunt e dalla pedal steel di Todd Beene, e la febbrile, lacerante interpretazione vocale raganiana; oppure l'accorata supplica folk di Wake With You, fino ad una conclusiva, distesa For All We Care, dal finale, in crescendo, irto di spigolosità elettriche. Altalenante è invece l'esito quando il nostro decide di puntare tutto sui muscoli, martoriando i propri originari spartiti acustici con bruschi, crepitanti scossoni rockisti, in una rabbiosa, quanto spesso insensata, foga esecutiva. E se l'opener Something May Catch Fire così come la successiva Vagabond, pur modellate su di una ben calibrata costruzione del climax, sembrano altresì fare il verso, vocalmente e non, tanto al suo illustre “collega” del New Jersey, tal Bruce Springsteen, quanto al graffiare del “felino” John Mellencamp, nel country demolito e sfasciato di Revved o in una Gave My Heart Out dall'eccessiva enfasi declamatoria, sono le stesse architetture raganiane a mostrare invece più di uno scricchiolio strutturale. Nel suo voler essere, a volte forzatamente, ‘sopra le righe’, Till Midnight pare concepito per essere riproposto, tra litri di sudore versato e di alcol bevuto, sulle assi di un palcoscenico, senza dubbio dimensione ideale nella quale dar sfogo alla dirompente carica interpretativa del nostro. Un album che farà sicuramente la gioia degli springsteeniani più incalliti, così come dei seguaci del Coguaro di Bloomington, ma al contempo lascerà con l'amaro in bocca coloro che avevano conosciuto, e apprezzato, Ragan ai suoi esordi.


domenica 6 luglio 2014

Clara Barker - Fine Art and the Breslins

(Pubblicato su Extra! Music Magazine)


“See the man with the stage fright...”, cantava Rick Danko, l'indimenticato bassista della leggendaria Band, quasi ad esorcizzare una paura, quella del palcoscenico, da sempre incubo dei musicisti, siano essi narcisistiche “prime donne” avvezze alle luci della ribalta, quanto imberbi esordienti di belle speranze. Un'ansia, quella di esibirsi di fronte ad un pubblico, attanagliante anche Clara Barker, giovane songwriter dell'Isola di Man, incapace di replicare dal vivo quanto prodotto, musicalmente, nella protetta solitudine delle proprie pareti domestiche. C'è stato bisogno di una drastica “terapia d'urto”, esibendosi in una serata open mic, a pochi passi da casa, per sconfiggere questa sordida fobia, acquistando una sicurezza performativa tale da spingerla ad “imbarcarsi” in una serie di date sul suolo britannico, fino a raggiungere quegli Stati Uniti a lungo sognati. A queste prime esperienze on stage ha fatto seguito anche l'ingresso tra le pareti di uno studio di registrazione, dove le canzoni, annotate su di un taccuino nelle solitarie giornate casalinghe, hanno dato forma ad un esordio, Indigo, seguito a breve distanza da un EP dal vivo, Hard Work And Whiskey, ulteriore testimonianza d'una, ormai acquisita, sicurezza scenica. Lavori, quest'ultimi, nei quali la lucente leggerezza del pop si 'sposava”, idealmente, con una fragilità acustica di lontana derivazione folk, in un “matrimonio musicale” che pare perdurare anche nell'odierno Fine Art And The Breslins. Una cifra stilistica, dalla gioiosa effervescenza melodica, nella quale tuttavia erano, e sono tutt'oggi, riscontrabili alcuni palesi punti deboli, a cominciare dalla voce della Barker, sin troppo esile nel suo svolazzare armonico, in un monocromatismo tonale a tratti impalpabile. Ai limiti espressivi di quest'ultima si aggiunge un songwriting ancora acerbo, nonché sin troppo “ballerino” nel suo barcamenarsi tra le influenze più disparate, e spesso inconciliabili tra loro, con il negativo risultato di appesantire i pentagrammi con tronfi e melensi arrangiamenti. Paradossalmente è infatti quando la Barker compone “per sottrazione” che sembra ottenere i risultati migliori, come in Hard Work And Whiskey e Happy Accidents, ballate d'asciutta e rarefatta delicatezza acustica, frutto di un più parco lavorio arrangiativo. Convincono, allo stesso modo, anche lo scalpitio country folk di Love (Fill My Heart), e la personale, frizzante rivisitazione del boom chicka boom cashiano di Still Here, mentre, al contrario, tanto l'opener Angel quanto una patinata e ruffiana Sollami and Sollamar sono confezionate ricorrendo a dosi di zuccherina melassa pop talmente sovrabbondanti da mandare in shock diabetico anche il divoratore di “caramelle soniche” più goloso. Materia sonora, quella pop, che la Barker tenta infine di variegare, in Dodging Bullets e Seth's Song, ricorrendo a sintetiche atmosfere elettroniche con risultati, invero, più che discutibili. Se l'ansia da palcoscenico è ormai solo un lontano ricordo, oggi la Barker dovrebbe invece concentrare la propria attenzione su di un songwriting ancora troppo altalenante nel suo passare da momenti d'ispirata grazia compositiva a rovinose cadute di stile.



Rocky Wood - Shimmer

(Pubblicato su Extra! Music Magazine)


Il legno è elemento basilare nella costruzione di uno strumento musicale, con la propria capacità, grazie alle sue caratteristiche naturali, di condurre e far risuonare al proprio interno la grezza materia sonora. E se l'abete rosso, avente nella nostrana Valle di Fiemme uno dei suoi habitat prediletti, è solo una delle tante varietà ascritte nella lista dei “legni nobili” per questo tipo di certosina lavorazione, dalla vicina Svizzera una nuova scoperta in campo legnoso reclama oggi il proprio posto all'interno di questa ristretta cerchia. Un “legno roccioso proveniente per l'appunto dalle verdi vallate elvetiche, mirabilmente lavorato e tornito da un quintetto di giovani musicisti, i Rocky Wood, capaci di estrapolarne le nascoste qualità musicali, per farle poi confluire nell'arioso risuonare di un debutto, Shimmer, dove la sospensione onirica del dream pop incontra i sentori agresti del più incontaminato avant folk. Se è a livello strumentale che si avverte maggiormente l'influsso della componente “vegeto-rocciosa”, è tuttavia la voce da contralto di Romina Kalsi, calda ed avvolgente, come la brezza estiva, a condurci in suggestivi territori d'immaginifico incanto. Intorno ad essa le corde di Fabio Besomi e Roberto Pianca intrecciano aeree melodie d'agrodolce evanescenza, ottimamente sostenute dal battere ritmico del basso di Stefano Senni, anche al contrabbasso, e dalla batteria e percussioni di Nelide Bandello. Vengono in tal modo “intagliate” piccole sculture soniche, d'artigianale bellezza, come The Dawn, in cui il pizzicare bucolico di un banjo e il tintinnare delicato del pianoforte vanno a cesellare l'arpeggiare flebile di una sei corde acustica, accompagnandoci, insieme alla struggente vocalità della Kalsi, verso il sopraggiungere dell'alba. Oppure come la livida, Dead Man, avvolta dalle grigie nebbie del folk albionico, o l'opener Blind Hawaii, d'intelaiatura elettro-acustica, nella quale si avverte maggiormente la purezza del songwriting del quintetto. Un'elettricità avvertibile, anche, tanto in una Plans capace d'espandere, verso oasi di rarefatta ondulazione melodica, un elettrico incedere younghiano; quanto nel finale d'una urticante Shooting Frames, tra distorte volute chitarristiche e una più marcata spinta percussiva. Il folk, nella sua accezione modernista, torna invece ad essere elemento preponderante tra le trame d'una Run Away dove spicca la plumbea pastoralità di un fingerpicking ricordante gli episodi di più trattenuto languore rurale dei fratelli Avett; così come nella lunga Sulfur Seed pervasa da nebulose rarefazioni, in un soffuso preambolo alla conclusiva, al contrario breve, Beautiful, a rievocare nel suo mesto fluttuare, il lento ed inesorabile muoversi della marea. Un'opera prima di delizioso equilibrio elettro-acustico, Shimmer, nonché sintomatica delle pregiate proprietà musicali di un “legno roccioso”, dal quale risuonano arie di poetico splendore.




mercoledì 2 luglio 2014

We and the Devil, walking side by side - Intervista a Chris Cacavas e Edward Abbiati

(Pubblicato su Extra! Music Magazine)



Il primo è stato tastierista dei leggendari Green On Red, il secondo è invece il cuore pulsante dei Lowlands, una delle più belle e solide realtà dell'Americana “made in Italy”, oggi i due uniscono i propri songwriting in un inedito progetto condiviso.
Abbiamo chiesto a Chris Cacavas e Edward Abbiati di raccontarci la genesi di ”Me and the Devil”, primo ispirato risultato di questa comunione artistica.

Vi conoscete ormai da anni, e vi siete più volte, musicalmente frequentati, specie in occasione della registrazione dei primi due album dei Lowlands (band di cui Edward è leader e compositore) ai quali partecipa, in veste di ospite, proprio Chris. Quando e come è nata invece l'idea di un progetto a due?

Edward: Era un periodo in cui io ero un pò fermo con i Lowlands e anche lui era fermo da un pò. Ci sentivamo al telefono ogni tanto, un saluto e quattro chiacchiere. Ci siamo detti, perché non trovarci, senza scadenze o aspettative, due o tre giorni in cui proviamo a scrivere assieme. Vediamo come va. Era una cosa che io non avevo mai praticamente fatto. Tutto è stato molto naturale, i pezzi venivano molto fluidamente. Li componevamo e li facevamo a pezzi, musica e testi, sul momento. Appena trovavamo una struttura che ci pareva fosse la canzone, la registravamo al volo sul telefonino e passavamo alla seguente...dopo 4-5 brani abbiamo iniziato a pensare che forse stavamo scrivendo un disco assieme.


Suggestivo è, senza dubbio, il titolo di questo vostro primo parto discografico condiviso, Me and the Devil, rievocante una mitologia blues d'ascendenza johnsoniana. Come mai questa scelta? Ha qualche significato recondito?

Chris: Ummm...essenzialmente si riferisce a quell’antica lotta tra il bene e il male...o forse tra il male ed il male. Le canzoni su questo disco parlano di lotte interne ed esterne e la frustrazione nel non riuscire a trovare soluzioni semplici. La mitologia del diavolo? Per alcuni il Diavolo è molto reale e non ha nulla di mitologico. E’ sempre stato il simbolo del male profondo e ha avuto un ruolo in innumerevoli canzoni. Nel nostro caso forse abbiamo trovato un’alleanza più che una lotta...una collaborazione. Chissà. Time will tell.


Il blues, tuttavia, è solo uno degli elementi sonori presenti tra i solchi di un album avente nella sua multiformità stilistica il proprio tratto distintivo, nonché punto di forza. L'Americana in tutte le sue più diverse accezioni, l'elettricità del rock, il soul urbano e il raccoglimento agrodolce del folk convivono, infatti, in un intrigante amalgama che potrebbe quasi essere considerato una sorta di summa artistica dei vostri rispettivi percorsi musicali. Che ne pensate?

Chris: Ed e io abbiamo background molto simili per alcuni versi e molto diversi per altri. Ascoltiamo entrambi moltissimi generi musicali. Gli stili di queste canzoni sono usciti molto spontaneamente. Non ci siamo mai detti “ci serve un pezzo soul o un pezzo folk”. Abbiamo scritto le canzoni suonandole su due chitarre acustiche. La band le ha riempite in maniera molto intuitiva in studio.


Un lavoro, “Me and the Devil”, democratico fin dalla ragione sociale, recante entrambi i vostri nomi, così come a livello compositivo, con le vostre penne ad apporre equamente la loro firma. Avevate, singolarmente, già delle idee fissate su carta prima di incontrarvi in studio di registrazione oppure il songwriting di entrambi ha tratto giovamento da un lavorio lirico-musicale collettivo?

Edward: Ci eravamo imposti di non avere alcuna nota o linea di testo scritta prima di vederci. Volevamo fosse una cosa totalmente nuova e una collaborazione totale frutto del posto e del momento che ci riuniva. Le idee musicali e di testo sono arrivate da entrambi le parti. Abbiamo avuto una prima sessione di scrittura nel Febbraio del 2012 in cui abbiamo essenzialmente messo giù 9 brani. Ci siamo ritrovati a Giugno 2013 per rielaborare quelle canzoni e raffinarle e ne sono uscite un paio di nuove. Ad Agosto 2013 siamo andati a registrare. Spontaneo e libero ma tanto lavoro comunque alla base dei pezzi incisi. Musicalmente Chris ha sicuramente dato qualcosa in più e sui testi ho scritto qualcosa in più io. Direi un 60/40 e vice versa. Ci siamo spinti a vicenda a cambiare il nostro modo di scrivere e comporre. Credo che alla fine si sentano entrambe le personalità ma soprattutto che si senta la collaborazione. Non suona come un disco di Cacavas e non suona Lowlands...ma si sentono entrambi. Per me è stato esaltante e terrificante misurarmi con Chris. Mi ha spinto al limite. Musicalmente è infinito. Ho imparato moltissimo da questa collaborazione.


Oltre alla vostra vecchia “conoscenza” Mike Brenner alla pedal steel e Winston Watson ai tamburi, hanno preso parte alle sedute di registrazione un ristretto manipolo di valenti strumentisti. Come li avete coinvolti nella realizzazione del disco? 

Edward: A Pavia ci siamo trovati in 4, oltre a Chris ed io, Mike Brenner da Philadelphia, che collabora coi Lowlands fin dal primo disco e Winston Watson, amico di vecchia data di Chris dai tempi di Tucson. Il disco lo abbiamo registrato in 2 giorni fondamentalmente...dal terzo giorno abbiamo lavorato a qualche overdub. A Mike era venuto in mente un Sax per due pezzi e Pavia ha un sassofonista eccezionale che è Andres Villani. Una telefonata ed è arrivato col sax e le infradito. Stefan Roller, chitarrista tedesco amico di Chris, era sul Garda in ferie (ovviamente!) ed è venuto a trovarci un giorno in studio e ha registrato una parte spettrale per “Me and the devil”. Richard Hunter, armonicista USA nostro amico dai tempi di The Last Call, lo abbiamo coinvolto per dare un pò di colore e ritmo conoscendo benissimo le sue qualità. Ha registrato la sua parte negli states come anche David Henry che ci ha mandato una parte di Cello stupenda per “Hay Into Gold”. Lui lo conosco dai tempi di The Last Call e ha registrato per noi tutti gli archi del prossimo disco dei Lowlands. Fenomenale.


Registrazioni effettuate presso una sperduta fattoria nella campagna di Pavia, lo “Studio in the barn”. Ci potete raccontare cosa è accaduto, in questo arcaico luogo, durante quei giorni d'agosto dello scorso anno? 

Chris: Il granaio era usato come sala prove da alcune band locali ed è gestita da Furio Sollazzi, leggendario batterista pavese che ultimamente suona in una band tributo ai Beatles. Anche se c’era un tappeto e numerosi strumenti era tanto granaio quanto sala prove. Ragnatele gigantesche, gli uccelli sotto al tetto e tracce di topi ovunque. Mancava solo il fieno! Per fortuna Ed e sua moglie lo hanno ripulito prima del nostro arrivo...fondendo il loro aspirapolvere!!


La naturale prosecuzione della “vita” di un album in studio è la sua riproposizione dal vivo. Vi vedremo quindi calcare, presto, i palchi insieme? E se sì, avete già pensato come strutturare un ipotetico concerto condiviso 

Chris: Sia a me che a Edward piacerebbe moltissimo suonare questi pezzi live con Winston e Slo Mo ma il costo di portarli in Europa per delle date potrebbe essere un ostacolo finanziario. Ed e io potremmo anche suonare questo repertorio con altri musicisti ma per ora non ci sono date pianificate.


Alla luce delle vette artistiche raggiunte con Me and the Devil, possiamo aspettarci anche una nuova collaborazione tra le pareti dello studio di registrazione? 

Chris: Collaborerei con Ed di nuovo, senza pensarci su un secondo. E’ solo una questione di timing...e il tempo sembra svanire di questi giorni. Spero che troveremo il modo di sederci e scrivere di nuovo assieme e di fare un altro disco assieme.


Tornando a parlare di songwriting, se chiedessi ad ognuno di voi di indicarmi un brano, appartenente al songbook dell'altro, del quale avrebbe voluto essere l'autore, quale sarebbe?

Chris: There’s a world tratta da Gypsy Child
Edward: California (Into the Ocean) da Bumbling home from Star


Dagli Stati Uniti al Sud della Germania, dove da anni ormai risiedi; in ognuno di questi paesi, Chris, sembri aver trovato stimoli per comporre e creare, come del resto avvenuto in questa tua nuova sortita italiana. Che differenze culturali, ma soprattutto musicali, hai riscontrato tra i tre diversi paesi? 

Chris: Sono stato in Germania per più di 12 anni e, nonostante abbia scoperto varie band locali, il grosso di quello che ascolto viene dagli Stati Uniti o dal Regno Unito. Culturalmente gli Europei hanno standard differenti riguardo alla loro “qualità di vita”. Lo stile di vita e lavorativo è un pò più rilassato rispetto agli States ed è per questo, anche, che mi ci trovo cosi bene. Non credo che il luogo geografico in cui vivo abbia un impatto sul mio stile musicale...anche se ripensandoci, ora sto suonando in una band che fa Krautrock...forse devo rivedere questa mia posizione!


Un cosmopolitismo che ti accomuna allo stesso Edward, nato in Inghilterra da madre inglese e padre italiano, e cresciuto nella summenzionata Pavia. Una provincia, quella pavese, caratterizzata da una fervente scena musicale, con elemento aggregante il palco dello Spaziomusica, nella quale si sono, in passato, formate alcune delle più interessanti realtà italiane in ambito Americana, e non, tra le quali spiccano proprio i tuoi Lowlands. Oggi questa scena è rimasta immutata e pulsante come un tempo, oppure, complice la recente crisi socio-economica, qualcosa è cambiato?

Edward: Sono cresciuto tra Italia, Francia ed Inghilterra. Dopo un periodo in Australia sono tornato in Italia e ho scelto Pavia sopra Milano. Era il 2003 e solo allora ho scoperto la scena Pavese. Avendo scelto di vivere li ho iniziato a portare molti dei miei amici musicali a Pavia a suonare, era un modo per tenere un contatto diretto con un mondo musicale più ampio. Sono venuti i Marah, i Lucero, Gli You Am I, Tex Perkins, Rod Picott, Dayna Kurtz, Magnolia Electric Co,...molti altri. Spaziomusica mi permetteva di farli suonare li. Spaziomusica è un locale leggendario...non è un caso che a Pavia ci sia una scena vivace e varia (anche se purtroppo disgregata per molti versi). Quel palco ha accolto talmente tante band di qualità che i musicisti locali hanno preso lezioni dai migliori. In questi 10 anni ho conosciuto musicisti locali eccezionali, alcuni di questi sono diventati amici: Mandolin Bros., Rude Mood (oggi Terlingo & Sacchi Quintet), Gnola Blues Band, Green Like July, News for Lulu, Luca Milani, gli Emily Plays, Stephane TV... la scena resta vivace e varia, dal Roots all’indie. Mi pare che la crisi economica stia colpendo un pò tutti, dal gestore del locale, chi ci suona e chi va a vedere i concerti. I soldi che girano sono sempre meno e devi scegliere. Affitto, le bollette, la benzina, la famiglia...devi scegliere come spendere tempo e soldi. E la musica indipendente, quella non delle major, ne risente sicuramente. I musicisti stessi non brillano in quanto a voglia di creare una scena mista ed aiutarsi a vicenda. Spesso è ognuno per se. Peccato. Ci sono eccezioni e sono preziose. Personalmente mi sento onorato di suonare in quel locale e di conoscere questa scena. Sono stato accolto benissimo a Pavia. Sperando in tempi migliori per tutti.


A proposito di palchi, recentemente Chris sei tornato a suonare dal vivo con il tuo vecchio sodale Dan Stuart, vi è la possibilità di rivedervi ancora insieme on stage, e perché no in studio, in un futuro prossimo? 

Chris: Andrei in Tour e farei dischi di nuovo con Dan in un batter d’occhi. Deve solo chiamare e io ci sarò. Mi piacerebbe.


Dal canto tuo, Edward, sei invece reduce, con i Lowlands, da un concerto esaltante allo Spazio Teatro 89 di Milano, immortalato in un cd/dvd di prossima uscita, nel corso del quale avete presentato alcuni brani inediti. Si profila pertanto una, non lontana, pubblicazione anche di un nuovo lavoro in studio? Ci puoi dare qualche anticipazione delle novità in casa Lowlands?

Edward: Proprio oggi pomeriggio sto ascoltando i mix finali del nuovo disco dei Lowlands “Love Etc..” che uscirà ad Ottobre. E’ un disco folk, con fiati e archi...una cosa più swingata che rockeggiante...sperando di non alienare troppe persone. E’ un disco che volevo fare fortemente. La Rise Up di Pavia ce lo ha finanziato e stanno cercando anche di aiutarci con i live. Lo abbiamo inciso nei 5 gg successivi al live unplugged di cui parli (Che dovrebbe uscire in live CD/DVD prima della fine dell’anno sempre prodotto dalla Rise Up). Faremo un concerto elettrico in apertura di Priviero all’Alcatraz di Milano il 26 Ottobre dopo di che porteremo in giro “Love Etc..” in 8/10 date in piccoli teatri da 200 posti. Un tour acustico sulla falsariga dell’unplugged con i pezzi nuovi a supporto.




venerdì 27 giugno 2014

Gina Villalobos - Sola

(Pubblicato su Rootshighway)


"I couldn't write, I couldn't draw, I had no imagination or ability to reflect anymore", così Gina Villalobos descrive il buio periodo di stasi creativa attraversato all'indomani della pubblicazione del suo quarto album, Days on Their Side. Un parto discografico che aveva lasciato come svuotata la songwriter californiana, ritrovatasi a fare i conti con un inaridimento di una vena autoriale fino ad allora dimostratasi più che fervida. Un'involuzione, a livello di scrittura, avvertibile già entro i solchi dello stesso Days on Their Side, sofferente d'una piattezza musicale a tratti esasperante, frutto d'una successione di ballate dalla flemmatica indolenza. Un volontario monocromatismo compositivo ben lungi da quanto lasciato trasparire dai due cangianti capitoli precedenti, Rock'n'roll Pony e Miles Away, guadagnatisi al contrario, con la loro intrigante miscela tra acustiche polveri rootsy e robuste intelaiature elettriche di matrice rockista, diluite con l'ariosità del pop e solari armonie westcoastiane, il plauso della critica. Una Lucinda Williams intenta a reinterpretare il primigenio songbook di Sheryl Crow, avvalendosi, come backing band, dei Jayhawks; ecco ciò che traspariva dall'ascolto dei poc'anzi menzionati lavori in studio, capaci d'imporre la stessa Villalobos quale nuova promessa dell'Americana. Promessa invero disattesa proprio con l'opaco Days on Their Side, dove la nostra sembrava come essersi smarrita in umbratili percorsi umorali, lungo i quali, perlomeno a giudicare dall'odierno Sola, continua tuttora ad arrancare. Sette brevi narrazioni in formato canzone, quelle approntate per l'occasione, attraverso le quali continuare un personale discernimento emotivo, con la propria voce, il cui ruvido graffiare rimanda all'altrettanto roca vocalità di Lucinda Williams, come ideale fulcro narrativo. Intorno ad essa si accentrano gli spunti musicali di un manipolo di validi musicisti, tra i quali spiccano il vecchio sodale Kevin Haaland, alla sei corde elettrica, ed Eric Heywood, già con Son Volt e Ray LaMontagne, alla pedal steel. Proprio lo scorrere sulle corde dello slide di quest'ultimo arricchisce, con gusto ed eleganza, il languore agreste di Come Undone, per poi dettare i tempi nel disteso valzer elettrico di una Wandering By pregna del lirismo della Mary Gauthier più laconica, profondendosi infine in vellutati svolazzi armonici nella conclusiva Walk Away, splendida pur nel suo minimalismo arrangiativo. Con le livide Everything I want e Tears Gone By, cominciano ad avvertirsi invece i limiti strutturali di una forma canzone tendente troppo spesso, nel suo sonnolento svolgersi, verso il tedio. Non va meglio quando la nostra tenta di riappropriarsi della luminescenza country rock degli esordi, vedasi Tailights e Hold On To Rockets, ricorrendo ad un canovaccio, partenza attendista seguita da una straripante esplosione melodica, un po' troppo di maniera. Un ritorno sulle scene, quello della Villalobos, tra poche luci e molte ombre, condotto con il passo incerto di chi ha attraversato un momento difficile, avente lasciato ferite, emotive ed autoriali, non ancora del tutto rimarginate.


mercoledì 25 giugno 2014

Into a cosmic trip - Intervista ad Alessandro Battistini

(Pubblicato su Extra! Music Magazine)




Dalla guida della roboante automobile hard blues targata Mojo Filter al timone di un antico vascello in rotta verso inesplorate rotte astrali; Alessandro Battistini ci accompagna, tra solari melodie westcostiane e acidi sentori lisergici, alla scoperta delle sue "sessioni cosmiche".


Cominciano dal principio, come è maturata l'idea delle Cosmic Sessions?

È nata all’improvviso, ho scritto Nothing More to Say e ho capito che avevo il desiderio di esplorare nuove strade. Era da un po’ che avevo in testa qualcosa di un po’ più west coast.


Quello che emerge, fin dal primo ascolto, è un approccio, compositivo quanto esecutivo, figlio d'un libero fluire di note e parole. Come si sono svolte le sessioni di registrazione? Che clima si respirava in studio? 

Ho impostato il lavoro in studio perché fosse il più naturale possibile. Speravo che ogni musicista si sentisse libero per riuscire a dare alle canzoni quello spirito un po’ jam/free tipico di una certa musica di stampo sixties.


Nei Mojo Filter, oltre ad essere frontman e chitarrista, rivesti anche il ruolo di compositore, che differenze hai riscontrato, proprio a livello di songwriting, tra queste due esperienze musicali così diverse? 

Quando ho iniziato a scrivere ”Cosmic Sessions” ho seguito poche direttive e una di queste era dare al progetto un taglio più folk rispetto ai pezzi dei Mojo Filter; per questo ho cercato di scrivere delle canzoni con strutture più libere; in “The Roadkill Songs” avevamo cominciato a introdurre un po’ di psichedelia con Theremin e percussioni e con “Cosmic Sessions” ho voluto calcare la mano su questo aspetto.


Sonorità, quelle permeanti le “sessioni cosmiche”, figlie della California della fine degli anni Sessanta – inizio Settanta, tra echi del Laurel Canyon e la psichedelia immaginifica di Haight-Ashbury. Quasi inevitabile, quindi, che molti ti abbiano paragonato a Jonathan Wilson, fautore di due album attestatisi sulle medesime coordinate stilistiche. È un accostamento che ti lusinga oppure potrebbe, secondo te, risultare solo un, fuorviante, tentativo di catalogare la tua musica? 

Sicuramente l’accostamento mi lusinga molto; apprezzo moltissimo il lavoro di Jonathan Wilson, così come quello di Chris Robinson con i Brotherhood, trovo che in questo momento siano i due artisti che più si avvicinano a quello che vorrei fare io; mi piacciono le lunghe improvvisazioni e le parti strumentali che in certi momenti diventano quasi ambient; trovo che i loro dischi siano dei veri e propri trip musicali.


Notevole, oltre all'intrecciarsi delle corde elettroacustiche dei più diversi strumenti, è il lavoro svolto sulle armonizzazioni vocali. Che peso specifico hanno queste ultime nell'economia generale dell'album? 

Si, le armonizzazioni in “Cosmic Sessions” sono sicuramente più importanti che nei miei lavori precedenti, pensavo ai Buffalo Springfield, a certe cose dei Byrds e, nel mio piccolo, anche ad alcuni arrangiamenti della fase psichedelica dei Beatles; avrei voluto ricorrervi anche per alcuni arrangiamenti dei dischi dei Mojo Filter, ma tendo a non mettere niente su disco che poi non si possa riproporre anche dal vivo.


Alle registrazioni hanno preso parte anche alcuni ospiti di vaglia, tra i quali spicca senza dubbio Antonio Gramentieri, chitarrista nonché mente dei nostrani Sacri Cuori, e abituale frequentatore di polverose sonorità Americana e torridi ritmi desertici. Come si è integrato il particolare, evocativo fraseggio della sua sei corde all'interno di un brano come “The Wise Rabbit”? 

Quando Antonio ha sentito il demo di The Wise Rabbit mi ha detto che gli ricordava alcune cose dei Traffic e che gli avrebbe fatto piacere provare a metterci qualche chitarra. Devo dire che il risultato mi è piaciuto tantissimo perché, come suo solito, è riuscito a trovare immediatamente il suono e il mood giusto per enfatizzare il lato acido e malato della canzone.


Altra presenza di spessore è quella di Jono Manson, già frequentato in passato con i Mojo Filter, il quale non solo presta la sua voce alla splendida “Home”, ma ha svolto anche il missaggio del disco nel suo Kitchen Ink Studio, in quel di Santa Fè. Sei soddisfatto del suo lavoro? È quello che avevi in mente, a livello di suono, quando hai concepito l'album? 


In realtà Jono questa volta si è “limitato” a fare il master e come sempre ha fatto uno splendido lavoro; lui è uno di quegli artisti che riesce a rendere tutto più semplice e naturale, sia dal punto di vista artistico che da quello tecnico di produzione e registrazione; trovo che nella musica questa sia una dote imprescindibile. Il mixaggio e le riprese sono state fatte da Matteo Tovaglieri dell’Ncore Studio che si è dimostrato la spalla ideale; anche lui adora gli anni Sessanta e insieme abbiamo cercato di ricostruire quel suono che avevamo in testa. Mi è piaciuto molto lavorare con lui e spero che in futuro ci saranno altre occasioni.


Curiosa è la presenza di una sola rivisitazione del repertorio altrui, oltretutto alquanto riuscita, ovvero della “Walking The Dog” a firma Rufus Thomas, come mai questa scelta? 

Walking The Dog è uno dei primi pezzi blues che ho sentito da ragazzino. Quando l’ho sentito mi sono subito innamorato della canzone e di un certo tipo di blues molto diretto e carico di ironia; registrando “Cosmic Sessions” abbiamo provato a suonarla in modo un po’ più nostro e il risultato ci è piaciuto tanto che ho deciso di inserirla nel disco. Dal vivo ci divertiamo molto a suonarla, soprattutto per la parte finale che esce ogni volta diversa.


Così come è particolare l'inserimento di alcune particelle sonore e piccoli intermezzi parlati che appaiono all'improvviso all'interno di più d'un brano. Da dove provengono? 

In Staring At Your Splendor c’è un estratto di un’intervista a Bob Ross, un pittore che descrive il suo quadro “The Splendor Of Winter”, e parla dei colori come fossero gli ingredienti di una ricetta. Mi è piaciuto molto perché nel suo racconto i colori diventano stati d’animo.
In Inner Side, invece, abbiamo riportato un estratto di una lezione di yoga: l’insegnante sta spiegando la posizione del piccolo universo e la canzone, guarda caso, parla dell’universo interiore, una canzone triste ma con un lieto fine ;)


Davvero suggestiva è la cover del disco, con un vascello-mongolfiera, pronto a salpare per nuovi viaggi astrali, campeggiante in copertina. Chi è l'autore? 

La cover è dello Zeppelin Studio di Nicola Callegaro e Valentina Toson e mi è piaciuta proprio per il suo significato evocativo; mi sono sentito subito a bordo di quel vascello in rotta verso nuove avventure, con mezzi impropri e fantasiosi ma pieno di buoni propositi.


Reminiscenze settantiane si avvertono anche nel nome scelto per la band che ti accompagnerà dal vivo, i Salty Frogs, di velata ispirazione younghiana. Puoi presentarci i musicisti che ne fanno parte? 

Si, i Salty Frogs sono una band ad organico variabile, una sorta di grande famiglia pensata per potersi adeguare a tutte le situazioni; al momento ne fanno parte Francesca Arrigoni (voce e percussioni), Francesco Cimini (chitarre), Simone Spreafico (piano e keys), Alex Chiesa (basso) e Arnaldo Ripamonti (batteria, percussioni e voci)


In che modo riproporrai le Cosmic Sessions dal vivo? Cosa deve aspettarsi chi verrà ad assistere ad un tuo concerto? 

Abbiamo già fatto un buon numero di date e devo dire che sono molto contento perché ognuna di esse è stata a suo modo diversa e particolare. Abbiamo suonato elettrici full band o acustici in duo o trio; è divertente perché ogni formazione mette in luce arrangiamenti e aspetti diversi dei pezzi…


Vista la più che buona accoglienza riservata dalla critica al tuo esordio solista, in futuro vi saranno altri capitoli discografici a nome Alessandro Battistini, oppure le “sessioni cosmiche” rimarranno solamente, un pregevole, scarto di lato dal tuo abituale percorso musicale? 

Sicuramente a breve proseguirò come solista; a settembre/ottobre uscirò con un video clip e poi sarò impegnato in una serie di concerti alcuni dei quali fuori dall’Italia. Nel frattempo sto lavorando al nuovo materiale.


Hard blues psichedelico con i Mojo Filter, ed ora questo rilucente caleidoscopio sonoro elettroacustico; il tutto lascia trapelare una curiosità musicale a 360°. Quali sono stati i dischi o gli artisti che hanno maggiormente influenzato, nel corso degli anni, il tuo modo di intendere, nonché di fare, musica? 

Sono nato ascoltando e suonando i Led Zeppelin o Jimi Hendrix e subito dopo il british blues di band come Bluesbreakers, Yardbirds. Ho adorato i Doors e le loro atmosfere, e sono stato segnato dagli Stones e impressionato dalla genialità dei Beatles. E poi c’è tutto quell’elettro folk di metà anni Settanta: Buffalo Springfield, Crosby stills Nash & Young, Tim Buckley, Grateful Dead, Joni Mitchell





giovedì 19 giugno 2014

Wovenhand - Refractory obdurate

(Pubblicato su Extra! Music Magazine)



Refrattario ad ogni compromesso e ostinato nel portare avanti la propria “missione divina”; si potrebbe prendere spunto proprio dalla nomenclatura del nuovo capitolo della deviata “bibbia musicale” a nome Wovenhand, per descriverne il deux ex machina, David Eugene Edwards, allucinato predicatore dallo sciamanico magnetismo, con un'infanzia trascorsa nel bigottismo protestante dell'America rurale. Infanzia, per l'appunto, marchiata a fuoco da un'educazione religiosa rigida e rigorosa, che ha segnato nel profondo l'uomo Edwards. Religiosità che il nostro ha, suo malgrado, interiorizzato, per poi rielaborare, con il prosieguo degli anni, grazie ad un ardente furore pentecostale, trovando in una materia sonica d'altrettanto arcaico spiritualismo, nota con il nome di Americana, il canale ideale attraverso il quale diffondere il proprio, inedito verbo. E se agli albori della saga a nome Wovenhand era proprio il folk, intinto in nere tonalità apocalittiche, mutuate dalla precedente esperienza collettiva a nome Sixteen Horsepower, l'elemento basico di un ribollente maelmstrom sonico, in tempi recenti abbiamo assistito ad un ulteriore, scorticante, imbastardimento d'una formula sonora oggi pregna d'una nuova dilaniante pervasività. Un cambiamento avvertibile già nel precedente The Laughing Stalk, dove plumbee arie folk si fondevano con caustiche nevrosi post punk, enfatizzando in tal modo, ancor più, il trascendente discernere lirico dello stesso Edwards, in una malata dialettica, tra antico e moderno, avente ruolo preminente anche nell'odierno Refractory Obdurate. Dieci capitoli mistico-religiosi, quelli qui contenuti, ispirati al Vecchio Testamento di biblica memoria, entro i quali confluiscono le ansie, le paure, le perversioni e le visioni salvifiche, da sempre contraddistinguenti il songwriting edwardsiano. Fulcro narrativo, d'evocativa drammaticità, è come sempre la voce di Edwards, nel suo mantrico cantilenare, intorno al quale viene innalzata una cattedrale sonica dalle acuminate guglie moderniste. E se il nostro pone, di quest'ultima, la “pietra angolare”, grazie alle proprie, schizofreniche capacità autoriali, i suoi adepti (Chuck French alla chitarra, Neil Keener al basso e Ordy Garrison alla batteria) dimostrano la loro cieca devozione alla parola del “profeta” contribuendo, con abrasiva accondiscendenza, all'edificazione strumentale del tempio wovenhandiano. Nascono in tal modo affreschi sonici quali l'opener Corsicana Clip, figlia illegittima, con il suo sepolcrale caracollare elettroacustico, dell'operato dei Sixteen Horsepower, dove spicca il succitato, salmodiante vociare del nostro, o le inflessioni mediorientali trasudanti tanto dal misticheggiante crescendo armonico di King David, che dall'intrecciarsi delle corde di una Obdurate Obscura dall'ipnotico splendore, con uno slide tagliente a produrre metallici stridori su di un substrato percussivo affidato al secco percuotere di una darbuka. Una grandeur strumentale avente la propria sublimazione nella maestosa The Refractory, tra scheletrico arpeggiare d'acusticità folkie, deflagranti stilettate elettriche, e rallentate pulsioni ritmiche. In Masonic Youth, così come nelle quasi speculari Good Shepherd e Field of Hedon, i ritmi si fanno, al contrario, più serrati, avvolti da dense spirali di ottundente elettricità new wave. Ancor più funerea, nel suo addentrarsi attraverso arcane coltri doom, è la marziale Hiss, innervata da un acido rifferama “rubato” al miglior Tony Iommi, mentre la conclusiva El-bow è una straniante digressione, d'esasperante lentezza, attraverso dopati territori sludge folk. Pur essendo cambiato nella forma il “refrattario, ostinato” verbo edwardsiano mantiene oggi intatto tanto il proprio fervore messianico, quanto una seducente malia ancestrale, dando vita ad un trascendente rito chiesastico al quale abbandonarsi in preda ad un'innodica trance.

The Last to Knows - Divide

(Pubblicato su Extra! Music Magazine)



Originari della collinare Toscana, ma cresciuti divorando voracemente i suoni provenienti dalla vastità sconfinata dei territori a stelle e strisce, i Last To Knows, per porre le basi della loro nuova fatica discografica, hanno fatto armi e bagagli trasferendosi nel profondo Nord, in quel di Montebelluna. Qui, presso gli Outside Inside Studio di Matt dei Mojomatics, in tutta calma e tranquillità hanno riversato su nastro anni di ascolti attenti ed appassionati, dando alla luce Divide, evocativa opera, fin dalla copertina, d'una “americanità” sfiorata sì solo con il pensiero e le orecchie, ma viva e pulsante oggi nelle composizioni del combo toscano. Non sono dei meri scopiazzatori o dei pedissequi ricalcatori dell'opera altrui i nostri, ma bensì hanno saputo trarre ispirazione dall'operato passato di autentiche icone del genere approntando un pugno di composizioni, figlie della penna di Mattia Neri, impegnato anche alla voce e alla chitarra acustica, capaci di resuscitare e rinverdire tematiche e storie da autentici country outlaws, riproponendole attraverso il moderno filtro della propria ottica sonora. Diviso idealmente in due “lati”, come i vecchi vinili, l'album possiede due anime ben distinte; la prima denominata Water side, pur a discapito della sua nomenclatura acquatica, di polverosa estrazione country folk, mentre la seconda, Mountain side, dalle più cupe ed elettriche tinte bluesy. Appartengono alla prima composizioni dall'impasto elettroacustico come l'opener New Recession Hoedown, Boom-Chicka-Boom nel quale spicca il soffiare dell'armonica, alla Mickey Raphael, di Michele Borgogni, con liriche debitrici nei confronti delle Dust bowl ballads del sommo Woody Guthrie, nel suo raccontare l'odierna, attanagliante crisi economica; o una All The John Deeres In The World quasi un estratto da Nashville Skyline, in cui il narrare dylaniano incontra l'epicità della frontiera americana. For The Sake Of My Soul ricorda invece, fin dal titolo, il dolente songwriting del Texas Troubadour Townes Van Zandt, in quella che è una splendida, malinconica ballata cantata da Mattia Neri con il cuore in mano. Le trame country intrecciate dai nostri incontrano invece spezie swampy in un'ariosa Between Us attingente a piene mani dall'operato dei Creedence Clearwater Revival più bucolici. E se il ‘Water side’ scorre fluido e veloce come l'impetuoso fiume Columbia, è quando il quintetto si accinge ad “ascendere” verso il Mountain side che sembra, in parte, arrancare. La “scalata” inizia, tuttavia, a spron battuto, con una scalpitante Devil Be My Guide, ma tanto in una Dirty Business non del tutto a fuoco nel suo barcamenarsi tra sbuffare country ed elettricità blues, quanto in una Lonesome Mistery Man, questa sì forse fin troppo aderente al songbook fogertiano, tanto da sembrare una ripresa della celeberrima Fortunate Son, comincia ad avvertirsi una certa mancanza d'ossigeno forse dovuta all'aumentare dell'altitudine. Basta, fortunatamente, solo riprendere il fiato e i toscani tornano a vedere nitida la conclusione del loro cammino in verticale, come dimostrato da una Like The Egg Of A Snake capace d'unire la furia elettrica dei Crazy Horse con le desertiche sonorità dei Calexico, per arrivare poi a conquistare infine la vetta della propria personale “montagna sonora” con la conclusiva Vaya con Dios, piccolo gioiello di scura introspezione, dove pare di ascoltare la profonda voce di Tom Russell accompagnata, anziché dalla sei corde di Andrew Hardin, da quella ben più elettrica e distorta del vecchio Bisonte canadese. Un album ben scritto e ancor meglio suonato, Divide, ad opera di quintetto con un piede ben saldo sulle verdi colline senesi, e un altro affondato tra la polvere delle praterie americane.

giovedì 29 maggio 2014

Little Angel and the Bonecrashers - Jab

(Pubblicato su Extra! Music Magazine)


Fin dalla loro nascita, nell'ormai lontano 2000, i Little Angel and the Bonecrashers hanno portato avanti un personale percorso musicale in grado d'unire le provinciali strade del varesotto con le periferiche “strade blu” d'Oltreoceano. É infatti l'Americana, con le sue molteplici deviazioni e contaminazioni, la materia sonora dalla quale il quintetto lombardo ha saputo trarre ispirazione, rielaborandone stilemi e dettami, in un amalgama fresco e corroborante, dove la vischiosità swamp rock dei Creedence Clearwater Revival, gli urbani sentori latini dei Los Lobos e il fervore del Johnny Cash dei primigeni anni targati Sun Records, incontrano gli spettri elettrici dei mai dimenticati Uncle Tupelo. Dopo un omonimo esordio, diviso tra inediti pruriti compositivi e rivisitazioni del songbook altrui, rendendo omaggio, tra gli altri, proprio al gruppo di Tweedy e Farrar rileggendone la splendida Watch Me Fall, oggi il combo varesino mostra con J.A.B., sua seconda prova in studio, d'aver affinato ulteriormente le proprie capacità autoriali, in dieci composizioni autografe pregne dei più diversi umori sonori. Si passa infatti dal logoro rock'n'roll dell'iniziale Harry's Wife, al flavour southern di Regrets (Sweet Revenge Song) impreziosita tanto da un preciso lavorio sulle corde acustiche, quanto da impeccabili incroci vocali, passando per una scura My Last Ride, d'afflitto pulsare country, con ospite alla chitarra e alla voce l'amico di lunga data Davide Buffoli. E se in Johnny Lee Blues i nostri rallentano lo scalpitante boom-chicka-boom, sempiterna eredità musicale lasciataci dal fu grande Johnny Cash, screziandolo con liquidi assolo in odore di Allman Brothers Band, in 1000 Miles Amelia è ancora il rock'n'roll a fare da ideale commento sonoro alla storia dell'omonima Amelia, “dispensatrice di piacere” per più d'una generazione varesotta. Splendida è Cowboy's Prayer, tra un epos narrativo degno del miglior outlaw country e un polveroso danzare norteno, condotto dall'accordion dell'ospite Gianmarco Banzi, mentre con il maestoso svolgersi della conclusiva Troubles Everyday, al contrario, ci si addentra in territori di più scorticata elettricità, con il Neil Young di Zuma a perdersi nello “sporco Sud” dei Drive by Truckers. La sferragliante title track è, dal canto suo, una sorta di manifesto del vivere in musica del quintetto, autodefinitosi “solo un'altra band della provincia” (Jab è per l'appunto l'acronimo di Just Another Band). Un'etichettatura tuttavia, perlomeno a parer di scrive, non veritiera, specie alla luce di un cammino musicale sin qui irreprensibile per passione e costanza, come peraltro ribadito oggi da un lavoro, J.A.B., d'ottima fattura, in grado di confermare i Little Angel and the Bonecrashers quali una delle realtà più interessanti dell'Americana “made in Italy”.

martedì 27 maggio 2014

Devenia - L'ultima stagione

(Pubblicato su Extra! Music Magazine)

Si affacciano per la prima volta nel, sempre più affollato, mercato discografico i romani Devenia, e lo fanno con un piccolo Ep, ahiloro, non pienamente a fuoco. Un pugno di composizioni, quello approntato per l'occasione, fin troppo sfaccettato nel suo voler mostrare le diverse anime componenti l'estetica sonora dei nostri. Anime, tuttavia, non sempre in grado di convivere pacificamente, tra loro, anzi spesso cozzanti l'una contro l'altra, penalizzate dalla mancanza di un fil rouge in grado di garantirne la linearità di svolgimento. A taglienti rasoiate chitarristiche, al limite del più tonitruante e ottudente alternative rock (Spleen, John Locke) fanno infatti da contraltare episodi nei quali l'ardore metallico viene in parte stemperato (la title track) da una più marcata diluizione melodica. E se in Pornomusa sembra di trovarsi di fronte, complice un mantrico declamare vocale, a dei CCCP anfetaminizzati, è nei repentini cambi di tempo e registro di Medea che i Devenia riescono a mostrare finalmente le potenzialità, sin qui celate, del loro songwriting, dando modo all'enfatico cantare di Michele Ucciferri d'emergere al di sopra delle muraglie di suono erette dai propri compagni; il tutto in un riuscito connubio tra ferocia distorta e afflato melodico, sul quale il combo romano, a mio avviso, dovrebbe porre le basi per il loro futuro prossimo. Speriamo infatti che questa non sia per i nostri “l'ultima stagione”, ma solo un primo, tentennante, passo, nell'attesa dell'arrivo della propria “primavera” musicale, magari sbocciante tra i solchi d'un lavoro di maggior compiutezza.

giovedì 22 maggio 2014

Chuck E. Weiss - Red beans and Weiss

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Compagno di gozzovigli, alcolici e non, di Tom Waits e Rickie Lee Jones, negli anni dissennati del Tropicana Motel, bislacco deejay radiofonico, socio paritario di Johnny Depp nell'edificazione del Viper Room, ma sopratutto songwriter d'allucinata irrazionalità; a leggere il “curriculum” di Chuck E. Weiss vi è di che rimaner esterrefatti, specie di fronte alla bizzarria di un personaggio al di fuori di ogni schema e catalogazione. Un autentico beautiful freak, il nostro, un “exile on the backstreet” al quale, fortunatamente per noi, il grande successo non ha mai arriso, abbandonandolo anzi ai margini, in quel fetido limbo underground pullulante della più diversa, disadattata “fauna”, divenuta presto protagonista del suo scrivere in musica. Ha inciso tuttavia poco Weiss, d'altra parte egli stesso si definisce un inguaribile procrastinatore, ma nei suoi sparuti lavori discografici ha saputo convogliare i “souvenir sonici” raccolti, qua e là, nel suo inquieto bazzicare i bassifondi di una Los Angeles nel cui tessuto urbano ha trovato l'habitat ad esso più consono. Vetusti e scalcinati blues, torbido rock'n'roll, languide atmosfere jazzate in odore di dixieland e cantilenanti filastrocche apparentemente senza capo né coda; questo è quanto contenuto nel variegato e variopinto mondo musicale weissiano, un immaginario sonoro di strabordante follia, oggi idealmente rappresentata dalla copertina del nuovo Red Beans And Weiss, quasi una versione freak dell'artwork del “Sergente Pepe” di beatlesiana memoria. Un album dato alle stampe a sette anni di distanza dal precedente 23rd & Shout, con il nostro quasi “costretto” ad entrare nuovamente in studio di registrazione dagli amici Waits e Depp, per l'occasione accollatisi anche l'onere della produzione. Non sembra tuttavia aver lasciato strascichi, sul nostro, il lento trascorrere del tempo, certo qualche ruga e qualche acciacco hanno fatto nel frattempo la propria comparsa, ma a livello musicale nulla pare essere cambiato, in un continuo ed ostinato rifuggire ogni logica commerciale o qualsivoglia compromesso. Sarà l'egida discreta ed accomodante della benemerita Anti, ma Weiss sembra aver avuto, ancor una volta, totale carta bianca, nonché il beneplacito di barcamenarsi, come egli magistralmente sa fare, tra i più astrusi ed improbabili pentagrammi. Una fiducia ampiamente ripagata con tredici brani, tutti inediti fuorchè un “tributo”, d'eccezione, al songbook altrui, sintomatici di come la vena autoriale del songwriter originario di Denver, abbia ritrovato la propria fertilità, tanto che si può tranquillamente considerare Red Beans and Weiss quale sua opera più ispirata e riuscita. Complice la voce scura e catramosa del titolare, e una band, i G-Damn Liars, dalle movenze precise e senza pecche, come quelle d'un ingranaggio ben oliato, si rimane come stregati dal magnetismo sonoro permeante i solchi di un album equiparabile ad un introspettivo viaggio all'interno dell'universo weissiano. Un mondo strambo, dove si incontrano strani “abitanti”, come Tupelo Joe, presentatoci sulle note di un rock'n'roll sporco e stradaiolo, che ne porta il nome, oppure la gatta Shushie, alla quale è dedicato l'omonimo, fumoso talkin' dalle notturne tinte jazzy. L'ossessivo incedere di Boston Blackie, sfociante in uno spiritato declamare al limite del nonsense, così come una sferragliante Bomb The Tracks, sono altresì esplicative della deviata estetica musico-narrativa del nostro. La giovanile infatuazione per il blues non si è, dal canto suo, per nulla affievolita, tutt'altro, manifestandosi in questo frangente tanto nel tribalismo percussivo d'una dopata Kokamo (Boy Bruce), quanto in una Dead Man's Shoes dove un istrionismo vocale alla “Capitano Cuoredimanzo” incontra il boogie della Motor City d'ascedenza hookeriana. Nella travolgente Hey Pendejo si respira invece l'aria del border messicano, in quella che pare un'ubriaca divagazione su d'una melodia della tradizione nortena, ad opera di Ry Cooder e dei suoi Corridos Famosos, in preda ai fumi dell'alcol, in qualche sperduta bettola nei dintorni di Tijuana. Splendido è l'omaggio all'opera stonesiana di Exile on the Main Street Blues, dal gracchiante incipit, per sola voce e piano, ricordante le incisioni viniliche di Memphis Slim per la Blue Bird Records, prima che l'ingresso della band al gran completo lo tramuti in un incontenibile blues urbano. E se in Oo Poo Pa Do In The Rebop sembra di ascoltare un biascicante Randy Newman, strafatto di quaalude, mirabilmente assecondato dalla Preservation Hall Jazz Band, il folle pastrocchio di Willy's In The Pee Pee House, assurdo quanto riuscito ragtime pianistico con lo sbilenco accompagnamento ritmico di una simil banda dell'Esercito della Salvezza, sul quale si accavalla un coacervo di urla e grida, chiude con un ultimo, fulminante lampo di follia un album di delirante bellezza. Mi sento pertanto di avvalorare il consiglio di Johnny Depp, riportato sulla copertina del disco medesimo, «Chuck E. Weiss is a rare treasure. If you buy one record this year, make it this one. It's insane!», e mi permetto d'aggiungere....bentornata vecchia volpe d'un Weiss!

lunedì 12 maggio 2014

Emilia Martensson - Ana

(Pubblicato su Extra! Music Magazine)


Svedese di nascita, ma da tempo stabilitasi in quel di Londra, Emilia Martensson pare aver trovato nella nebbiosa capitale britannica, il luogo ideale per dar libero sfogo al proprio estro artistico. Con all'attivo una fruttuosa collaborazione con il Kairos 4Tet, ed un esordio, So It Goes, in coppia con il pianista Barry Green, accolto ottimamente dalla critica inglese, e non, la cantante torna oggi a far sentire la propria voce con il suo nuovo, vero, parto solista. Dedicato, sin dal titolo, alla propria nonna di origini slovene, in Ana la Martensson mostra, ancor più che nella precedente release, un animo musicale inquieto e sfaccettato, nel quale convivono, in armonia, la gelida tradizione musicale della propria terra natia, solari melodie di stampo californiano, e un quieto sussultare armonico d'ascendenza jazzy. Atmosfere sinuose e dilatate, opera di ben calibrate trame improvvisative, con l'ammaliante vocalità della Martensson, tra riflessivo storytelling ed intimistiche confessioni notturne, a volteggiare dolcemente sui giochi contrappuntistici del pianoforte del “vecchio” sodale Barry Green. Una partnership, quella tra i due, capace anche in questo frangente di regalare incantevoli acquarelli musicali, permeati da un sottile swing, nel loro trattenuto divagare verso pacificate oasi cantautorali, puntellati dal preciso lavorio ritmico del contrabbasso di Sam Lasserson e delle percussioni di Adriano Adewale, alle quali si aggiungono i contributi cameristici del Fables String Quartet. Se l'opera di immortali cantanti jazz quali Billie Holiday, Ella Fitzgerald e Anita O'Day, ascoltate ossessivamente durante la propria infanzia, rappresentano tuttora un elemento portante del background della Martensson, più marcata si è fatta oggi l'influenza dell'arcaico folklore nordico. Ne sono esempi, più che lampanti, la ripresa di un antico brano appartenente alla tradizione musicale svedese, Nar som jag var pàt mitt adertonde ar, qui riproposto in uno scarno, algido arrangiamento invernale; così come l'autografa, conclusiva, Vackra Manniska, cantata a cappella facendo ricorso all'idioma del suo paese d'origine. Un sentito omaggio ad un altro dei propri giovanili, amori in musica, Joni Mitchell, è invece la rilettura di Everything Put Together Falls Apart, appartenente sì al songbook di Paul Simon, ma con la voce della cantante svedese a ricordare per misticheggiante grazia esecutiva quella della Signora del Laurel Canyon, come, peraltro, avviene nella distesa Tomorrow Can Wait, tra dissonanze jazz e sontuose suggestioni cantautorali tinteggiate di “blu”. Un'introspettiva Black Narcisuss, composta dal saxofonista Joe Henderson, rifulge di nuova luce sonica grazie alle inedite liriche approntate per l'occasione dalla stessa Martensson, ad ulteriore conferma tanto di una notevole maturità compositiva, quanto della propria seducente raffinatezza interpretativa. Un album rasentante l'incanto, Ana, da assaporare lentamente, magari al crepuscolo, quando l'ultimo barlume di luce solare scema all'orizzonte, lasciandosi cullare, verso l'appropinquarsi delle tenebre, dall'umbratile, vellutata voce di una delle più talentuose chanteuse odierne.