Fin dalla loro nascita, nell'ormai lontano 2000, i Little Angel and the Bonecrashers hanno portato avanti un personale percorso musicale in grado d'unire le provinciali strade del varesotto con le periferiche “strade blu” d'Oltreoceano. É infatti l'Americana, con le sue molteplici deviazioni e contaminazioni, la materia sonora dalla quale il quintetto lombardo ha saputo trarre ispirazione, rielaborandone stilemi e dettami, in un amalgama fresco e corroborante, dove la vischiosità swamp rock dei Creedence Clearwater Revival, gli urbani sentori latini dei Los Lobos e il fervore del Johnny Cash dei primigeni anni targati Sun Records, incontrano gli spettri elettrici dei mai dimenticati Uncle Tupelo. Dopo un omonimo esordio, diviso tra inediti pruriti compositivi e rivisitazioni del songbook altrui, rendendo omaggio, tra gli altri, proprio al gruppo di Tweedy e Farrar rileggendone la splendida Watch Me Fall, oggi il combo varesino mostra con J.A.B., sua seconda prova in studio, d'aver affinato ulteriormente le proprie capacità autoriali, in dieci composizioni autografe pregne dei più diversi umori sonori. Si passa infatti dal logoro rock'n'roll dell'iniziale Harry's Wife, al flavour southern di Regrets (Sweet Revenge Song) impreziosita tanto da un preciso lavorio sulle corde acustiche, quanto da impeccabili incroci vocali, passando per una scura My Last Ride, d'afflitto pulsare country, con ospite alla chitarra e alla voce l'amico di lunga data Davide Buffoli. E se in Johnny Lee Blues i nostri rallentano lo scalpitante boom-chicka-boom, sempiterna eredità musicale lasciataci dal fu grande Johnny Cash, screziandolo con liquidi assolo in odore di Allman Brothers Band, in 1000 Miles Amelia è ancora il rock'n'roll a fare da ideale commento sonoro alla storia dell'omonima Amelia, “dispensatrice di piacere” per più d'una generazione varesotta. Splendida è Cowboy's Prayer, tra un epos narrativo degno del miglior outlaw country e un polveroso danzare norteno, condotto dall'accordion dell'ospite Gianmarco Banzi, mentre con il maestoso svolgersi della conclusiva Troubles Everyday, al contrario, ci si addentra in territori di più scorticata elettricità, con il Neil Young di Zuma a perdersi nello “sporco Sud” dei Drive by Truckers. La sferragliante title track è, dal canto suo, una sorta di manifesto del vivere in musica del quintetto, autodefinitosi “solo un'altra band della provincia” (Jab è per l'appunto l'acronimo di Just Another Band). Un'etichettatura tuttavia, perlomeno a parer di scrive, non veritiera, specie alla luce di un cammino musicale sin qui irreprensibile per passione e costanza, come peraltro ribadito oggi da un lavoro, J.A.B., d'ottima fattura, in grado di confermare i Little Angel and the Bonecrashers quali una delle realtà più interessanti dell'Americana “made in Italy”.
giovedì 29 maggio 2014
Little Angel and the Bonecrashers - Jab
(Pubblicato su Extra! Music Magazine)
Fin dalla loro nascita, nell'ormai lontano 2000, i Little Angel and the Bonecrashers hanno portato avanti un personale percorso musicale in grado d'unire le provinciali strade del varesotto con le periferiche “strade blu” d'Oltreoceano. É infatti l'Americana, con le sue molteplici deviazioni e contaminazioni, la materia sonora dalla quale il quintetto lombardo ha saputo trarre ispirazione, rielaborandone stilemi e dettami, in un amalgama fresco e corroborante, dove la vischiosità swamp rock dei Creedence Clearwater Revival, gli urbani sentori latini dei Los Lobos e il fervore del Johnny Cash dei primigeni anni targati Sun Records, incontrano gli spettri elettrici dei mai dimenticati Uncle Tupelo. Dopo un omonimo esordio, diviso tra inediti pruriti compositivi e rivisitazioni del songbook altrui, rendendo omaggio, tra gli altri, proprio al gruppo di Tweedy e Farrar rileggendone la splendida Watch Me Fall, oggi il combo varesino mostra con J.A.B., sua seconda prova in studio, d'aver affinato ulteriormente le proprie capacità autoriali, in dieci composizioni autografe pregne dei più diversi umori sonori. Si passa infatti dal logoro rock'n'roll dell'iniziale Harry's Wife, al flavour southern di Regrets (Sweet Revenge Song) impreziosita tanto da un preciso lavorio sulle corde acustiche, quanto da impeccabili incroci vocali, passando per una scura My Last Ride, d'afflitto pulsare country, con ospite alla chitarra e alla voce l'amico di lunga data Davide Buffoli. E se in Johnny Lee Blues i nostri rallentano lo scalpitante boom-chicka-boom, sempiterna eredità musicale lasciataci dal fu grande Johnny Cash, screziandolo con liquidi assolo in odore di Allman Brothers Band, in 1000 Miles Amelia è ancora il rock'n'roll a fare da ideale commento sonoro alla storia dell'omonima Amelia, “dispensatrice di piacere” per più d'una generazione varesotta. Splendida è Cowboy's Prayer, tra un epos narrativo degno del miglior outlaw country e un polveroso danzare norteno, condotto dall'accordion dell'ospite Gianmarco Banzi, mentre con il maestoso svolgersi della conclusiva Troubles Everyday, al contrario, ci si addentra in territori di più scorticata elettricità, con il Neil Young di Zuma a perdersi nello “sporco Sud” dei Drive by Truckers. La sferragliante title track è, dal canto suo, una sorta di manifesto del vivere in musica del quintetto, autodefinitosi “solo un'altra band della provincia” (Jab è per l'appunto l'acronimo di Just Another Band). Un'etichettatura tuttavia, perlomeno a parer di scrive, non veritiera, specie alla luce di un cammino musicale sin qui irreprensibile per passione e costanza, come peraltro ribadito oggi da un lavoro, J.A.B., d'ottima fattura, in grado di confermare i Little Angel and the Bonecrashers quali una delle realtà più interessanti dell'Americana “made in Italy”.
Fin dalla loro nascita, nell'ormai lontano 2000, i Little Angel and the Bonecrashers hanno portato avanti un personale percorso musicale in grado d'unire le provinciali strade del varesotto con le periferiche “strade blu” d'Oltreoceano. É infatti l'Americana, con le sue molteplici deviazioni e contaminazioni, la materia sonora dalla quale il quintetto lombardo ha saputo trarre ispirazione, rielaborandone stilemi e dettami, in un amalgama fresco e corroborante, dove la vischiosità swamp rock dei Creedence Clearwater Revival, gli urbani sentori latini dei Los Lobos e il fervore del Johnny Cash dei primigeni anni targati Sun Records, incontrano gli spettri elettrici dei mai dimenticati Uncle Tupelo. Dopo un omonimo esordio, diviso tra inediti pruriti compositivi e rivisitazioni del songbook altrui, rendendo omaggio, tra gli altri, proprio al gruppo di Tweedy e Farrar rileggendone la splendida Watch Me Fall, oggi il combo varesino mostra con J.A.B., sua seconda prova in studio, d'aver affinato ulteriormente le proprie capacità autoriali, in dieci composizioni autografe pregne dei più diversi umori sonori. Si passa infatti dal logoro rock'n'roll dell'iniziale Harry's Wife, al flavour southern di Regrets (Sweet Revenge Song) impreziosita tanto da un preciso lavorio sulle corde acustiche, quanto da impeccabili incroci vocali, passando per una scura My Last Ride, d'afflitto pulsare country, con ospite alla chitarra e alla voce l'amico di lunga data Davide Buffoli. E se in Johnny Lee Blues i nostri rallentano lo scalpitante boom-chicka-boom, sempiterna eredità musicale lasciataci dal fu grande Johnny Cash, screziandolo con liquidi assolo in odore di Allman Brothers Band, in 1000 Miles Amelia è ancora il rock'n'roll a fare da ideale commento sonoro alla storia dell'omonima Amelia, “dispensatrice di piacere” per più d'una generazione varesotta. Splendida è Cowboy's Prayer, tra un epos narrativo degno del miglior outlaw country e un polveroso danzare norteno, condotto dall'accordion dell'ospite Gianmarco Banzi, mentre con il maestoso svolgersi della conclusiva Troubles Everyday, al contrario, ci si addentra in territori di più scorticata elettricità, con il Neil Young di Zuma a perdersi nello “sporco Sud” dei Drive by Truckers. La sferragliante title track è, dal canto suo, una sorta di manifesto del vivere in musica del quintetto, autodefinitosi “solo un'altra band della provincia” (Jab è per l'appunto l'acronimo di Just Another Band). Un'etichettatura tuttavia, perlomeno a parer di scrive, non veritiera, specie alla luce di un cammino musicale sin qui irreprensibile per passione e costanza, come peraltro ribadito oggi da un lavoro, J.A.B., d'ottima fattura, in grado di confermare i Little Angel and the Bonecrashers quali una delle realtà più interessanti dell'Americana “made in Italy”.
martedì 27 maggio 2014
Devenia - L'ultima stagione
(Pubblicato su Extra! Music Magazine)
Si affacciano per la prima volta nel, sempre più affollato, mercato discografico i romani Devenia, e lo fanno con un piccolo Ep, ahiloro, non pienamente a fuoco. Un pugno di composizioni, quello approntato per l'occasione, fin troppo sfaccettato nel suo voler mostrare le diverse anime componenti l'estetica sonora dei nostri. Anime, tuttavia, non sempre in grado di convivere pacificamente, tra loro, anzi spesso cozzanti l'una contro l'altra, penalizzate dalla mancanza di un fil rouge in grado di garantirne la linearità di svolgimento. A taglienti rasoiate chitarristiche, al limite del più tonitruante e ottudente alternative rock (Spleen, John Locke) fanno infatti da contraltare episodi nei quali l'ardore metallico viene in parte stemperato (la title track) da una più marcata diluizione melodica. E se in Pornomusa sembra di trovarsi di fronte, complice un mantrico declamare vocale, a dei CCCP anfetaminizzati, è nei repentini cambi di tempo e registro di Medea che i Devenia riescono a mostrare finalmente le potenzialità, sin qui celate, del loro songwriting, dando modo all'enfatico cantare di Michele Ucciferri d'emergere al di sopra delle muraglie di suono erette dai propri compagni; il tutto in un riuscito connubio tra ferocia distorta e afflato melodico, sul quale il combo romano, a mio avviso, dovrebbe porre le basi per il loro futuro prossimo. Speriamo infatti che questa non sia per i nostri “l'ultima stagione”, ma solo un primo, tentennante, passo, nell'attesa dell'arrivo della propria “primavera” musicale, magari sbocciante tra i solchi d'un lavoro di maggior compiutezza.
Si affacciano per la prima volta nel, sempre più affollato, mercato discografico i romani Devenia, e lo fanno con un piccolo Ep, ahiloro, non pienamente a fuoco. Un pugno di composizioni, quello approntato per l'occasione, fin troppo sfaccettato nel suo voler mostrare le diverse anime componenti l'estetica sonora dei nostri. Anime, tuttavia, non sempre in grado di convivere pacificamente, tra loro, anzi spesso cozzanti l'una contro l'altra, penalizzate dalla mancanza di un fil rouge in grado di garantirne la linearità di svolgimento. A taglienti rasoiate chitarristiche, al limite del più tonitruante e ottudente alternative rock (Spleen, John Locke) fanno infatti da contraltare episodi nei quali l'ardore metallico viene in parte stemperato (la title track) da una più marcata diluizione melodica. E se in Pornomusa sembra di trovarsi di fronte, complice un mantrico declamare vocale, a dei CCCP anfetaminizzati, è nei repentini cambi di tempo e registro di Medea che i Devenia riescono a mostrare finalmente le potenzialità, sin qui celate, del loro songwriting, dando modo all'enfatico cantare di Michele Ucciferri d'emergere al di sopra delle muraglie di suono erette dai propri compagni; il tutto in un riuscito connubio tra ferocia distorta e afflato melodico, sul quale il combo romano, a mio avviso, dovrebbe porre le basi per il loro futuro prossimo. Speriamo infatti che questa non sia per i nostri “l'ultima stagione”, ma solo un primo, tentennante, passo, nell'attesa dell'arrivo della propria “primavera” musicale, magari sbocciante tra i solchi d'un lavoro di maggior compiutezza.
giovedì 22 maggio 2014
Chuck E. Weiss - Red beans and Weiss
(Pubblicato su Extra! Music Magazine)
Compagno di gozzovigli, alcolici e non, di Tom Waits e Rickie Lee Jones, negli anni dissennati del Tropicana Motel, bislacco deejay radiofonico, socio paritario di Johnny Depp nell'edificazione del Viper Room, ma sopratutto songwriter d'allucinata irrazionalità; a leggere il “curriculum” di Chuck E. Weiss vi è di che rimaner esterrefatti, specie di fronte alla bizzarria di un personaggio al di fuori di ogni schema e catalogazione. Un autentico beautiful freak, il nostro, un “exile on the backstreet” al quale, fortunatamente per noi, il grande successo non ha mai arriso, abbandonandolo anzi ai margini, in quel fetido limbo underground pullulante della più diversa, disadattata “fauna”, divenuta presto protagonista del suo scrivere in musica. Ha inciso tuttavia poco Weiss, d'altra parte egli stesso si definisce un inguaribile procrastinatore, ma nei suoi sparuti lavori discografici ha saputo convogliare i “souvenir sonici” raccolti, qua e là, nel suo inquieto bazzicare i bassifondi di una Los Angeles nel cui tessuto urbano ha trovato l'habitat ad esso più consono. Vetusti e scalcinati blues, torbido rock'n'roll, languide atmosfere jazzate in odore di dixieland e cantilenanti filastrocche apparentemente senza capo né coda; questo è quanto contenuto nel variegato e variopinto mondo musicale weissiano, un immaginario sonoro di strabordante follia, oggi idealmente rappresentata dalla copertina del nuovo Red Beans And Weiss, quasi una versione freak dell'artwork del “Sergente Pepe” di beatlesiana memoria. Un album dato alle stampe a sette anni di distanza dal precedente 23rd & Shout, con il nostro quasi “costretto” ad entrare nuovamente in studio di registrazione dagli amici Waits e Depp, per l'occasione accollatisi anche l'onere della produzione. Non sembra tuttavia aver lasciato strascichi, sul nostro, il lento trascorrere del tempo, certo qualche ruga e qualche acciacco hanno fatto nel frattempo la propria comparsa, ma a livello musicale nulla pare essere cambiato, in un continuo ed ostinato rifuggire ogni logica commerciale o qualsivoglia compromesso. Sarà l'egida discreta ed accomodante della benemerita Anti, ma Weiss sembra aver avuto, ancor una volta, totale carta bianca, nonché il beneplacito di barcamenarsi, come egli magistralmente sa fare, tra i più astrusi ed improbabili pentagrammi. Una fiducia ampiamente ripagata con tredici brani, tutti inediti fuorchè un “tributo”, d'eccezione, al songbook altrui, sintomatici di come la vena autoriale del songwriter originario di Denver, abbia ritrovato la propria fertilità, tanto che si può tranquillamente considerare Red Beans and Weiss quale sua opera più ispirata e riuscita. Complice la voce scura e catramosa del titolare, e una band, i G-Damn Liars, dalle movenze precise e senza pecche, come quelle d'un ingranaggio ben oliato, si rimane come stregati dal magnetismo sonoro permeante i solchi di un album equiparabile ad un introspettivo viaggio all'interno dell'universo weissiano. Un mondo strambo, dove si incontrano strani “abitanti”, come Tupelo Joe, presentatoci sulle note di un rock'n'roll sporco e stradaiolo, che ne porta il nome, oppure la gatta Shushie, alla quale è dedicato l'omonimo, fumoso talkin' dalle notturne tinte jazzy. L'ossessivo incedere di Boston Blackie, sfociante in uno spiritato declamare al limite del nonsense, così come una sferragliante Bomb The Tracks, sono altresì esplicative della deviata estetica musico-narrativa del nostro. La giovanile infatuazione per il blues non si è, dal canto suo, per nulla affievolita, tutt'altro, manifestandosi in questo frangente tanto nel tribalismo percussivo d'una dopata Kokamo (Boy Bruce), quanto in una Dead Man's Shoes dove un istrionismo vocale alla “Capitano Cuoredimanzo” incontra il boogie della Motor City d'ascedenza hookeriana. Nella travolgente Hey Pendejo si respira invece l'aria del border messicano, in quella che pare un'ubriaca divagazione su d'una melodia della tradizione nortena, ad opera di Ry Cooder e dei suoi Corridos Famosos, in preda ai fumi dell'alcol, in qualche sperduta bettola nei dintorni di Tijuana. Splendido è l'omaggio all'opera stonesiana di Exile on the Main Street Blues, dal gracchiante incipit, per sola voce e piano, ricordante le incisioni viniliche di Memphis Slim per la Blue Bird Records, prima che l'ingresso della band al gran completo lo tramuti in un incontenibile blues urbano. E se in Oo Poo Pa Do In The Rebop sembra di ascoltare un biascicante Randy Newman, strafatto di quaalude, mirabilmente assecondato dalla Preservation Hall Jazz Band, il folle pastrocchio di Willy's In The Pee Pee House, assurdo quanto riuscito ragtime pianistico con lo sbilenco accompagnamento ritmico di una simil banda dell'Esercito della Salvezza, sul quale si accavalla un coacervo di urla e grida, chiude con un ultimo, fulminante lampo di follia un album di delirante bellezza. Mi sento pertanto di avvalorare il consiglio di Johnny Depp, riportato sulla copertina del disco medesimo, «Chuck E. Weiss is a rare treasure. If you buy one record this year, make it this one. It's insane!», e mi permetto d'aggiungere....bentornata vecchia volpe d'un Weiss!
Compagno di gozzovigli, alcolici e non, di Tom Waits e Rickie Lee Jones, negli anni dissennati del Tropicana Motel, bislacco deejay radiofonico, socio paritario di Johnny Depp nell'edificazione del Viper Room, ma sopratutto songwriter d'allucinata irrazionalità; a leggere il “curriculum” di Chuck E. Weiss vi è di che rimaner esterrefatti, specie di fronte alla bizzarria di un personaggio al di fuori di ogni schema e catalogazione. Un autentico beautiful freak, il nostro, un “exile on the backstreet” al quale, fortunatamente per noi, il grande successo non ha mai arriso, abbandonandolo anzi ai margini, in quel fetido limbo underground pullulante della più diversa, disadattata “fauna”, divenuta presto protagonista del suo scrivere in musica. Ha inciso tuttavia poco Weiss, d'altra parte egli stesso si definisce un inguaribile procrastinatore, ma nei suoi sparuti lavori discografici ha saputo convogliare i “souvenir sonici” raccolti, qua e là, nel suo inquieto bazzicare i bassifondi di una Los Angeles nel cui tessuto urbano ha trovato l'habitat ad esso più consono. Vetusti e scalcinati blues, torbido rock'n'roll, languide atmosfere jazzate in odore di dixieland e cantilenanti filastrocche apparentemente senza capo né coda; questo è quanto contenuto nel variegato e variopinto mondo musicale weissiano, un immaginario sonoro di strabordante follia, oggi idealmente rappresentata dalla copertina del nuovo Red Beans And Weiss, quasi una versione freak dell'artwork del “Sergente Pepe” di beatlesiana memoria. Un album dato alle stampe a sette anni di distanza dal precedente 23rd & Shout, con il nostro quasi “costretto” ad entrare nuovamente in studio di registrazione dagli amici Waits e Depp, per l'occasione accollatisi anche l'onere della produzione. Non sembra tuttavia aver lasciato strascichi, sul nostro, il lento trascorrere del tempo, certo qualche ruga e qualche acciacco hanno fatto nel frattempo la propria comparsa, ma a livello musicale nulla pare essere cambiato, in un continuo ed ostinato rifuggire ogni logica commerciale o qualsivoglia compromesso. Sarà l'egida discreta ed accomodante della benemerita Anti, ma Weiss sembra aver avuto, ancor una volta, totale carta bianca, nonché il beneplacito di barcamenarsi, come egli magistralmente sa fare, tra i più astrusi ed improbabili pentagrammi. Una fiducia ampiamente ripagata con tredici brani, tutti inediti fuorchè un “tributo”, d'eccezione, al songbook altrui, sintomatici di come la vena autoriale del songwriter originario di Denver, abbia ritrovato la propria fertilità, tanto che si può tranquillamente considerare Red Beans and Weiss quale sua opera più ispirata e riuscita. Complice la voce scura e catramosa del titolare, e una band, i G-Damn Liars, dalle movenze precise e senza pecche, come quelle d'un ingranaggio ben oliato, si rimane come stregati dal magnetismo sonoro permeante i solchi di un album equiparabile ad un introspettivo viaggio all'interno dell'universo weissiano. Un mondo strambo, dove si incontrano strani “abitanti”, come Tupelo Joe, presentatoci sulle note di un rock'n'roll sporco e stradaiolo, che ne porta il nome, oppure la gatta Shushie, alla quale è dedicato l'omonimo, fumoso talkin' dalle notturne tinte jazzy. L'ossessivo incedere di Boston Blackie, sfociante in uno spiritato declamare al limite del nonsense, così come una sferragliante Bomb The Tracks, sono altresì esplicative della deviata estetica musico-narrativa del nostro. La giovanile infatuazione per il blues non si è, dal canto suo, per nulla affievolita, tutt'altro, manifestandosi in questo frangente tanto nel tribalismo percussivo d'una dopata Kokamo (Boy Bruce), quanto in una Dead Man's Shoes dove un istrionismo vocale alla “Capitano Cuoredimanzo” incontra il boogie della Motor City d'ascedenza hookeriana. Nella travolgente Hey Pendejo si respira invece l'aria del border messicano, in quella che pare un'ubriaca divagazione su d'una melodia della tradizione nortena, ad opera di Ry Cooder e dei suoi Corridos Famosos, in preda ai fumi dell'alcol, in qualche sperduta bettola nei dintorni di Tijuana. Splendido è l'omaggio all'opera stonesiana di Exile on the Main Street Blues, dal gracchiante incipit, per sola voce e piano, ricordante le incisioni viniliche di Memphis Slim per la Blue Bird Records, prima che l'ingresso della band al gran completo lo tramuti in un incontenibile blues urbano. E se in Oo Poo Pa Do In The Rebop sembra di ascoltare un biascicante Randy Newman, strafatto di quaalude, mirabilmente assecondato dalla Preservation Hall Jazz Band, il folle pastrocchio di Willy's In The Pee Pee House, assurdo quanto riuscito ragtime pianistico con lo sbilenco accompagnamento ritmico di una simil banda dell'Esercito della Salvezza, sul quale si accavalla un coacervo di urla e grida, chiude con un ultimo, fulminante lampo di follia un album di delirante bellezza. Mi sento pertanto di avvalorare il consiglio di Johnny Depp, riportato sulla copertina del disco medesimo, «Chuck E. Weiss is a rare treasure. If you buy one record this year, make it this one. It's insane!», e mi permetto d'aggiungere....bentornata vecchia volpe d'un Weiss!
lunedì 12 maggio 2014
Emilia Martensson - Ana
(Pubblicato su Extra! Music Magazine)
Svedese di nascita, ma da tempo stabilitasi in quel di Londra, Emilia Martensson pare aver trovato nella nebbiosa capitale britannica, il luogo ideale per dar libero sfogo al proprio estro artistico. Con all'attivo una fruttuosa collaborazione con il Kairos 4Tet, ed un esordio, So It Goes, in coppia con il pianista Barry Green, accolto ottimamente dalla critica inglese, e non, la cantante torna oggi a far sentire la propria voce con il suo nuovo, vero, parto solista. Dedicato, sin dal titolo, alla propria nonna di origini slovene, in Ana la Martensson mostra, ancor più che nella precedente release, un animo musicale inquieto e sfaccettato, nel quale convivono, in armonia, la gelida tradizione musicale della propria terra natia, solari melodie di stampo californiano, e un quieto sussultare armonico d'ascendenza jazzy. Atmosfere sinuose e dilatate, opera di ben calibrate trame improvvisative, con l'ammaliante vocalità della Martensson, tra riflessivo storytelling ed intimistiche confessioni notturne, a volteggiare dolcemente sui giochi contrappuntistici del pianoforte del “vecchio” sodale Barry Green. Una partnership, quella tra i due, capace anche in questo frangente di regalare incantevoli acquarelli musicali, permeati da un sottile swing, nel loro trattenuto divagare verso pacificate oasi cantautorali, puntellati dal preciso lavorio ritmico del contrabbasso di Sam Lasserson e delle percussioni di Adriano Adewale, alle quali si aggiungono i contributi cameristici del Fables String Quartet. Se l'opera di immortali cantanti jazz quali Billie Holiday, Ella Fitzgerald e Anita O'Day, ascoltate ossessivamente durante la propria infanzia, rappresentano tuttora un elemento portante del background della Martensson, più marcata si è fatta oggi l'influenza dell'arcaico folklore nordico. Ne sono esempi, più che lampanti, la ripresa di un antico brano appartenente alla tradizione musicale svedese, Nar som jag var pàt mitt adertonde ar, qui riproposto in uno scarno, algido arrangiamento invernale; così come l'autografa, conclusiva, Vackra Manniska, cantata a cappella facendo ricorso all'idioma del suo paese d'origine. Un sentito omaggio ad un altro dei propri giovanili, amori in musica, Joni Mitchell, è invece la rilettura di Everything Put Together Falls Apart, appartenente sì al songbook di Paul Simon, ma con la voce della cantante svedese a ricordare per misticheggiante grazia esecutiva quella della Signora del Laurel Canyon, come, peraltro, avviene nella distesa Tomorrow Can Wait, tra dissonanze jazz e sontuose suggestioni cantautorali tinteggiate di “blu”. Un'introspettiva Black Narcisuss, composta dal saxofonista Joe Henderson, rifulge di nuova luce sonica grazie alle inedite liriche approntate per l'occasione dalla stessa Martensson, ad ulteriore conferma tanto di una notevole maturità compositiva, quanto della propria seducente raffinatezza interpretativa. Un album rasentante l'incanto, Ana, da assaporare lentamente, magari al crepuscolo, quando l'ultimo barlume di luce solare scema all'orizzonte, lasciandosi cullare, verso l'appropinquarsi delle tenebre, dall'umbratile, vellutata voce di una delle più talentuose chanteuse odierne.
Svedese di nascita, ma da tempo stabilitasi in quel di Londra, Emilia Martensson pare aver trovato nella nebbiosa capitale britannica, il luogo ideale per dar libero sfogo al proprio estro artistico. Con all'attivo una fruttuosa collaborazione con il Kairos 4Tet, ed un esordio, So It Goes, in coppia con il pianista Barry Green, accolto ottimamente dalla critica inglese, e non, la cantante torna oggi a far sentire la propria voce con il suo nuovo, vero, parto solista. Dedicato, sin dal titolo, alla propria nonna di origini slovene, in Ana la Martensson mostra, ancor più che nella precedente release, un animo musicale inquieto e sfaccettato, nel quale convivono, in armonia, la gelida tradizione musicale della propria terra natia, solari melodie di stampo californiano, e un quieto sussultare armonico d'ascendenza jazzy. Atmosfere sinuose e dilatate, opera di ben calibrate trame improvvisative, con l'ammaliante vocalità della Martensson, tra riflessivo storytelling ed intimistiche confessioni notturne, a volteggiare dolcemente sui giochi contrappuntistici del pianoforte del “vecchio” sodale Barry Green. Una partnership, quella tra i due, capace anche in questo frangente di regalare incantevoli acquarelli musicali, permeati da un sottile swing, nel loro trattenuto divagare verso pacificate oasi cantautorali, puntellati dal preciso lavorio ritmico del contrabbasso di Sam Lasserson e delle percussioni di Adriano Adewale, alle quali si aggiungono i contributi cameristici del Fables String Quartet. Se l'opera di immortali cantanti jazz quali Billie Holiday, Ella Fitzgerald e Anita O'Day, ascoltate ossessivamente durante la propria infanzia, rappresentano tuttora un elemento portante del background della Martensson, più marcata si è fatta oggi l'influenza dell'arcaico folklore nordico. Ne sono esempi, più che lampanti, la ripresa di un antico brano appartenente alla tradizione musicale svedese, Nar som jag var pàt mitt adertonde ar, qui riproposto in uno scarno, algido arrangiamento invernale; così come l'autografa, conclusiva, Vackra Manniska, cantata a cappella facendo ricorso all'idioma del suo paese d'origine. Un sentito omaggio ad un altro dei propri giovanili, amori in musica, Joni Mitchell, è invece la rilettura di Everything Put Together Falls Apart, appartenente sì al songbook di Paul Simon, ma con la voce della cantante svedese a ricordare per misticheggiante grazia esecutiva quella della Signora del Laurel Canyon, come, peraltro, avviene nella distesa Tomorrow Can Wait, tra dissonanze jazz e sontuose suggestioni cantautorali tinteggiate di “blu”. Un'introspettiva Black Narcisuss, composta dal saxofonista Joe Henderson, rifulge di nuova luce sonica grazie alle inedite liriche approntate per l'occasione dalla stessa Martensson, ad ulteriore conferma tanto di una notevole maturità compositiva, quanto della propria seducente raffinatezza interpretativa. Un album rasentante l'incanto, Ana, da assaporare lentamente, magari al crepuscolo, quando l'ultimo barlume di luce solare scema all'orizzonte, lasciandosi cullare, verso l'appropinquarsi delle tenebre, dall'umbratile, vellutata voce di una delle più talentuose chanteuse odierne.
The Palominos - Come on in
(Pubblicato su Rootshighway)
Se tra i ranghi della Randm Records, etichetta presso la quale si sono recentemente accasati, figurano già i "figli bastardi" di Johnny Cash, The Palominos possono essere considerati, a tutti gli effetti, i "nipotini illegittimi" di Buck Owens. A differenza dei succitati "figli d'arte" cashiani, con all'attivo una discografia fattasi ancor più corposa con la pubblicazione del recente New Old Story, il quartetto, di stanza a San Diego, giunge solo oggi al proprio debutto discografico. Un esordio, Come On In, seppur nella sua breve durata (in realtà trattasi di un ep), a dir poco pregevole, quanto capace, nel ristretto spazio pentagrammatico di sette composizioni, di mettere in luce il diligente approccio musicale dei countrymen californiani. È ovviamente al verbo del proprio "progenitore musicale" che il quartetto, capitanato dai fratelli Thomas e James Zurek, guarda con dedizione e rispetto, facendo proprie le solari trame di quel Baskerfield sound del quale Owens fu tra i pionieri. Puro West Coast country, quello impresso su nastro dai nostri, a rievocare quanto partorito dalla fervida scena musicale nata e sviluppatasi, verso la fine degli anni Cinquanta, nella cittadina della San Joaquin Valley, in contrapposizione alla stucchevolezza zuccherina tracimante dalle produzioni nashvilliane del tempo. Musica verace e genuina, ove alle armonizzazioni vocali e agli evocativi fraseggi della pedal steel, venivano uniti il twang elettrico della Telecaster, e il sobbalzare percussivo del primigenio rock'n'roll. Una baldanza che rivive oggi immutata attraverso l'opera dei Palominos, fedeli osservanti dei precetti originari, tanto che non avrebbero sfigurato, ai tempi, sui palchi degli innumerevoli honky tonk bar affollanti le vie di Baskerfield, contendendo anzi la scena, alla pari, ad autentiche star di prima grandezza quali, tra gli altri, il già ampiamente menzionato Buck Owens, Tommy Collins e Merle Haggard. Basti ascoltare, a riprova di ciò, il genuino trasporto messo in mostra nella title track, e ribadito nella conclusiva You Provide The Heartbreak (I'll Provide The Wine), dove sembra di trovarsi di fronte ai redivivi Buckaroos, per non parlare dei pruriti rock'n'rollistici d'un altrettanto movimentata It Could Happen To Anyone, con il sincopato tambureggiare di Craig Packham ben in evidenza. È tuttavia l'armonizzarsi tra le voci di Thomas Zurek e Lance Hawkins, così come l'intreccio elettroacustico tra le loro rispettive sei corde, a rappresentare l'anello di congiunzione tra passato e presente, come si evince nella spigliata No You Don't, o in una Macon, Georgia, irrobustita proprio dal twanging riverberato della chitarra elettrica. Un esordio di corroborante freschezza, Come On In, nel suo riproporre, senza derivatismi di sorta, sonorità ancor oggi fresche e frizzanti. D'altra parte gli stessi Palominos si definiscono "Not contemporary in style, but certainly timeless in sound" e, alla luce di quanto ascoltato, come gli si può dar torto?
Se tra i ranghi della Randm Records, etichetta presso la quale si sono recentemente accasati, figurano già i "figli bastardi" di Johnny Cash, The Palominos possono essere considerati, a tutti gli effetti, i "nipotini illegittimi" di Buck Owens. A differenza dei succitati "figli d'arte" cashiani, con all'attivo una discografia fattasi ancor più corposa con la pubblicazione del recente New Old Story, il quartetto, di stanza a San Diego, giunge solo oggi al proprio debutto discografico. Un esordio, Come On In, seppur nella sua breve durata (in realtà trattasi di un ep), a dir poco pregevole, quanto capace, nel ristretto spazio pentagrammatico di sette composizioni, di mettere in luce il diligente approccio musicale dei countrymen californiani. È ovviamente al verbo del proprio "progenitore musicale" che il quartetto, capitanato dai fratelli Thomas e James Zurek, guarda con dedizione e rispetto, facendo proprie le solari trame di quel Baskerfield sound del quale Owens fu tra i pionieri. Puro West Coast country, quello impresso su nastro dai nostri, a rievocare quanto partorito dalla fervida scena musicale nata e sviluppatasi, verso la fine degli anni Cinquanta, nella cittadina della San Joaquin Valley, in contrapposizione alla stucchevolezza zuccherina tracimante dalle produzioni nashvilliane del tempo. Musica verace e genuina, ove alle armonizzazioni vocali e agli evocativi fraseggi della pedal steel, venivano uniti il twang elettrico della Telecaster, e il sobbalzare percussivo del primigenio rock'n'roll. Una baldanza che rivive oggi immutata attraverso l'opera dei Palominos, fedeli osservanti dei precetti originari, tanto che non avrebbero sfigurato, ai tempi, sui palchi degli innumerevoli honky tonk bar affollanti le vie di Baskerfield, contendendo anzi la scena, alla pari, ad autentiche star di prima grandezza quali, tra gli altri, il già ampiamente menzionato Buck Owens, Tommy Collins e Merle Haggard. Basti ascoltare, a riprova di ciò, il genuino trasporto messo in mostra nella title track, e ribadito nella conclusiva You Provide The Heartbreak (I'll Provide The Wine), dove sembra di trovarsi di fronte ai redivivi Buckaroos, per non parlare dei pruriti rock'n'rollistici d'un altrettanto movimentata It Could Happen To Anyone, con il sincopato tambureggiare di Craig Packham ben in evidenza. È tuttavia l'armonizzarsi tra le voci di Thomas Zurek e Lance Hawkins, così come l'intreccio elettroacustico tra le loro rispettive sei corde, a rappresentare l'anello di congiunzione tra passato e presente, come si evince nella spigliata No You Don't, o in una Macon, Georgia, irrobustita proprio dal twanging riverberato della chitarra elettrica. Un esordio di corroborante freschezza, Come On In, nel suo riproporre, senza derivatismi di sorta, sonorità ancor oggi fresche e frizzanti. D'altra parte gli stessi Palominos si definiscono "Not contemporary in style, but certainly timeless in sound" e, alla luce di quanto ascoltato, come gli si può dar torto?
mercoledì 7 maggio 2014
Deserto Rosso - Progresso
(Pubblicato su Extra! Music Magazine)
Dopo l'esordio Mi fanno male i capelli, targato 2011, e un successivo Ep, Oasis Elèctronique, i Deserto Rosso, per gettare le basi del proprio futuro sonoro, volgono, oggi, il loro sguardo indietro nel tempo, al passato remoto della musica rock italiana. Progresso rappresenta, infatti, un tributo alle band italiche degli anni '60 e '70, figlie d'una stagione musicale magica ed irripetibile per il nostro Bel Paese. Un itinerario, tra riscoperta e sperimentazione, attraverso il quale la band romana ha saputo appropriarsi, riportandole a nuova vita, tanto di celebri composizioni di ensemble di prima grandezza, quanto di brani partoriti da altrettanto valide compagini, purtroppo scomparse tra le nebbie del tempo. Erika Savastani e Danilo Pao, fondatori e, de facto, titolari della ragione sociale in esame, si avvalgono, per questa loro digressione musico-temporale, del prezioso contributo della chitarra di Fernando Pantini, dei tamburi di Andrea Ruta e dei tasti del piano elettrico di Adriano Pennino. Inciso con un approccio “vintage”, facendo ricorso ad una strumentazione e ad effetti dell'epoca presa in esame, l'album mantiene intatta una veridicità esecutiva derivata proprio dalla registrazione in presa diretta. Un impianto strumentale orchestrato con cura dallo stesso Pao, atto a sostenere e valorizzare, ulteriormente, la duttile voce della Savastani, libera qui di mostrare tutte le proprie colorazioni timbriche, come nello splendida rilettura di Non Mi Rompete, del Banco del Mutuo Soccorso, posta in apertura, tra estatiche ondate melodiche, ad infrangersi su di un insofferente soliloquio vocale, ed accelerazioni ritmiche in crescendo. Dal repertorio dell'Equipe 84 viene invece estratta Casa Mia, “svecchiata” grazie ad un radioso incedere reggae, seppur sporcato da sussultanti infiltrazioni elettriche. Un rinnovamento caratterizzante anche Sera de Le Orme, in un riuscito connubio tra sontuosa raffinatezza pop e spigolose derive rockiste. E se Guai A Voi, degli sconosciuti Lydia e gli Hellua Xenium, colpisce per la sua corrosiva acidità lisergica, con la voce della Savastani a ricordare, nella sua graffiante interpretazione quella della miglior Angela Baraldi, al contrario la ballata Messico Lontano, degli Albero Motore, si dipana gentile verso assolati territori di acustico raccoglimento. La conclusiva Cosa Pensiamo Dell'Amore, arroventata da infuocate vampate hard rock settantiano, guarda invece, più che alla Genova dei suoi autori, i New Trolls, all'Hertfordshire del “Profondo Porpora”, tra evoluzioni chitarristiche blackmoriane e i liquidi assolo di un organo. Un progresso, quello idealizzato dai Deserto Rosso, debitore della nostra storia musicale passata, ma al contempo attualizzato attraverso il proprio personale ed odierno sentire. Un deciso cambio di direzione sonora, rispetto al succitato debutto che lascia ben sperare in vista dell'ormai prossima pubblicazione del loro secondo full lenght.
Dopo l'esordio Mi fanno male i capelli, targato 2011, e un successivo Ep, Oasis Elèctronique, i Deserto Rosso, per gettare le basi del proprio futuro sonoro, volgono, oggi, il loro sguardo indietro nel tempo, al passato remoto della musica rock italiana. Progresso rappresenta, infatti, un tributo alle band italiche degli anni '60 e '70, figlie d'una stagione musicale magica ed irripetibile per il nostro Bel Paese. Un itinerario, tra riscoperta e sperimentazione, attraverso il quale la band romana ha saputo appropriarsi, riportandole a nuova vita, tanto di celebri composizioni di ensemble di prima grandezza, quanto di brani partoriti da altrettanto valide compagini, purtroppo scomparse tra le nebbie del tempo. Erika Savastani e Danilo Pao, fondatori e, de facto, titolari della ragione sociale in esame, si avvalgono, per questa loro digressione musico-temporale, del prezioso contributo della chitarra di Fernando Pantini, dei tamburi di Andrea Ruta e dei tasti del piano elettrico di Adriano Pennino. Inciso con un approccio “vintage”, facendo ricorso ad una strumentazione e ad effetti dell'epoca presa in esame, l'album mantiene intatta una veridicità esecutiva derivata proprio dalla registrazione in presa diretta. Un impianto strumentale orchestrato con cura dallo stesso Pao, atto a sostenere e valorizzare, ulteriormente, la duttile voce della Savastani, libera qui di mostrare tutte le proprie colorazioni timbriche, come nello splendida rilettura di Non Mi Rompete, del Banco del Mutuo Soccorso, posta in apertura, tra estatiche ondate melodiche, ad infrangersi su di un insofferente soliloquio vocale, ed accelerazioni ritmiche in crescendo. Dal repertorio dell'Equipe 84 viene invece estratta Casa Mia, “svecchiata” grazie ad un radioso incedere reggae, seppur sporcato da sussultanti infiltrazioni elettriche. Un rinnovamento caratterizzante anche Sera de Le Orme, in un riuscito connubio tra sontuosa raffinatezza pop e spigolose derive rockiste. E se Guai A Voi, degli sconosciuti Lydia e gli Hellua Xenium, colpisce per la sua corrosiva acidità lisergica, con la voce della Savastani a ricordare, nella sua graffiante interpretazione quella della miglior Angela Baraldi, al contrario la ballata Messico Lontano, degli Albero Motore, si dipana gentile verso assolati territori di acustico raccoglimento. La conclusiva Cosa Pensiamo Dell'Amore, arroventata da infuocate vampate hard rock settantiano, guarda invece, più che alla Genova dei suoi autori, i New Trolls, all'Hertfordshire del “Profondo Porpora”, tra evoluzioni chitarristiche blackmoriane e i liquidi assolo di un organo. Un progresso, quello idealizzato dai Deserto Rosso, debitore della nostra storia musicale passata, ma al contempo attualizzato attraverso il proprio personale ed odierno sentire. Un deciso cambio di direzione sonora, rispetto al succitato debutto che lascia ben sperare in vista dell'ormai prossima pubblicazione del loro secondo full lenght.
mercoledì 30 aprile 2014
The DeSoto Caucus - The DeSoto Caucus
(Pubblicato su Extra! Music Magazine)
Già compagni di scorribande soniche del sommo Howe Gelb, nonché forti di un curriculum annoverante collaborazioni con artisti quali, solo per citarne alcuni, il deux ex machina lambchopiano Kurt Wagner, o la “coppia ben assortita” formata da Mark Lanegan e Isobel Campbell, questo manipolo di valenti musicisti danesi ha con il tempo rivoluzionato la propria iniziale dimensione da backing band per evolversi in una nuova creatura musicale a sé stante. Sotto il monicker DeSoto Caucus hanno quindi intrapreso un personale percorso artistico, oggi arrivato alla sua terza, omonima, prova in studio, attraverso il quale dare libero sfogo alle proprie, impellenti, necessità autoriali. Un album, quello recante il medesimo nome dell'artista o del gruppo, solitamente rappresentante una tappa importante nella vita discografica dello stesso, vuoi come fulgida testimonianza del raggiungimento di una propria identità, oppure, diversamente, quale primo passo di un nuovo inizio, in risposta ad uno svarione precedente. Non rifugge a questa “regola” il quintetto nordico, il quale oggi, grazie ad un songwriting d'inusitata potenza immaginifica, non solo dimostra di essere ben conscio del cammino fin qui intrapreso, quanto di possedere, al contempo, una marcata personalità. Su quest'ultima si staglia, tuttavia, ancora l'ombra lunga del “Gigante di sabbia”, avvertibile a più riprese tra i solchi, come nel talking gelbiano di Bridges of Bern, o nelle felpate movenze notturne di una lenta, trattenuta, Stepping Outside, fino ad una Skills of Warfare che pare provenire dalle medesime sessioni di registrazione dalle quali vide la luce proprio il recente, splendido, parto giantsandiano, Tucson, alla cui gestazione il contributo dei nostri fu di fondamentale importanza. E se Nail In The Wall si ispira ancora ai trascorsi “giganteschi”, con il twanging riverberato della sei corde elettrica ad arroventare un, già di per sé, marcato passo elettroacustico, magnifica è Wasteland, nel suo ricreare musicalmente la vastità del deserto americano, in una ballata d'asciutta rarefazione, dove le atmosfere si fanno più dilatate, oniriche, quasi in balia del vento, sferzante quelle terre inospitali. Un'opalescente aura avant folk rischiara, al contrario, una Just The Other Day rimandante alle pacificate lande bucoliche del Bonnie Prince Billy di Ease Down The Road. Di tutt'altra grana è, invece, Don't Fear tra il vorticare distorto delle chitarre e un serrato rollio ritmico, in quello che senza dubbio rimane l'episodio di maggior ardire sperimentale del lotto. Sulla perizia strumentale dei cinque danesi non vi è nulla da eccepire, ma per fugar eventuali dubbi basta addentrarsi entro le avvolgenti trame di una Come Undone di laconica ipnosi rootsy, o lasciarsi rapire dall'evocativo, sospeso, lirismo della conclusiva Lonesome Train. Un'opera omonima a dir poco eccellente, in cui non vi è una singola nota o parola fuori posto, ma altresì ognuna di esse riveste un ruolo di primaria importanza nel creare un piccolo, perfetto, mondo musicale, dove le calde tonalità dell'Arizona gelbiana si fondono con le tinte pastello della terra danese, dando vita ad inedite colorazioni di cangiante incanto. In conclusione, traendo, in parte, spunto dall'opera dell'immortale Bardo di Avon, possiamo tranquillamente affermare che “C'è del buono in Danimarca”.
Già compagni di scorribande soniche del sommo Howe Gelb, nonché forti di un curriculum annoverante collaborazioni con artisti quali, solo per citarne alcuni, il deux ex machina lambchopiano Kurt Wagner, o la “coppia ben assortita” formata da Mark Lanegan e Isobel Campbell, questo manipolo di valenti musicisti danesi ha con il tempo rivoluzionato la propria iniziale dimensione da backing band per evolversi in una nuova creatura musicale a sé stante. Sotto il monicker DeSoto Caucus hanno quindi intrapreso un personale percorso artistico, oggi arrivato alla sua terza, omonima, prova in studio, attraverso il quale dare libero sfogo alle proprie, impellenti, necessità autoriali. Un album, quello recante il medesimo nome dell'artista o del gruppo, solitamente rappresentante una tappa importante nella vita discografica dello stesso, vuoi come fulgida testimonianza del raggiungimento di una propria identità, oppure, diversamente, quale primo passo di un nuovo inizio, in risposta ad uno svarione precedente. Non rifugge a questa “regola” il quintetto nordico, il quale oggi, grazie ad un songwriting d'inusitata potenza immaginifica, non solo dimostra di essere ben conscio del cammino fin qui intrapreso, quanto di possedere, al contempo, una marcata personalità. Su quest'ultima si staglia, tuttavia, ancora l'ombra lunga del “Gigante di sabbia”, avvertibile a più riprese tra i solchi, come nel talking gelbiano di Bridges of Bern, o nelle felpate movenze notturne di una lenta, trattenuta, Stepping Outside, fino ad una Skills of Warfare che pare provenire dalle medesime sessioni di registrazione dalle quali vide la luce proprio il recente, splendido, parto giantsandiano, Tucson, alla cui gestazione il contributo dei nostri fu di fondamentale importanza. E se Nail In The Wall si ispira ancora ai trascorsi “giganteschi”, con il twanging riverberato della sei corde elettrica ad arroventare un, già di per sé, marcato passo elettroacustico, magnifica è Wasteland, nel suo ricreare musicalmente la vastità del deserto americano, in una ballata d'asciutta rarefazione, dove le atmosfere si fanno più dilatate, oniriche, quasi in balia del vento, sferzante quelle terre inospitali. Un'opalescente aura avant folk rischiara, al contrario, una Just The Other Day rimandante alle pacificate lande bucoliche del Bonnie Prince Billy di Ease Down The Road. Di tutt'altra grana è, invece, Don't Fear tra il vorticare distorto delle chitarre e un serrato rollio ritmico, in quello che senza dubbio rimane l'episodio di maggior ardire sperimentale del lotto. Sulla perizia strumentale dei cinque danesi non vi è nulla da eccepire, ma per fugar eventuali dubbi basta addentrarsi entro le avvolgenti trame di una Come Undone di laconica ipnosi rootsy, o lasciarsi rapire dall'evocativo, sospeso, lirismo della conclusiva Lonesome Train. Un'opera omonima a dir poco eccellente, in cui non vi è una singola nota o parola fuori posto, ma altresì ognuna di esse riveste un ruolo di primaria importanza nel creare un piccolo, perfetto, mondo musicale, dove le calde tonalità dell'Arizona gelbiana si fondono con le tinte pastello della terra danese, dando vita ad inedite colorazioni di cangiante incanto. In conclusione, traendo, in parte, spunto dall'opera dell'immortale Bardo di Avon, possiamo tranquillamente affermare che “C'è del buono in Danimarca”.
giovedì 24 aprile 2014
Milanese, Re, Bertolotti - Still alive at Mag Mell
(Pubblicato su Extra! Music Magazine)
Dopo due ottimi, solitari, album a proprio nome, Marcello Milanese opta per una radicale svolta artistica stringendo un'intrigante sodalizio con una delle più valenti e versatili sezioni ritmiche italiane. In realtà un primo incontro tra la sei corde dell'alessandrino, il basso di Roberto Re e la batteria di Stefano Bertolotti, era già avvenuto, qualche anno fa, quando il primo aveva preso parte alle registrazioni dell'album di debutto dei Chemako, progetto fondato dai secondi, una volta fuoriusciti dai ranghi dei Chicken Mambo di Fabrizio Poggi. Un'iniziale collaborazione, vocale perlopiù, protrattasi in seguito anche on stage, con Milanese, oltre a ricoprire con consumata esperienza il ruolo di frontman, impegnato a intrecciare assoli e fraseggi chitarristi con Gianfranco Scala, altro transfuga “poggiano”. Un rapporto musicale, quello tra i tre, cementificatosi con il passare del tempo, fino a dar vita ad un'inedita ragione sociale condivisa, giunta oggi al proprio battesimo discografico. Registrato sulle legnose assi dell'omonimo Irish Pub di Alessandria, Still Alive At Mag Mell, cattura, nella sua dimensione ideale, in un'istantanea particolarmente a fuoco, la bontà di un trio, tanto affiatato nel suo “muoversi” all'unisono, quanto brillante nei suoi singoli spunti strumentali. Ovviamente la parte del “leone” la recita il buon Milanese, mirabile nel suo soggiogare, al proprio volere, le corde dell'amata Gretsch, come dell'autocostruita Helleluja H1, esibendosi al contempo in una prestazione vocale dalla scorticante rochezza espressiva. Bertolotti e Re, dal canto loro, non si limitano al ruolo di semplici comprimari, ma imprimono, altresì, il proprio, inconfondibile, marchio sonoro, grazie ad un ribollire ritmico rifulgente per precisione e poliedricità. Più che un semplice concerto, un vero e proprio excursus lungo la carriera discografica di Milanese, attingendo ad un repertorio, passato e presente, al quale vengono aggiunti brani di fresca scrittura, primi parti dell'unione compositiva dei tre strumentisti. Apre tuttavia la serata Second Hand Man, puro velluto blues su pulsante sincopare funk, estrapolata dal primo lavoro del chitarrista alessandrino, in una sorta di metaforico ritorno là dove tutto ebbe inizio, quindici anni fa. Ottime sono le, succitate, composizioni a firma condivisa, come il puntato shuffle My Life In Ruin, passando per Between Heaven And Hell, flessuoso danzare a tempo di bolero tra, appunto, Paradiso e Inferno, lungo sentieri anzitempo percorsi dal mai dimenticato Willy DeVille, fino al cupo splendore della ballata Dark And Darker, ad esorcizzare la gelida solitudine di una notte trascorsa a vagabondare lungo il border statunitense. Il boom chicka boom di cashiana memoria, si fonde egregiamente, invece, con il blues urbano di McKinley Morganfield, in Pay The Band, ironica disamina della vita quotidiana di coloro che decidono di fare della della musica la propria professione, e dedicata a tutti i “colleghi” che lottano, ogni giorno, contro le traversie che questa scelta comporta. Esplicativo fin dal titolo, Moonshine Boogie è, al contrario, un ubriaco boogie a metà strada tra il fango del Mississippi e i clangori elettrici della Detroit di John Lee Hooker, mentre il travolgente anthem Bring Me Alcohol, presente sull'ultimo parto solista di Milanese, vede rinvigorita la propria baldanza alcolica dall'apporto dei due nuovi “compagni di bevute”. E se Medicine Man è intrisa dell'esoterismo arcaico del voodoo, affondando le proprie radici nel putrido bayou della Louisiana, la struggente, conclusiva Me And My Gun, fuga ogni dubbio sulla notevole caratura, di songwriter ed interprete, dello stesso Milanese. Pregevolmente impresso su nastro, Still Alive At Mag Mell rappresenta un, riuscito, primo passo di un nuovo collettivo cammino, il quale, a sentire quanto contenuto tra questi solchi, sarà senza dubbio foriero di numerose, nonchè ampiamente meritate, soddisfazioni.
Dopo due ottimi, solitari, album a proprio nome, Marcello Milanese opta per una radicale svolta artistica stringendo un'intrigante sodalizio con una delle più valenti e versatili sezioni ritmiche italiane. In realtà un primo incontro tra la sei corde dell'alessandrino, il basso di Roberto Re e la batteria di Stefano Bertolotti, era già avvenuto, qualche anno fa, quando il primo aveva preso parte alle registrazioni dell'album di debutto dei Chemako, progetto fondato dai secondi, una volta fuoriusciti dai ranghi dei Chicken Mambo di Fabrizio Poggi. Un'iniziale collaborazione, vocale perlopiù, protrattasi in seguito anche on stage, con Milanese, oltre a ricoprire con consumata esperienza il ruolo di frontman, impegnato a intrecciare assoli e fraseggi chitarristi con Gianfranco Scala, altro transfuga “poggiano”. Un rapporto musicale, quello tra i tre, cementificatosi con il passare del tempo, fino a dar vita ad un'inedita ragione sociale condivisa, giunta oggi al proprio battesimo discografico. Registrato sulle legnose assi dell'omonimo Irish Pub di Alessandria, Still Alive At Mag Mell, cattura, nella sua dimensione ideale, in un'istantanea particolarmente a fuoco, la bontà di un trio, tanto affiatato nel suo “muoversi” all'unisono, quanto brillante nei suoi singoli spunti strumentali. Ovviamente la parte del “leone” la recita il buon Milanese, mirabile nel suo soggiogare, al proprio volere, le corde dell'amata Gretsch, come dell'autocostruita Helleluja H1, esibendosi al contempo in una prestazione vocale dalla scorticante rochezza espressiva. Bertolotti e Re, dal canto loro, non si limitano al ruolo di semplici comprimari, ma imprimono, altresì, il proprio, inconfondibile, marchio sonoro, grazie ad un ribollire ritmico rifulgente per precisione e poliedricità. Più che un semplice concerto, un vero e proprio excursus lungo la carriera discografica di Milanese, attingendo ad un repertorio, passato e presente, al quale vengono aggiunti brani di fresca scrittura, primi parti dell'unione compositiva dei tre strumentisti. Apre tuttavia la serata Second Hand Man, puro velluto blues su pulsante sincopare funk, estrapolata dal primo lavoro del chitarrista alessandrino, in una sorta di metaforico ritorno là dove tutto ebbe inizio, quindici anni fa. Ottime sono le, succitate, composizioni a firma condivisa, come il puntato shuffle My Life In Ruin, passando per Between Heaven And Hell, flessuoso danzare a tempo di bolero tra, appunto, Paradiso e Inferno, lungo sentieri anzitempo percorsi dal mai dimenticato Willy DeVille, fino al cupo splendore della ballata Dark And Darker, ad esorcizzare la gelida solitudine di una notte trascorsa a vagabondare lungo il border statunitense. Il boom chicka boom di cashiana memoria, si fonde egregiamente, invece, con il blues urbano di McKinley Morganfield, in Pay The Band, ironica disamina della vita quotidiana di coloro che decidono di fare della della musica la propria professione, e dedicata a tutti i “colleghi” che lottano, ogni giorno, contro le traversie che questa scelta comporta. Esplicativo fin dal titolo, Moonshine Boogie è, al contrario, un ubriaco boogie a metà strada tra il fango del Mississippi e i clangori elettrici della Detroit di John Lee Hooker, mentre il travolgente anthem Bring Me Alcohol, presente sull'ultimo parto solista di Milanese, vede rinvigorita la propria baldanza alcolica dall'apporto dei due nuovi “compagni di bevute”. E se Medicine Man è intrisa dell'esoterismo arcaico del voodoo, affondando le proprie radici nel putrido bayou della Louisiana, la struggente, conclusiva Me And My Gun, fuga ogni dubbio sulla notevole caratura, di songwriter ed interprete, dello stesso Milanese. Pregevolmente impresso su nastro, Still Alive At Mag Mell rappresenta un, riuscito, primo passo di un nuovo collettivo cammino, il quale, a sentire quanto contenuto tra questi solchi, sarà senza dubbio foriero di numerose, nonchè ampiamente meritate, soddisfazioni.
martedì 15 aprile 2014
Dirtmusic - Lion City
(Pubblicato su Extra! Music Magazine)
Nel Mali afflitto da profondi sconvolgimenti politici e religiosi, un collettivo di musicisti, chiuso all'interno di uno studio di registrazione in quel di Bamako, cercava, in quei giorni bui del 2012, di esorcizzare i demoni di odio e paura, riversando su nastro le proprie ansie e speranze per il futuro. Sessioni informali ed improvvisate, quelle andate poi a comporre l'ossatura di Troubles, terzo capitolo discografico della creatura a nome Dirtmusic, nata dalle menti di Chris Eckman e Hugo Race, ritornati in terra africana sospinti dalle proprie bramosie di ricerca e sperimentazione. E proprio in quel di Bamako, complice anche il contributo di una, sempre più fervente, scena musicale locale, il sublime songwriting dei due occidentali pareva aver trovato terreno fertile nel quale far crescere nuovi, esotici frutti sonori, come ampiamente testimoniato, due anni prima, con la pubblicazione di BKO. Raccolto di questa seconda “semina compositiva” in terra maliana, fu un altrettanto suggestivo amalgama tra elettriche sonorità occidentali, arcaici tribalismi percussivi, melodie griot e oppiacee coloriture electro; in un tentativo, riuscito, di creare un idioma musicale, tra passato e futuro, recante in sé un universalistico messaggio di pace e giustizia. Un'opera affascinante Troubles, alla quale fa seguito oggi, a poco meno di un anno di distanza, Lion City, nuova fatica in studio a nome Dirtmusic. Nato dalle medesime, succitate, sessioni di registrazione, quest'ultimo, vede pertanto Eckman e Race avvalersi, nuovamente, del valente supporto strumentale di un manipolo di musicisti locali, guidati dal balafon di Ben Zabo, al quale vanno ad aggiungersi i contributi vocali di alcuni artisti maliani, e non. Pur essendo figlio del medesimo parto artistico, Lion City può essere tuttavia considerato, del suo predecessore, il “gemello sintetico”. Laddove, infatti, Troubles era caratterizzato da una robusta ossatura afro-rock, le vie della “Città del Leone” sono state costruite, al contrario, su di dilatate tessiture strumentali, permeate da evanescenti nebbie moderniste. Ciò si evince sin dall'opener Stars Of Gao, sorta di sospesa trance ambient alla cui ieratica edificazione armonica contribuiscono i Super 11, combo proveniente da Takamba; così come dalle algide ondulazioni cinematiche di Day The Grid Went Down, dove, tra field recordings, fondali chitarristici e sintetici beat elettronici, spicca fiera la voce dell'artista hip hop maliano MC Jazz. Il melismatico fluire di Narha è reso ancor più evocativo dalla sofferta interpretazione vocale di Aminata Wassidjè Traorè, già presente in Troubles, così come Samba Tourè, alla cui ugola viene affidata una riflessiva Red Dust, ove la polvere rossa del titolo va a depositarsi su di dopate trame dub. La chitarra di Ousmane Ag Mossa, il basso di Cheikhe Ag Tiglia e le percussioni di Aghaly Ag Mohamedine, dei magnifici Tamikrest, colorano invece, con la consueta maestria, di notturne, desertiche, tinte bluesy il magnetico salmodiare di Movin' Careful, rinsaldando, in tal modo, una collaborazione artistica iniziata ai tempi del summenzionato BKO. E se in Clouds Are Cover il tribale battere degli djembèe e delle talking drum crea un substrato percussivo perfetto per un baritonale recitato d'ascendenza caveiana, sono, altresì, vibranti pulsioni funk ad irrobustire il fulcro ritmico d'una graffiante Blind City. Meravigliosa è Justice, con l'arpeggiare riverberato d'una sei corde elettrica e la legnosa pienezza timbrica del balafon a guidarci verso luminescenti, aeree, aperture melodiche. Un album di trascendente bellezza Lion City, al pari del suo antesignano, ennesimo stupefacente “souvenir” di un viaggio multiculturale nel pulsante cuore sonoro del Mali, addentro all'ancestrale malia d'una musica senza tempo. Musica assorta oggi a nuova vita, grazie ad un democratico incontro con la cupa profondità lirica dei pentagrammi occidentali, dando vita ad un inedito linguaggio musicale in grado di travalicare ed abbattere confini linguistici e geografici.
Nel Mali afflitto da profondi sconvolgimenti politici e religiosi, un collettivo di musicisti, chiuso all'interno di uno studio di registrazione in quel di Bamako, cercava, in quei giorni bui del 2012, di esorcizzare i demoni di odio e paura, riversando su nastro le proprie ansie e speranze per il futuro. Sessioni informali ed improvvisate, quelle andate poi a comporre l'ossatura di Troubles, terzo capitolo discografico della creatura a nome Dirtmusic, nata dalle menti di Chris Eckman e Hugo Race, ritornati in terra africana sospinti dalle proprie bramosie di ricerca e sperimentazione. E proprio in quel di Bamako, complice anche il contributo di una, sempre più fervente, scena musicale locale, il sublime songwriting dei due occidentali pareva aver trovato terreno fertile nel quale far crescere nuovi, esotici frutti sonori, come ampiamente testimoniato, due anni prima, con la pubblicazione di BKO. Raccolto di questa seconda “semina compositiva” in terra maliana, fu un altrettanto suggestivo amalgama tra elettriche sonorità occidentali, arcaici tribalismi percussivi, melodie griot e oppiacee coloriture electro; in un tentativo, riuscito, di creare un idioma musicale, tra passato e futuro, recante in sé un universalistico messaggio di pace e giustizia. Un'opera affascinante Troubles, alla quale fa seguito oggi, a poco meno di un anno di distanza, Lion City, nuova fatica in studio a nome Dirtmusic. Nato dalle medesime, succitate, sessioni di registrazione, quest'ultimo, vede pertanto Eckman e Race avvalersi, nuovamente, del valente supporto strumentale di un manipolo di musicisti locali, guidati dal balafon di Ben Zabo, al quale vanno ad aggiungersi i contributi vocali di alcuni artisti maliani, e non. Pur essendo figlio del medesimo parto artistico, Lion City può essere tuttavia considerato, del suo predecessore, il “gemello sintetico”. Laddove, infatti, Troubles era caratterizzato da una robusta ossatura afro-rock, le vie della “Città del Leone” sono state costruite, al contrario, su di dilatate tessiture strumentali, permeate da evanescenti nebbie moderniste. Ciò si evince sin dall'opener Stars Of Gao, sorta di sospesa trance ambient alla cui ieratica edificazione armonica contribuiscono i Super 11, combo proveniente da Takamba; così come dalle algide ondulazioni cinematiche di Day The Grid Went Down, dove, tra field recordings, fondali chitarristici e sintetici beat elettronici, spicca fiera la voce dell'artista hip hop maliano MC Jazz. Il melismatico fluire di Narha è reso ancor più evocativo dalla sofferta interpretazione vocale di Aminata Wassidjè Traorè, già presente in Troubles, così come Samba Tourè, alla cui ugola viene affidata una riflessiva Red Dust, ove la polvere rossa del titolo va a depositarsi su di dopate trame dub. La chitarra di Ousmane Ag Mossa, il basso di Cheikhe Ag Tiglia e le percussioni di Aghaly Ag Mohamedine, dei magnifici Tamikrest, colorano invece, con la consueta maestria, di notturne, desertiche, tinte bluesy il magnetico salmodiare di Movin' Careful, rinsaldando, in tal modo, una collaborazione artistica iniziata ai tempi del summenzionato BKO. E se in Clouds Are Cover il tribale battere degli djembèe e delle talking drum crea un substrato percussivo perfetto per un baritonale recitato d'ascendenza caveiana, sono, altresì, vibranti pulsioni funk ad irrobustire il fulcro ritmico d'una graffiante Blind City. Meravigliosa è Justice, con l'arpeggiare riverberato d'una sei corde elettrica e la legnosa pienezza timbrica del balafon a guidarci verso luminescenti, aeree, aperture melodiche. Un album di trascendente bellezza Lion City, al pari del suo antesignano, ennesimo stupefacente “souvenir” di un viaggio multiculturale nel pulsante cuore sonoro del Mali, addentro all'ancestrale malia d'una musica senza tempo. Musica assorta oggi a nuova vita, grazie ad un democratico incontro con la cupa profondità lirica dei pentagrammi occidentali, dando vita ad un inedito linguaggio musicale in grado di travalicare ed abbattere confini linguistici e geografici.
RG Band - Right now
(Pubblicato su Extra! Music Magazine)
Frutto di un “soggiorno di ricerca”, di più di tre mesi, in quel di New Orleans, ad «ascoltare quello che suonano lì», e registrato poi nel natio Veneto, Right Now rappresenta il debutto in studio della RG Band, dopo un'intensa attività live, sui palchi più diversi. Posto su nastro in soli due, intesi giorni, suonando tutti nella medesima stanza e bandendo, a priori, l'utilizzo di sovraincisioni ed autotuning, l'album beneficia di quella “sporca” veridicità esecutiva e dell'immediatezza tipiche, per l'appunto, di un'esibizione on stage, mostrando ancor più la genuinità della proposta sonora del quartetto veneto. A reggerne le fila, con indubbio carisma, è Riccardo Grosso, armonicista e cantante la cui bravura è inversamente proporzionale alla sua giovane età, tanto che in un ipotetico blindfold test, di featheriana memoria, lo si potrebbe scambiare per un consumato veterano del piccolo strumento ad ance. Armonica che rappresenta, al contempo, il tratto distintivo, insieme ad una voce, che pare forgiata da anni di frequentazioni alcoliche e da centinaia di sigarette fumate, di questa prima opera collettiva, tra brani d'inedita fattura e materiale altrui, abilmente rivisitato. A questo si deve aggiungere una notevole conoscenza della materia musicale proposta, ovvero la musica afroamericana, qui nella sua accezione più blues, ma variegata dai nostri, tra aromi latini, ansimare rootsy e i battiti in levare del reggae, in uno speziato gumbo, cucinato a dovere con gli ingredienti sonori “acquistati” durante il soggiorno nella Big Easy. Un combo solido quanto eclettico, quindi, con la sei corde di Stefano Pagotto, a contendere la scena all'armonica grossiana, ed una sezione ritmica, affidata al basso di Massimo Fantinelli, e ai tamburi di Marco Manassero, autentica fucina poliritmica. Ne sono esempio il sensuale rollare, a tempo di rumba, di Dog Me Down, avvolgente come un elegante abito di velluto, lo strumentale Kick The Cop, dove i nostri aprono a inedite sonorità pulp, che manderebbero in sollucchero l'animo “poliziottesco” del buon Tarantino, o nella robusta ossatura funk-reggae di Walk Away From Me. Scura ed insinuante è invece High Water, condotta pregevolmente dall'evocativo fraseggio della chitarra di Pagotto, con Grosso a narrare, «correndo con il Diavolo» di fianco, della tremenda alluvione abbattutasi proprio sulla città della Louisiana. Mischia, dal canto suo, futuristiche teorie politiche e ondeggiare percussivo, N.W.O., mentre nel cadenzato shuffle Just Your Breath, a mettersi in luce è la compattezza di un quartetto che si trova ormai ad occhi chiusi. E se nelle composizioni autografe i nostri dimostrano la bontà delle proprie capacità autoriali, senza mai cadere nel derivatismo, gradite sorprese giungono quando si appropriano di pentagrammi altrui, come nella hiattiana The Tiki Bar Is Open, ripulita con cura dalla sua polvere rootsy, ed intinta, ancor più, in nere tonalità blues, o una dir poco impeccabile rivisitazione della splendida Feel It in Your Heart, estrapolata dal songbook di Charlie Musselwhite. Un debutto di notevole spessore Right Now, o meglio, citando le parole dell'armonicista di Kosciusko poc'anzi menzionato, «That's tremendous!! ». E se lo dice una vecchia, incanutita, volpe come Musselwhite potete pur credergli.
Frutto di un “soggiorno di ricerca”, di più di tre mesi, in quel di New Orleans, ad «ascoltare quello che suonano lì», e registrato poi nel natio Veneto, Right Now rappresenta il debutto in studio della RG Band, dopo un'intensa attività live, sui palchi più diversi. Posto su nastro in soli due, intesi giorni, suonando tutti nella medesima stanza e bandendo, a priori, l'utilizzo di sovraincisioni ed autotuning, l'album beneficia di quella “sporca” veridicità esecutiva e dell'immediatezza tipiche, per l'appunto, di un'esibizione on stage, mostrando ancor più la genuinità della proposta sonora del quartetto veneto. A reggerne le fila, con indubbio carisma, è Riccardo Grosso, armonicista e cantante la cui bravura è inversamente proporzionale alla sua giovane età, tanto che in un ipotetico blindfold test, di featheriana memoria, lo si potrebbe scambiare per un consumato veterano del piccolo strumento ad ance. Armonica che rappresenta, al contempo, il tratto distintivo, insieme ad una voce, che pare forgiata da anni di frequentazioni alcoliche e da centinaia di sigarette fumate, di questa prima opera collettiva, tra brani d'inedita fattura e materiale altrui, abilmente rivisitato. A questo si deve aggiungere una notevole conoscenza della materia musicale proposta, ovvero la musica afroamericana, qui nella sua accezione più blues, ma variegata dai nostri, tra aromi latini, ansimare rootsy e i battiti in levare del reggae, in uno speziato gumbo, cucinato a dovere con gli ingredienti sonori “acquistati” durante il soggiorno nella Big Easy. Un combo solido quanto eclettico, quindi, con la sei corde di Stefano Pagotto, a contendere la scena all'armonica grossiana, ed una sezione ritmica, affidata al basso di Massimo Fantinelli, e ai tamburi di Marco Manassero, autentica fucina poliritmica. Ne sono esempio il sensuale rollare, a tempo di rumba, di Dog Me Down, avvolgente come un elegante abito di velluto, lo strumentale Kick The Cop, dove i nostri aprono a inedite sonorità pulp, che manderebbero in sollucchero l'animo “poliziottesco” del buon Tarantino, o nella robusta ossatura funk-reggae di Walk Away From Me. Scura ed insinuante è invece High Water, condotta pregevolmente dall'evocativo fraseggio della chitarra di Pagotto, con Grosso a narrare, «correndo con il Diavolo» di fianco, della tremenda alluvione abbattutasi proprio sulla città della Louisiana. Mischia, dal canto suo, futuristiche teorie politiche e ondeggiare percussivo, N.W.O., mentre nel cadenzato shuffle Just Your Breath, a mettersi in luce è la compattezza di un quartetto che si trova ormai ad occhi chiusi. E se nelle composizioni autografe i nostri dimostrano la bontà delle proprie capacità autoriali, senza mai cadere nel derivatismo, gradite sorprese giungono quando si appropriano di pentagrammi altrui, come nella hiattiana The Tiki Bar Is Open, ripulita con cura dalla sua polvere rootsy, ed intinta, ancor più, in nere tonalità blues, o una dir poco impeccabile rivisitazione della splendida Feel It in Your Heart, estrapolata dal songbook di Charlie Musselwhite. Un debutto di notevole spessore Right Now, o meglio, citando le parole dell'armonicista di Kosciusko poc'anzi menzionato, «That's tremendous!! ». E se lo dice una vecchia, incanutita, volpe come Musselwhite potete pur credergli.
giovedì 10 aprile 2014
Altare Thotemico - Sogno errando
(Pubblicato su Extra! Music Magazine)
Presentatisi sul panorama discografico, nostrano e non, con un'omonima opera prima, i bolognesi Altare Thotemico tornano oggi, a distanza di quattro anni, con Sogno Errando, secondo e ben più meditato lavoro in studio. Un autentico, a detta degli stessi emiliani, manifesto “contro la staticità in musica”, nonché parto di una creazione sonora priva di ogni vincolo di sorta. Un ribollente amalgama musicale nel quale vengono fusi, abilmente, tra loro muscolare jazz rock, barocchismi progressive, introspezione cantautorale, enfatica teatralità e mordaci derive lisergiche; il tutto all'insegna della sperimentazione più ardita. Un'opera policroma, seppur intessuta su di un unico “filo tematico-narrativo”, ovvero le correnti sotterranee e le culture dimenticate, influenzante l'atto compositivo dei nostri sia dal punto di vista arrangiativo che testuale. Più orientato verso improvvisativi territori jazzy, rispetto al suo predecessore, Sogno Errando trae indubbio beneficio dal rinnovamento apportato alla line-up emiliana, rafforzata dai nuovi innesti di Emiliano Vernizzi al sax soprano e tenore, Max Govoni ai tamburi, e Gabriele Toscani al violino, ad affiancare il nucleo storico dei fondatori, ovvero Leonardo Caligiuri al pianoforte e sintetizzatori e i due fratelli Venuti, Valerio e Gianni, rispettivamente al basso e alle sperimentazioni vocali. Sarebbe infatti riduttivo incasellare quest'ultimo nel semplice ruolo di cantante, in quanto la sua malleabile vocalità assurge al ruolo di vero e proprio strumento, contrapponendo fonemi, sillabe e parole, agli accordi e ai battiti percussivi dei suoi sodali. Pare essere cresciuto con Metrodora di Demetros Stratos come Bibbia e Lorca di Tim Buckley come Vangelo, Gianni Venuti, confermandosi centro gravitazionale dell'universo musicale a nome Altare Thotemico. Cosmo creato da un big bang jazz rock, sprigionante un'impazzita pioggia di saettanti detriti sonici, in una sorta d'anarchia esecutiva equiparabile a quella caratterizzante, in passato, l'opera proprio degli Area di Demetrio Stratos. Un andare contro i confini prestabiliti da vincolanti regole formali, quindi, denotante tanto una notevole perizia strumentale quanto un eclettismo stilistico dei quali sono vivido esempio le tre lunghe “suite fiume” (la title track, Broken heart e Le correnti sotterranee) con le sperimentazioni musicali dei nostri a scorrere impetuose proprio come le correnti fluviali, tra solennità progressiva, intricate trame ritmiche e soffiare fiatistico coltraniano, lambendo isolotti di placida pace cantautorale, appena adombrata da chiaroscurali trame pianistiche e da trascendenti melismi orientali. È tuttavia il jazz, come già accennato, ad essere presenza sonora preminente tra i solchi dell'album, nelle sue più diverse accezioni, da quello imbastardito con nevrosi elettriche d'ascendenza rock, passando attraverso le fumose atmosfere notturne di una D'Amore e Altri Tormenti, d'estrazione contiana, fino alle sfumature latine di Porpora. Frutto di avanguardistiche spinte sperimentali è invece la conclusiva Neuro Pshico Killer, ottenebrante viaggio sonoro, nelle zone più oscure e nascoste della mente umana, con la voce di Venuti quasi a infrangersi in urlati vocalizzi, attorniarti dalle laceranti incursioni strumentali dei propri compagni. Un'opera matura e ragionata, Sogno errando, proprio per questo necessitante di un ascolto attento e partecipato, per riuscire a districarsi nell'intricata, avviluppante, tela strumentale intessuta con sapienza dal sestetto bolognese.
Presentatisi sul panorama discografico, nostrano e non, con un'omonima opera prima, i bolognesi Altare Thotemico tornano oggi, a distanza di quattro anni, con Sogno Errando, secondo e ben più meditato lavoro in studio. Un autentico, a detta degli stessi emiliani, manifesto “contro la staticità in musica”, nonché parto di una creazione sonora priva di ogni vincolo di sorta. Un ribollente amalgama musicale nel quale vengono fusi, abilmente, tra loro muscolare jazz rock, barocchismi progressive, introspezione cantautorale, enfatica teatralità e mordaci derive lisergiche; il tutto all'insegna della sperimentazione più ardita. Un'opera policroma, seppur intessuta su di un unico “filo tematico-narrativo”, ovvero le correnti sotterranee e le culture dimenticate, influenzante l'atto compositivo dei nostri sia dal punto di vista arrangiativo che testuale. Più orientato verso improvvisativi territori jazzy, rispetto al suo predecessore, Sogno Errando trae indubbio beneficio dal rinnovamento apportato alla line-up emiliana, rafforzata dai nuovi innesti di Emiliano Vernizzi al sax soprano e tenore, Max Govoni ai tamburi, e Gabriele Toscani al violino, ad affiancare il nucleo storico dei fondatori, ovvero Leonardo Caligiuri al pianoforte e sintetizzatori e i due fratelli Venuti, Valerio e Gianni, rispettivamente al basso e alle sperimentazioni vocali. Sarebbe infatti riduttivo incasellare quest'ultimo nel semplice ruolo di cantante, in quanto la sua malleabile vocalità assurge al ruolo di vero e proprio strumento, contrapponendo fonemi, sillabe e parole, agli accordi e ai battiti percussivi dei suoi sodali. Pare essere cresciuto con Metrodora di Demetros Stratos come Bibbia e Lorca di Tim Buckley come Vangelo, Gianni Venuti, confermandosi centro gravitazionale dell'universo musicale a nome Altare Thotemico. Cosmo creato da un big bang jazz rock, sprigionante un'impazzita pioggia di saettanti detriti sonici, in una sorta d'anarchia esecutiva equiparabile a quella caratterizzante, in passato, l'opera proprio degli Area di Demetrio Stratos. Un andare contro i confini prestabiliti da vincolanti regole formali, quindi, denotante tanto una notevole perizia strumentale quanto un eclettismo stilistico dei quali sono vivido esempio le tre lunghe “suite fiume” (la title track, Broken heart e Le correnti sotterranee) con le sperimentazioni musicali dei nostri a scorrere impetuose proprio come le correnti fluviali, tra solennità progressiva, intricate trame ritmiche e soffiare fiatistico coltraniano, lambendo isolotti di placida pace cantautorale, appena adombrata da chiaroscurali trame pianistiche e da trascendenti melismi orientali. È tuttavia il jazz, come già accennato, ad essere presenza sonora preminente tra i solchi dell'album, nelle sue più diverse accezioni, da quello imbastardito con nevrosi elettriche d'ascendenza rock, passando attraverso le fumose atmosfere notturne di una D'Amore e Altri Tormenti, d'estrazione contiana, fino alle sfumature latine di Porpora. Frutto di avanguardistiche spinte sperimentali è invece la conclusiva Neuro Pshico Killer, ottenebrante viaggio sonoro, nelle zone più oscure e nascoste della mente umana, con la voce di Venuti quasi a infrangersi in urlati vocalizzi, attorniarti dalle laceranti incursioni strumentali dei propri compagni. Un'opera matura e ragionata, Sogno errando, proprio per questo necessitante di un ascolto attento e partecipato, per riuscire a districarsi nell'intricata, avviluppante, tela strumentale intessuta con sapienza dal sestetto bolognese.
mercoledì 2 aprile 2014
Calvino - Occhi pieni occhi vuoti
(Pubblicato su Extra! Music Magazine)
Dopo un primo EP a proprio nome, il cantautore milanese Niccolò Lavelli si ripresenta oggi, celandosi dietro l'alias di Calvino, con un nuovo extended play, Occhi Pieni Occhi Vuoti. Figlio illegittimo della scena cantautorale italiana, e della scuola genovese in particolare, Lavelli mostra in quattro tracce d'introspettiva delizia lirica, il suo voler “svecchiare” gli stilemi arrangiativi del cantautorato nostrano, grazie ad una personale amalgama melodico, ottenuto miscelando, nelle giuste dosi, alla materia musicale primigenia, cromatismi d'opalescente ricercatezza. A questo si aggiunge un lavorio testuale da autentico artigiano del vocabolo, soppesando sapientemente sillabe e suoni, enfatizzando, ancor più, il proprio ricercato lirismo facendo ricorso all'idioma nazionale. Mesta introversione e malinconico pallore sembrano infiltrarsi tra i pentagrammi calviniani, grazie anche al sognante risuonare del piano elettrico, affidato alle mani dello stesso titolare, e dal quale vedono la luce molteplici, piccoli, tasselli armonici, i quali, una volta unitisi tra loro, danno forma compiuta all'intero corpus compositivo. Piano elettrico protagonista nella decadente narrazione, di vita urbana, dell'opener Nella Città, a supporto di una vocalità dalla notevole profondità emozionale, mentre il carezzevole rullare della batteria e il marcato percuotere delle corde d'una chitarra acustica aggiungono scarnificata vitalità ritmica al tintinnante pianismo di L'amore In Aria. Il Clochard E La Senna, nel suo drammatico svolgersi narrativo, colpisce invece per la propria, uggiosa, lividezza. La conclusiva I Fantasmi, al contrario, nel suo affastellare policromi strati sonori, su d'uno scheletro di autoriale familiarità, è esempio perfetto dell'inquietudine compositiva di Lavelli, nonché del suo tentativo, peraltro ampiamente riuscito, di ringiovanimento dell'italica scrittura a sette note. Definito dallo stesso pianista milanese come «un quadrato vuoto», Occhi Pieni Occhi Vuoti delinea, al contempo, una descrizione dell'assenza, attraverso il lucido disincanto dello sguardo, di un cantautore, la cui confidenza con la “musa autoriale” è, pur alle sue prime frequentazioni, quella di un veterano.
Dopo un primo EP a proprio nome, il cantautore milanese Niccolò Lavelli si ripresenta oggi, celandosi dietro l'alias di Calvino, con un nuovo extended play, Occhi Pieni Occhi Vuoti. Figlio illegittimo della scena cantautorale italiana, e della scuola genovese in particolare, Lavelli mostra in quattro tracce d'introspettiva delizia lirica, il suo voler “svecchiare” gli stilemi arrangiativi del cantautorato nostrano, grazie ad una personale amalgama melodico, ottenuto miscelando, nelle giuste dosi, alla materia musicale primigenia, cromatismi d'opalescente ricercatezza. A questo si aggiunge un lavorio testuale da autentico artigiano del vocabolo, soppesando sapientemente sillabe e suoni, enfatizzando, ancor più, il proprio ricercato lirismo facendo ricorso all'idioma nazionale. Mesta introversione e malinconico pallore sembrano infiltrarsi tra i pentagrammi calviniani, grazie anche al sognante risuonare del piano elettrico, affidato alle mani dello stesso titolare, e dal quale vedono la luce molteplici, piccoli, tasselli armonici, i quali, una volta unitisi tra loro, danno forma compiuta all'intero corpus compositivo. Piano elettrico protagonista nella decadente narrazione, di vita urbana, dell'opener Nella Città, a supporto di una vocalità dalla notevole profondità emozionale, mentre il carezzevole rullare della batteria e il marcato percuotere delle corde d'una chitarra acustica aggiungono scarnificata vitalità ritmica al tintinnante pianismo di L'amore In Aria. Il Clochard E La Senna, nel suo drammatico svolgersi narrativo, colpisce invece per la propria, uggiosa, lividezza. La conclusiva I Fantasmi, al contrario, nel suo affastellare policromi strati sonori, su d'uno scheletro di autoriale familiarità, è esempio perfetto dell'inquietudine compositiva di Lavelli, nonché del suo tentativo, peraltro ampiamente riuscito, di ringiovanimento dell'italica scrittura a sette note. Definito dallo stesso pianista milanese come «un quadrato vuoto», Occhi Pieni Occhi Vuoti delinea, al contempo, una descrizione dell'assenza, attraverso il lucido disincanto dello sguardo, di un cantautore, la cui confidenza con la “musa autoriale” è, pur alle sue prime frequentazioni, quella di un veterano.
venerdì 28 marzo 2014
Sixto Rodriguez @ Auditorium - Milano
(Pubblicato su Extra! Music Magazine)
Preannunciato da due, seppur prevedibili, sold out, l'arrivo nel nostro paese di Sixto Rodriguez si prospettava, a detta di molti, come uno dei più importanti appuntamenti live di questo, ancora agli inizi, 2014. Un “tutto esaurito”, quello registrato sia per la data di Bologna che per quella di Milano, figlio senza dubbio dell'hype mediatico addensatosi intorno al songwriter di origini messicane, grazie al pluripremiato documentario Searching for Sugar Man. Cortometraggio, quest'ultimo, capace di gettare nuova luce sulla vicenda umana e artistica di Sixto Dìaz Rodriguez, fautore, tra il 1970 e il 1971, di due album (Cold Fact e Coming From Reality) dove l'epicità narrativa d'ascendenza dylaniana si fondeva con i sentori lisergici dei Love di Arthur Lee. Lavori tuttavia ignorati sia dalla critica che dal pubblico, tanto da convincere un disilluso Rodriguez ad abbandonare, dopo alcuni sparuti concerti e un live album passato anch'esso sotto silenzio, definitivamente le scene. Dato da molti per morto, addirittura assassinato su di un palco, il nostro era invece tornato a vivere nella sua vecchia casa di Detroit, tra la sua gente, la minoranza messicana affollante gli slum cittadini, e qui, una volta appesa definitivamente la chitarra al chiodo e aver conseguito una laurea in filosofia, si era dedicato ad una carriera politica, candidandosi alla carica di sindaco della medesima città, andatasi ad arenare anch'essa sugli scogli dell'insuccesso dove già si erano incagliati i propri sogni musicali. Ha inizio così una giravolta di lavori tra i più umili, pur mantenendo sempre attivo il proprio impegno civile, in un quartiere dove la povertà e il degrado sono le prime, tremende visioni che appaiono davanti agli occhi, la mattina, una volta aperta la finestra. E proprio qui è stato riscoperto dai due fan sudafricani protagonisti dell'estenuante viaggio di ricerca alla base di Searching for Sugar Man, che ne ha fatto conoscere la storia al mondo intero. Un desaparecido del rock'n'roll, Rodriguez, un beautiful loser sottratto ad un oblio artistico durato più di quindici anni, e solo in tempi recenti baciato da quel successo che ai suoi esordi sembrava non volergli arridere. Certo il salto da emerito sconosciuto, dimenticato da tutti, a rockstar famosa a livello planetario potrebbe scombussolare l'ego di chiunque, ma Rodriguez pare essere rimasto la persona schiva e modesta che traspare dalla visione del documentario. Successo la cui entità si può misurare, senza dubbio, dall'autentica standing ovation riservatogli anche dall'Auditorium di Milano, stracolmo in ogni ordine di posto. Aprire la serata spetta tuttavia a Cory Becker, cantautore originario di St. Louis, il quale accompagnandosi con una sei corde acustica e grazie al supporto melodico di un'evanescente lapsteel, ha sciorinato, con perizia e bravura, il proprio personale pastiche sonoro in bilico tra introspezione cantautorale e aeree melodie avant folk. Un nome da segnarsi senza dubbio sul taccuino dei “personaggi da seguire”, anche alla luce del suo, ormai prossimo, debutto discografico. Giusto il tempo di risistemare uno spartano palco ed ecco fare il suo ingresso in scena, sorretto da alcuni membri della sua famiglia, Rodriguez. Evidente, fin da un primo sguardo, è una salute quanto mai cagionevole, flagellata da anni di lavoro usurante ed ulteriormente acuita da una semi cecità, causata da un glaucoma, i cui segni sono più che evidenti su di un uomo ormai giunto alle 72 primavere. Il nostro sembra, inoltre, essere quasi a disagio sul palco, come sbigottito dal fatto che tutte quelle persone sedute in platea siano li per assistere ad un suo concerto, manifestando una timidezza iniziale ben presto stemperatasi in un divertente e divertito scambio di battute con il pubblico. Ad accompagnarlo on stage, un trio cosmopolita, formato da un chitarrista statunitense, da una bassista neozelandese e da un batterista inglese, ennesima incarnazione di una backing band la cui line up varia di tour in tour. Proprio l'avvicendarsi continuo di musicisti, perlopiù come in quest'occasione degli onesti mestieranti, rappresenterà uno dei punti deboli dell'intero concerto, nel quale si è avvertita quella mancanza di coesione tipica di un combo rodato. Un sostegno strumentale non privo di lacune, quindi, alle quali si devono aggiungere i già accennati problemi fisici dello stesso Rodriguez, manifestatisi, musicalmente, in un fraseggio chitarristico a tratti incerto e sporco, e in una voce con la quale il tempo è stato a dir poco inclemente, incrinandone in parte la capacità espressiva. A questo si aggiunge come una sorta di “spaesamento”, con il nostro, prima di iniziare un nuovo brano, a dare le spalle agli astanti, abbassando il volume della propria chitarra, strimpellando tra sé gli accordi, quasi come non si ricordasse le sue stesse composizioni. Problemi fisici in grado, paradossalmente, di rendere ancor più livide e dolorose le sue canzoni, enfatizzandone la drammaticità lirica, come nel sofferto talking di una dylaniana Rich Folks Hoax, in una straziante Crucify Your Mind, o nella cruda disamina sociale e politica di The Establishment Blues, estrapolate dal suo esordio, Cold Fact. Di tutt'altro tenore sono l'acidità lisergica permeante le psicosi elettriche di Climb Up On My Music, dal secondo album Coming From Reality e il robusto impianto rock blues di Only Good For Conversation. Si muove invece con un vellutato passo jazz rock Can't Get Away, sorta di disperata dichiarazione di rassegnazione esistenziale. Non particolarmente riuscito è stato invece il ricorso al repertorio altrui, come evidenziato da raffazzonate riletture di Blue Suede Shoes e da un'urlata Lucille, più pedisseque riproposizioni che personali rivisitazioni delle stesse. Un boato accoglie al contrario i due brani con i quali è ormai universalmente conosciuto, ovvero il ciondolare speranzoso di I Wonder, e una visionaria ed elegiaca Sugar Man, che il nostro tiene a precisare si tratti di una canzone contro il consumo di droghe e non un'ode alla droga stessa. Decisamente provato fisicamente Rodriguez, si accomiata sulle note trattenute di una Forget It d'intensa fragilità, lasciando il palco, nuovamente “scortato” dai suoi familiari, per farvi ritorno poco dopo invocato a gran voce. La giacca del completo, indossata poco prima, ha lasciato spazio a una canottiera nera, e il nostro, in solitario, si immerge nelle tetre, notturne strade della sua città natale sulle note di una Inner City Blues di pura lacerazione bluesy. Richiamata sul palco anche il resto della band, vi è ancora tempo per alcuni nuovi, nonché riusciti, “ripescaggi” dai songbook altrui, come una Fever dal seducente flavour jazzato e un'ultima disperata I'm Gonna Live Till I Die, di sinatriana memoria, cantata con tutto il fiato e le forze ancora presenti nel suo corpo martoriato, prima di ringraziare i presenti per l'enorme calore dimostratogli e trascinarsi, letteralmente dietro le quinte. Ben lungi, quello di stasera, dall'essere stato il tanto decantato appuntamento imperdibile, non ci siamo trovati allo stesso modo di fronte alla cocente delusione paventata da alcuni. Come spesso accade in questi casi la verità va a collocarsi giusto nel mezzo, non una perfomance memorabile, certo, ma nemmeno un'esibizione penosa, solo un buon concerto, con alcuni picchi emozionali e qualche svarione strumentale più o meno evidente, ma da un uomo di 72 anni, lontano per anni non solo dai palchi ma dalla stessa musica suonata nonché falcidiato da una salute malferma non si poteva chiedere davvero di più. Quella che permane intatta è invece la bellissima storia, di morte e resurrezione artistica, di un songwriter mai venuto meno alla sua integrità morale, nella speranza che l'abietto mondo discografico non trasformi questa “favola” a lieto fine in un nero incubo, nel nome del dio denaro. Solo il tempo saprà dirci come evolverà la “nuova vita” artistica di Sixto Dìaz Rodriguez, nel frattempo rimangono le parole con le quali ci ha salutato, prima degli encore, questa sera: «Thanks for your time then you can thank me for mine».
mercoledì 26 marzo 2014
Monsieur Voltaire - 33
(Pubblicato su Extra! Music Magazine)
Un curriculum sonoro, quello a nome Marcello Rossi, ormai ventennale, nonché fitto delle più diverse esperienze, dal metal core degli esordi, al noise pop, passando per la ruvida selvatichezza del garage blues. Esperienze, quest'ultime, figlie d'un collettivo sforzo compositivo, in un'ottica da “gruppo”, con la precisa divisione dei ruoli che ciò comportava, dalle quali oggi il chitarrista toscano sembra intenzionato a prendere le distanze, per sobbarcarsi, sulle proprie spalle, l'intero processo autoriale. Una volontaria, quanto cercata, solitudine artistica quindi, come ribadito dalla scelta del proprio alias sonoro, Monsieur Voltaire, dove far affiorare tutte le peculiarità del proprio songwriting, rimaste spesso celate, ed ora finalmente libere di vedere la luce della sala di registrazione, complice l'aiuto in cabina di regia di Carlo Barbagallo. Songwriting, quello del nostro, abbeveratosi, a più riprese, all'arcaica fonte del cantautorato albionico degli anni Sessanta e Settanta, pur non disdegnando un'apertura del proprio sguardo compositivo, attraverso una caleidoscopica lente lisergica, alle polverose “strade blu” statunitensi. Un cammino a ritroso nel tempo quindi, attraverso oppiacei paesaggi dalla smorzata luminescenza, del quale il salmodiante mantra psichedelico di The Run è solo il primo, nebuloso, passo, in una distorta ricerca sonica che raggiunge il culmine, nella solenne densità strutturale di Last Place. Si respirano, al contrario, gli agresti sentori delle pianure americane in Railand, suggestivo esercizio di rilassatezza country folk, dove sull'intelaiatura acustica ad opera delle corde della chitarra e della lapsteel, si spande la liquidità dell'organo, con un sottofondo ritmico affidato al sabbioso strisciare delle spazzole sui tamburi e al trattenuto palpitare del basso. Percorrendo le medesime mulattiere a stelle e strisce, al calare della sera, si giunge infine alla conclusiva Purgatory, idilliaca oasi di quiete rurale. Un fingerpicking dalla delicatezza autunnale rimanda invece, in The Shine, alla tormentata inquietudine di Nick Drake, avvolta da un ottundente fondale di cupa ossessività distorta. Le dilatate rifrazioni armoniche di Waiting To Be Kill, mostrano, vicerversa, cosa sarebbe potuto scaturire da un incontro, in studio, tra i primigeni, barrettiani, Pink Floyd e la sei corde acustica di Bert Jansch, transfuga dai Pentangle, in quello che è un dopato folk dai toni opalescenti. A metà strada tra i Beatles, in pieno trip lisergico, di Sergent Pepper's Lonely Hearts Club Band, e le allucinazioni solistiche lennoniane, è, dal canto suo, una Emily di sopraffina fattura, tra solari ammiccamenti pop e sbilenco ciondolare bluesy. Otto pillole dalle tinte grigie, quelle dispensate da Monsieur Voltaire in questo suo, notevole, debutto, in grado, una volta “ingoiate”, di farvi librare leggeri tra ovattate nuvole e arcobaleni multicolori, verso le nebbie di un passato capace ancor oggi di sedurre con il proprio incanto sonico.
Un curriculum sonoro, quello a nome Marcello Rossi, ormai ventennale, nonché fitto delle più diverse esperienze, dal metal core degli esordi, al noise pop, passando per la ruvida selvatichezza del garage blues. Esperienze, quest'ultime, figlie d'un collettivo sforzo compositivo, in un'ottica da “gruppo”, con la precisa divisione dei ruoli che ciò comportava, dalle quali oggi il chitarrista toscano sembra intenzionato a prendere le distanze, per sobbarcarsi, sulle proprie spalle, l'intero processo autoriale. Una volontaria, quanto cercata, solitudine artistica quindi, come ribadito dalla scelta del proprio alias sonoro, Monsieur Voltaire, dove far affiorare tutte le peculiarità del proprio songwriting, rimaste spesso celate, ed ora finalmente libere di vedere la luce della sala di registrazione, complice l'aiuto in cabina di regia di Carlo Barbagallo. Songwriting, quello del nostro, abbeveratosi, a più riprese, all'arcaica fonte del cantautorato albionico degli anni Sessanta e Settanta, pur non disdegnando un'apertura del proprio sguardo compositivo, attraverso una caleidoscopica lente lisergica, alle polverose “strade blu” statunitensi. Un cammino a ritroso nel tempo quindi, attraverso oppiacei paesaggi dalla smorzata luminescenza, del quale il salmodiante mantra psichedelico di The Run è solo il primo, nebuloso, passo, in una distorta ricerca sonica che raggiunge il culmine, nella solenne densità strutturale di Last Place. Si respirano, al contrario, gli agresti sentori delle pianure americane in Railand, suggestivo esercizio di rilassatezza country folk, dove sull'intelaiatura acustica ad opera delle corde della chitarra e della lapsteel, si spande la liquidità dell'organo, con un sottofondo ritmico affidato al sabbioso strisciare delle spazzole sui tamburi e al trattenuto palpitare del basso. Percorrendo le medesime mulattiere a stelle e strisce, al calare della sera, si giunge infine alla conclusiva Purgatory, idilliaca oasi di quiete rurale. Un fingerpicking dalla delicatezza autunnale rimanda invece, in The Shine, alla tormentata inquietudine di Nick Drake, avvolta da un ottundente fondale di cupa ossessività distorta. Le dilatate rifrazioni armoniche di Waiting To Be Kill, mostrano, vicerversa, cosa sarebbe potuto scaturire da un incontro, in studio, tra i primigeni, barrettiani, Pink Floyd e la sei corde acustica di Bert Jansch, transfuga dai Pentangle, in quello che è un dopato folk dai toni opalescenti. A metà strada tra i Beatles, in pieno trip lisergico, di Sergent Pepper's Lonely Hearts Club Band, e le allucinazioni solistiche lennoniane, è, dal canto suo, una Emily di sopraffina fattura, tra solari ammiccamenti pop e sbilenco ciondolare bluesy. Otto pillole dalle tinte grigie, quelle dispensate da Monsieur Voltaire in questo suo, notevole, debutto, in grado, una volta “ingoiate”, di farvi librare leggeri tra ovattate nuvole e arcobaleni multicolori, verso le nebbie di un passato capace ancor oggi di sedurre con il proprio incanto sonico.
lunedì 24 marzo 2014
Bastard sons of Johnny Cash - New old story
(Pubblicato su Rootshighway)
Accantonate le, seppur parziali, velleità solistiche del precedente, peraltro ottimo, Bend In The Road, Mark Stuart opta oggi per un nuovo lavoro "di gruppo", richiamando pertanto a sé gli altri "figli bastardi di Johnny Cash", compagni di bisbocce, musicali e non, ormai da quasi un ventennio. Una "nuova vecchia storia", come recita il titolo di questo loro quarto parto collettivo, sapientemente raccontata grazie ad un songwriting forgiato sì dall'ascolto dell'opera dei propri "maestri", ma al contempo frutto, stando alle parole dello stesso Stuart, di "un cuore e di un'anima trasudanti Americana". Affermazione che non teme smentite, perlomeno ascoltando le dieci nuove, autografe, composizioni qui contenute; dieci piccole gemme, per l'appunto, di pura Americana, figlie di una vita passata "on the road", tra periferiche strade blu e sterminate highway. Una strada alla quale Stuart e soci hanno deciso di "dare la propria vita", come confessano, con trasporto, nella distesa country ballad Well Worn Heart, macinando chilometri su chilometri, sulle note d'una sostenuta Highway Bound, con sperdute cittadine ed incontaminati paesaggi, a scorrere veloci al di fuori del finestrino del proprio pick-up. Sembra inoltre aver giovato, ai nostri, il trasferimento dalla natia San Diego, in quel di Austin, con la polvere del Lone Star State andata ad attecchire sui pentagrammi tanto di una Leave A Light On di pura delizia western swing, che nel crooning nasale della languorosa Ain't No Tellin', dove si avverte l'influenza delle frequentazioni con il loro, attuale, conterraneo Willie Nelson. E se Stuart, nel precedente Bend In The Road, omaggiava apertamente un altro texano doc, Billy Joe Shaver, rileggendone la sempiterna I'm Just An Old Chunk Of Coal, oggi dimostra di averne assimilato l'epicità di scrittura nei muscoli country rock di Poor Man's Son, così come nella spigliatezza honky tonk di una, a dir poco, irresistibile title track. L'accordion di Lou Fannuchi guadagna invece il proscenio, con il suo mantico "sporcare" le originarie trame stuartiane, in una Into The Blue dal piccante retrogusto cajun, così come in El Troubadour, il cui flavour latino pare arrivare dal barrio losangelino dei Los Lobos. E se il galoppante up tempo No Honky-Tonks, dà modo al violino di Dennis Caplinger e alla pedal steel di Dave Berzansky, di destreggiarsi in veloci contrappunti solistici, la conclusiva, dolorosa Bounds Of Your Heart, complice il malinconico apporto vocale di Arabella Harrison, non sfigurerebbe, per pathos e purezza compositiva, in un ipotetico confronto con la recente produzione del summenzionato Red Headed Stranger. Saranno pure illegittimi, tuttavia riconosciuti musicalmente quando era ancora in vita, ma sono sicuro che da lassù il buon vecchio Johnny Cash sorriderà soddisfatto nel vedere come sono cresciuti forti e in salute questi suoi "pargoli".
Accantonate le, seppur parziali, velleità solistiche del precedente, peraltro ottimo, Bend In The Road, Mark Stuart opta oggi per un nuovo lavoro "di gruppo", richiamando pertanto a sé gli altri "figli bastardi di Johnny Cash", compagni di bisbocce, musicali e non, ormai da quasi un ventennio. Una "nuova vecchia storia", come recita il titolo di questo loro quarto parto collettivo, sapientemente raccontata grazie ad un songwriting forgiato sì dall'ascolto dell'opera dei propri "maestri", ma al contempo frutto, stando alle parole dello stesso Stuart, di "un cuore e di un'anima trasudanti Americana". Affermazione che non teme smentite, perlomeno ascoltando le dieci nuove, autografe, composizioni qui contenute; dieci piccole gemme, per l'appunto, di pura Americana, figlie di una vita passata "on the road", tra periferiche strade blu e sterminate highway. Una strada alla quale Stuart e soci hanno deciso di "dare la propria vita", come confessano, con trasporto, nella distesa country ballad Well Worn Heart, macinando chilometri su chilometri, sulle note d'una sostenuta Highway Bound, con sperdute cittadine ed incontaminati paesaggi, a scorrere veloci al di fuori del finestrino del proprio pick-up. Sembra inoltre aver giovato, ai nostri, il trasferimento dalla natia San Diego, in quel di Austin, con la polvere del Lone Star State andata ad attecchire sui pentagrammi tanto di una Leave A Light On di pura delizia western swing, che nel crooning nasale della languorosa Ain't No Tellin', dove si avverte l'influenza delle frequentazioni con il loro, attuale, conterraneo Willie Nelson. E se Stuart, nel precedente Bend In The Road, omaggiava apertamente un altro texano doc, Billy Joe Shaver, rileggendone la sempiterna I'm Just An Old Chunk Of Coal, oggi dimostra di averne assimilato l'epicità di scrittura nei muscoli country rock di Poor Man's Son, così come nella spigliatezza honky tonk di una, a dir poco, irresistibile title track. L'accordion di Lou Fannuchi guadagna invece il proscenio, con il suo mantico "sporcare" le originarie trame stuartiane, in una Into The Blue dal piccante retrogusto cajun, così come in El Troubadour, il cui flavour latino pare arrivare dal barrio losangelino dei Los Lobos. E se il galoppante up tempo No Honky-Tonks, dà modo al violino di Dennis Caplinger e alla pedal steel di Dave Berzansky, di destreggiarsi in veloci contrappunti solistici, la conclusiva, dolorosa Bounds Of Your Heart, complice il malinconico apporto vocale di Arabella Harrison, non sfigurerebbe, per pathos e purezza compositiva, in un ipotetico confronto con la recente produzione del summenzionato Red Headed Stranger. Saranno pure illegittimi, tuttavia riconosciuti musicalmente quando era ancora in vita, ma sono sicuro che da lassù il buon vecchio Johnny Cash sorriderà soddisfatto nel vedere come sono cresciuti forti e in salute questi suoi "pargoli".
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