venerdì 30 marzo 2012

Brock Zeman - Me then you

(Pubblicato su Rootshighway)

Con nove album all'attivo, Me then You compreso, ed un'intensa attività live, che l'ha visto dividere il palco, tra gli altri, con Fred Eaglesmith, Rodeo Kings, Prairie Oyster e Steve Earle, del canadese Brock Zeman si può dire tutto meno che sia un novellino. Se a ciò aggiungiamo la recente creazione di una propria etichetta discografica, la Mud Records, abbiamo l'ulteriore conferma di trovarci di fronte a un'artista tanto completo quanto maturo. Maturità che si avverte in particolar modo sul versante compositivo, a dimostrazione della bontà e della prolificità della penna del nostro. Dieci i brani che compongono la raccolta, capaci di travalicare confini fisici e musicali, tanto da sembrare incisi in qualche sperduto studio texano, mentre in realtà trattasi del frutto di alcune sessioni di registrazione tenutesi nel natio Canada. Ed è proprio al Lone Star State che la mente e l'anima di Zeman sono rivolte, scavando in quel fertile terreno sonoro che in passato ha visto la nascita di alcuni tra i migliori songwriters statunitensi. Un "legame" ulteriormente rafforzato da una voce, roca e profonda al contempo, che in più di un frangente ricorda quella di un altro texano d'adozione, quel Steve Earle incontrato più volte on stage. Voce intorno alla quale il nostro ha saputo modellare le proprie composizioni, in bilico tra sommesse atmosfere d'estrazione Americana e robuste sferzate elettriche in odore di roots rock. Un ventaglio sonoro ad ampio raggio quindi, capace di passare dalla muscolare Push Them Stones, nella quale brilla lo sferragliare della sei corde elettrica di Blair Hogan, fino ad arrivare alla rarefatta Triple Crown, impreziosita dai liquidi interventi dell'organo. I rimandi al poc'anzi citato Steve Earle si fanno ulteriormente marcati in Until it Bleeds, nella quale Zeman sembra fare propri gli stilemi sonori dell'illustre collega. Influenza earliana che traccia una sorta di binario musicale sul quale viaggiano brani come la vigorosa ed elettrica Someone for You, a cui fa da contraltare l'ariosità acustica della soffusa Light in the Attic, screziata dalla pedal steel e dal piano. Esula, almeno in parte, dal mood sonoro del disco, la bluesata e waitsiana Claws, con ancora l'elettrica di Hogan protagonista, prima che la cadenzata Season of Sleep ci riporti nuovamente in melodici territori roots rock. Splendida è la struggente ballata End of the World che, insieme alla tenue Rain on the Roof #1, hanno il pregio di stemperare ulteriormente i toni dell'album in favore di una dimensione più raccolta, come peraltro ribadito dalla conclusiva Rain on the Roof #2, nella quale fa la sua comparsa anche una sezione di archi, il cui operato è reso persino più avvolgente dallo scroscio della pioggia che si avverte in sottofondo. Una manciata di ottime canzoni unite a una produzione sonora all'altezza della situazione, fanno di Me then You il capitolo più riuscito della carriera del songwriter canadese. Se Brock Zeman non abbandonerà la via che ha deciso di percorrere, in futuro sono sicuro che saprà riservarci altre gradite sorprese.

mercoledì 21 marzo 2012

Lambchop - Mr M

(Pubblicato su Extra! Music Magazine)

Se c’è un gruppo che ha saputo rimanere fedele a se stesso, senza tuttavia prevaricarsi ardite sperimentazioni sonore, mantenendo al contempo la propria opera su livelli qualitativi molto alti, quelli sono proprio i Lambchop. Un’avventura, quella del gruppo capitanato dal folle e geniale Kurt Wagner, tuttavia “congelata” da ben quattro anni, dall’uscita dell’ottimo Ohio, targato appunto 2008. Il tempo si sa porta consiglio e oggi è con gioia mista a curiosità che salutiamo il loro ritorno con questo Mr M. Una curiosità, a dire il vero, fattasi spasmodica, specie dopo le dichiarazioni rilasciate dallo stesso Wagner circa il contenuto dell’album in questione. L’idea iniziale del nostro era infatti quella di trasportare, attraverso un immaginario viaggio sonoro-temporale, la musica dei suoi Lambchop negli anni ’40, esplorando l’ammaliante universo musicale dei crooners, il cui massimo esponente fu niente meno che “the voice”, Frank Sinatra. Ed è proprio dall’opera di quest’ultimo che Wagner prende spunto nel porre le basi di questa sua ultima fatica compositiva, approntando per l’occasione undici brani di rara raffinatezza melodica, riuscendo nel non facile intento di amalgamare l’indolenza alternative country e le atmosfere electro folk, da sempre tratto distintivo della musica lambchopiana, con splendidi arrangiamenti richiamanti quelli delle prime orchestre swing.Come sempre è la voce profonda e baritonale di Wagner ad assurgere ad immaginaria e carontesca traghettatrice, accompagnandoci lungo questo stupefacente percorso musicale. Intorno ad essa si muove con disinvoltura una band pressoché impeccabile, con sugli scudi il lirico e sofisticato pianismo di Tony Crow e gli aerei arpeggi delle chitarre di William Tyler e Ryan Norris, ben sostenute dalla batteria sapientemente spazzolata da Scott Martin e dalla precisione metronomica del contrabbasso di Matt Swanson. Ad essi si aggiunge una vera e propria orchestra di dieci elementi, il cui apporto è fondamentale per arricchire ulteriormente il già variegato impianto strumentale, infondendo alle composizioni un elegante ariosità di stampo cameristico. Traggono giovamento da questo inedito trattamento brani come la maestosa Gone Tomorrow, che partendo da un delicato arpeggio acustico iniziale si apre a ipnotiche divagazioni strumentali, oppure la bacharachiana If Not I’ll Just Die, dove la trasformazione a crooner, da parte di Wagner, pare raggiungere il suo effettivo compimento. Anacronistica per soluzioni armoniche pare anche la pianistica Buttons, con ancora il puntuale e preciso contrappunto degli archi, mentre risultano più fedeli al classico suono Lambchop la placida Nice Without Mercy e la leggiadria folkie di Gar. La movimentata Betty’s Overture alza per un attimo i toni dell’album, prima di un nuovo ritorno verso sonorità più soffuse con la suadente 2B2, il fluttuante country folk di The Good Life (Is Wasted) e le derivazioni classiche di Never My Love, con Cortney Tidwell ospite alla voce. Commovente è infine la dedica del disco al compianto Vic Chesnutt, talento cristallino prematuramente scomparso nonché grande amico della band. Mr M, per intenti e risultato finale può essere annoverato tra le opere più ambiziose e riuscite della discografia lambchopiana, ulteriore testimonianza di come il trascorrere del tempo sembra giovare alla penna di Wagner e soci. D’altronde Kurt Wagner è come un vecchio amico, se ne può perdere le tracce per qualche tempo, ma ad ogni nuovo incontro riesce sempre ad incantarci con un pugno di intriganti quanto affascinanti storie.

giovedì 15 marzo 2012

Nearly Beloved - Where's Bob?

(Pubblicato su Rootshighway)

Terzo album per i Nearly Beloved di Matt Lax, dopo l'esordio, accreditato tuttavia al solo Lax, di Wanderer's Dream del 1998 e Hurricane tumbleweed del 2002. Un disco, Where's Bob?, che si rifà al suono rootsy, dai profondi umori country, dei lavori precedenti, senza però cadere nella leziosità o nell'eccessiva dose di "zucchero" tipica di certe sonorità, specie di matrice nashvilliana. Al solido e rodato quintetto si aggiungono inoltre alcuni ospiti di valore, ad arricchire ulteriormente il già variegato impianto strumentale approntato dai nostri per l'occasione. Undici i brani qui contenuti, tutti a firma Matt Lax, che si destreggia anche dietro al bancone di regia, ai quali si aggiunge un riuscito reprise della dylaniana Subterranean Homesick Blues. Spetta all'incalzante My Memory aprire la raccolta, riprendendo gli stilemi del "boom chicka boom" di cashiana memoria, tra stacchi e ripartenze, con la voce di Lax che si dimostra fin da subito particolarmente adatta a questo tipo di sonorità. Whiskey Whispers è una bella country ballad, guidata dalla pedal steel dell'ospite Dave Zirbel, già con Commander Cody, e dal piano dal retrogusto honky-tonk di Jon Dryden, in libera uscita dai Little Willies, con tutto il gruppo che suona a memoria, tra chitarre acustiche, contrabbasso e batteria spazzolata. Pare arrivare dai primi anni Sessanta Cool Fucking Sunset, grazie ai suoi riusciti intrecci vocali e, insieme alla successiva e cadenzata Tomorrow Won't be the Future, guarda alla lezione impartita dai mai dimenticati Flying Burrito Brothers. Brilla per liricità la struggente The Moon and Morning Star, piccolo acquerello acustico di stampo folkie, complici anche il banjo di Erik Pearson e la dobro di Zirbel. Money isn't Everything vira invece verso lidi bluegrass, grazie anche all'ottimo lavoro al mandolino dello stesso Lax, ben coadiuvato ancora dal banjo di Pearson e dall'armonica di Peter Lax. La title track dal canto suo combina egregiamente sonorità country con elementi gospel, mettendo in mostra l'ottimo lavoro svolto dal gruppo sulle armonie vocali. Degno di nota è sicuramente il trattamento riservato alla citata song dylaniana Subterranean homesick blues, qui riproposta sotto forma di un travolgente up tempo, con il buon Lax a sciorinare il testo in una sorta di forsennato talking country. C'è ancora spazio per citare il western swing a la Asleep at the Wheel di Nearly Beloved, la scanzonata My P-Role Officer e la conclusiva e tenue Little Woodblock. Certo, i Nearly Beloved non inventano nulla, ma hanno saputo far loro la lezione impartita da grandi gruppi e artisti del passato, riproponendola in quest'occasione con onestà e maestria, riuscendo al contempo a creare un sound capace di conquistare anche i palati più difficili. Non sarà un lavoro imprescindibile Where's Bob?, ma sono sicuro che farà la felicità degli amanti della country music, quella autentica e rootsy oriented, mentre a chi non è avvezzo a questo tipo di sonorità, consiglio di porgere comunque un orecchio, non ne rimarrete delusi.

lunedì 12 marzo 2012

Wilco live @ Alcatraz

(Pubblicato su Extra! Music Magazine)


Vi sono emozioni così intense e profonde da non riuscire a manifestarsi immediatamente, avendo bisogno di essere lasciate fermentare per poi esplodere in seguito in tutta la loro interezza. Ed è pertanto solo a mente fresca che si viene assaliti dall’esaltazione di quella che è stata e sarà una delle serate musicali da ricordare in questo, seppur agli inizi, 2012. Scenario dell’esibizione un Alcatraz stipato all’inverosimile, protagonista della serata quella complessa ma stupenda creatura musicale chiamata Wilco. La band di Chicago, nella prima delle sue due date italiane, è salita letteralmente in cattedra mostrando, a una platea di attenti “allievi”, come deve suonare dal vivo oggi una rock band. Definizione quest’ultima che tuttavia appare riduttiva nello descrivere quanto visto e sentito sul palco nel corso della serata. Il rock è stato infatti solo il punto di partenza, un ideale trampolino di lancio verso un caleidoscopico viaggio all’interno delle numerose anime sonore delle quali si compone la musica dei nostri. Sfaccettature che la band ha saputo mettere in mostra nella loro totalità, approntando per l’occasione una scaletta capace di pescare all’interno di una discografia diventata ormai più che corposa. Un concerto totale, che ha catapultato il pubblico in un continuo e frenetico cambio di atmosfere e generi musicali, tra chitarre elettriche ed acustiche, sintetizzatori, tastiere e percussioni. Tuttavia è doveroso menzionare anche Scarlett O’Hanna; una sorta di Regina Spektor meno freak, quando siede al piano e una Laura Veirs dalle forti tinte indie rock quando imbraccia la chitarra elettrica, che con un breve quanto intenso set ha aperto la serata, guadagnandosi gli applausi dei presenti. La vera attrazione sono e rimangono comunque i Wilco. Accolti da un autentico boato al loro ingresso sul palco, i nostri non deludono le attese dei propri fan, ripescando alcune piccole chicche, per quella che alla fine si rivelerà una delle migliori scalette degli ultimi anni. Ventisei brani per più di due ore di concerto, senza cali né le ben che minime sbavature, ad ulteriore testimonianza di come la “macchina live” wilconiana viaggi ormai a pieno regime. Merito senza dubbio di un manipolo di musicisti superlativi ed in perfetta sincronia tra loro, guidati con maestria da un’insolitamente affabile e loquace Jeff Tweedy. Glenn Kotche pare una piovra dietro ai tamburi, costantemente impegnato in un drumming tanto vario quanto preciso, che si incastra alla perfezione con il basso di John Stirratt, autentico motore pulsante della band. Nels Cline è al solito invasato, e sembra ingaggiare una lotta all’ultimo accordo con il proprio strumento, martoriato per tutta la durata del concerto. Mikael Jorgensen si destreggia da par suo tra tastiere e sintetizzatori, ben coadiuvato da Pat Sansone, autentico folletto anche alla sei corde. Dopo un inizio tra l’onirico e il sognante con una sempre meravigliosa Hell Is Chrome, veniamo proiettati nella dimensione “modernista” della band di Chicago, con una Art Of Almost in bilico tra squarci elettronici e tessiture quasi ambient, con Nels Cline e Mikael Jorgensen impegnati a condurre i propri compagni verso sperimentali derive sonore. Ad avere ovviamente maggior risalto nell’economia del concerto sono i brani tratti dal recente The Whole Love, come nel caso dell’ariosità pop di I Might, Dawned On Me o della bizzarra Capitol City, per arrivare alla purezza folkie di Open Mind. Non sono mancate tuttavia piccole e grandi sorprese come una superlativa Misunderstood (da Being There) con tutto il pubblico a urlare quel ‘nothing’ reiterato all’infinito, diventato ormai celeberrimo, oppure una Box Full Of Letters che riappare tra le nebbie di un passato alternative country, forse non così lontano dopo tutto. Parte del leone la recita anche A Ghost Is Born, dal quale vengono riproposte, tra le altre, At Least That’s What You Said dal delirante finale, un’inedita quanto pregevole versione acustica di Spiders (Kidsmoke) e quel piccolo gioiello di Hummingbird. Posta a metà set Impossibile Germany, risplende in tutta la sua maestosità, impreziosita dall’intervento solista, da manuale, della chitarra elettrica di Nels Cline, capace di strappare un’autentica ovazione. e il finale è affidato alla vorticosa A Shot In The Arm, nei bis ad incantare sono le canzoni tratte da Yankee Hotel Foxtrot, su tutte una rabbiosa I’m The Man Who Loves You, una sempre coinvolgente Heavy Metal Drummer, per arrivare poi ad una corale Jesus, Etc. da brividi. Concerto che si chiude in crescendo con la carica rock’n’roll del medley Red-Eyed And Blue / I Got You (At The End Of The Century) e Outtasite (Outta Mind), sempre da Being There, fino all’apoteosi con la scalcinata ed irresistibile Hoodoo Voodoo, in omaggio al grande Woody Guthrie, con tanto di divertente siparietto danzereccio del tecnico delle chitarre, tra l’ilarità generale. I sei abbandonano infine la scena tra applausi scroscianti. Sei talenti fuori dal comune, fusi indissolubilmente tra loro in quello che è un magma sonoro capace sia di annichilire con la propria lacerante furia elettrica, impregnata di feedback, sia al contempo di incantare grazie a cristalline e fluttuanti melodie. Questo sono oggi i Wilco, ed attualmente non esiste altra band capace di eguagliarne la perfezione sonora. Concerto dell’anno?! La risposta del sottoscritto è…SI'!!!

SET LIST

Hell Is Chrome
Art Of Almost
I Might
Misunderstood
Bull Black Nova
At Least That's What You Said
Spiders (Kidsmoke) (semi-acoustic version)
Impossible Germany
Born Alone
Laminated Cat (Loose Fur cover)
Open Mind
Hummingbird
Handshake Drugs
Box Full Of Letters
Capitol City
War On War
Dawned on Me
A Shot in the Arm


Encore:

domenica 11 marzo 2012

Cisco - Fuori i secondi

(Pubblicato su Extra! Music Magazine)


Ne ha percorsa di strada Stefano “Cisco” Bellotti, da quel lontano 2005, quando con enorme stupore e sconforto di molti, abbandonò i Modena City Ramblers. Una decisione sofferta quanto ponderata, punto di partenza per quella che si sarebbe rivelata una, fino ad ora, proficua carriera solista. Dopo un esordio di rara bellezza come La Lunga Notte e gli esperimenti sonori de Il Mulo, ora il nostro da alle stampe Fuori i Secondi, destinato a diventare la sua opera più matura e completa.
Questo grazie ad una maggiore consapevolezza dei propri mezzi e ad una penna forse mai ispirata come in quest’occasione. Fondamentale anche l’aiuto di alcuni amici di vecchia data, tra i quali spicca Francesco Magnelli, sapiente mano dietro gli arrangiamenti e la produzione, oltre all’apporto di quella che viene definita, dallo stesso Cisco, un’orchestra “futurista”, capace di districarsi con gli stilemi sonori più differenti. Elemento fondamentale nella musica del nostro rimane in ogni caso il folk come ben si evince dalla traccia di apertura La Dolce Vita, dura disamina della triste situazione politico-sociale in cui versa l’italico stivale, tra riferimenti al Fellini neorealista e citazioni da La Vita Agra di Luciano Bianciardi. Vengono tuttavia esplorati nuovi orizzonti musicali, come in Golfo Mistico, che pare rubare le atmosfere desertiche in salsa mariachi tanto care ai Calexico, o come negli echi quasi floydiani di Gagarin, sorta di trasposizione in musica del diario di bordo del cosmonauta russo, primo uomo a vedere la terra dallo spazio. E proprio con quest’ultima si apre una galleria sonora nella quale fanno la loro comparsa personaggi ritenuti dai più dei perdenti, eterni secondi, la cui opera è stata però rivalutata con il trascorrere del tempo. Si passa così dall’omaggio al mai dimenticato Augusto Daolio con la struggente Augusto, al ricordo di Antonio Ligabue, nella quasi omonima Ligabue, pittore dallo straordinario talento ma deriso in vita per la sua pazzia, fino ad arrivare al galoppante swing di Dorando, che narra le gesta di Dorando Pietri, atleta emiliano che nel 1908 riuscì “quasi” a vincere la medaglia d’oro alle Olimpiadi di Londra. Il lato cantautorale del nostro emerge invece in brani come la tenue e sognante Lunatico o nella purezza sonora di Una Terra Di Latte e Miele, scritta per il tour con Rubbiani e Cottica, e riarrangiata per l’occasione. Quasi gaberiana, per caratura testuale, è Credo che, insieme alla speranzosa I Tempi Siamo Noi, ci mostra come Cisco non abbia smesso di credere nella possibilità di un mondo migliore. Nell’autobiografica e divertente Il Gigante pare invece di sentire una scalcinata jazz band intenta a rileggere un vetusto blues, con il Tom Waits più gigionesco a dirigere il tutto. Emilia, posta in chiusura è una sentita dedica alla propria terra, tra l’amarezza di un presente buio e triste e le aspettative per un domani più sereno. Un disco d’altri tempi, puro negli intenti e nei suoni, capace di entrarti sottopelle fin dal primo ascolto, per non abbandonarti più. Con Fuori i secondi, Cisco si scrolla definitivamente di dosso i fantasmi del proprio passato per assurgere a figura musicale completa e di indubbio valore.

giovedì 1 marzo 2012

Above the tree & the E-side - Wild

(Pubblicato su Extra! Music Magazine)

Immaginate un duo composto da un chitarrista, dalla cui sei corde fuoriescono stridori blues, e da un percussionista e programmatore di schizofrenici beat e loop elettronici. Ora immaginate quest’improbabile duo alle prese con una lisergica quanto delirante jam. Fatto? Ottimo, perché è proprio così che suona questo Wild, prima fatica discografica a nome Above the Tree & The E-side. L’entità sonora nasce in realtà nel 2007, con la sola sigla di Above the Tree, essenzialmente come progetto solista di Marco Bernacchia, artista a tutto tondo, già nelle fila di M.A.Z.C.A. e Gallina. Musica multiforme quella del nostro, capace fin dagli esordi di unire vagiti folk e avanguardia sonora, amalgamando fangose sonorità blues, con richiami all’Africa tribale, il tutto su di un substrato ritmico composto da rumori assortiti. Lavoro in studio che trova la sua degna prosecuzione on stage, dove il corpo dello stesso Bernacchia assurge a vero e proprio strumento, trasformandosi in un’ulteriore valvola di sfogo della propria dirompente musica, al quale si aggiunge, ad accentuarne ulteriormente l’impatto visivo, il ricorso a una maschera da gallo. In seguito all’incontro con il percussionista e programmatore Matteo Sideri, il progetto sfocia in un duo, che ora sotto la nuova ragione sociale di Above the Tree & the E-side, da alle stampe il primo frutto di questa collaborazione, Wild appunto.
Vera protagonista è tuttavia, come sempre, la chitarra di Bernacchia, tra lancinanti stridii elettrici e inaspettate oasi acustiche. Prendiamo l’opener On The Road oppure Birds Fobik Town, nelle quali ipnotici riff di derivazione deltaica vengono inghiottiti e fagocitati dal duo, per poi essere risputati sotto forma di un blues avveniristico, tra loop e contaminazione elettronica. Medesimo trattamento peraltro riservato anche a W China, che vira ancor di più verso territori sperimentali al limite della techno, e nella quale si avverte maggiormente l’apporto sonico di Sideri. Dall’incedere più marcato sono invece Safari F.C., che si sviluppa intorno a un mantrico riff avant-blues, e l’allucinata Bunga bu, mentre, nella chitarra contaminata di Svezia, pare di sentire un John Fahey futuristico. Chiude il disco la rarefatta Somewhat Like Blues, tra chitarra acustica di stampo folkie e una voce che pare provenire dalla tomba di un oscuro bluesman del Delta. Degno di nota è l’ottimo interplay tra Bernacchia e Sideri, in una sorta di unione quasi perfetta, nella quale non vi sono prevaricazioni di sorta, ma solo la somma in egual misura di due parti soniche, nel riuscito tentativo di creare un unico continuum musicale. Musica, quella degli Above the Tree & the E-side, con un occhio al passato ed un uno al futuro, in una sorta di trasposizione modernista di stilemi sonori appartenenti alla musica afroamericana. Un album sicuramente non di facile fruizione, ma in grado, ascolto dopo ascolto, di mostrare tutte le proprie peculiarità sonore.

domenica 26 febbraio 2012

Gang - Gang e i suoi fratelli

(Pubblicato su Extra! Music Magazine)

Ci sono giorni che lasciano un profondo vuoto dentro ognuno di noi; giorni bui nei quali forte è la sensazione di impotenza di fronte alla scomparsa di una persona a noi cara. Ci sono però anche giorni nei quali si cerca di esorcizzare questa sensazione d’impotenza su di un palco, in compagnia di amici vecchi e nuovi, suonando e cantando con tutto il fiato che si ha in corpo. A questi giorni appartiene il 23 ottobre 2010, nel quale i Gang, come ogni anno, ricordano Paolo Mozzicafreddo, caro amico scomparso, nonché batterista storico della band. In un vecchio capannone in quel di Villa Potenza di Macerata, i fratelli Severini assurgono a veri e propri maestri di cerimonie, per una serata che li vedrà alternarsi sul palco ad una serie di amici, intenti ad esplorare in lungo e in largo il canzoniere del gruppo marchigiano. Concerto che oggi viene impresso su disco, permettendoci in questo modo di assaporare il clima trasudante di elettricità, passione e sudore che si respirava quella sera.
Aprono le danze gli stessi padroni di casa con la sempre stupenda Quando Gli Angeli Cantano, che colpisce una volta di più per intensità emotiva. E’ tuttavia quando il testimone passa alle altre band coinvolte che il concerto si trasforma in un caleidoscopico viaggio musicale tra i più diversi stili e generi. Si passa così da un’arrembante Chicco il Dinosauro, ad opera degli Hombre all’ombra, che si rifà alla lezione impartita dai Pogues, fino all’irruenza rock dei Fev, che fanno loro Socialdemocrazia. Trasuda elettricità anche il trattamento riservato dai Guacamaya a Fermiamoli, scalfita da rasoiate hardcore punk, mentre profuma di brit pop Il Tempo In Cui Ci Si Innamora, riletta dagli Elymania. La canzone d’autore trova invece un valido rappresentante in Marco Sonaglia con una versione elettroacustica di Paz, mentre i Malavida si divertono a riproporre una combattiva Oltre. Pur ricoprendo la musica un ruolo preponderante, c’è spazio anche per la poesia, con Io So di Pier Paolo Pasolini, recitata da Daniele Biacchessi con l’accompagnamento musicale degli stessi Gang, e con Ugo Capezzali che declama l’autografa Il Faro. Si torna alle canzoni con La Macina che ammanta di folk A Maria, mentre i Ned Ludd ci riportano nuovamente nell’Irlanda di Shane McGowan, prima con Rumble Beat e poi, insieme ad una parte dei Modena City Ramblers, sotto il monicker di Ned City Ramblers, con Kowalsky tra echi irish e atmosfere deandreiane.
Finale in crescendo con i Gang nuovamente sul palco, prima in solitario con una struggente Duecento Giorni a Palermo, e poi per due versioni corali delle sempiterne I Fought The Law e Bella Ciao, brani che rivestono un ruolo fondamentale nell’universo sonoro dei fratelli Severini.
Un album vivo e pulsante, degna testimonianza di una serata tesa a riaffermare, nel ricordo di un caro amico, che Più forte della morte è l’amore.

sabato 18 febbraio 2012

Ani DiFranco - Which side are you on?

(Pubblicato su Extra! Music Magazine)

”Are you part of the solution or are you part of the con? Tell me, which side are you on now? Which side are you on?”; bastano questi pochi versi per capire l’importanza socio-musicale del nuovo album della cantautrice di Buffalo. Un lavoro nel quale l’introspezione intimista di stampo cantautorale, si lega indissolubilmente all’attivismo politico che fin dagli esordi contraddistingue l’opera musicale della DiFranco, con in questo frangente, uno sguardo rivolto al passato, ad artisti come Woody Guthrie e Pete Seeger. Proprio di quest’ultimo, infatti, viene ripresa la versione del traditional che da il titolo all’intera raccolta, quella Which Side Are You On?, diventata nel corso degli anni una tra le protest songs più amate e coverizzate. La DiFranco ne riscrive per l’occasione le liriche, riadattandole alla moderna situazione politico-sociale, irrobustendone al contempo l’impianto musicale, tra chitarre affilate come rasoi, e con basso, batteria e percussioni impegnate a destreggiarsi su di ritmi tribali, ai quali si aggiunge una sezione fiati di stampo neworleansiano. Splendida l’interpretazione vocale della nostra, che urla tutta la propria insofferenza e la propria rabbia, così come è commovente l’incipit del pezzo affidato al solo banjo dello stesso Pete Seeger. Album che inizia tuttavia quasi in sordina con la lirica ed evocativa Life Boat, dove a condurre le danze è la chitarra acustica della stessa DiFranco, in coppia con l’organo di Todd Sickafoose, sui quali si infrangono le scariche elettriche delle chitarre di Adam Levy e di CC Adcock. Più complessa dal punto di vista ritmico è Unworry, grazie anche a un bel lavoro di basso e batteria, con la voce della nostra che si libra in pindariche evoluzioni. Si respira un’aria caraibica in Splinter, merito anche delle percussioni di Mike Dillon e della pedal steel di Michael Juan Nunez. Le introspettive Albacore e Hearse ci riportano invece verso atmosfere più soffuse, esplorando la sfera più intima dell’artista, così come avviene nella delicata Mariachi. A far da contraltare a quest’ultima troviamo la nervosa Amendment e la bluesata If Yr Not, nelle quali a riemergere è l’anima politicizzata della DiFranco. Chiude il disco Zoo, breve acquerello acustico per chitarra e organo. A livello testuale, tuttavia, i punti più alti dell’intero lavoro rimangono, oltre alla già citata title-track, Promiscuity e J. Nella prima la DiFranco espone le proprie idee in fatto di sessualità e legami affettivi, mentre la seconda è una dura disamina, dall’incedere quasi reggae, della triste situazione sociale degli Stati Uniti. Molti gli ospiti illustri, a cominciare dai già menzionati Adam Levy e Juan Nunez, ad Anais Mitchell, fino ai Neville Brothers, ai quali si aggiunge una nutrita schiera di musicisti provenienti da New Orleans. E proprio nella città della Louisiana il disco è stato in parte registrato, per essere poi ultimato a New York, impregnandosi così degli umori musicali della “Big Easy”. Un lavoro coraggioso Which Side Are You On?, nonché testimonianza di come la voglia di lottare della cantautrice si sia ulteriormente acuita e di come la sua voce possieda ancora forza e veemenza, per quella che è sicuramente una delle pagine più affascinanti della sua ormai corposa discografia. Un album da ascoltare e riascoltare, per aprire finalmente gli occhi e scegliere una volta per tutte da che parte stare. D’altronde la domanda oggi, come in passato, rimane la stessa: “Which side are you on?”

giovedì 16 febbraio 2012

Wino & Conny Ochs - Heavy kingdom

(Pubblicato su Extra! Music Magazine)

Scott Weinrich, universalmente conosciuto come Wino, era e rimane tuttora uno dei nomi di punta della scena doom, avendo fatto parte e continuando a militare in band seminali come The Obsessed, Spirit Caravan e Saint Vitus. Con cotanto curriculum in ambito heavy, l’uscita due anni fa del suo secondo album da solista, Adrift, era stata una, seppur gradita, sorpresa. Abbandonando le sonorità che ne avevano fino a quel momento contraddistinto l’opera, il nostro aveva infatti optato per un clamoroso taglio con il passato, in favore dell’esplorazione di lidi più acustici. Un folk dalle connotazioni hard, tra vaghe reminescenze metalliche e atmosfere più soffuse, per quello che sembrava essere un affascinante divertissement, o quantomeno un episodio isolato. A quanto pare si trattava invece di un album di transizione, visto che il nostro dà ora alle stampe questo Heavy Kingdom, ampliando ulteriormente il percorso intrapreso con il precedente. Per meglio comprendere la trasformazione sonora avvenuta, basta comparare le cover presenti nel precedente Adrift con quella contenuta nel nuovo lavoro. Nel primo avevano lasciato il nostro alle prese con la motorheadiana Iron Horse/ Born To Lose, nonché con Shot In The Head, dal repertorio dei Savoy Brown, mentre in Heavy Kingdom troviamo un’inaspettata quanto riuscita reinterpretazione del classico di Townes Van Zandt, Highway Kind. Il passaggio dalla rivisitazione di due brani di matrice prettamente hard rock a quella di un brano simbolo del cantautorato made in Texas, è netto, denotando una notevole apertura mentale da parte di Wino, che dimostra di sapersi destreggiare sapientemente con la materia sonora in questione. Si affianca al nostro, in quest’occasione, Conny Ochs, tra l’altro cointestatario del lavoro, il quale svolge un ruolo quasi fondamentale sia in fase di scrittura che in fase di esecuzione. I due approntano undici brani, capaci di conquistare grazie alla loro scarna musicalità tra atmosfere rarefatte e a tratti cupe, rese ancora più affascinanti dall’espressiva vocalità di Wino. Atmosfere plumbee che pervadono l’iniziale Somewhere Nowhere, così come la title track, e il suo quasi omonimo strumentale Heavy Kingdom Jam, le quali mantengono al contempo ben piantate le proprie radici musicali in terreni acustici. Si può comunque osservare come la penna dei due sia in quest’occasione alquanto ispirata, come testimoniato peraltro dalla suadente Traces Of Blood, dagli ottimi intrecci vocali di Dark Ravine e dalla lirica Dust, a parere di chi scrive tra le migliori del lotto. Riuscito anche il connubio tra l’essenzialità della chitarra acustica di Wino e le derive elettriche della sei corde di Ochs, ben evidente in brani come Vultures By The Vines e Here Comes The Siren. Alla pulsante e in odore di rock’n’roll Labour Of Love spetta invece il compito di chiudere degnamente il tutto.Vero punto focale dell’album rimane tuttavia la sofferta interpretazione della vanzandtiana Highway Kind, che mette in luce le capacità d’interprete di Wino, in un genere forse poco “visitato” durante la propria carriera, ma che visti i risultati parrebbe far parte del suo background sonoro da sempre. Heavy Kingdom ha il pregio di essere fruibile quanto accattivante, aprendo una nuova fase della vita musicale di Wino che merita senza dubbio di essere esplorata.

lunedì 13 febbraio 2012

Gordon Bonham - Soon in the morning

(Pubblicato su Rootshighway)

Nome di spicco della scena blues di Indianapolis, Gordon Bonham vanta un curriculum musicale di tutto rispetto, avendo in passato collaborato con veri e propri giganti della musica nera come Pinetop Perkins, Bo Diddley, Billy Boy Arnold, Robert Lockwood Jr e Yank Rachell. A questo va aggiunta un'intensa attività concertistica che ha visto il nostro calcare in più di un'occasione anche i palchi del Vecchio Continente. Qualità musicali che vengono ulteriormente confermate dall'ascolto di Soon in the Morning, terza autografa fatica discografica. Un lavoro quest'ultimo che ha il pregio di rileggere una materia sonora difficile come il blues, in tutte le sue più varie sfaccettature, con la chitarra di Bonham come minimo comune denominatore. Accompagna il nostro una ormai rodata e compatta backing band, che attinge dalla crème de la crème del circuito blues dell'Indiana. Lo shuffle Outta Sight apre il disco come meglio non si potrebbe, con ottimi botta e risposta tra la chitarra e il piano di Kevin Anker, ben supportati da una precisa sezione ritmica. Il citato Anker passa all'organo nella successiva All I Need is a Little Time, dalle atmosfere soulful, con il leader che si destreggia egregiamente anche nel cantato. Atmosfere rarefatte che ritroviamo anche nella rallentata Looking for my Baby, così come nella pianistica Used to be Lovers, trasudanti passione da ogni singola nota. La sincopata Everything but You, rimanda invece a sonorità care a maestri come Albert Collins, con il basso di David Murray e la batteria di Jeff Chapin in grande spolvero. La title track dal canto suo è un'avvolgente slow blues, che ci dimostra come il nostro protagonista si trovi a proprio agio anche nei tempi lenti, come peraltro ribadito dalla conclusiva e splendida Don't Let the Man Get Your Money. Ritmi che tornano invece a farsi nuovamente incalzanti in brani quali lo strumentale Carmel Woman e in Local Honey, quest'ultima con la presenza dell'armonica di Tom Harold, che tinge ulteriormente di blues il tutto. Riuscita parentesi acustica è Get Back, Jezebel con Bonham che si diletta alla dobro, suonata rigorosamente slide, ben sostenuto dal liquido organo di Anker, e da una sezione ritmica tanto essenziale quanto efficace. Vero punto focale del disco è tuttavia l'omaggio a Yank Rachell di The Mule Song (Yank's blues), trascinante blues song, con la chitarra di Bonham libera di muoversi fluida tra i solchi, per quello che si guadagna il titolo di miglior brano della raccolta. In sintesi Gordon Bonham possiede tutto quello che un bluesman di razza può desiderare; un'ottima tecnica strumentale, un'espressiva voce, eccellenti doti compositive e una band che lo asseconda in tutto e per tutto; e tutte queste peculiarità concorrono senza ombra di dubbio alla buona riuscita del disco in questione. Un album questo Soon in the Morning che sono sicuro stazionerà per parecchio tempo nei vostri stereo, diventando anche fedele compagno nei lunghi viaggi in automobile.

sabato 4 febbraio 2012

Sassparilla - The darndest thing

(Pubblicato su Rootshighway)

Creatura multiforme ed in costante evoluzione i Sassparilla. Un work in progress sonoro quello del quintetto di Portland, che li ha portati, dal loro debutto nel 2007 ad oggi, ad attraversare trasversalmente i generi più disparati, reinterpretandoli e fondendoli tra loro alla ricerca dell'amalgama musicale perfetto. Se l'esordio Debilitated Constitution, ci presentava una jug band, intenta a rivisitare a proprio piacimento country-blues e ragtime, già il successivo Rumpus, dell'anno seguente, vedeva un deciso irrobustimento del suono attraverso deliranti dosi di elettricità, in una sorta di punk-roots, alla base anche del loro terzo lavoro, Ramshackle, uscito nel 2010. E' tuttavia con l'odierno The Darndest Thing, che la svolta sonora del quintetto si fa ancor più marcata. Un album scritto e registrato in un momento particolare per la band, caratterizzato dall'improvvisa scomparsa di un caro amico, le cui conseguenze emotive pervadono i solchi di questa loro ultima opera in studio. Ciò che colpisce, da un punto di vista prettamente musicale, è una sorta di smussamento delle spigolosità sonore del passato, in favore di una maggiore attenzione in fase di scrittura ed arrangiamento dei brani. A tal proposito, si è rivelata senza dubbio sensata la scelta di affidarsi ad un produttore esterno, Chet Lyster (già nella band di Lucinda Williams e ora nelle fila degli Eels), il quale ha saputo egregiamente indirizzare l'estro creativo di Kevin "Gus" Blackwell, cantante, chitarrista e principale songwriter della band. Il risultato sono otto piccole storie di ordinaria vita quotidiana, in grado di affascinare grazie alla loro disarmante semplicità, a cominciare dall'opener New Love, coinvolgente up-tempo in bilico tra folk e pop. Non sfigurerebbe, nel repertorio delle innumerevoli marching band che affollano New Orleans, la successiva Same Old Blues, con il banjo a dettare il tempo, ben coadiuvato da una solida sezione ritmica, ad impreziosire il tutto gli splendidi interventi di tromba dal retrogusto jazz. Tempi rallentati per la suggestiva Bone Colored Moon, screziata da violino, armonica e accordion, con la suadente voce di Blackwell, che trova nell'altrettanto espressiva vocalità di Naima, un degno contraltare. Suoni elettroacustici sono alla base di Overcoat, capace di unire elementi rootsy a là Old Crow Medicine Show, con atmosfere care al Tom Waits più jazzy. Il banjo torna protagonista nella cadenzata Confession, dall'inizio quasi in sordina, per poi crescere poco a poco, tanto da guadagnarsi la palma di miglior brano del lotto. La notturna Fumes prende spunto da una chiacchierata, avvenuta in un bar, tra un ragazzo e Blackwell, con quest'ultimo che prova ad immaginare, attraverso la stessa canzone, un'ipotetica vita del primo, tra ritmi percussivi, stridii del violino e delicati abbellimenti melodici ad opera dell'accordion. Rimandi al passato recente dei nostri si possono in parte ritrovare in My First Lover, in cui alle malie sonore attuali si alternano gli sconclusionati cambi ritmici degli esordi. La conclusiva e rarefatta You've Got it Bad, al contrario, vede la band intenta a centellinare note, con la voce di Blackwell ridotta in alcuni frangenti quasi ad un sussurro. Non è lecito sapere a quali ulteriori stravolgimenti sonori i Sassparilla sottoporranno in futuro la propria musica, tuttavia nell'attesa, non possiamo far altro che lasciarci ammaliare dalla bellezza e dalla purezza di The Darndest Thing.

giovedì 2 febbraio 2012

Circo Fantasma - Playing with the ghost

(Pubblicato su Extra! Music Magazine)

Titolo quanto mai profetico per il nuovo lavoro dei milanesi Circo Fantasma. Dopo il tributo al compianto Jeffrey Lee Pierce, I Knew Jeffrey Lee del 2006, i nostri tornano nuovamente ad esorcizzare i propri fantasmi musicali in questo Playing With The Ghost. Il tutto attraverso un lavoro, che ha il pregio di riportare alla luce sonorità indie rock di stampo ottantiano, venate di country, blues e folk, in una sorta di seduta spiritico-musicale. Musica che trae la propria linfa vitale tra le desolate e polverose lande americane, attraversando poi l’oceano, per perdersi tra le nebbie di Berlino, nella liricità di gruppi come Einsturzende Neubauten e concludendo il proprio viaggio nella terra dei canguri tra le spettrali e deliranti atmosfere dei Birthday Party. Tredici brani divisi tra reinterpretazioni ed originali, dove fa la sua comparsa un vero fantasma, l’ex Swell Maps, Nikki Sudden, ormai presenza incorporea per davvero, il cui contributo in questo frangente ha un peso specifico notevole. Sudden non è però il solo ospite di rilievo, in quanto tra i solchi del disco fanno capolino oscuri personaggi come Jeremy Gluck, già voce del combo garage-power-pop Barracudas; Phil Shoenfelt, autore del romanzo culto Junkie Love e il leader degli Ulan Bator, Amaury Cambuzat. Alla cupa The Garden, dal repertorio degli Einsturzende Neubauten, il compito di aprire la raccolta, con la chitarra di Nicola Cereda, il quale si destreggia anche nella creazione di distorti loop, e il piano di Carlo Cereda ad ammantare il tutto di sonorità alternative country. Ottima anche la riproposizione di Nick The Stripper dei Birthday Party, più sensuale ed avvolgente rispetto alla delirante versione originale, con la profonda ed espressiva voce di Nicola, che non sfigura davanti a quella di un Nick Cave d’antan, ulteriormente valorizzata dagli interventi del sax di Alberto Buzzi. Contributi vocali di grande spessore anche quelli di Phil Shoenfelt, nella propria ed incalzante The Devil’s Hole, puro Americana sound, o nella debordante furia rockista di When The Rivers End, dal songbook dei Jacobites, nelle cui fila militava proprio Nikki Sudden. Ed è quest’ultimo ad assurgere a vero co-protagonista, contribuendo alla stesura di alcune delle tracce più riuscite della raccolta, prestando inoltre la propria voce, come nella malinconia pianistica di When The Pope Goes Back To Avignon o nell’onirico reading Port Of Farewell. I Circo Fantasma gli rendono poi ulteriore omaggio, prima riprendendone, aiutati dalla voce di Jeremy Gluck e dall’organo di Amaury Cambuzat, The Road Of Broken Dreams, sorta di manifesto per tutti i beautiful losers, per poi fare proprie Kiss At Dawn, screziata dall’ukulele e dalla fisarmonica, e la quasi soffusa When I Cross The Line. Non poteva mancare anche in quest’occasione un rimando al proprio eroe musicale, Jeffrey Lee Pierce, del quale viene riproposta una maestosa Carry Home. Ad essere senza dubbio ispirata è anche la penna del combo milanese, come ben si evince dalla dylaniana Shooting Star, con il liquido organo di Carlo che trova un ideale contrappunto nel piano di Massimo Turati; o dalla conclusiva The Ghost In Me, in bilico tra country ed sonorità jazzate. Con Playing With The Ghost i Circo Fantasma sono riusciti nella non facile impresa di confrontarsi in modo del tutto spontaneo con i propri eroi musicali, dimostrando al contempo come la loro musica sia ormai matura per essere esportata anche oltre confine.

mercoledì 25 gennaio 2012

Resurrection Lake - Quiet despair

Arrivano da Miami i Resurrection Lake e questo Quiet despair è il loro primo vagito discografico.  Un piccolo EP di 7 pezzi, registrato e prodotto dalla stessa band, capace tuttavia di condensare al suo interno tutti quegli ingredienti che sono alla base della formula sonora messa in campo dai nostri. Pura e semplice musica di matrice Americana, fortemente debitrice nei confronti di maestri come Neil Young ma strizzante al contempo un occhio verso le nuove leve del rock a stelle e strisce, su tutti Ryan Adams e i suoi Cardinals o i primi Wilco. Influenze che troviamo nell’opener Ghost, in cui sembra proprio di sentire Ryan Adams intento a reinterpretare un brano del vecchio Bisonte canadese. Quello che colpisce del quintetto è una sorprendente maturità sia a livello di scrittura che di esecuzione, difficilmente riscontrabile in una band esordiente. I nostri sanno suonare e lo sanno fare alla grande come ben testimoniato dalla successiva Ghost blues #5, che di blues ha solo il titolo, essendo infatti quanto di più dannatamente alternative country sia stato composto da qualche tempo a questa parte. Always, never è un lirico acquerello di stampo folk, con gli ottimi incastri vocali tra le voci di Victoria Gonzalez e di Juan Solorzano sugli scudi,  e con la chitarra acustica di quest’ultimo a dettare il ritmo, ben supportata dai precisi interventi alla sei corde elettrica di Jorge Palacio. The canyon mantiene invece fede al proprio titolo, tingendo nuovamente di country il pentagramma della band, grazie anche alla presenza della pedal steel di Michael Westbrook,  per un brano che pare uscito dai solchi di Jacksonville City Nights, capolavoro a marchio Ryan Adams & the Cardinals. The sadness of age mischia invece le atmosfere dei primi dischi dei Wilco, con alcune sonorità debitrici nei confronti dei Black Crowes,  in una ballata elettrica di grande suggestione, con ospite alla voce Sean Wouters dei Deaf Poets. Torna in primo piano la pedal steel di Westbrook nella tenue Somebody else’s death che, per forza evocativa e purezza sonora, non sfigurerebbe nel repertorio dei Wilco più country oriented. Sulla medesima scia si sviluppa la title track, posta in chiusura, ideale connubio tra classicità e sperimentazione sonora. Un EP che si lascia ascoltare dall’inizio alla fine, crescendo ascolto dopo ascolto fino a diventare una presenza fissa all’interno dello stereo. I Resurrection Lake hanno dimostrato una volta di più come con passione, ottime canzoni e una notevole abilità strumentale si possano creare ancora dei piccoli grandi album, senza il bisogno di produttori di grido o di ospiti di lusso.  

mercoledì 11 gennaio 2012

Morkobot - Morbo

(Pubblicato su Extra! Music Magazine)

Torna a risuonare, dai meandri più reconditi dell’Universo, il cupo verbo di Morkobot, l'oscuro dominatore delle forze magnetiche e regolatore ancestrale dei flussi di coscienza. Morbo è un'opera totemica, una sorta d’adorazione musicale nei confronti di una figura monolitica, ad opera dei propri fedeli discepoli Lin, Lan e Len. Le menti dei tre adepti, soggiogate dall'influsso dello stesso Morkobot, hanno saputo tradurre in musica il messaggio del loro supremo padrone, attraverso un lavoro che trae dal sadismo sonico la propria linfa vitale. Un album interamente strumentale, composto da brani tortuosi e complessi, dai quali ben si evincono le capacità tecniche ed esecutive dei nostri. Sette granitici pezzi in grado di travolgere con feroce violenza l’incauto ascoltatore. Composizioni distorte, grezze e dannatamente heavy, tutte giocate su frequenze basse, repentini cambi di tempo e funambolici incastri ritmici. Ed è proprio la parte ritmica a caratterizzare il lavoro dei tre musicisti lodigiani, anche grazie alla loro inedita formazione, a due bassi e una batteria. Nonostante la mancanza di una componente prettamente melodica i nostri riescono tuttavia nel loro intento di tessere complicate trame caratterizzate da una tetra oscurità, nonché capaci di unire atmosfere psichedeliche con un'attitudine distruttiva verso ogni tipo di materia sonora. Fusione che trova la sua concretizzazione in MoR, in bilico tra distorsioni e aperture lisergiche. Psichedelia che innerva anche Orbothord, con i tre intenti a massacrare i propri strumenti in una sorta di viaggio sotto acido verso martellanti derive metalliche. Inizia come una rasoiata post core Oktrombo, per poi concludersi in un incandescente magma sonoro nel quale i due bassi e la batteria vengono liquefatti per forgiare una nuova dissonante materia musicale. Segue i dettami dello sludge core la rallentata e compatta Oktomorb, con i due bassi che vengono seviziati e stritolati da ogni tipo d’effetto. Colpisce invece il lavoro svolto in chiave ritmica nella conclusiva Obrom, composta da una moltitudine di pattern percussivi e linee di basso che si intrecciano fino a formare un unico e delirante continuum sonico. Coloro che li hanno conosciuti e apprezzati con i precedenti lavori, diventandone devoti discepoli, troveranno in questo nuovo album tutti gli stilemi tipici del trio lodigiano. Il terzetto infatti riprende in parte quanto fatto nella precedente trilogia di lavori (Morkobot, Mostro e Morto) riuscendo ad affinare ulteriormente la propria capacità distruttiva, forse mai così focalizzata come in quest'occasione. Musica ossessiva e rutilante quella prodotta dai nostri, che ti colpisce dritta allo stomaco, pensata e suonata per non fare prigionieri, ma solo nuovi adepti alla dottrina del loro oscuro Signore. Un lavoro complesso, multiforme ma capace di conquistare con la sua morbosa musicalità, per quella che senza dubbio è l’opera della maturità di una band senza uguali nel panorama italico, e che molti all'estero cominciano ad invidiarci.

martedì 3 gennaio 2012

Laura Veirs - Tumble Bee

(Pubblicato su Extra! Music Magazine)

Il folk è da sempre la musica della gente. Musica nata per raccontare le vite, i sogni e spesso le delusioni e le sconfitte delle persone comuni. Dagli angoli più sperduti e rurali, fino ai grandi agglomerati urbani, il folk negli Stati Uniti, ha rivestito un ruolo sociale di primo piano, con un songbook tanto ricco quanto variegato. Tra le varie diramazioni di genere nelle quali si è divisa la stessa musica popolare, ve ne è una tuttavia poco conosciuta ed esplorata, ma per questo non meno importante dal punto di vista culturale; le canzoni per l’infanzia. Ed è proprio da quest’ultime che prende spunto Laura Veirs per porre le basi della sua ultima fatica discografica, Tumble Bee, sottotitolato non a caso Sings Folk Songs For Children. Una scelta, quella di dedicarsi all’esplorazione di questo micro universo sonoro, dettata forse dalla recente maternità, che si rivela in ogni caso azzeccata, in quanto la Veirs pare davvero trovarsi a proprio agio tra i pentagrammi delle composizioni qui contenute. Prendendo spunto dall’opera di illustri predecessori, come Mike e Peggy Seeger o Woody Guthrie, la nostra arricchisce la propria originaria tavolozza sonora, dalle tenui tinte indie-folk, con nuove sfumature old-time. Ottimo anche il lavoro del marito, Tucker Martine, in cabina di regia, il quale ha radunato intorno alla propria consorte una band di tutto rispetto, alla quale si aggiungono alcuni ospiti d’eccezione. Apre le danze Little Lap-dog Lullaby, delicata ballata pianistica dal retrogusto indie folk. Prairie Lullaby rimanda invece all’immensità delle praterie americane, complice anche una liquida pedal steel e l’inedito yodeling della Veirs, il tutto in un’onirica e soffice ninnananna. Quello che tuttavia colpisce, fin dal primo ascolto, è come l’artista sia riuscita a creare una sorta di anello di congiunzione tra tradizione e modernità, creando un proprio marchio sonoro, che diventa l’ossatura dello stesso lavoro. Prendiamo per esempio Jack Can I Ride? e la title track; la prima ripescata tra i brani tradizionali, mentre la seconda di più recente composizione. Entrambe traggono giovamento dal trattamento sonoro a loro riservato, tanto che il gap temporale presente tra di esse pare azzerato. Di stampo tradizionale è anche il grazioso scioglilingua King Kong Kitchie Kitchie Ki-Me-O, con il banjo di Bela Fleck ad impreziosire il tutto, mentre l’incalzante Jump Down Spin Around è tutta giocata sull’uso del call and response, tra la voce solista della Veirs e quelle di un nutrito coro, con ospite, dietro ai tamburi, Brian Blade. Di grande suggestione sono All The Pretty Little Horses, dalle sonorità irish e The Fox, divertente filastrocca musicale. Why, Oh Why? faceva invece parte del disco dedicato, da Woody Guthrie, proprio all’infanzia (Songs To Grow On For Mother And Children, a parere di chi scrive un piccolo gioiello senza tempo), che la Veirs rilegge con la personalità e la grazia che da fin dagli esordi la contraddistinguono. Sembra arrivare dagli Appalachi l’old-time Soldier’s Joy, con ospite Colin Meloy dei Decemberists alla voce, mentre Jamaica Farewell affascina grazie alle sue atmosfere caraibiche. Menzione particolare la merita infine l’artwork, davvero ben curato e di grande effetto, con al proprio interno, una colorata “giostrina” di carta da assemblare e posizionare sul letto del proprio bambino. Un album, questo Tumble Bee capace, come pochi altri, di incantare e al contempo divertire, dimostrando come il folk sia materia sonora atemporale, adatta ad ogni generazione ed età.