(Pubblicato su Extra! Music Magazine)
Il cuore è da sempre considerato una macchina pressoché perfetta, e pertanto se, come in questo caso, i cuori in questione sono più d’uno e posseggono caratteristiche “sacre”, non possiamo che trovarci di fronte alla più pura perfezione. Rosario, secondo album a nome Sacri Cuori, è proprio questo, un piccolo capolavoro in musica, partorito da un gruppo che, partendo dalla natia Romagna, ha saputo con sudore, bravura e professionalità, ritagliarsi il proprio spazio nel panorama musicale internazionale. Basta solamente dare un’occhiata al loro ricco curriculum sonoro, che vanta presenze come backing band al fianco, solo per citarne alcuni, di artisti del calibro di Dan Stuart, Hugo Race e Robyn Hitchcock, senza poi dimenticare la fitta schiera di prestigiosi ospiti presenti tra i solchi dello splendido esordio Douglas and Dawn. Ospiti che fanno bella mostra di sè anche in Rosario, tra i quali non si possono non citare autentici giganti della batteria come Jim Keltner e John Convertino, o la sempre magnifica Isobel Campbell. Il merito dell’ottima fattura dell’opera spetta tuttavia in primis agli stessi Sacri Cuori, capaci in soli due album di forgiare una formula sonora in grado di fondere arcaici ricordi della propria terra d’origine, atmosfere care al mai troppo compianto Nino Rota, e rimandi al desert rock marchiato Calexico. Proprio quest’ultimo impregnava le atmosfere del precedente Douglas and Dawn e anche in quest’occasione il combo romagnolo pare guardare proprio all’opera del combo di Tucson, come ben si evince in brani quali Sundown e Sei dove, vuoi per la presenza dietro ai tamburi proprio di Convertino, si fanno più forti i richiami al sabbioso deserto dell’Arizona. Una proposta quella dei Sacri Cuori che, per la sua natura immaginifica e prevalentemente strumentale, sarebbe ideale colonna sonora di un ipotetico lungometraggio girato tra un set felliniano e la frontiera americana. Un suono che trae la propria linfa vitale dalla chitarra, in bilico tra psichedelia e blues, di Antonio Gramentieri, vero e proprio fulcro sonoro intorno al quale ruota l’intero universo Sacri Cuori. Un microcosmo nel quale sono confluiti alcuni tra i più valenti musicisti nostrani, come l’eccellente sezione ritmica formata dagli incastri percussivi di Diego Sapignoli, al quale si alterna in più d’un occasione Enrico Mao Bocchini, e dal pulsante basso di Francesco Giampaoli, senza dimenticare l’apporto fondamentale del polistrumentista Christian Ravaglioli. Se nel movimentato roots rock di Teresita, la propulsione ritmica è affidata tuttavia alla perizia percussiva di Jim Keltner, i Sacri Cuori dimostrano tutte le proprie qualità in brani come Fortuna, dove evocative arie ninorotiane paiono fondersi con i caldi effluvi del border. Nei sussurri country folk di Silver Dollar e Garrett, East, ad incantare è invece la tanto fragile quanto, come al solito, meravigliosa voce di Isobel Campbell, autrice tra l’altro delle stesse liriche. Un album, Rosario, colmo di magia sonora, ad opera di una delle più belle e solide realtà del panorama musicale nostrano e non.
martedì 25 settembre 2012
sabato 22 settembre 2012
Calexico - Algiers
(Pubblicato su Extra! Music Magazine)
Da tempo si avvertiva in casa Calexico una voglia di cambiare, di voltare pagina, alla ricerca di nuovi orizzonti musicali da esplorare. La coppia Joey Burns - John Convertino, dopo aver concepito due album seminali quali The Black Light e Hot Rail, dando vita con essi ad un’innovativa fusione tra moderne architetture rock e calde sonorità tex mex, ha cercato negli ultimi anni di ampliare il proprio spettro sonoro, inglobando in esso elementi prima del tutto estranei. Un cambiamento che, partendo dalle oscure tinte noir e dai ritmi latini di Feast Of Wire, proseguendo prima nell’ariosità indie pop di Garden Ruin, primo vero spartiacque della loro discografia, e poi nel parziale passo indietro del recente Carried To Dust, pare aver trovato la quadratura del cerchio nel nuovo Algiers, dove le reminescenze sonore del lungo viaggio fin qui intrapreso vengono sublimate in un suono che guarda al futuro senza dimenticarsi del recente passato. Allontanandosi per la prima volta dalle mura amiche del Wavelab Studio, in favore proprio di Algiers, periferico quartiere di New Orleans, il duo di Tucson pare aver trovato in una terra “straniera” l’ambiente ideale per rimaneggiare le proprie partiture musicali. Maggiore attenzione è stata riservata alla forma canzone e alla melodia, a discapito delle cinematiche deviazioni strumentali degli esordi, lasciando tuttavia emergere un songwriting mai così solido ed affinato. Frutto di questa maturazione compositiva sono due piccoli gioielli come l’opener Epic e la mossa Splitter, dove protagonista è la voce di Joey Burns, diventata con il tempo uno dei tratti distintivi dell’estetica calexichiana. Convertino, dal canto suo, si muove con la consueta grazia dietro ai tamburi, imprimendo il proprio personale marchio percussivo, tanto nella ritmata Para, quanto nel lento incedere di Maybe On Monday, ad ulteriore testimonianza di come l’aspetto ritmico sia ancora ingrediente sonoro imprescindibile della proposta del combo americano. Dalla loro recente produzione paiono invece essere mutuate le magniloquenti melodie d’estrazione folk della delicata Fortune Teller o di Better And Better, mentre si sviluppano su di un minimale impianto acustico le conclusive Hush e The Vanishing Mind, onirico commiato alla cui evanescenza musicale contribuiscono gli esili contributi di una sezione d’archi e della pedal steel di Paul Niehaus. Sentori latini pervadono la sperimentazione in levare di Puerto e la toccante melodia dell’ombrosa No Te Vayas, affidata alla voce di Jairo Zavala, diventando poi base sonora sulla quale si sviluppano le digressioni strumentali della title track, arrivando a lambire le coste di Cuba. Alla musica cubana sembra attingere anche la drammatica Sinner In The Sea, piccola gemma narrante dell’embargo americano nei confronti proprio dell’isola caraibica, un muro invisibile che permane ancora oggi. Non so se Algiers rappresenterà per i Calexico un punto d’arrivo o un nuovo inizio verso altri affascinanti pellegrinaggi sonori, è indubbio tuttavia che ci troviamo di fronte alla riuscita opera di un gruppo che, nel bene o nel male, continua ogni volta a stupire.
(Piccola postilla: nella sua deluxe edition, Algiers è completato da un secondo dischetto, Spiritoso, nel quale sono contenute sia nuove che vecchie composizioni, riarrangiate per l’occasione, ed eseguite dal vivo dal combo americano affiancato da due diverse orchestre classiche).
martedì 11 settembre 2012
Med in Itali - Coltivare piante grasse
(Pubblicato su Extra! Music Magazine)
Dopo un lungo apprendistato come busker nelle strade della verde Irlanda, i Med In Itali avevano legittimato la propria, seppur distorta, ragione sociale tornando a calcare l’italico suolo. Un ritorno a casa culminato con la pubblicazione di due EP, pregni di una già spiccata personalità e capaci al contempo di attirare i favori di larga parte della critica musicale. Una personalità che con il tempo non è scemata, facendosi anzi più marcata come messo in luce da Coltivare Piante Grasse, loro debutto discografico sulla lunga distanza. Un tourbillon sonoro, quello alla base della proposta sonora del combo torinese, che poggia su salde basi rock, venate di funk, senza tuttavia rinnegare il recente passato acustico. Proprio la chitarra acustica di Niccolò Maffei, al quale sono affidati anche il microfono e il banjo, è il filo conduttore nelle scorribande sonore dei nostri, trovando nelle geometrie ritmiche della batteria e delle percussioni di Matteo Bessone così come del basso di Nello Zappalà due più che validi alleati. Ad essi si aggiungono le calde melodie opera dei fiati, sax tenore e soprano, flauto e clarinetto basso, nei quali soffia con gusto Amedeo Spagnolo. Una versatilità sonora che va a braccetto con una penna tanto arguta quanto ironica, nel suo imprimere su carta momenti di vita vissuta, alternando ad essi una feroce critica sul contemporaneo sistema sociale e culturale italiano. Appartengono alla prima categoria brani come l’opener Perle Umide che, con i suoi repentini cambi di tempo in chiave jazz-funk, pare uscita da una session della Dave Matthews Band; o una 7 fiori, dove prosegue l’ondeggiamento ritmico, con il banjo a tinteggiare il tutto di visionarie tonalità country folk. Lo sguardo critico dei torinesi emerge invece in Musicista Precario, amara riflessione, in bilico tra ritmi sincopati e pura improvvisazione, sulle difficoltà dell’essere un musicista nell’Italietta di oggi, o in Piante Grasse che abbraccia la causa ambientalista. Il gruppo vira poi deciso verso liberi territori jazz nella notturna Schiava di Un’Idea, impreziosita dalla tromba dell’ospite Luca Begonia. Altro ospite di rilievo è sicuramente Matteo Negrin, vero e proprio maestro della sei corde acustica, autore in Rabbia di splendidi ricami melodici. In Cambiato Sono troviamo invece Josh Sanfelici, impegnato anche dietro al banco di regia, i cui precisi interventi alla chitarra elettrica non snaturano l’originaria formula sonora acustica del quartetto. Con Non Mi Stanco i nostri si avventurano in prima inesplorati territori avant folk, dimostrando di sapersi muovere con disinvoltura anche in questo frangente.
La musica dei Med in Itali pare proprio ricordare le piante grasse menzionate nel titolo; caratterizzata da una robusta scorza esterna, al suo interno cela una dissetante e fresca miscela sonora, tutta da scoprire.
Dopo un lungo apprendistato come busker nelle strade della verde Irlanda, i Med In Itali avevano legittimato la propria, seppur distorta, ragione sociale tornando a calcare l’italico suolo. Un ritorno a casa culminato con la pubblicazione di due EP, pregni di una già spiccata personalità e capaci al contempo di attirare i favori di larga parte della critica musicale. Una personalità che con il tempo non è scemata, facendosi anzi più marcata come messo in luce da Coltivare Piante Grasse, loro debutto discografico sulla lunga distanza. Un tourbillon sonoro, quello alla base della proposta sonora del combo torinese, che poggia su salde basi rock, venate di funk, senza tuttavia rinnegare il recente passato acustico. Proprio la chitarra acustica di Niccolò Maffei, al quale sono affidati anche il microfono e il banjo, è il filo conduttore nelle scorribande sonore dei nostri, trovando nelle geometrie ritmiche della batteria e delle percussioni di Matteo Bessone così come del basso di Nello Zappalà due più che validi alleati. Ad essi si aggiungono le calde melodie opera dei fiati, sax tenore e soprano, flauto e clarinetto basso, nei quali soffia con gusto Amedeo Spagnolo. Una versatilità sonora che va a braccetto con una penna tanto arguta quanto ironica, nel suo imprimere su carta momenti di vita vissuta, alternando ad essi una feroce critica sul contemporaneo sistema sociale e culturale italiano. Appartengono alla prima categoria brani come l’opener Perle Umide che, con i suoi repentini cambi di tempo in chiave jazz-funk, pare uscita da una session della Dave Matthews Band; o una 7 fiori, dove prosegue l’ondeggiamento ritmico, con il banjo a tinteggiare il tutto di visionarie tonalità country folk. Lo sguardo critico dei torinesi emerge invece in Musicista Precario, amara riflessione, in bilico tra ritmi sincopati e pura improvvisazione, sulle difficoltà dell’essere un musicista nell’Italietta di oggi, o in Piante Grasse che abbraccia la causa ambientalista. Il gruppo vira poi deciso verso liberi territori jazz nella notturna Schiava di Un’Idea, impreziosita dalla tromba dell’ospite Luca Begonia. Altro ospite di rilievo è sicuramente Matteo Negrin, vero e proprio maestro della sei corde acustica, autore in Rabbia di splendidi ricami melodici. In Cambiato Sono troviamo invece Josh Sanfelici, impegnato anche dietro al banco di regia, i cui precisi interventi alla chitarra elettrica non snaturano l’originaria formula sonora acustica del quartetto. Con Non Mi Stanco i nostri si avventurano in prima inesplorati territori avant folk, dimostrando di sapersi muovere con disinvoltura anche in questo frangente.
La musica dei Med in Itali pare proprio ricordare le piante grasse menzionate nel titolo; caratterizzata da una robusta scorza esterna, al suo interno cela una dissetante e fresca miscela sonora, tutta da scoprire.
sabato 8 settembre 2012
Kelly Joe Phelps - Brother sinner and the whale
(Pubblicato su Rootshighway)
Ritorno alle origini per Kelly Joe Phelps che, per questa sua decima fatica discografica, decide di dedicarsi nuovamente alla sola chitarra, esplorando con essa quei territori acustici che ne hanno contraddistinto la carriera fin dagli esordi. Sulle doti chitarristiche e sulla bontà del songwriting del musicista americano credo che nessuno abbia alcunché da obiettare, ma anche gli eventuali scettici sono sicuro che verranno convertiti, è proprio il caso di dirlo, dalla bontà di Brother Sinner & the Whale. Phelps ha infatti plasmato dodici splendidi brani, tra autografi e traditional, di chiara derivazione gospel ma intrisi di folk e blues, nei quali, a livello testuale, a spiccare è una profonda vena religiosa, come si può facilmente intuire dai chiari rimandi biblici presenti. Lo stesso Phelps descrive l'album come un libro, del quale Goodbye to sorrow può essere considerata la prefazione, mentre gli altri brani hanno funzione di ipotetici capitoli letterari, piccole ma fondamentali parti di una più ampia opera narrativo-musicale.Un lavoro pregno di significati quindi, pur nel suo scarno impianto acustico; un vero e proprio viaggio alla riscoperta della propria spiritualità e fede in Dio, che Phelps affronta a cuore aperto, con l'unico supporto della propria fida sei corde. Quest'ultima, sia che si tratti di una resofonica o di un acustica, è infatti l'indiscussa protagonista dell'intero lavoro, come ben si può evincere fin dall'incalzante Talking to Jehova, posta in apertura, con bottleneck d'ordinanza, o nelle tinte gospel di Hope in the Lord to provide. Se il traditional I've been converted è un ritorno verso un arcaico e primordiale blues (era già presente, seppur in una versione più estesa, sul suo debutto Lead Me On), lo strumentale Spit me outta the whale è territorio ideale per le digressioni chitarristiche del nostro. Nella sofferta Hard time they never go away, così come in Pilgrim's reach, la resofonica cede invece la scena alla chitarra acustica e ad un fingerpicking del quale Phelps è indiscusso maestro. Tecnica quest'ultima che ritroviamo nella bellezza adamantina di Goodbye to sorrow, punto focale della raccolta, dove, ad una prestazione maiuscola sulla sei corde, si aggiunge una perfomance vocale calda e avvolgente, e dalla quale traspaiono echi del leggendario bluesman Mississippi John Hurt. Le tematiche religiose hanno, come accennato in precedenza, ruolo preponderante nell'economia dell'album, come ribadito dai sentori folk di Sometimes a drifter, o nel delicato scorrere del bottleneck di Down on the praying ground. Phelps pare proprio un novello Mississippi John Hurt, in grado con la musica di riscattare la propria anima dalle brutture a cui la vita terrena la sottopone quotidianamente, estendo al contempo questa salvifica redenzione musicale anche a coloro che fruiranno della sua opera. Che siate ferventi credenti o meno, quello che è fuori discussione è la caratura artistica di Brother Sinner & the Whale; un vero e proprio toccasana per le orecchie e per l'anima.
Ritorno alle origini per Kelly Joe Phelps che, per questa sua decima fatica discografica, decide di dedicarsi nuovamente alla sola chitarra, esplorando con essa quei territori acustici che ne hanno contraddistinto la carriera fin dagli esordi. Sulle doti chitarristiche e sulla bontà del songwriting del musicista americano credo che nessuno abbia alcunché da obiettare, ma anche gli eventuali scettici sono sicuro che verranno convertiti, è proprio il caso di dirlo, dalla bontà di Brother Sinner & the Whale. Phelps ha infatti plasmato dodici splendidi brani, tra autografi e traditional, di chiara derivazione gospel ma intrisi di folk e blues, nei quali, a livello testuale, a spiccare è una profonda vena religiosa, come si può facilmente intuire dai chiari rimandi biblici presenti. Lo stesso Phelps descrive l'album come un libro, del quale Goodbye to sorrow può essere considerata la prefazione, mentre gli altri brani hanno funzione di ipotetici capitoli letterari, piccole ma fondamentali parti di una più ampia opera narrativo-musicale.Un lavoro pregno di significati quindi, pur nel suo scarno impianto acustico; un vero e proprio viaggio alla riscoperta della propria spiritualità e fede in Dio, che Phelps affronta a cuore aperto, con l'unico supporto della propria fida sei corde. Quest'ultima, sia che si tratti di una resofonica o di un acustica, è infatti l'indiscussa protagonista dell'intero lavoro, come ben si può evincere fin dall'incalzante Talking to Jehova, posta in apertura, con bottleneck d'ordinanza, o nelle tinte gospel di Hope in the Lord to provide. Se il traditional I've been converted è un ritorno verso un arcaico e primordiale blues (era già presente, seppur in una versione più estesa, sul suo debutto Lead Me On), lo strumentale Spit me outta the whale è territorio ideale per le digressioni chitarristiche del nostro. Nella sofferta Hard time they never go away, così come in Pilgrim's reach, la resofonica cede invece la scena alla chitarra acustica e ad un fingerpicking del quale Phelps è indiscusso maestro. Tecnica quest'ultima che ritroviamo nella bellezza adamantina di Goodbye to sorrow, punto focale della raccolta, dove, ad una prestazione maiuscola sulla sei corde, si aggiunge una perfomance vocale calda e avvolgente, e dalla quale traspaiono echi del leggendario bluesman Mississippi John Hurt. Le tematiche religiose hanno, come accennato in precedenza, ruolo preponderante nell'economia dell'album, come ribadito dai sentori folk di Sometimes a drifter, o nel delicato scorrere del bottleneck di Down on the praying ground. Phelps pare proprio un novello Mississippi John Hurt, in grado con la musica di riscattare la propria anima dalle brutture a cui la vita terrena la sottopone quotidianamente, estendo al contempo questa salvifica redenzione musicale anche a coloro che fruiranno della sua opera. Che siate ferventi credenti o meno, quello che è fuori discussione è la caratura artistica di Brother Sinner & the Whale; un vero e proprio toccasana per le orecchie e per l'anima.
giovedì 6 settembre 2012
Ry Cooder - Election special
(Pubblicato su Extra! Music Magazine)
Povero Mitt Romney, neanche il tempo di essere incoronato sfidante repubblicano di Obama nella prossima corsa alla Casa Bianca, che si trova ad essere indagato, per elusione fiscale, dalla procura di NYC. Un bel grattacapo per il mormone del Massachusetts che, all’alba della convention del partito dell’Elefantino, aveva dovuto anche fronteggiare l’attacco musicale di un rabbioso Ry Cooder. Election Special, il nuovo duro e politicizzato album del chitarrista americano pare infatti scagliarsi con particolare veemenza, in vista della futura tornata elettorale, proprio contro il candidato repubblicano, acuendo la profonda critica socio-politica già alla base di Pull Up Some Dust And Sit Down dello scorso anno. Esplicativo in tal senso è un brano come Mutt Romney Blues, un tagliente e percussivo blues acustico, narrante la triste vicenda di Seamus, il setter dello stesso politico, lasciato dal suo padrone sul tettuccio della propria macchina, durante un viaggio di centinaia di chilometri. Prendendo spunto dalla lapidaria frase del reverendo Al Sharpton secondo la quale “Capisci molte cose da come una persona tratta il suo cane”, Cooder insinua così più di un dubbio sulle qualità morali del candidato presidenziale. La Destra americana è tuttavia solo uno dei bersagli contro i quali si scaglia l’invettiva cooderiana. Ad essere analizzata in tutte le sue contraddizioni è la società statunitense nella sua interezza, minata nel profondo dal nero cancro della speculazione economica, in cui il divario tra i pochi ricchi e i tanti poveri cresce ogni giorno di più, e dove lo stesso presidente Obama pare il più delle volte essere soggiogato, suo malgrado, al volere delle fameliche lobby economiche. La finanza torna oggetto di feroce critica in The Wall Street Part Of Town, in cui affiorano tematiche care al movimento Occupy, o in una Brother Is Gone dove protagonisti sono, su di un’ossatura folkie sferzata da arie irish, i fratelli miliardari David e Charles Koch e il loro patto con il Diavolo. Un album, musicalmente forse meno vario rispetto al suo predecessore, sicuramente più scarno e diretto, dove la musica è ideale veicolo di importanti messaggi socio-politici. Cooder vuole parlare direttamente al ventre molle dell’elettorato americano e lo fa andando a riappropriarsi degli stilemi della tradizione musicale del suo paese. Folk e blues la fanno infatti da padrone, con il nostro che opta per una dimensione “solitaria”, alternandosi ai vari strumenti a corda, principalmente chitarra e mandolino, coadiuvato dal solo supporto ritmico del figlio Joachim. Nasce così lo sbuffare country’n’grass di Going To Tampa, satirica presa per i fondelli dell’evento politico clou del Grand Old Party, la sua annuale convention, tenutasi appunto in Florida, mentre il muscolare roots rock di Guantanamo pone in primo piano il sempre più preoccupante fenomeno della proliferazione delle carceri private. Nel lento incedere blues di Cold Cold Feeling Cooder si immagina invece nei panni del presidente Obama, solo nella Casa Bianca con all’esterno la minaccia dei mastini dell’alta finanza e dell’ostracismo repubblicano, invitando ogni singolo americano a fare altrettanto per constatare di persona come in queste condizioni il più delle volte risulti impossibile governare. L’oscura Kool-aid pare invece arrivare dai solchi di We’ll Never Turn Back, splendido disco intestato a Mavis Staples, dove il chitarrista era impegnato in prima persona, e dal quale pare mutuarne l’impasto sonoro. The 90 And The 9, dal canto suo, è forse quanto di più bello scritto ultimamente dal nostro, una lenta e sofferta ballata che profuma di radici dove, grazie ad un ipotetico dialogo tra padre e figlio, viene analizzata l’assurda pratica di reclutamento militare effettuata direttamente nelle scuole. Un American Dream che si è fatto negli anni sempre più opaco, minato nelle sue stesse centenarie radici, quelle costituite dalla Costituzione, che nella conclusiva ed urlata Take Your Hands Off It, Cooder intima di non profanare. Musica viva e pulsante quindi quella alla base di Election Special, ennesimo grande album a nome Ry Cooder.
Povero Mitt Romney, neanche il tempo di essere incoronato sfidante repubblicano di Obama nella prossima corsa alla Casa Bianca, che si trova ad essere indagato, per elusione fiscale, dalla procura di NYC. Un bel grattacapo per il mormone del Massachusetts che, all’alba della convention del partito dell’Elefantino, aveva dovuto anche fronteggiare l’attacco musicale di un rabbioso Ry Cooder. Election Special, il nuovo duro e politicizzato album del chitarrista americano pare infatti scagliarsi con particolare veemenza, in vista della futura tornata elettorale, proprio contro il candidato repubblicano, acuendo la profonda critica socio-politica già alla base di Pull Up Some Dust And Sit Down dello scorso anno. Esplicativo in tal senso è un brano come Mutt Romney Blues, un tagliente e percussivo blues acustico, narrante la triste vicenda di Seamus, il setter dello stesso politico, lasciato dal suo padrone sul tettuccio della propria macchina, durante un viaggio di centinaia di chilometri. Prendendo spunto dalla lapidaria frase del reverendo Al Sharpton secondo la quale “Capisci molte cose da come una persona tratta il suo cane”, Cooder insinua così più di un dubbio sulle qualità morali del candidato presidenziale. La Destra americana è tuttavia solo uno dei bersagli contro i quali si scaglia l’invettiva cooderiana. Ad essere analizzata in tutte le sue contraddizioni è la società statunitense nella sua interezza, minata nel profondo dal nero cancro della speculazione economica, in cui il divario tra i pochi ricchi e i tanti poveri cresce ogni giorno di più, e dove lo stesso presidente Obama pare il più delle volte essere soggiogato, suo malgrado, al volere delle fameliche lobby economiche. La finanza torna oggetto di feroce critica in The Wall Street Part Of Town, in cui affiorano tematiche care al movimento Occupy, o in una Brother Is Gone dove protagonisti sono, su di un’ossatura folkie sferzata da arie irish, i fratelli miliardari David e Charles Koch e il loro patto con il Diavolo. Un album, musicalmente forse meno vario rispetto al suo predecessore, sicuramente più scarno e diretto, dove la musica è ideale veicolo di importanti messaggi socio-politici. Cooder vuole parlare direttamente al ventre molle dell’elettorato americano e lo fa andando a riappropriarsi degli stilemi della tradizione musicale del suo paese. Folk e blues la fanno infatti da padrone, con il nostro che opta per una dimensione “solitaria”, alternandosi ai vari strumenti a corda, principalmente chitarra e mandolino, coadiuvato dal solo supporto ritmico del figlio Joachim. Nasce così lo sbuffare country’n’grass di Going To Tampa, satirica presa per i fondelli dell’evento politico clou del Grand Old Party, la sua annuale convention, tenutasi appunto in Florida, mentre il muscolare roots rock di Guantanamo pone in primo piano il sempre più preoccupante fenomeno della proliferazione delle carceri private. Nel lento incedere blues di Cold Cold Feeling Cooder si immagina invece nei panni del presidente Obama, solo nella Casa Bianca con all’esterno la minaccia dei mastini dell’alta finanza e dell’ostracismo repubblicano, invitando ogni singolo americano a fare altrettanto per constatare di persona come in queste condizioni il più delle volte risulti impossibile governare. L’oscura Kool-aid pare invece arrivare dai solchi di We’ll Never Turn Back, splendido disco intestato a Mavis Staples, dove il chitarrista era impegnato in prima persona, e dal quale pare mutuarne l’impasto sonoro. The 90 And The 9, dal canto suo, è forse quanto di più bello scritto ultimamente dal nostro, una lenta e sofferta ballata che profuma di radici dove, grazie ad un ipotetico dialogo tra padre e figlio, viene analizzata l’assurda pratica di reclutamento militare effettuata direttamente nelle scuole. Un American Dream che si è fatto negli anni sempre più opaco, minato nelle sue stesse centenarie radici, quelle costituite dalla Costituzione, che nella conclusiva ed urlata Take Your Hands Off It, Cooder intima di non profanare. Musica viva e pulsante quindi quella alla base di Election Special, ennesimo grande album a nome Ry Cooder.
giovedì 30 agosto 2012
El Matador Alegre - S/T
(Pubblicato su Extra! Music Magazine)
Un progetto, El Matador Alegre, fondato sulla più pura e libera ricerca sonora, all’interno della quale far confluire in egual misura lievità alternative folk e sperimentazione ritmica scalfita da un’indietronica composita e minimale, alle quali si aggiungono barlumi grunge che paiono provenire dalla Seattle dei primi anni ’90, riveduti e corretti grazie ad un trattamento a base di loop e campionamenti. Dodici gli episodi sonori che compongono l’omonimo debutto del compositore e produttore, attraverso i quali, partendo da un substrato ritmico votato al minimalismo, si dipana un songwriting in bilico tra eteree melodie e complicate trame effettistiche, in quest’occasione non semplice corollario armonico ma bensì elemento essenziale nella creazione del mood sonoro dell’intero album. A questo va ad aggiungersi un profondo lavoro svolto sulla voce, o sarebbe meglio dire sulle parti vocali, vista la numerosa presenza di quest’ultime, tutte ad opera dello stesso autore, trattate con i più disparati filtri ed effetti, ma capaci di mantenere al contempo intatto il proprio lirismo. L’anima alternative folk del progetto emerge in brani come l’introspettiva Same Day Last Year, che si sviluppa grazie ad un riff chitarristico perpetuato costantemente per quasi sei minuti, con la voce che pare quasi un sussurro sullo sfondo; o nell’incedere di una Moths nella quale ad essere padrona della scena è la chitarra acustica, attorniata da ottimi intrecci vocali. Chitarra acustica che torna a fare bella mostra di sé anche in New Year, su di un impianto ritmico-melodico rallentato ed ipnotico, che deve molto a certo slowcore d’oltreoceano. Se Sunny Attic è un esercizio sonico in puro stile synth pop, in Back a colpire è una riuscita commistione tra noise ed beat hip hop. Ultima menzione per la divertente e sbilenca marcetta di Peanut Butter, vero e proprio divertissment, nonché piccola digressione verso nuovi ed affascinanti territori sonori. Un debutto forse strano, sicuramente non immediato, che necessita senza ombra di dubbio di un ascolto attento, in modo da poter gustare appieno le sue variegate sfumature melodiche e ritmiche.
Un progetto, El Matador Alegre, fondato sulla più pura e libera ricerca sonora, all’interno della quale far confluire in egual misura lievità alternative folk e sperimentazione ritmica scalfita da un’indietronica composita e minimale, alle quali si aggiungono barlumi grunge che paiono provenire dalla Seattle dei primi anni ’90, riveduti e corretti grazie ad un trattamento a base di loop e campionamenti. Dodici gli episodi sonori che compongono l’omonimo debutto del compositore e produttore, attraverso i quali, partendo da un substrato ritmico votato al minimalismo, si dipana un songwriting in bilico tra eteree melodie e complicate trame effettistiche, in quest’occasione non semplice corollario armonico ma bensì elemento essenziale nella creazione del mood sonoro dell’intero album. A questo va ad aggiungersi un profondo lavoro svolto sulla voce, o sarebbe meglio dire sulle parti vocali, vista la numerosa presenza di quest’ultime, tutte ad opera dello stesso autore, trattate con i più disparati filtri ed effetti, ma capaci di mantenere al contempo intatto il proprio lirismo. L’anima alternative folk del progetto emerge in brani come l’introspettiva Same Day Last Year, che si sviluppa grazie ad un riff chitarristico perpetuato costantemente per quasi sei minuti, con la voce che pare quasi un sussurro sullo sfondo; o nell’incedere di una Moths nella quale ad essere padrona della scena è la chitarra acustica, attorniata da ottimi intrecci vocali. Chitarra acustica che torna a fare bella mostra di sé anche in New Year, su di un impianto ritmico-melodico rallentato ed ipnotico, che deve molto a certo slowcore d’oltreoceano. Se Sunny Attic è un esercizio sonico in puro stile synth pop, in Back a colpire è una riuscita commistione tra noise ed beat hip hop. Ultima menzione per la divertente e sbilenca marcetta di Peanut Butter, vero e proprio divertissment, nonché piccola digressione verso nuovi ed affascinanti territori sonori. Un debutto forse strano, sicuramente non immediato, che necessita senza ombra di dubbio di un ascolto attento, in modo da poter gustare appieno le sue variegate sfumature melodiche e ritmiche.
giovedì 16 agosto 2012
Bruce Gerrish and the Shinolas - Quirkophony
(Pubblicato su Rootshighway)
"Meglio tardi che mai", è più che lecito pensare durante l'ascolto di Quirkophony, debutto discografico a nome Bruce Gerrish. Il canadese d'adozione, ma americano di nascita, non è infatti un novellino, avendo sulle spalle una carriera più che trentennale, ma arriva solamente ora al tanto ambito traguardo dell'opera prima. Musicista eclettico, il nostro, alterna alla propria attività di songwriter e perfomer, quella di testimonial per l'azienda di prodotti musicali Mackie and Digitech, per conto della quale ha tenuto svariate clinic anche qui nel vecchio Continente. Quello che ci interessa maggiormente della sua personalità musicale è ovviamente il primo aspetto, quel songwriting sbocciato in tenera età e affinato con il trascorrere del tempo, complice anche una vita passata in larga parte sulla strada. Anni intensi, con la fedele chitarra come unica compagna di viaggio, nel corso dei quali tante facce e tante storie sono sfilate di fronte al cantautore, originario del Minnesota. Storie che Gerrish ha interiorizzato per poi trasporle su pentagramma, dando vita a una manciata di composizioni andate infine a comporre l'ossatura di Quirkophony. Il risultato di questo lungo lavoro di scrittura sono tredici brani che attingono in egual misura al country, al roots rock e al Texas Swing, a testimoniare come le radici musicali del nostro siano ben salde nella tradizione del proprio paese d'origine. Già nell'opener I wanna new life, con lap steel e mandolino subito in bella mostra e dal più che contagioso refrain, o nella galoppante ed elettrica Man down, emerge la sua predilezione per sonorità country roots, ricordando in più di un frangente quel Robert Earl Keen, con il quale Gerrish sembra avere ben più di un'affinità. Definite maybe e You don't know shit from Shinola, virano invece verso il Texas Swing: nella prima sono il piano e la lap steel a dettare il tempo, mentre nella seconda ampio spazio viene lasciato a una sezione fiati in grande spolvero. Fiati che ritroviamo, questa volta tuttavia d'impronta mariachi, anche in I said I do but che, con tanto di fisarmonica, pare scritta per essere suonata in qualche dimenticato bar di Tjiuana. Il lato cantautorale di Gerrish emerge invece quando i tempi si rallentano, come nella buffettiana e solare, fin dal titolo, A sunny place for shady people, o nella ballata notturna, per sola chitarra acustica e piano, Tonight, che rimanda al Lyle Lovett più intimista. Le influenze musicali di un lungo soggiorno in quel di New Orleans si avvertono nel folle esperimento sonoro di Jumbo shrimp, nella quale le gioiose atmosfere della "Big Easy" si fondono con stilemi country, un po' come se Willie Nelson e la sua Family Band si unissero, durante i festeggiamenti del Mardi Grass, in una scatenata jam ai fiati della Dirty Dozen Brass Band. Al termine di quest'ultima, quasi in sordina, compare un'inaspettata ghost track, un piccolo reprise acustico di A sunny place for shady people, capace di superare di gran lunga in bellezza ed intensità quella presente nella tracklist "ufficiale" dell'album. Un disco onesto e sincero Quirkophony, che si avvale del contributo di un nugolo di validi strumentisti, riuniti sotto il nome di The Shinolas, sapientemente diretti dall'esperto produttore Bill Buckingham. Un nome da appuntarsi per il futuro, quello di Bruce Gerrish, nella speranza di non dover aspettare altri trent'anni prima di poter ascoltare una sua nuova produzione.
"Meglio tardi che mai", è più che lecito pensare durante l'ascolto di Quirkophony, debutto discografico a nome Bruce Gerrish. Il canadese d'adozione, ma americano di nascita, non è infatti un novellino, avendo sulle spalle una carriera più che trentennale, ma arriva solamente ora al tanto ambito traguardo dell'opera prima. Musicista eclettico, il nostro, alterna alla propria attività di songwriter e perfomer, quella di testimonial per l'azienda di prodotti musicali Mackie and Digitech, per conto della quale ha tenuto svariate clinic anche qui nel vecchio Continente. Quello che ci interessa maggiormente della sua personalità musicale è ovviamente il primo aspetto, quel songwriting sbocciato in tenera età e affinato con il trascorrere del tempo, complice anche una vita passata in larga parte sulla strada. Anni intensi, con la fedele chitarra come unica compagna di viaggio, nel corso dei quali tante facce e tante storie sono sfilate di fronte al cantautore, originario del Minnesota. Storie che Gerrish ha interiorizzato per poi trasporle su pentagramma, dando vita a una manciata di composizioni andate infine a comporre l'ossatura di Quirkophony. Il risultato di questo lungo lavoro di scrittura sono tredici brani che attingono in egual misura al country, al roots rock e al Texas Swing, a testimoniare come le radici musicali del nostro siano ben salde nella tradizione del proprio paese d'origine. Già nell'opener I wanna new life, con lap steel e mandolino subito in bella mostra e dal più che contagioso refrain, o nella galoppante ed elettrica Man down, emerge la sua predilezione per sonorità country roots, ricordando in più di un frangente quel Robert Earl Keen, con il quale Gerrish sembra avere ben più di un'affinità. Definite maybe e You don't know shit from Shinola, virano invece verso il Texas Swing: nella prima sono il piano e la lap steel a dettare il tempo, mentre nella seconda ampio spazio viene lasciato a una sezione fiati in grande spolvero. Fiati che ritroviamo, questa volta tuttavia d'impronta mariachi, anche in I said I do but che, con tanto di fisarmonica, pare scritta per essere suonata in qualche dimenticato bar di Tjiuana. Il lato cantautorale di Gerrish emerge invece quando i tempi si rallentano, come nella buffettiana e solare, fin dal titolo, A sunny place for shady people, o nella ballata notturna, per sola chitarra acustica e piano, Tonight, che rimanda al Lyle Lovett più intimista. Le influenze musicali di un lungo soggiorno in quel di New Orleans si avvertono nel folle esperimento sonoro di Jumbo shrimp, nella quale le gioiose atmosfere della "Big Easy" si fondono con stilemi country, un po' come se Willie Nelson e la sua Family Band si unissero, durante i festeggiamenti del Mardi Grass, in una scatenata jam ai fiati della Dirty Dozen Brass Band. Al termine di quest'ultima, quasi in sordina, compare un'inaspettata ghost track, un piccolo reprise acustico di A sunny place for shady people, capace di superare di gran lunga in bellezza ed intensità quella presente nella tracklist "ufficiale" dell'album. Un disco onesto e sincero Quirkophony, che si avvale del contributo di un nugolo di validi strumentisti, riuniti sotto il nome di The Shinolas, sapientemente diretti dall'esperto produttore Bill Buckingham. Un nome da appuntarsi per il futuro, quello di Bruce Gerrish, nella speranza di non dover aspettare altri trent'anni prima di poter ascoltare una sua nuova produzione.
martedì 7 agosto 2012
Giant Giant Sand - Tucson
(Pubblicato su Extra! Music Magazine)
L’afa insopportabile che attanaglia da giorni anche il solitamente ventilato paesino collinare dal quale il sottoscritto scrive, pare porre le giuste condizioni ambientali per immergersi nell’ascolto di Tucson, ultima opera discografica a nome Giant Sand, o per meglio dire Giant Giant Sand. Il desertico combo capitanato dall’eclettico Howe Gelb infatti non solo torna sulle scene raddoppiando la propria ragione sociale, ma al contempo da alle stampe quella che, dalle stesse note di copertina, viene definita come una “country rock opera”. Un progetto in cantiere da parecchio tempo ma che per essere portato a compimento necessitava dell’apporto di una nutrita schiera di ospiti, andati ad affiancare per l’occasione l’originario nucleo giantsandiano. Accanto al manipolo di musicisti danesi, che da qualche tempo accompagnano Gelb, troviamo infatti Lonna Kelley (in passato comunque già collaboratrice della band), la pedal steel di Maggie Bjorklund, i mariachi Brian Lopez, Gabriel Sullivan e Jon Villa, e ultimo ma non meno importante un nuovo innesto danese, una sezione d’archi proveniente da Aarhus. Innesti quest’ultimi quanto mai azzeccati, visto che quest’ancor più gigante “Gigante di sabbia”, è riuscito nel non facile intento di trasporre su pentagramma la storia sulla quale poggia l’intero lavoro. Tucson narra infatti le vicende di un uomo che, stanco di una vita senza prospettive, decide di lasciare i propri affetti e i propri beni terreni per intraprendere un viaggio alla ricerca di sé stesso tra Arizona e Messico, tra saloon, bordelli e prigioni. Una storia avvincente, che Gelb musica al meglio mettendo sul piatto quelle sonorità per le quali è universalmente riconosciuto. Proprio per questo “Tucson” può essere considerato una sorta di summa del suono giantsandiano, esplorato in questo frangente fin nei suoi più oscuri e nascosti meandri. Un lavoro che incanta fin dalla traccia d’apertura, Wind Blow Waltz, un sabbioso ed avvolgente valzer suonato in punta di dita. Se Forever And A Day, con il grido liberatorio “Good luck suckers, I’m on my way”, rappresenta per il protagonista della storia un taglio netto con il proprio passato, con la successiva Detained ci si addentra sempre più in sonorità di stampo mariachi, permeanti la quasi totalità dell’opera. Il country desertico di Lost Love è invece un acquerello elettroacustico di stupefacente bellezza, mentre in Plane Of Existence ad emergere è l’espressività dell’ugola gelbiana, ben contrappuntata da pedal steel, fiati e sezione d’archi. Undiscovered Country, così come Slag Heap, paiono strizzare l’occhio all’opera dei due ex pards Joey Burns e John Convertino, anche se in questo frangente a far nuovamente la differenza è la verve interpretativa di Gelb. Se invece vi siete mai chiesti cosa avrebbe suonato Johnny Cash dopo un soggiorno in territorio messicano, la risposta è Thing Like That, sentire per credere. Il contributo degli ospiti si fa poi ancor più tangibile prima in Love Comes Over You e poi in The Sun Belongs To You. La prima è un’onirica ballata, parto della mente di Brian Lopez impegnato anche al canto, mentre la seconda, tra reminescenze tex mex e sentori irish, è opera di Gilbert Sullivan. Si ritorna in terra messicana con la ritmata Carinito, prima di passare a quella che può essere considerata una piccola, quanto inattesa, gemma. Out Of The Blue faceva infatti parte della suite composta da Robbie Robertson per il seminale The Last Waltz. Forse è un brano poco conosciuto tra i tanti capolavori sfornati dalla leggendaria The Band, ma conserva tuttora la sua purezza sonora, qui ulteriormente accentuata dalla strepitosa rilettura a più voci fatta da Gelb e soci. Diciannove sono gli episodi sonori che compongono l’opera, ed ognuno di essi meriterebbe di essere menzionato, anche solo per il ruolo svolto nel creare un continuum narrativo sonoro, solido e al contempo intrigante. Un album praticamente perfetto Tucson, del quale si potrebbe dissertare per ore senza riuscire comunque a descriverne appieno la magnificenza. Se tuttavia fossi costretto a riassumere il tutto in poche e semplici parole, ne basterebbero solamente tre; Disco dell’anno!
L’afa insopportabile che attanaglia da giorni anche il solitamente ventilato paesino collinare dal quale il sottoscritto scrive, pare porre le giuste condizioni ambientali per immergersi nell’ascolto di Tucson, ultima opera discografica a nome Giant Sand, o per meglio dire Giant Giant Sand. Il desertico combo capitanato dall’eclettico Howe Gelb infatti non solo torna sulle scene raddoppiando la propria ragione sociale, ma al contempo da alle stampe quella che, dalle stesse note di copertina, viene definita come una “country rock opera”. Un progetto in cantiere da parecchio tempo ma che per essere portato a compimento necessitava dell’apporto di una nutrita schiera di ospiti, andati ad affiancare per l’occasione l’originario nucleo giantsandiano. Accanto al manipolo di musicisti danesi, che da qualche tempo accompagnano Gelb, troviamo infatti Lonna Kelley (in passato comunque già collaboratrice della band), la pedal steel di Maggie Bjorklund, i mariachi Brian Lopez, Gabriel Sullivan e Jon Villa, e ultimo ma non meno importante un nuovo innesto danese, una sezione d’archi proveniente da Aarhus. Innesti quest’ultimi quanto mai azzeccati, visto che quest’ancor più gigante “Gigante di sabbia”, è riuscito nel non facile intento di trasporre su pentagramma la storia sulla quale poggia l’intero lavoro. Tucson narra infatti le vicende di un uomo che, stanco di una vita senza prospettive, decide di lasciare i propri affetti e i propri beni terreni per intraprendere un viaggio alla ricerca di sé stesso tra Arizona e Messico, tra saloon, bordelli e prigioni. Una storia avvincente, che Gelb musica al meglio mettendo sul piatto quelle sonorità per le quali è universalmente riconosciuto. Proprio per questo “Tucson” può essere considerato una sorta di summa del suono giantsandiano, esplorato in questo frangente fin nei suoi più oscuri e nascosti meandri. Un lavoro che incanta fin dalla traccia d’apertura, Wind Blow Waltz, un sabbioso ed avvolgente valzer suonato in punta di dita. Se Forever And A Day, con il grido liberatorio “Good luck suckers, I’m on my way”, rappresenta per il protagonista della storia un taglio netto con il proprio passato, con la successiva Detained ci si addentra sempre più in sonorità di stampo mariachi, permeanti la quasi totalità dell’opera. Il country desertico di Lost Love è invece un acquerello elettroacustico di stupefacente bellezza, mentre in Plane Of Existence ad emergere è l’espressività dell’ugola gelbiana, ben contrappuntata da pedal steel, fiati e sezione d’archi. Undiscovered Country, così come Slag Heap, paiono strizzare l’occhio all’opera dei due ex pards Joey Burns e John Convertino, anche se in questo frangente a far nuovamente la differenza è la verve interpretativa di Gelb. Se invece vi siete mai chiesti cosa avrebbe suonato Johnny Cash dopo un soggiorno in territorio messicano, la risposta è Thing Like That, sentire per credere. Il contributo degli ospiti si fa poi ancor più tangibile prima in Love Comes Over You e poi in The Sun Belongs To You. La prima è un’onirica ballata, parto della mente di Brian Lopez impegnato anche al canto, mentre la seconda, tra reminescenze tex mex e sentori irish, è opera di Gilbert Sullivan. Si ritorna in terra messicana con la ritmata Carinito, prima di passare a quella che può essere considerata una piccola, quanto inattesa, gemma. Out Of The Blue faceva infatti parte della suite composta da Robbie Robertson per il seminale The Last Waltz. Forse è un brano poco conosciuto tra i tanti capolavori sfornati dalla leggendaria The Band, ma conserva tuttora la sua purezza sonora, qui ulteriormente accentuata dalla strepitosa rilettura a più voci fatta da Gelb e soci. Diciannove sono gli episodi sonori che compongono l’opera, ed ognuno di essi meriterebbe di essere menzionato, anche solo per il ruolo svolto nel creare un continuum narrativo sonoro, solido e al contempo intrigante. Un album praticamente perfetto Tucson, del quale si potrebbe dissertare per ore senza riuscire comunque a descriverne appieno la magnificenza. Se tuttavia fossi costretto a riassumere il tutto in poche e semplici parole, ne basterebbero solamente tre; Disco dell’anno!
mercoledì 25 luglio 2012
Bonnie "Prince" Billy @ Mojotic Festival
(Pubblicato su Extra! Music Magazine)
Se una volta, come recitava un vetusto spot pubblicitario,contro il logorio della vita moderna era consigliata l’assimilazione di un ben noto liquore, oggi l’unica nostra ancora di salvezza, in un mondo che pare andare sempre più a rotoli, rimane la musica. Una tesi quest’ultima che ha avuto ulteriore conferma, giovedì scorso in quel di Sestri Levante, terza tappa del tour italiano di Bonnie “Prince” Billy. La splendida cittadina ligure ospita da qualche anno il Mojotic Festival, rassegna organizzata dall’omonima associazione culturale, capace di riscuotere un sempre maggior successo, ben testimoniato dal folto pubblico presente. Un plauso va quindi ai ragazzi dell’associazione per aver, in questo caso, non solo portato il buon Will Oldham in quel di Sestri Levante, ma di aver scelto come location dell’esibizione il Teatro Arena Conchiglia. Quest’ultimo è stata infatti cornice ideale per il concerto, creando un’atmosfera intima e raccolta, quasi magica in determinati frangenti, complice anche un’acustica pressochè perfetta. La vera sorpresa della serata è stata tuttavia l’aggiunta di un ulteriore opening act, a quello già previsto, a dir poco d’eccezione. A salire sul palco è stato infatti lo stesso Oldham che insieme ai Chivalrous Amoekons, praticamente la stessa band con la quale si sarebbe esibito poco dopo ma abbigliata in puro Nashville Style, ha allietato i presenti con una mezz’ora in bilico tra country e folk di stampo tradizionale. Un gustoso antipasto in attesa del piatto “principe”, inframmezzato dalla performance sanguigna di Michele “Mezzala” Bitossi, già nei Numero6, che accompagnato da una solida sezione ritmica ha proposto sia brani del suo gruppo principale alternati a composizioni del suo recente repertorio solista. Tempo di un veloce cambio palco ed ecco entrare, anzi sarebbe il caso di dire rientrare, in scena il “Principe”, attorniato dalla sua folle corte musicale. Durante il proprio set d’apertura, il nostro aveva promesso che questa sera ci sarebbe stato tempo per tanta buona musica, e da quanto abbiamo potuto sentire non sono state certamente promesse da marinaio. La scaletta approntata per l’occasione è andata infatti a ripescare in lungo e in largo nella sua ormai lunga carriera discografica, tanto che le diverse ragioni sociali oldhamiane, con le quali il nostro si è divertito negli anni a giocare, parevano essere confluite, fondendosi tra loro, sul palco del teatro. L’inizio poi è stato a dir poco da brividi con una I See A Darkness, capace da sola di valere un intero concerto, qui riproposta in un nuovo sfavillante arrangiamento, con il quale è stata nuovamente messa su nastro e inserita nell’EP Now Here’s My Plan, in uscita proprio in questi giorni. Lavoro, nell’impostazione simile a Sings Greatest Palace Music, dal quale il nostro si divertirà, nel corso della serata, ad estrapolare alcuni brani, come nuove e lucenti versioni di After I Made Love To You e No Gold Digger, segnali di come i suoi trascorsi musicali siano ancora materia malleabile e facilmente plasmabile in nuove ed affascinati figure sonore. Echi folkie e barlumi alternative country affiorano dal recente passato, ben condensanti in una Ohio Rriver Boat Song da applausi, nell’oscurità di Strange Form Of Life e in una irresistibile Wolf Among The Wolves, con il piano di Ben Boyle a condurre le danze. Un combo dalle indubbie qualità tecniche quello attorniante il cantautore del Kentucky, sapientemente capitanato dalla chitarra di Emmett Kelly, il quale può contare sia sull’apporto melodico dello stesso Ben Boyle, che su la versatilità ritmica del basso di Danny Kiely e della batteria di Van Campbell. Ad essi si aggiunge l’avvenente Angel Olsen, tanto eccelsa con le proprie corde vocali, ed ideale partner canora del “Principe”, quanto statica sul palco. Lo stesso Oldham è poi uno spettacolo nello spettacolo, nelle sue bizzarre mosse da improbabile quanto improvvisato frontman, nel suo attorcigliarsi e contorcersi intorno alla propria chitarra così come nei suoi ilari balletti, anche se la sua vera peculiarità risiede tuttavia nella voce. Una voce che pare sempre sul punto di frantumarsi, di cadere in pezzi dopo un vocalizzo troppo ardito o un acuto indirizzato troppo in alto, in una sorta di viaggio senza ritorno verso il cielo stellato sovrastante. Una voce che canta appunto delle cadute e delle risalite, di amori, tradimenti e rimpianti e lo fa con una naturalezza tale che sembra estraniarsi dal corpo dello stesso Oldham, per diventare ideale voce di tutti noi, uniti da quel comune denominatore che è il difficile vivere quotidiano. Una musica quella di Bonnie “Prince” Billy quasi salvifica, capace di infondere nuova linfa vitale in corpi prosciugati, facendoci ritrovare la pace con noi stessi. Richiamati a gran voce sul palco il “Principe” e i suoi giullari sonici, fanno ancora in tempo ad incantarci con il valzerone country di New Partner e con una tenue Horses, prima di calare gli assi finali con una Another Day Full Of Dread non per deboli di cuore e con You Want That Picture, capace da sola di riassumere tutta l’estetica oldhamiana. Applausi scroscianti ed urla sommergono i nostri al loro rientro dietro le quinte e alla fine, di fronte a cotanta grazia musicale, non rimane altro da fare che inchinarsi in un doveroso atto di adorazione ed urlare “Lunga vita al re!!”.... ehm no scusate, al “Principe”.
Se una volta, come recitava un vetusto spot pubblicitario,contro il logorio della vita moderna era consigliata l’assimilazione di un ben noto liquore, oggi l’unica nostra ancora di salvezza, in un mondo che pare andare sempre più a rotoli, rimane la musica. Una tesi quest’ultima che ha avuto ulteriore conferma, giovedì scorso in quel di Sestri Levante, terza tappa del tour italiano di Bonnie “Prince” Billy. La splendida cittadina ligure ospita da qualche anno il Mojotic Festival, rassegna organizzata dall’omonima associazione culturale, capace di riscuotere un sempre maggior successo, ben testimoniato dal folto pubblico presente. Un plauso va quindi ai ragazzi dell’associazione per aver, in questo caso, non solo portato il buon Will Oldham in quel di Sestri Levante, ma di aver scelto come location dell’esibizione il Teatro Arena Conchiglia. Quest’ultimo è stata infatti cornice ideale per il concerto, creando un’atmosfera intima e raccolta, quasi magica in determinati frangenti, complice anche un’acustica pressochè perfetta. La vera sorpresa della serata è stata tuttavia l’aggiunta di un ulteriore opening act, a quello già previsto, a dir poco d’eccezione. A salire sul palco è stato infatti lo stesso Oldham che insieme ai Chivalrous Amoekons, praticamente la stessa band con la quale si sarebbe esibito poco dopo ma abbigliata in puro Nashville Style, ha allietato i presenti con una mezz’ora in bilico tra country e folk di stampo tradizionale. Un gustoso antipasto in attesa del piatto “principe”, inframmezzato dalla performance sanguigna di Michele “Mezzala” Bitossi, già nei Numero6, che accompagnato da una solida sezione ritmica ha proposto sia brani del suo gruppo principale alternati a composizioni del suo recente repertorio solista. Tempo di un veloce cambio palco ed ecco entrare, anzi sarebbe il caso di dire rientrare, in scena il “Principe”, attorniato dalla sua folle corte musicale. Durante il proprio set d’apertura, il nostro aveva promesso che questa sera ci sarebbe stato tempo per tanta buona musica, e da quanto abbiamo potuto sentire non sono state certamente promesse da marinaio. La scaletta approntata per l’occasione è andata infatti a ripescare in lungo e in largo nella sua ormai lunga carriera discografica, tanto che le diverse ragioni sociali oldhamiane, con le quali il nostro si è divertito negli anni a giocare, parevano essere confluite, fondendosi tra loro, sul palco del teatro. L’inizio poi è stato a dir poco da brividi con una I See A Darkness, capace da sola di valere un intero concerto, qui riproposta in un nuovo sfavillante arrangiamento, con il quale è stata nuovamente messa su nastro e inserita nell’EP Now Here’s My Plan, in uscita proprio in questi giorni. Lavoro, nell’impostazione simile a Sings Greatest Palace Music, dal quale il nostro si divertirà, nel corso della serata, ad estrapolare alcuni brani, come nuove e lucenti versioni di After I Made Love To You e No Gold Digger, segnali di come i suoi trascorsi musicali siano ancora materia malleabile e facilmente plasmabile in nuove ed affascinati figure sonore. Echi folkie e barlumi alternative country affiorano dal recente passato, ben condensanti in una Ohio Rriver Boat Song da applausi, nell’oscurità di Strange Form Of Life e in una irresistibile Wolf Among The Wolves, con il piano di Ben Boyle a condurre le danze. Un combo dalle indubbie qualità tecniche quello attorniante il cantautore del Kentucky, sapientemente capitanato dalla chitarra di Emmett Kelly, il quale può contare sia sull’apporto melodico dello stesso Ben Boyle, che su la versatilità ritmica del basso di Danny Kiely e della batteria di Van Campbell. Ad essi si aggiunge l’avvenente Angel Olsen, tanto eccelsa con le proprie corde vocali, ed ideale partner canora del “Principe”, quanto statica sul palco. Lo stesso Oldham è poi uno spettacolo nello spettacolo, nelle sue bizzarre mosse da improbabile quanto improvvisato frontman, nel suo attorcigliarsi e contorcersi intorno alla propria chitarra così come nei suoi ilari balletti, anche se la sua vera peculiarità risiede tuttavia nella voce. Una voce che pare sempre sul punto di frantumarsi, di cadere in pezzi dopo un vocalizzo troppo ardito o un acuto indirizzato troppo in alto, in una sorta di viaggio senza ritorno verso il cielo stellato sovrastante. Una voce che canta appunto delle cadute e delle risalite, di amori, tradimenti e rimpianti e lo fa con una naturalezza tale che sembra estraniarsi dal corpo dello stesso Oldham, per diventare ideale voce di tutti noi, uniti da quel comune denominatore che è il difficile vivere quotidiano. Una musica quella di Bonnie “Prince” Billy quasi salvifica, capace di infondere nuova linfa vitale in corpi prosciugati, facendoci ritrovare la pace con noi stessi. Richiamati a gran voce sul palco il “Principe” e i suoi giullari sonici, fanno ancora in tempo ad incantarci con il valzerone country di New Partner e con una tenue Horses, prima di calare gli assi finali con una Another Day Full Of Dread non per deboli di cuore e con You Want That Picture, capace da sola di riassumere tutta l’estetica oldhamiana. Applausi scroscianti ed urla sommergono i nostri al loro rientro dietro le quinte e alla fine, di fronte a cotanta grazia musicale, non rimane altro da fare che inchinarsi in un doveroso atto di adorazione ed urlare “Lunga vita al re!!”.... ehm no scusate, al “Principe”. martedì 24 luglio 2012
Gov't Mule - John Hiatt & the Combo @ Pistoia Blues
(Pubblicato su Rootshighway, foto di Elena Barusco)
Menù ricco di prelibatezze quello offerto dall'edizione di quest'anno del festival toscano. Se i Subsonica sono stati un bizzarro antipasto, Paolo Nutini un gustoso primo piatto e BB King un'ottima seconda portata, è con la pietanza conclusiva che gli organizzatori della rassegna pistoiese sembrano essersi sbizzarriti, combinando tra loro ingredienti sonori solo all'apparenza inconciliabili, ma capaci, una volta accostati, di creare un tanto ricco quanto prelibato dessert. Vuoi per la caratura degli artisti, vuoi per il fatto che per entrambi sarebbe stata l'unica data sull'italico suolo, ma l'accoppiata Gov't Mule eJohn Hiatt era un evento al quale ogni appassionato della buona musica non poteva mancare. Arrivato nel tardo pomeriggio nella piazza del Duomo, suggestivo scenario dei concerti, riesco ancora a godermi gli ultimi scampoli del set di Ty Le Blanc. Cantante di origine texana, dalla voce calda ed ammaliante, ha saputo conquistare il già nutrito pubblico presente grazie ad una perfomance di alto livello, complice anche una band formata da alcuni dei maggiori esponenti del blues italiano, tra i quali Nick Beccatini alla chitarra, Pippo Guarnera all'organo e il funambolico Vince Vallicelli alla batteria. L'attesa è ovviamente per i veri protagonisti della serata, e dopo un veloce cambio palco ecco finalmente Warren Haynes e soci salire sul palco, quasi in sordina. Una timidezza che scompare una volta imbracciati i propri strumenti, dando fuoco alle polveri con una torrenziale Blind man in the dark, con la chitarra di Haynes a traghettare i propri compagni verso vorticose digressioni strumentali. Un suono quello del combo americano che vira deciso verso torridi lidi pregni di elettricità, con la riproposizione di alcuni brani estratti dall'ultimo lavoro in studio, By a thread. Una robusta Steppin' lightly, con Danny Louis che abbandona l'organo per assistere Haynes alla seconda chitarra, e Broke down on the brazos, con Matt Abts intento a destreggiarsi tra maracas e bacchette, mostrano infatti il lato più selvaggio dei Muli, tra rifferama di matrice southern e una granitica sezione ritmica. Annichilito da cotanta furia sonica, accolgo quasi con sollievo Wine and blood, che con il suo afflato country oriented stempera in parte la tempesta elettrica creata fino a quel momento. Se Soulshine rimane la consueta perla sonora, a lasciare a bocca aperta, per lo meno il sottoscritto, è un ottimo reprise di The shape I'm in dell'inarrivabile e mai dimenticata The Band, che i Muli rileggono con deciso piglio funk rock. L'emozione è davvero tanta e una lacrimuccia non può non scendere pensando alla recente scomparsa del leggendario Levon Helm. Le sorprese tuttavia non sono finite e poco dopo le sinuose note di Beautifully broken avvolgono la piazza, stregando ulteriormente il già estasiato pubblico. Haynes e soci concedono anche due brani inediti, che andranno a comporre il loro nuovo lavoro in studio, in lavorazione proprio in questi mesi. La prima, World boss, una tirata composizione in odore di southern rock, è in linea con gli ultimi lavori della band, mentre la seconda Captured, è una liquida ballata dalle reminescenze floydiane, e mi ha ricordato le atmosfere sonore che erano alla base di Deja Voodoo. Chiudono il concerto una poderosa Game face, dal seminale Dose e una struggente Forevermore, con Haynes particolarmente ispirato al canto. Il pubblico rumoreggia e i nostri tornano sul palco per regalare una No quarter di zeppeliniana memoria, prima di lasciare il posto all'altro protagonista della serata.
Tempo dell'ennesimo, ma questa volta meno fulmineo, cambio palco, e tutto è pronto infatti per il concerto di John Hiatt, accompagnato dal suo fido Combo. Band rodata quest'ultima e di grande esperienza, annoverante tra le proprie fila Doug Lancio, chitarra e mandolino, Nathan Gehri, basso, e Kenneth Blevins, batteria, ai quali si aggiunge alle armonie vocali Brandon Young (anche tecnico delle chitarre). Ero davvero curioso di assistere a un concerto elettrico del buon Hiatt, dopo averlo visto in acustico qualche anno fa insieme all'amico Lyle Lovett, e devo dire che ogni mia più rosea aspettativa è stata ampiamente superata. Il cantore dell'Indiana è un vecchio leone, sa cosa vuole il suo pubblico, e soprattutto come si sta su di un palco, e quello pistoiese sarà un concerto praticamente perfetto per scelta dei brani, intensità ed empatia con gli astanti. Se Master of disaster, posta in apertura, è per il sottoscritto una gradita sorpresa, è con Tennessee plates, che si comincia a intuire quale sarà il tenore della serata. Con un songbook come quello del nostro non si può che approntare una scaletta da cardiopalma, e così sarà stasera, con i fan che vedranno sciorinare dei veri e propri pezzi da novanta quali Cry love, Feels like rain e Perfectly good guitar, punti inamovibili delle recenti scalette hiattiane. Lo stesso Warren Haynes, apparso all'improvviso a lato del palco, sorride soddisfatto. C'è spazio anche per il nuovo lavoro, Dirty Jeans and Mudslide Hymns, dal quale vengono estratte la notturna Down around my place, dal retrogusto roots rock, e la countrieggiante Adios to California, mentre la polverosa Dust down a country road si mantiene sulla medesima scia e vede Lancio impegnato al mandolino. Strumento quest'ultimo che assurge a vero e proprio protagonista in Crossing muddy waters, uno di quei brani che da soli valgono il prezzo del biglietto e i chilometri percorsi per essere qui stasera. E' in forma Hiatt, si diverte a suonare e scherza con il pubblico, da gigionesco animale da palcoscenico qual è. Pubblico che tiene in pugno fin dalla prima canzone e che si diverte a coccolare prima con una Drive south di rara bellezza e poi con una Thing called love, accolta da applausi scroscianti. L'apice della serata si raggiunge tuttavia con una Memphis in the meantime da manuale, con la band che gira a mille e sulla quale il nostro coinvolge il pubblico in uno spassoso esercizio canoro. La chiusura poi è da fuochi d'artificio con una debordante Riding with the king, tesa ed elettrica, con le chitarre di Hiatt e Lancio impegnate in un duello all'ultima nota. Due concerti molto diversi tra loro ma capaci entrambi di incantare e regalare intense emozioni, in quella che è stata una serata che rimarrà a lungo impressa nella memoria.
Menù ricco di prelibatezze quello offerto dall'edizione di quest'anno del festival toscano. Se i Subsonica sono stati un bizzarro antipasto, Paolo Nutini un gustoso primo piatto e BB King un'ottima seconda portata, è con la pietanza conclusiva che gli organizzatori della rassegna pistoiese sembrano essersi sbizzarriti, combinando tra loro ingredienti sonori solo all'apparenza inconciliabili, ma capaci, una volta accostati, di creare un tanto ricco quanto prelibato dessert. Vuoi per la caratura degli artisti, vuoi per il fatto che per entrambi sarebbe stata l'unica data sull'italico suolo, ma l'accoppiata Gov't Mule eJohn Hiatt era un evento al quale ogni appassionato della buona musica non poteva mancare. Arrivato nel tardo pomeriggio nella piazza del Duomo, suggestivo scenario dei concerti, riesco ancora a godermi gli ultimi scampoli del set di Ty Le Blanc. Cantante di origine texana, dalla voce calda ed ammaliante, ha saputo conquistare il già nutrito pubblico presente grazie ad una perfomance di alto livello, complice anche una band formata da alcuni dei maggiori esponenti del blues italiano, tra i quali Nick Beccatini alla chitarra, Pippo Guarnera all'organo e il funambolico Vince Vallicelli alla batteria. L'attesa è ovviamente per i veri protagonisti della serata, e dopo un veloce cambio palco ecco finalmente Warren Haynes e soci salire sul palco, quasi in sordina. Una timidezza che scompare una volta imbracciati i propri strumenti, dando fuoco alle polveri con una torrenziale Blind man in the dark, con la chitarra di Haynes a traghettare i propri compagni verso vorticose digressioni strumentali. Un suono quello del combo americano che vira deciso verso torridi lidi pregni di elettricità, con la riproposizione di alcuni brani estratti dall'ultimo lavoro in studio, By a thread. Una robusta Steppin' lightly, con Danny Louis che abbandona l'organo per assistere Haynes alla seconda chitarra, e Broke down on the brazos, con Matt Abts intento a destreggiarsi tra maracas e bacchette, mostrano infatti il lato più selvaggio dei Muli, tra rifferama di matrice southern e una granitica sezione ritmica. Annichilito da cotanta furia sonica, accolgo quasi con sollievo Wine and blood, che con il suo afflato country oriented stempera in parte la tempesta elettrica creata fino a quel momento. Se Soulshine rimane la consueta perla sonora, a lasciare a bocca aperta, per lo meno il sottoscritto, è un ottimo reprise di The shape I'm in dell'inarrivabile e mai dimenticata The Band, che i Muli rileggono con deciso piglio funk rock. L'emozione è davvero tanta e una lacrimuccia non può non scendere pensando alla recente scomparsa del leggendario Levon Helm. Le sorprese tuttavia non sono finite e poco dopo le sinuose note di Beautifully broken avvolgono la piazza, stregando ulteriormente il già estasiato pubblico. Haynes e soci concedono anche due brani inediti, che andranno a comporre il loro nuovo lavoro in studio, in lavorazione proprio in questi mesi. La prima, World boss, una tirata composizione in odore di southern rock, è in linea con gli ultimi lavori della band, mentre la seconda Captured, è una liquida ballata dalle reminescenze floydiane, e mi ha ricordato le atmosfere sonore che erano alla base di Deja Voodoo. Chiudono il concerto una poderosa Game face, dal seminale Dose e una struggente Forevermore, con Haynes particolarmente ispirato al canto. Il pubblico rumoreggia e i nostri tornano sul palco per regalare una No quarter di zeppeliniana memoria, prima di lasciare il posto all'altro protagonista della serata. Tempo dell'ennesimo, ma questa volta meno fulmineo, cambio palco, e tutto è pronto infatti per il concerto di John Hiatt, accompagnato dal suo fido Combo. Band rodata quest'ultima e di grande esperienza, annoverante tra le proprie fila Doug Lancio, chitarra e mandolino, Nathan Gehri, basso, e Kenneth Blevins, batteria, ai quali si aggiunge alle armonie vocali Brandon Young (anche tecnico delle chitarre). Ero davvero curioso di assistere a un concerto elettrico del buon Hiatt, dopo averlo visto in acustico qualche anno fa insieme all'amico Lyle Lovett, e devo dire che ogni mia più rosea aspettativa è stata ampiamente superata. Il cantore dell'Indiana è un vecchio leone, sa cosa vuole il suo pubblico, e soprattutto come si sta su di un palco, e quello pistoiese sarà un concerto praticamente perfetto per scelta dei brani, intensità ed empatia con gli astanti. Se Master of disaster, posta in apertura, è per il sottoscritto una gradita sorpresa, è con Tennessee plates, che si comincia a intuire quale sarà il tenore della serata. Con un songbook come quello del nostro non si può che approntare una scaletta da cardiopalma, e così sarà stasera, con i fan che vedranno sciorinare dei veri e propri pezzi da novanta quali Cry love, Feels like rain e Perfectly good guitar, punti inamovibili delle recenti scalette hiattiane. Lo stesso Warren Haynes, apparso all'improvviso a lato del palco, sorride soddisfatto. C'è spazio anche per il nuovo lavoro, Dirty Jeans and Mudslide Hymns, dal quale vengono estratte la notturna Down around my place, dal retrogusto roots rock, e la countrieggiante Adios to California, mentre la polverosa Dust down a country road si mantiene sulla medesima scia e vede Lancio impegnato al mandolino. Strumento quest'ultimo che assurge a vero e proprio protagonista in Crossing muddy waters, uno di quei brani che da soli valgono il prezzo del biglietto e i chilometri percorsi per essere qui stasera. E' in forma Hiatt, si diverte a suonare e scherza con il pubblico, da gigionesco animale da palcoscenico qual è. Pubblico che tiene in pugno fin dalla prima canzone e che si diverte a coccolare prima con una Drive south di rara bellezza e poi con una Thing called love, accolta da applausi scroscianti. L'apice della serata si raggiunge tuttavia con una Memphis in the meantime da manuale, con la band che gira a mille e sulla quale il nostro coinvolge il pubblico in uno spassoso esercizio canoro. La chiusura poi è da fuochi d'artificio con una debordante Riding with the king, tesa ed elettrica, con le chitarre di Hiatt e Lancio impegnate in un duello all'ultima nota. Due concerti molto diversi tra loro ma capaci entrambi di incantare e regalare intense emozioni, in quella che è stata una serata che rimarrà a lungo impressa nella memoria.
venerdì 6 luglio 2012
The Carper Family - Back when
(Pubblicato su Rootshighway)
Quella texana è una terra che, almeno dal punto di vista sonoro, pare non perdere in fertilità, anzi sembra rinvigorirsi sempre più. Nuovi germogli compaiono infatti ciclicamente, trovando linfa vitale in un terreno intriso del fecondo humus della tradizione musicale americana. Tra questi germogli spicca senza dubbio la Carper Family, all female combo autore, con questo Back When, di un a dir poco folgorante debutto, tanto da aggiudicarsi l'Indipendent Music Awards come miglior album country. Un trio, formato da Melissa Carper (aka Daddy Carper) al contrabbasso, Beth Chrisman (aka Mama Carper) al violino e da Jenn Miori (aka Little sister Carper) alla chitarra acustica, le cui radici musicali sono da ricercarsi nelle sonorità per le quali il Lone Star State è universalmente conosciuto, ovvero country, bluegrass e texas swing, il tutto riletto in chiave acustica. Tre musiciste dall'invidiabile tecnica strumentale, la cui peculiarità risiede tuttavia nella perizia con la quale le loro voci vengono amalgamate in splendide armonie vocali. Quindici le tracce che compongono l'album, tra omaggi al passato ed ispirati episodi originali, nelle quali fanno la loro comparsa due illustri ospiti, Cindy Cashdollar alla steel guitar e Brennen Leigh al mandolino. A trarre giovamento da cotanto apporto strumentale sono brani come il country'n'grass Loving me like you do, con subito in evidenza proprio la steel, che divide la scena con gli ottimi spunti solistici del violino della Chrisman; o l'accorato valzer Cold, dark and lonely nella quale si aggiunge anche il mandolino della Leigh. Can't shake the sands of Texas from my shoes arriva invece dal songbook del Singing Cowboy, Gene Autry, e viene riletta con passione e rispetto dalle nostre, così come l'altra gemma autriana, There's a rainbow on the Rio Colorado, con tanto di yodeling d'ordinanza. Se il cuore delle tre texane sembra battere per il Cowboy canterino, nel loro Dna sono presenti i geni della più pura ed autentica country music, come si può evincere dalla sostenuta Tennessee Jive, con un bel assolo di contrabbasso, o dagli incantevoli intrecci vocali di Don't treat me too nice. Se My baby don't like me è pregna di rimandi a sinuose atmosfere texas swing, il robusto country folk Another town, ci riporta in viaggio, seppur mentalmente, lungo le polverose strade americane. Accenni bluegrass fanno la loro comparsa tra i solchi del rustico up tempo Montana cowboy e nella vivace Texas, Texas, Texas, dal refrain quantomeno contagioso. Deliziosa, nel suo attualizzare stilemi tradizionali, è Would you like to get some goats?, ennesima prova di un songwriting già maturo ed affinato, mentre ideale commiato è la notturna Late evening blues. Se pensavate di trovarvi di fronte al solito melenso gruppo country al femminile, queste tre ragazze vi faranno ricredere. D'altronde su di loro dicono; "Hanno un modo unico di fondere tradizione e modernità, ed il risultato è un meraviglioso mix di musica senza tempo". Parole della stessa Cindy Cashdollar. C'è bisogno di aggiungere altro?!
Quella texana è una terra che, almeno dal punto di vista sonoro, pare non perdere in fertilità, anzi sembra rinvigorirsi sempre più. Nuovi germogli compaiono infatti ciclicamente, trovando linfa vitale in un terreno intriso del fecondo humus della tradizione musicale americana. Tra questi germogli spicca senza dubbio la Carper Family, all female combo autore, con questo Back When, di un a dir poco folgorante debutto, tanto da aggiudicarsi l'Indipendent Music Awards come miglior album country. Un trio, formato da Melissa Carper (aka Daddy Carper) al contrabbasso, Beth Chrisman (aka Mama Carper) al violino e da Jenn Miori (aka Little sister Carper) alla chitarra acustica, le cui radici musicali sono da ricercarsi nelle sonorità per le quali il Lone Star State è universalmente conosciuto, ovvero country, bluegrass e texas swing, il tutto riletto in chiave acustica. Tre musiciste dall'invidiabile tecnica strumentale, la cui peculiarità risiede tuttavia nella perizia con la quale le loro voci vengono amalgamate in splendide armonie vocali. Quindici le tracce che compongono l'album, tra omaggi al passato ed ispirati episodi originali, nelle quali fanno la loro comparsa due illustri ospiti, Cindy Cashdollar alla steel guitar e Brennen Leigh al mandolino. A trarre giovamento da cotanto apporto strumentale sono brani come il country'n'grass Loving me like you do, con subito in evidenza proprio la steel, che divide la scena con gli ottimi spunti solistici del violino della Chrisman; o l'accorato valzer Cold, dark and lonely nella quale si aggiunge anche il mandolino della Leigh. Can't shake the sands of Texas from my shoes arriva invece dal songbook del Singing Cowboy, Gene Autry, e viene riletta con passione e rispetto dalle nostre, così come l'altra gemma autriana, There's a rainbow on the Rio Colorado, con tanto di yodeling d'ordinanza. Se il cuore delle tre texane sembra battere per il Cowboy canterino, nel loro Dna sono presenti i geni della più pura ed autentica country music, come si può evincere dalla sostenuta Tennessee Jive, con un bel assolo di contrabbasso, o dagli incantevoli intrecci vocali di Don't treat me too nice. Se My baby don't like me è pregna di rimandi a sinuose atmosfere texas swing, il robusto country folk Another town, ci riporta in viaggio, seppur mentalmente, lungo le polverose strade americane. Accenni bluegrass fanno la loro comparsa tra i solchi del rustico up tempo Montana cowboy e nella vivace Texas, Texas, Texas, dal refrain quantomeno contagioso. Deliziosa, nel suo attualizzare stilemi tradizionali, è Would you like to get some goats?, ennesima prova di un songwriting già maturo ed affinato, mentre ideale commiato è la notturna Late evening blues. Se pensavate di trovarvi di fronte al solito melenso gruppo country al femminile, queste tre ragazze vi faranno ricredere. D'altronde su di loro dicono; "Hanno un modo unico di fondere tradizione e modernità, ed il risultato è un meraviglioso mix di musica senza tempo". Parole della stessa Cindy Cashdollar. C'è bisogno di aggiungere altro?!
venerdì 22 giugno 2012
Renato Franchi & Orchestrina del Suonatore Jones - Dopo le strade...appunti di viaggio
(Pubblicato su Extra! Music Magazine)
Dopo un lungo cammino sulle tortuose strade della canzone d’autore per Renato Franchi è arrivato il momento di fermarsi ed estrarre dalla valigia il proprio taccuino sul quale, nel corso degli anni, ha accuratamente annotato i suoi appunti di viaggio. Trovano qui spazio, su pagine consumate dal tempo, fatti, luoghi, persone e soprattutto canzoni, partorite sia dalla penna dello stesso Franchi che estrapolate dal repertorio di illustri predecessori. Brani, questi ultimi, troppo spesso destinati all’oblio, ma che tornano a brillare di nuova ed intensa luce. Merito senza dubbio della bravura interpretativa di Franchi, ben coadiuvato dalla sua Orchestrina del Suonatore Jones (la ragione sociale è un evidente rimando al Fabrizio De Andrè spoonriveriano, vera e propria “stella guida” dei nostri), l’organico della quale viene per l’occasione ulteriormente ampliato dalla presenza di alcuni ospiti di rilievo. A colpire è tuttavia la scelta delle canzoni altrui da interpretare, le quali possono forse essere considerate episodi minori, visto anche la caratura artistica dei canzonieri dai quali sono tratte, ma che in questo frangente riescono a mostrare tutta la loro bellezza, solo apparentemente, nascosta. Brani come Filastrocca a motore di Pierangelo Bertoli o Caterina di Francesco De Gregori, qui riletta in un arrangiamento quasi “classico” con il piano e la chitarra acustica a tessere la melodia, accompagnati da un flauto e da una sparuta sezioni d’archi; paiono nascere a nuova vita grazie proprio al trattamento sonoro ad esse riservato. Sul medesimo piano si pone la splendida ballata Se mi guardi, vedi, dalla penna di Marino Severini dei Gang, qui presente alla seconda voce in un riuscito duetto con lo stesso Franchi. Se il cantautore dimostra di sapersi brillantemente destreggiare con materiale altrui, nei brani a proprio nome quella che emerge è una capacità di scrittura affinata con il trascorrere degli anni, nella quale sono preminenti le liriche, denotanti una profonda ricerca linguistica. La materia sonora da plasmare è invece un folk rock di matrice essenzialmente elettroacustica debitore sia degli stessi Gang, che dell’opera del Maestro De Andrè. Appartengono al solco “ganghiano” la robusta title track, in odore di country rock, con l’Orchestrina lanciata a briglia sciolta dietro il proprio leader, così come Baci e pugnali, forse la più “americana” del lotto, che riprende nel suo incipit nientemeno che le sonorità care alla E Street Band, in ricordo del recentemente scomparso Big Man, Clarence Clemons. Simile per incedere I Tempi del cuore, da un’idea testuale di Claudio Ravasi, che il violino del sempre ottimo Michele Gazich colora di tinte folk. Non poteva poi mancare un omaggio al Faber, non con un reprise di un suo brano bensì con la trasposizione in italiano di Canta di loro, brano originariamente scritto in dialetto genovese da Piero Milesi e dedicato proprio al cantautore. Chiude il disco un sentito tributo ad un altro gigante della canzone d’autore italiana, purtroppo scomparso troppo presto, Luigi Tenco, del quale Franchi riprende Un giorno dopo l’altro, inserita ai tempi, era il 1965, nei titoli di testa e di coda dello sceneggiato “Le inchieste del commissario Maigret”, con protagonista Gino Cervi. Un album, questo Dopo Le Strade… Appunti di Viaggio, pregno di passione, dedizione e sensibilità artistica; merce davvero rara di questi tempi.
Dopo un lungo cammino sulle tortuose strade della canzone d’autore per Renato Franchi è arrivato il momento di fermarsi ed estrarre dalla valigia il proprio taccuino sul quale, nel corso degli anni, ha accuratamente annotato i suoi appunti di viaggio. Trovano qui spazio, su pagine consumate dal tempo, fatti, luoghi, persone e soprattutto canzoni, partorite sia dalla penna dello stesso Franchi che estrapolate dal repertorio di illustri predecessori. Brani, questi ultimi, troppo spesso destinati all’oblio, ma che tornano a brillare di nuova ed intensa luce. Merito senza dubbio della bravura interpretativa di Franchi, ben coadiuvato dalla sua Orchestrina del Suonatore Jones (la ragione sociale è un evidente rimando al Fabrizio De Andrè spoonriveriano, vera e propria “stella guida” dei nostri), l’organico della quale viene per l’occasione ulteriormente ampliato dalla presenza di alcuni ospiti di rilievo. A colpire è tuttavia la scelta delle canzoni altrui da interpretare, le quali possono forse essere considerate episodi minori, visto anche la caratura artistica dei canzonieri dai quali sono tratte, ma che in questo frangente riescono a mostrare tutta la loro bellezza, solo apparentemente, nascosta. Brani come Filastrocca a motore di Pierangelo Bertoli o Caterina di Francesco De Gregori, qui riletta in un arrangiamento quasi “classico” con il piano e la chitarra acustica a tessere la melodia, accompagnati da un flauto e da una sparuta sezioni d’archi; paiono nascere a nuova vita grazie proprio al trattamento sonoro ad esse riservato. Sul medesimo piano si pone la splendida ballata Se mi guardi, vedi, dalla penna di Marino Severini dei Gang, qui presente alla seconda voce in un riuscito duetto con lo stesso Franchi. Se il cantautore dimostra di sapersi brillantemente destreggiare con materiale altrui, nei brani a proprio nome quella che emerge è una capacità di scrittura affinata con il trascorrere degli anni, nella quale sono preminenti le liriche, denotanti una profonda ricerca linguistica. La materia sonora da plasmare è invece un folk rock di matrice essenzialmente elettroacustica debitore sia degli stessi Gang, che dell’opera del Maestro De Andrè. Appartengono al solco “ganghiano” la robusta title track, in odore di country rock, con l’Orchestrina lanciata a briglia sciolta dietro il proprio leader, così come Baci e pugnali, forse la più “americana” del lotto, che riprende nel suo incipit nientemeno che le sonorità care alla E Street Band, in ricordo del recentemente scomparso Big Man, Clarence Clemons. Simile per incedere I Tempi del cuore, da un’idea testuale di Claudio Ravasi, che il violino del sempre ottimo Michele Gazich colora di tinte folk. Non poteva poi mancare un omaggio al Faber, non con un reprise di un suo brano bensì con la trasposizione in italiano di Canta di loro, brano originariamente scritto in dialetto genovese da Piero Milesi e dedicato proprio al cantautore. Chiude il disco un sentito tributo ad un altro gigante della canzone d’autore italiana, purtroppo scomparso troppo presto, Luigi Tenco, del quale Franchi riprende Un giorno dopo l’altro, inserita ai tempi, era il 1965, nei titoli di testa e di coda dello sceneggiato “Le inchieste del commissario Maigret”, con protagonista Gino Cervi. Un album, questo Dopo Le Strade… Appunti di Viaggio, pregno di passione, dedizione e sensibilità artistica; merce davvero rara di questi tempi.
mercoledì 13 giugno 2012
Trembling Bells and Bonnie "Prince" BIlly - The marble downs
(Pubblicato su Extra! Music Magazine)
Com’era quel vecchio proverbio?! Ah già, “Dio li fa e poi li accoppia”. Ecco basterebbe questo a descrivere l’improbabile quanto riuscita collaborazione tra gli scozzesi Trembling Bells e l’icona dell’avant folk Bonnie “Prince” Billy. In realtà un primo approccio i nostri l’avevano già avuto qualche tempo fa, ma si trattava di un semplice corteggiamento, è infatti con questo The Marble Downs, che la loro storia d’amore musicale pare farsi cosa seria. E’ doveroso tuttavia precisare che il grosso del lavoro viene qui svolto dagli stessi Trembling Bells, sapientemente guidati dal batterista Alex Neilson, i quali si occupano sia della stesura dei brani che dell’esecuzione strumentale, mentre il buon Oldham in questa occasione si “limita” ad una partecipazione prettamente vocale. Ed è tuttavia proprio l’intrecciarsi delle voci, di quest’ultimo e della bravissima Lavinia Blackwall, il punto focale dell’intero lavoro, attorno al quale gravitano gli apporti strumentali dei restanti membri del combo scozzese. Un quartetto, quello di Glasgow, dedito fin dalla sua formazione ad un folk psichedelico che deve molto alla lezione impartita da giganti come Pentagle e Incredible String Band, dei quali i nostri possono essere considerati a tutti gli effetti dei moderni epigoni. Si respirano infatti effluvi sonici senza tempo, come nell’opener Made A Date (With An Open Vein) o nella bislacca, sin dal titolo, Ferrari In A Demolition Derby tanto che, invece del 2012, pare di ritrovarsi in una qualche sperduta corte inglese del tardo Medioevo, con i Trembling Bells intenti ad allietare il proprio sovrano, tra arie tradizionali e screziature moderniste, ai quali si aggiunge nel ruolo di improbabile giullare lo stesso Oldham. Un’intenzione, quella di rileggere e far propri stilemi sonori derivanti dal passato, che si evince anche in My Husband’s Got No Courage In Him, per sole voci, o nei rimandi all’opera dei Pentagle di I Can Tell You’re Leaving. Dai toni sommessi sono invece la pianistica Excursions Into Assonance così come l’algida Love Is A Velvet Noose nella quale il connubio scoto-americano pare raggiungere il suo massimo vertice artistico. Dal canto loro Riding e Ain’t Nothing Wrong With A Little Longing, virano verso acidi lidi in odore di psichedelia, tanto da sembrare figlie illegittime di Chocolate Watchband e Electric Prunes, più che della tradizione folk inglese. Sprazzi di americanità che emergono anche nel country folk alienato di Every Time I Close My Eyes, dove a farsi più marcata è l’influenza, seppur indiretta, del cantautore del Kentucky. Lord Bless All, posta giustamente in chiusura, può essere considerata un’ideale sintesi di quanto contenuto all’interno dell’album, tra leggiadre armonie vocali, un sinuoso tappeto d’organo, abrasive chitarre e una robusta e quadrata sezione ritmica. Un album, The Marble Downs, che oltre a confermare le qualità dei Trembling Bells, già peraltro messe in luce nelle precedenti prove a proprio nome, mostra un lato inedito dell’anima musicale di Bonnie “Prince” Billy che, visti i risultati, merita senza dubbio di essere ulteriormente scandagliato.
Com’era quel vecchio proverbio?! Ah già, “Dio li fa e poi li accoppia”. Ecco basterebbe questo a descrivere l’improbabile quanto riuscita collaborazione tra gli scozzesi Trembling Bells e l’icona dell’avant folk Bonnie “Prince” Billy. In realtà un primo approccio i nostri l’avevano già avuto qualche tempo fa, ma si trattava di un semplice corteggiamento, è infatti con questo The Marble Downs, che la loro storia d’amore musicale pare farsi cosa seria. E’ doveroso tuttavia precisare che il grosso del lavoro viene qui svolto dagli stessi Trembling Bells, sapientemente guidati dal batterista Alex Neilson, i quali si occupano sia della stesura dei brani che dell’esecuzione strumentale, mentre il buon Oldham in questa occasione si “limita” ad una partecipazione prettamente vocale. Ed è tuttavia proprio l’intrecciarsi delle voci, di quest’ultimo e della bravissima Lavinia Blackwall, il punto focale dell’intero lavoro, attorno al quale gravitano gli apporti strumentali dei restanti membri del combo scozzese. Un quartetto, quello di Glasgow, dedito fin dalla sua formazione ad un folk psichedelico che deve molto alla lezione impartita da giganti come Pentagle e Incredible String Band, dei quali i nostri possono essere considerati a tutti gli effetti dei moderni epigoni. Si respirano infatti effluvi sonici senza tempo, come nell’opener Made A Date (With An Open Vein) o nella bislacca, sin dal titolo, Ferrari In A Demolition Derby tanto che, invece del 2012, pare di ritrovarsi in una qualche sperduta corte inglese del tardo Medioevo, con i Trembling Bells intenti ad allietare il proprio sovrano, tra arie tradizionali e screziature moderniste, ai quali si aggiunge nel ruolo di improbabile giullare lo stesso Oldham. Un’intenzione, quella di rileggere e far propri stilemi sonori derivanti dal passato, che si evince anche in My Husband’s Got No Courage In Him, per sole voci, o nei rimandi all’opera dei Pentagle di I Can Tell You’re Leaving. Dai toni sommessi sono invece la pianistica Excursions Into Assonance così come l’algida Love Is A Velvet Noose nella quale il connubio scoto-americano pare raggiungere il suo massimo vertice artistico. Dal canto loro Riding e Ain’t Nothing Wrong With A Little Longing, virano verso acidi lidi in odore di psichedelia, tanto da sembrare figlie illegittime di Chocolate Watchband e Electric Prunes, più che della tradizione folk inglese. Sprazzi di americanità che emergono anche nel country folk alienato di Every Time I Close My Eyes, dove a farsi più marcata è l’influenza, seppur indiretta, del cantautore del Kentucky. Lord Bless All, posta giustamente in chiusura, può essere considerata un’ideale sintesi di quanto contenuto all’interno dell’album, tra leggiadre armonie vocali, un sinuoso tappeto d’organo, abrasive chitarre e una robusta e quadrata sezione ritmica. Un album, The Marble Downs, che oltre a confermare le qualità dei Trembling Bells, già peraltro messe in luce nelle precedenti prove a proprio nome, mostra un lato inedito dell’anima musicale di Bonnie “Prince” Billy che, visti i risultati, merita senza dubbio di essere ulteriormente scandagliato.
giovedì 7 giugno 2012
Mandrake - Zarastro
(Pubblicato su Extra! Music Magazine)
Alzi la mano chi si ricorda di Mandrake, leggendario personaggio dei fumetti che fece la sua comparsa, su carta stampata, agli inizi degli anni ’30. E’ proprio al mago, partorito dalla fervida penna di Lee Falk, che si rifà infatti l’omonimo combo livornese per la scelta del proprio monicker. Scelta quanto mai azzeccata, visto che il quintetto capitanato da Giorgio Mannucci si diletta in veri e propri giochi di prestigio, in questo caso sonori, estraendo tuttavia dal proprio cilindro non il canonico coniglio ma bensì una creatura musicale di ben più strane fattezze. Creatura che deve i propri natali alle fervide terre albioniche, delle quali ha inglobato, all’interno del proprio Dna, arcaici geni folk, reminescenze classiche e diramazioni di stampo indie pop. Per farvi un’idea del sound approntato dai nostri immaginate di trovarvi di fronte a degli imberbi Starsailor, quelli di Love Is Here per intenderci, in ritiro spirituale nella verde e natia contea del Lancashire, intenti a dilettarsi con gli stilemi sonori precedentemente menzionati. Dal gruppo di James Walsh, i livornesi prendono infatti spunto per graffianti riff in puro stile british, smussandone le asperità con bucoliche venature folkie e intarsi quasi barocchi. Se l’iniziale I’m So Confused Part I pare uscita da lisergici esperimenti beatleasiani, tra acidi intrecci vocali e un lieve abbozzo strumentale in sottofondo, la quasi omonima I’m So Confused Part II, si dipana intorno alla voce e alla chitarra acustica di Mannucci, alle quali si aggiungono in un ipnotico crescendo musicale il violino di Asita Fathi e il flauto dell’ospite Tiziana Gallo. Sulla medesima scia si muove Time che, tra ondeggiamenti ritmici, nuove radiose intuizioni melodiche e complici il contributo vocale di Marta Bardi e il mandolino di Cristiano Tortoli, non sfigurerebbe tra i solchi di un album a marchio Johnny Flynn, uno dei massimi esponenti del new folk inglese. Formula quella scelta dai nostri che si rivela indubbiamente vincente, come ben traspare da brani quali la ballata dalle tinte pastello Nothing Is Predictable, o la conclusiva Soft Temple, dove è nuovamente la chitarra acustica a condurre le danze, ideale fulcro sonico intorno al quale volteggiano leggeri gli altri strumenti. Nei pentagrammi del quintetto trovano spazio anche influenze caraibiche, radicate in You’re Not Here e nella solare Uncertain Moment, dove sono prima l’ukulele, affidato allo stesso Mannucci, e poi la tromba di Mauro La Mancusa a creare un immaginifico ponte verso lontane terre tropicali.
Se i livornesi dimostrano di essere a proprio agio in oniriche digressioni musicali, non si tirano certo indietro quando si tratta di effettuare incursioni in territori pregni di elettricità, come nella vigorosa The Evil Meeting o nei rimandi calexichiani di Neighbours, dove la quiete della campagna inglese viene sferzata dall’impetuosità del desertico vento dell’Arizona. Un esordio, Zarastro, intriso di vera e propria magia con la quale i Mandrake riusciranno ad ipnotizzare più di un ascoltatore. Venghino siori, venghino, non c’è trucco, non c’è inganno, solo splendida musica.
Alzi la mano chi si ricorda di Mandrake, leggendario personaggio dei fumetti che fece la sua comparsa, su carta stampata, agli inizi degli anni ’30. E’ proprio al mago, partorito dalla fervida penna di Lee Falk, che si rifà infatti l’omonimo combo livornese per la scelta del proprio monicker. Scelta quanto mai azzeccata, visto che il quintetto capitanato da Giorgio Mannucci si diletta in veri e propri giochi di prestigio, in questo caso sonori, estraendo tuttavia dal proprio cilindro non il canonico coniglio ma bensì una creatura musicale di ben più strane fattezze. Creatura che deve i propri natali alle fervide terre albioniche, delle quali ha inglobato, all’interno del proprio Dna, arcaici geni folk, reminescenze classiche e diramazioni di stampo indie pop. Per farvi un’idea del sound approntato dai nostri immaginate di trovarvi di fronte a degli imberbi Starsailor, quelli di Love Is Here per intenderci, in ritiro spirituale nella verde e natia contea del Lancashire, intenti a dilettarsi con gli stilemi sonori precedentemente menzionati. Dal gruppo di James Walsh, i livornesi prendono infatti spunto per graffianti riff in puro stile british, smussandone le asperità con bucoliche venature folkie e intarsi quasi barocchi. Se l’iniziale I’m So Confused Part I pare uscita da lisergici esperimenti beatleasiani, tra acidi intrecci vocali e un lieve abbozzo strumentale in sottofondo, la quasi omonima I’m So Confused Part II, si dipana intorno alla voce e alla chitarra acustica di Mannucci, alle quali si aggiungono in un ipnotico crescendo musicale il violino di Asita Fathi e il flauto dell’ospite Tiziana Gallo. Sulla medesima scia si muove Time che, tra ondeggiamenti ritmici, nuove radiose intuizioni melodiche e complici il contributo vocale di Marta Bardi e il mandolino di Cristiano Tortoli, non sfigurerebbe tra i solchi di un album a marchio Johnny Flynn, uno dei massimi esponenti del new folk inglese. Formula quella scelta dai nostri che si rivela indubbiamente vincente, come ben traspare da brani quali la ballata dalle tinte pastello Nothing Is Predictable, o la conclusiva Soft Temple, dove è nuovamente la chitarra acustica a condurre le danze, ideale fulcro sonico intorno al quale volteggiano leggeri gli altri strumenti. Nei pentagrammi del quintetto trovano spazio anche influenze caraibiche, radicate in You’re Not Here e nella solare Uncertain Moment, dove sono prima l’ukulele, affidato allo stesso Mannucci, e poi la tromba di Mauro La Mancusa a creare un immaginifico ponte verso lontane terre tropicali.
Se i livornesi dimostrano di essere a proprio agio in oniriche digressioni musicali, non si tirano certo indietro quando si tratta di effettuare incursioni in territori pregni di elettricità, come nella vigorosa The Evil Meeting o nei rimandi calexichiani di Neighbours, dove la quiete della campagna inglese viene sferzata dall’impetuosità del desertico vento dell’Arizona. Un esordio, Zarastro, intriso di vera e propria magia con la quale i Mandrake riusciranno ad ipnotizzare più di un ascoltatore. Venghino siori, venghino, non c’è trucco, non c’è inganno, solo splendida musica.
sabato 2 giugno 2012
The Mojomatics - You are the reason for my troubles
(Pubblicato su Extra! Music Magazine)
Fin dagli esordi si intuiva quanto i ristretti confini nazionali fossero castranti per la creatura sonica a nome Mojomatics. Il duo veneto, formato da Matteo Bordin e Davide Zolli, rispettivamente chitarra e batteria, non ha mai nascosto il proprio amore verso atmosfere e sonorità nate e cresciute negli Stati Uniti ed arrivate solo in seguito ad infettare anche il Vecchio Continente. Passione che si è tradotta su disco, perlomeno inizialmente, in un robusto garage blues, profondamente debitore nei confronti della lezione impartita da Jon Spencer e dalla sua Blues Explosion. Con gli album successivi il loro sound si era aperto a nuove influenze, inglobando al proprio interno barlumi country e melodie folk rock. Sintomo questo di una voglia di ricerca mai assopita, che pare aver trovato nuova linfa grazie ad un tour proprio nei tanto a lungo sognati States. Sembra di vederli i due, in viaggio su di uno sgangherato furgone, nell’immensità territoriale statunitense, tra highways, deserti e paludi, fino a perdersi nei meandri più oscuri e reconditi dell’America. You Are The Reason For My Troubles, quarto album del duo, può essere pertanto visto, quantomeno dal lato prettamente musicale, come una sorta di valigia sonora, nella quale i nostri hanno riposto con cura souvenirs e cimeli del loro lungo peregrinare a stelle e strisce. You Don’t Give A Shit About Me, per esempio, così come la conclusiva Her Song, paiono cartoline musicali con impresso il timbro postale di Nashville, Tennessee. La prima è un’ariosa ballata country, con tanto di armonica, mandolino e pedal steel (tutte suonate dallo stesso Bordin), mentre l’impianto strumentale d’estrazione folk rock della seconda risente in particolar modo dell’influenza dylaniana. Parte in punta di piedi invece Don’t Talk To Me, per poi deflagrare in un crescendo rock’n’rollistico di derivazione Sixties, mentre Feet In The Hole è un ruspante rockabilly in odore di West, e pare suonato su di una diligenza lanciata a folle corsa per sfuggire all’attacco di spietati fuorilegge. I due passano poi con disinvoltura dall’allucinato jingle jangle, byrdsiano fino al midollo, della title track, ai nuovi squarci garage, quest’ultimo mai scomparso dal loro pentagramma, della ruvida Rain Is Diggin’ My Grave e della sincopata Yesterday Is Dead And Gone. Ritroviamo invece sprazzi di melodia in due piccole perle power pop come l’opener Behind The Trees, in odore di Big Star, e la scalcinata In The Meanwhile. Si sconfina poi nel verde Canada con Long And Lonesome Day, vero e proprio omaggio alla musica di Neil Young e dei suoi Crazy Horse, talmente ben riuscito che pare di ascoltare una perduta b-side del vecchio Bisonte, riveduta e corretta per l’occasione. Un album che ha il sapore forte della polvere, del sangue e del sudore ulteriormente acuito dall’utilizzo di tecniche di registrazione analogiche. Se vi è un merito, tra i tanti, da riconoscere ai Mojomatics, è quello di essere riusciti a variegare ulteriormente la propria proposta musicale, senza al contempo snaturarsi troppo, rimanendo anzi ancorati ad un’ottica lo-fi e vintage. Una scelta che alla resa dei conti si dimostra ancora una volta sensata oltre che vincente.
Fin dagli esordi si intuiva quanto i ristretti confini nazionali fossero castranti per la creatura sonica a nome Mojomatics. Il duo veneto, formato da Matteo Bordin e Davide Zolli, rispettivamente chitarra e batteria, non ha mai nascosto il proprio amore verso atmosfere e sonorità nate e cresciute negli Stati Uniti ed arrivate solo in seguito ad infettare anche il Vecchio Continente. Passione che si è tradotta su disco, perlomeno inizialmente, in un robusto garage blues, profondamente debitore nei confronti della lezione impartita da Jon Spencer e dalla sua Blues Explosion. Con gli album successivi il loro sound si era aperto a nuove influenze, inglobando al proprio interno barlumi country e melodie folk rock. Sintomo questo di una voglia di ricerca mai assopita, che pare aver trovato nuova linfa grazie ad un tour proprio nei tanto a lungo sognati States. Sembra di vederli i due, in viaggio su di uno sgangherato furgone, nell’immensità territoriale statunitense, tra highways, deserti e paludi, fino a perdersi nei meandri più oscuri e reconditi dell’America. You Are The Reason For My Troubles, quarto album del duo, può essere pertanto visto, quantomeno dal lato prettamente musicale, come una sorta di valigia sonora, nella quale i nostri hanno riposto con cura souvenirs e cimeli del loro lungo peregrinare a stelle e strisce. You Don’t Give A Shit About Me, per esempio, così come la conclusiva Her Song, paiono cartoline musicali con impresso il timbro postale di Nashville, Tennessee. La prima è un’ariosa ballata country, con tanto di armonica, mandolino e pedal steel (tutte suonate dallo stesso Bordin), mentre l’impianto strumentale d’estrazione folk rock della seconda risente in particolar modo dell’influenza dylaniana. Parte in punta di piedi invece Don’t Talk To Me, per poi deflagrare in un crescendo rock’n’rollistico di derivazione Sixties, mentre Feet In The Hole è un ruspante rockabilly in odore di West, e pare suonato su di una diligenza lanciata a folle corsa per sfuggire all’attacco di spietati fuorilegge. I due passano poi con disinvoltura dall’allucinato jingle jangle, byrdsiano fino al midollo, della title track, ai nuovi squarci garage, quest’ultimo mai scomparso dal loro pentagramma, della ruvida Rain Is Diggin’ My Grave e della sincopata Yesterday Is Dead And Gone. Ritroviamo invece sprazzi di melodia in due piccole perle power pop come l’opener Behind The Trees, in odore di Big Star, e la scalcinata In The Meanwhile. Si sconfina poi nel verde Canada con Long And Lonesome Day, vero e proprio omaggio alla musica di Neil Young e dei suoi Crazy Horse, talmente ben riuscito che pare di ascoltare una perduta b-side del vecchio Bisonte, riveduta e corretta per l’occasione. Un album che ha il sapore forte della polvere, del sangue e del sudore ulteriormente acuito dall’utilizzo di tecniche di registrazione analogiche. Se vi è un merito, tra i tanti, da riconoscere ai Mojomatics, è quello di essere riusciti a variegare ulteriormente la propria proposta musicale, senza al contempo snaturarsi troppo, rimanendo anzi ancorati ad un’ottica lo-fi e vintage. Una scelta che alla resa dei conti si dimostra ancora una volta sensata oltre che vincente.
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