giovedì 3 novembre 2011

7 Walkers - S/T

(Pubblicato su Rootshighway)

 Pur essendo stata devastata nella fisionomia dalla crudeltà della natura e dall'inefficienza dei politicanti lo spirito musicale di New Orleans continua a sopravvivere e a fare proseliti. E' il caso di questo nuovo progetto, che vede nelle atmosfere musicali della "Big Easy" la propria ragione d'essere. I 7 Walkers nascono dall'incontro tra il cantante e chitarrista Malcom Welbourne aka "Papa Mali", il batterista dei Grateful Dead Bill Kreutzmann e il bassista dei Meters George Porter Jr, ai quali si aggiunge il multistrumentista Matt Hubbard. Ciò che ne scaturisce è una creatura atipica, un "alligatore musicale" con le zampe ben piantate nelle acque melmose del bayou ma con la testa libera di muoversi ad inghiottire stili musicali tra i più disparati. E' però l'immaginario tipico della Louisiana quello che trova più spazio all'interno delle canzoni tra riti voodoo, paludi fangose e tutti quei personaggi che da sempre animano le leggende del luogo. Louisiana che il leader della band Papa Mali porta nel cuore e che riesce a trasmettere attraverso la propria voce roca ed espressiva, e con un chitarrismo variegato; il tutto coadiuvato da una pulsante sezione ritmica composta dal duo Kreutzmann-Porter in grado di unire funk, blues e zydeco in un amalgama percussivo travolgente.
Sintomatico è il brano di apertura Sue from Bogalusa, trascinante rock'n'roll venato di zydeco, con l'armonica di Hubbard sugli scudi. Con gli ottoni di New Orleans Crawl ci troviamo invece catapultati nei festeggiamenti del Mardi Gras, in un brano che sembra arrivare direttamente dal repertorio delle marchin' bands. Intensa ballata pianistica di stampo bluesy è invece King Cotton Blues, con la partecipazione di Willie Nelson alla voce e alla chitarra a impreziosire il tutto. Di grande spessore è anche la collaborazione con Robert Hunter, in passato paroliere al servizio dei Grateful Dead, che si occupa della stesura dei testi dell'album. Chingo, in salsa cajun, sembra arrivare dal repertorio del primo Dr John, quello più pazzo e visionario del periodo di Gris Gris. Ad un andamento percussivo che strizza l'occhio ai Caraibi vengono associate improvvisazioni strumentali dal forte sapore modernista sulle quali la voce cantilenante di Papa Mali trova il terreno giusto per esprimersi al meglio. Di tutt'altro stampo è invece Louisiana rain, vero rito voodoo trasferito in musica; un racconto da incubo inframmezzato da percussioni e rumori di serpenti che ben ci mostrano l'atmosfera che si respira nel bayou. Ennesima splendida e tersa ballata è invece Evangeline, dove alla voce di Mali si alterna quella di Jane Bond, il tutto impreziosito da un eccelso quanto misurato lavoro percussivo e sui piatti da parte di Kreutzmann e del percussionista John Bush.
I nostri poi decidono di rileggere un classico della musica afroamericana a firma di Elias Bates McDaniel, meglio conosciuto come Bo Diddley. I Walkers si destreggiano da par loro in Hey Bo Diddley, ribattezzata Hey Bo Diddle; riuscendo a unire il ritmo jungle dell'originale con uno di matrice tipicamente neworleansiana. Degni di nota sono anche gli strumentali (For the love of) Mr Okra e Airline highway, dove tra stridori elettrici, liquidi hammond e ritmi incalzanti i nostri esplorano il loro lato più selvaggio e anticonformista. Tipicamente folk è invece l'intensa Someday you'll see, in cui la voce di Papa Mali può nuovamente mostrarsi in tutta la sua liricità. Chiude il disco la title track, che ci dimostra una volta di più l'eclettismo musicale dell'ensemble. Una band atipica quella dei 7 Walkers in grado di unire tradizione e modernismo con grande capacità e perizia tecnica per un risultato finale davvero di pregio. Un "gumbo musicale" il loro, gustoso e speziato al punto giusto, adatto davvero a tutti i palati.

                        

Darryl Lee Rush - S/T

(Pubblicato su Rootshighway)

Terza prova discografica per Darryl Lee Rush, dopo il buon esordio Llano Avenue del 2005, e la testimonianza dal vivo, targata 2008, di Live at the River Road Ice House. Nato e cresciuto a Markham, piccola cittadina nel cuore del Texas, Darryl in passato ha girovagato in lungo e in largo per il Lone Star State, collaborando a diversi progetti, per poi stabilirsi definitivamente ad Austin, dove ha avuto inizio la sua carriera come solista. Fin dagli esordi a proprio nome, ha sempre attinto per i suoi testi e per la sua musica dai paesaggi e dalle vicende umane dei luoghi in cui ha vissuto. Canzoni che raccontano, quindi, un Texas nascosto ai più, nel quale storie e paesaggi sono legati in modo indissolubile tra loro. Storie che ci vengono raccontate attraverso un impianto strumentale semplice ma di sicuro effetto, che vede nel country venato di rock il suo elemento preponderante, con alcune influenze mexican, che fanno capolino in più di un'occasione. Un disco ben scritto e ben suonato, che vede il nostro affiancato da una band rodata e d'esperienza, con l'aggiunta di qualche ospite di "lusso", a rendere ancora più accattivante il tutto.
Apertura in grande stile con Hard Rain, country rock, in salsa jingle jangle, dal sicuro appeal radiofonico, dove alla chitarra acustica del leader ben si amalgamano la chitarra elettrica di Scott Oldner e la pedal steel di Tommy Detamore. Atmosfere più rarefatte per Broken Glass, tenue ballata folk dall'afflato country, con l'espressiva voce di Rush ben supportata dal tappeto sonoro ad opera ancora della pedal steel. Letter from a Soldier è, senza ombra di dubbio, a livello di liricità il punto più alto dell'intero lavoro, con Rush che canta con il cuore in mano la propria rabbia e il proprio dolore. Onirica è la deliziosa Leaving Virginia, quasi sussurrata dal nostro, questa volta con la steel acustica di Detamore sugli scudi, screziata dagli interventi dell'armonica di Don Gallia. Dall'incalzante ritmo country è invece Dance Hall, con un ritornello che definire azzeccato sarebbe riduttivo, in cui fanno la loro comparsa anche un violino e un piano in puro honky tonk style. Las Vegas Christmas Eve parte quasi in sordina, per poi crescere poco a poco grazie anche all'ottimo lavoro alla chitarra elettrica di Oldner. Jackson Hole esplora nuovamente il lato più intimista della musica di Rush, e vede una breve incursione all'accordion di Joel Guzman.
Travolgente invece è Raindrop, con la pedal steel di Detamore a fare il buono e il cattivo tempo, per una country song ben esplicativa dello stile del nostro. Vera gemma acustica è Marissa, ancora con gli splendidi interventi dell'accordion di Guzman, per un brano che sembra arrivare direttamente dal repertorio di Joe Ely, e a parere del sottoscritto si aggiudica sicuramente la palma di migliore del lotto. Il rock ritorna prepotentemente alla carica nell'elettrica Burn it Down e nella conclusiva Ferris Wheel, per due brani che nelle esibizioni dal vivo troveranno sicuramente la loro ideale valvola di sfogo. Darryl Lee Rush si conferma, con questa sua seconda opera solista, una volta di più un songwriter di razza, capace di maneggiare con mestiere country, folk e rock, in una formula sonora accattivante e di grande suggestione.

                              

Clovis Mann - Metamorphic

(Pubblicato su Rootshighway)

Il magmatico calderone delle jam band made in USA periodicamente erutta lapilli discografici di indubbio interesse, testimonianza della sempre più intensa attività sonora in questo ambito. Una delle novità più interessanti è senza ombra di dubbio il nuovo lavoro dei Clovis Mann, da Madison, Wisconsin. Arrivati con Metamorphic al terzo album, i nostri hanno subito nel corso degli anni significativi cambi di formazione. Unico membro originario rimasto è Dan Walkner, chitarra e voce, ben coadiuvato da una sezione ritmica composta da Dan Plourde al basso e Jamie Zander ai tamburi, nonchè dall'inserimento in alcuni brani di Pat Ferguson e Craig Baumann alle chitarre e di Vince Faris alle tastiere. L'allargamento di organico ha certamente giovato ai nostri, ampliandone le capacità sonore e improvvisative. Musica, quella dei Clovis Mann, che trova proprio nell'improvvisazione strumentale, dalle terse atmosfere bluesy e dal retrogusto southern, la propria ragione di essere. Partenza al fulmicotone con Blowin' Up the Shack, dal ritmo incalzante, con una slide assassina trasudante blues da ogni nota e con basso e batteria a condurre le danze. Si rimane sempre in ambito blues, anche se nella sua accezione più elettrica ed hendrixiana, con la successiva No More, antiwar song impreziosita da un liquido assolo di hammond ad opera di Faris. Nothing Like That sembra invece arrivare direttamente da uno dei primi dischi dei Gov't Mule; riff di chitarra haynesiano fino al midollo, per un brano di grande impatto.
Di struggente bellezza acustica è invece Dig deep, in cui la voce di Walkner può risaltare in tutta la sua intensità. Atmosfere acustiche che si respirano anche in Water's Edge, rafforzata dalla chitarra di Craig Baumann. Nuovo cambio di rotta in Big Sky, dove la band esplora i territori musicali cari alla musica reggae. Chitarra in levare quindi e un buon uso dell'hammond a colorire il tutto. Organo che ritorna protagonista anche nella lunga Whiff, scritta da Walkner con lo stesso Faris, e caratterizzata da repentini cambi di tempo. L'apice del disco è senza dubbio The Light, dove fa la sua apparizione alla seconda chitarra Pat Ferguson, diventato in seguito membro effettivo del gruppo. Una sorta di gospel rock frenetico che trova il suo punto di forza nel call-and-response tra la voce di Walkner e il coro; nella miglior tradizione del genere.
Un disco Metamorphic che mette in luce la bontà della penna di Walkner, nonchè le capacità tecniche di ogni singolo musicista coinvolto. Unica pecca la produzione prettamente "casalinga" che penalizza in parte il sound della band. Una proposta sonora quella dei Clovis Mann, seppur non innovativa, comunque interessante; e se in futuro i nostri troveranno un produttore all'altezza riusciranno sicuramente a ritagliarsi un proprio spazio nell'immenso panorama delle jam band.

                       

Rosita Kèss - Northern sky

(Pubblicato su Extra! Music Magazine)

Terzo album per la “girovaga” Rosita Kèss, veneziana di nascita ma newyorkese di adozione, dopo una percorso musicale che l’ha vista transitare per Berlino, Barcellona, Parigi e Londra. Una vita passata ‘on the road’ quindi, che ha sicuramente lasciato un profondo segno nell’anima della cantautrice. Viaggi che trovano la loro sintesi musicale in questo splendido Northern Sky.
Pop di stampo americano, accenni di bossa nova e richiami ai grandi chansonniers francesi, vengono sapientemente dosati in una formula sonora fresca e accattivante, testimonianza di un notevole talento compositivo. Basta inserire il disco nel lettore per essere sommersi da un songwriting straripante, dove ogni singola nota e ogni singola parola vengono calibrate, studiate e infine fuse in dodici piccoli acquerelli sonori, che non hanno nulla da invidiare a composizioni di artisti ben più blasonati. C’è da dire che il blasone è in parte presente anche in questo disco, soprattutto a livello di produzione, dove troviamo Richard Julian (straordinario musicista nell’orbita di Norah Jones nonché membro dei The Little Willies) e Jesse Murphy (collaboratore di John Scofield), ma anche per quanto riguarda la parte musicale, vista la notorietà di alcuni dei musicisti coinvolti.
Ma non è il blasone a caratterizzare questa nuova fatica della Kèss, ma bensì, come poc’anzi accennato, un talento compositivo decisamente al di sopra della media, e una voce sensuale, capace di emozionare anche con un semplice sussurro. Prendiamo per esempio l’opening track The Blind Painter, che trova la propria forza nel sottrarre invece che nell’aggiungere; dove su di una sezione ritmica composta da contrabbasso e percussioni, magistralmente suonati da Jesse Murphy e Mauro Refosco (collaboratore tra gli altri di Capossella), si intrecciano, in una sinuosa danza, il flauto di Erik Lawrence e la chitarra acustica di Gabriel Gordon, con la voce della Kèss, impegnata a saltellare tra le note, per un brano dallo straordinario appeal radiofonico. Atmosfere latine, in odore di bossa nova, per la successiva Northern Sky dove troviamo, oltre a Richard Julian, impegnato alla chitarra, uno degli ospiti di “lusso” del disco, Beth Hirsch, già cantante degli Air, la cui eterea voce ben si amalgama con quella della cantautrice italoamericana. Più smaccatamente pop, ma di quello sopraffino, è Tell Me, nella quale a condurre le danze è l’hammond di Brian Mitchell, che spande liquidità sonora per tutta la durata del brano. Brian Mitchell che ritroviamo all’accordion in quel delizioso acquerello a tempo di valzer che è Leaving Alone; un brano che paga un tributo nei confronti dei grandi chansonniers francesi, con la Kèss intenta a duettare proprio con l’accordion.
Nuovo duetto vocale, questa volta con Gabriel Gordon, in Never Can Stop The Rain, suadente ballata venata di soul, con il piano della titolare che ben si interseca con l’hammond di Mitchell. Waiting For The Snow, pesca di nuovo a piene mani nella musica latina, e si distingue per l’andamento sinuoso, grazie anche all’apporto del trombone di Clark Gayton. Gioca invece a fare la country singer, la Kèss, nella riuscita Where Should I Go, con la chitarra elettrica di Jim Campilongo a ammantare di desertico il tutto. Gyspy Moonshine sa invece unire sapientemente l’introspezione del soul con l’apertura melodica del pop, e farebbe di sicuro sfaceli in qualsiasi stazione radio del globo terraqueo. Introspezione che ritroviamo nella quasi cameristica Mary, dove la nostra, nella migliore tradizione delle chanteuses, si destreggia al piano e alla voce, a cui si aggiungono i parchi interventi di un violoncello e di un contrabbasso, suonato rigorosamente con l’archetto. Di tutt’altro tenore la folkeggiante Always Be Mine, con ospiti alle corde varie gli Hounds, che chiude l’album come meglio non si potrebbe.
Un lavoro questo Northern Sky, da assaporare lentamente, per venirne suadentemente avvolti, lasciandosi così rapire dalla miriade di suoni e di colori che ne scaturiscono.


                       

Neil Getz - Factory second

(Pubblicato su Rootshighway)

Arriva dalla Florida Neil Getz e questo Factory second rappresenta il suo primo vagito discografico. Un album eterogeneo, composto da undici episodi a se stanti; undici piccoli mondi, nei quali si dipanano le vicende dei più diversi personaggi; il tutto supportato da un impianto strumentale assai variegato. Il nostro sa infatti miscelare, spesso con sapienza, i generi più disparati. Americana, country, folk e qualche strizzatina al rock: sono questi gli ingredienti alla base del piatto cucinato dal buon Getz. Un piatto che a seconda degli episodi ha il sapore forte e deciso della cucina cajun o di un hamburger alla griglia, mentre in altri ci troviamo di fronte ad una minestra riscaldata e spesso annacquata. Diciamo subito che il nostro è comunque un buon autore e possiede una voce forse non eccelsa ma di sicuro particolare e che ben si amalgama alle alchimie sonore dei brani. Decisamente radio friendly è l'opener Bad case of passion, dotata di un buon refrain e di un ritmo accattivante. Con la title track il nostro comincia a mostrare il suo talento compositivo, in un'intensa folk ballad di matrice prettamente acustica, impreziosita dall'arrangiamento d'archi ad opera di Chris Carmichael. Un'armonica molto "popperiana" (John Popper, leadei dei Blues Traveler) è invece protagonista in Come on, Ely, in grado di catturare fin dal primo ascolto. Heart so steady riesce a coniugare in maniera egregia elementi cari al country ad un impianto strumentale tipico delle folk song di stampo più modernista. Country sempre presente, ma in modo più netto, nella successiva e convincente Not in love, just falling, con le chitarre sugli scudi. Sa decisamente di già sentito Jenny Lee, che nonostante qualche buona idea di base, non riesce a decollare. Il rock irrompe all'improvviso in Oh Delilah, un brano interlocutorio, senza capo ne coda, capace solamente di lasciarci con l'amaro in bocca una volta giunto alla conclusione.
Di ben altra caratura sono le acustiche Counting trains e la conclusiva Nelly Blye. La prima tratta tematiche sociali di grande attualità, come la depressione adolescenziale, e trova nella commistione tra acustico ed elettrico la sua ragion d'essere, con il violoncello di Carmichael a suggellare il tutto. Quest'ultimo torna protagonista anche in Nelly Blye, adornando con il suo violino quella che a mio avviso è l'apice emozionale dell'intero lavoro. Violino che ha anche il compito di colorare di cajun la solare Penny Candy, ben coadiuvata dalla fisarmonica suonata dallo stesso Getz. Country venato di blues, infine, in Flock of Demons, che parte quasi in sordina per poi esplodere nel finale, in un'orgia strumentale tra banjo, violino e chitarra slide. Un esordio con poca infamia e qualche lode quindi, che risente forse di un songwriting in alcuni episodi ancora acerbo ma che ci lascia ben sperare per il futuro.

                           

Phantom Buffalo - Cement postcard with owl colours

(Pubblicato su Extra! Music Magazine)

Ci sono dischi che nella loro disarmante semplicità riescono a comunicare più di lavori iper prodotti e dal lungo e ridondante elenco di ospiti famosi. Cement Postcard With Owl Colours degli statunitensi Phantom Buffalo appartiene alla categoria appena menzionata. In quanto il gruppo di Portland è fautore di un indie pop che ha nel basso profilo la propria forza, e nelle mai banali melodie il proprio fascino. Un lavoro che getta un immaginario ponte musicale tra jingle jangle alla Byrds, atmosfere West coast e sonorità più moderne. La musica scorre fluida, avvolgente, tra eteree ballate di derivazione folk ed echi indie.
Già l'iniziale Listen To The Leaves mette in mostra tutto il valore della band, in un brano nel quale gli strumenti si inseguono, scompaiono, per poi ricomparire all’improvviso in un turbinio sonoro. Quello che colpisce è sicuramente la voce di Jonathan Balzano-Brookes, capace di destreggiarsi su tonalità molto alte, a volte sfiorando persino il falsetto, come in Greenstar Botanical Airway; dove le fanno da ottimo contrappunto una pulsante sezione ritmica e una chitarra elettrica dall'alto grado di acidità.
In brani come Bad Disease, Frogman, Radio Signal e nella conclusiva Goliath Tales emerge invece l’anima modernista della band, con un suono che approda in lidi tanto cari a certo indie pop. Weather The Weather, dal canto suo, sembra scritta da Crosby, Stills e Nash sotto acido, alternando ad eterei vocalizzi, sinuosi ed avvolgenti giri di chitarra. Chitarre ancora protagoniste nella successiva Atleesta impegnate a cesellare giri melodici capaci di catturare fin dal primo ascolto, complice anche l’azzeccata linea vocale, per un brano dal grande appeal radiofonico. I Bring The Sunshine And The Nightmares rappresenta invece, a mio avviso, il picco artistico musicale dell’intero lavoro, con ancora il folk intriso di modernità in primo piano. Tornano prepotentemente alla carica le influenze westcoastiane in Ray Bradbury’s Bones, che ritroviamo soprattutto nell’uso della voce. Trinket Shop e Battle Of Roses, continuano invece nella riuscita formula oscillante tra moderno e antico. Formula sonora quella messa in campo dai nostri che ben si avvicina a un gruppo come i Dawes, con il quale hanno più di un punto in comune. Un lavoro, questo Cement Postcard With Owl Colours, dalla bellezza disarmante, dove non vi è una sola nota da buttare.



                        

Booker T. Jones - The road from Memphis

(Pubblicato su Extra! Music Magazine)

Quando ci si trova di fronte a una leggenda del calibro di Booker T Jones, l'imparzialità del recensore rischia di essere messa a dura prova. Sì, perchè il nostro è stato ed è tuttora un pilastro della musica afroamericana. Ogni amante del soul e del r'n'b ha sentito almeno una volta il liquido suono dell'hammond di quest'uomo. Al comando dei suoi MG's ha scritto pagine memorabili della musica nera sotto l'egida della leggendaria Stax, trasformando Memphis nell'epicentro di un terremoto musicale che negli anni'60 ha sconquassato il mondo intero. Dopo quegli anni indimenticabili il nostro ha continuato lungo un percorso, seppur frammentario, che lo ha portato infine a una seconda giovinezza artistica, grazie anche al supporto della Anti.
Se Potato Hole ne aveva segnato il rilancio, per merito anche dell'ottimo apporto strumentale dei Drive-By Truckers; questo The Road From Memphis rappresenta un ulteriore vagito di un vecchio leone che non vuole ancora smettere di ruggire. Anche se si tratta di un vagito, almeno a livello vocale, di debole intensità visto che il nostro opta nuovamente per un lavoro quasi interamente strumentale. E qui a mio avviso sta forse il punto debole dell'intera raccolta. In quanto, se Potato Hole poteva contare sulla muscolarità dei Truckers, in questo nuovo album ad affiancare Booker T troviamo i Roots, capitanati dal batterista QuestLove (produttore dello stesso insieme a Rob Schnapf). Un cambio di suono piuttosto netto quindi, più levigato e strizzante l'occhio in determinate occasioni a certo mainstream di genere. La coesione musicale tra leader e backing band spesso scivola verso sonorità di stampo prettamente modernista, con il risultato che molte canzoni finiscono per assomigliarsi tra loro.
Certamente non aiuta il limitato arsenale musicale dei Roots, con troppe poche frecce sonore a disposizione. L'inizio è però in grande spolvero con il funk modernista di Walking Papers con l'hammond a dettare i ritmi su di una pulsante sezione ritmica nella quale si intersecano spesso riff di matrice quasi hard, che hanno comunque il pregio di variegare ulteriormente il suono. La ripetitività è però dietro l'angolo ed inficia la seppur buona qualità di brani come The Hive, Rent Party e The Vamp. Di ben altro livello è Progress, dove troviamo Jim James dei My Morning Jacket, impegnato in un'intensa prestazione vocale. Representing Memphis è un'ottima ballata di stampo soul, dal suggestivo mood sonoro e con un riuscito duetto tra Matt Berninger dei The National e Sharon Jones. Alquanto banale e decisamente fuori luogo è il reprise di Crazy di Gnarls Barkley, a mio avviso un riempitivo e nulla più. In Down In Memphis troviamo invece un inedito Booker T impegnato al canto, con risultati più che discreti. Riuscita a metà è invece The Bronx dove compare Lou Reed, il quale si limita a un semplice talking ben supportato da un ottimo impianto strumentale.
Un disco difficile questo The Road From Memphis che se da una parte conferma la caratura tecnica del musicista americano, dall’altra risente di una certa monotonia a livello strumentale e sonoro. Ne ha fatta di strada il nostro partendo da Memphis, speriamo che questa svolta modernista sia solo una deviazione, lungo un sentiero impervio e difficile, e che in futuro si ricongiunga alla strada maestra.




                         

Veronica Sbergia and the Red Wine Serenaders - S/T

(Pubblicato su Rootshighway)

Ci sono dischi in grado di trascendere luoghi fisici e spazi temporali. E questo è proprio quanto accade dopo aver inserito il dischetto in questione nel lettore e aver premuto il tasto play. Si viene catapultati nell'America dei primi decenni del secolo scorso, dove spopolavano il ragtime, lo swing e facevano la loro comparsa le prime jug band. Un suono figlio di quella tradizione musicale, ormai dai più seppellita nei meandri più reconditi della memoria, ma ancora viva e pulsante. Visto il sound è logico pensare immediatamente a un gruppo di musicisti americani, anzi afroamericani, volti a reinterpretare la tradizione medesima. Niente di più sbagliato, perchè i musicisti in questione sono italianissimi. Arriva infatti dalla Lombardia Veronica Sbergia, e per questa sua seconda opera discografica si fa accompagnare dai fidi Red Wine Serenaders, anch'essi italiani oltre che musicisti di grande caratura. I nostri si divertono a giocare con la tradizione musicale afroamericana , mostrando allo stesso tempo grande rispetto e passione per la materia in questione. Strumenti inusuali come ukulele, washboard e kazoo colorano ulteriormente la miscela sonora del gruppo, che trova nella dimensione acustica la propria ragione d'essere. Su tutto si staglia la splendida ed espressiva voce di Veronica Sbergia, vero punto di forza dell'intero lavoro. Virtuosa dell'ukulele, Veronica percuote con maestria anche la washboard, e grazie all'utilizzo di una spazzola per capelli riesce ad estrarne sonorità innovative. Nelle file dei Red Wine Serenaders spiccano senza dubbio Max De Bernardi e Mauro Ferrarese, autentici maestri degli strumenti a corde; il primo alla chitarra resofonica, all'ukulele e al mandolino; mentre il secondo anch'egli impegnato alla chitarra resofonica. Ideale suggello è Alessandra Ceccala, al contrabbasso e ai cori, in grado di dare ulteriore spinta ritmica al gruppo. Un viaggio musicale tra rarefatti e arcaici blues (Busy Bootin, Doggone My Soul, Lovesick Blues) e coinvolgenti swing e ragtimes (You Drink too Much, Mr Ambulance Man). You may leave (but this will bring you back) è invece una trascinante folk song condotta da washboard e kazoo, il tutto coadiuvato da un sapiente uso delle voci. Difficile poi rimanere impassibili di fronte alla bellezza di brani come Lullaby of the Leaves, splendida ballata con l'ukulele protagonista; Nobody Knows but Me, old time blues come non se ne sentivano da tempo e You Must come in at the Door a mio avviso la migliore del lotto, splendido brano corale di stampo gospel, con un ottimo lavoro di chitarra slide ben supportata dalla washboard. Vera chicca è infine la bonus track: Good Old Wagon, per solo piano e voce, semplicemente da brividi. Un disco vissuto, che parla di storie intrise di amore, sangue e sudore e lo fa con perizia tecnica e un alto tasso emotivo. Un plauso va quindi a Veronica Sbergia e ai suoi fidi Red Wine Serenaders, fautori di un'opera dalla bellezza cristallina.

                            

Pinetop Perkins and Willie "Big Eyes" Smith - Joined at the Hip

(Pubblicato su Rootshighway)

Si è sempre animati da un profondo rispetto quando ci si appresta ad ascoltare le nuove fatiche discografiche dei "mostri sacri" della musica afroamericana. Spesso infatti l'amore viscerale per un musicista o per un genere musicale possono influire sull'imparzialità del giudizio in favore di una scelta più dettata dal cuore che dalla mente. Uno dei casi menzionati poc'anzi potrebbe essere il nuovo lavoro del novantasettenne Joe Willie Perkins. Conosciuto ai più come "Pinetop", il nostro rappresenta una fetta importante della storia della musica afroamericana, avendo in passato accompagnato al piano artisti del calibro di Sonny Boy Williamson, Robert Nighthawk ed Earl Hooker; fino ad arrivare alla sua collaborazione più duratura e redditizia, con la Muddy Waters Band; dal 1969 fino alla prematura scomparsa del leader nel 1983. Dopo una carriera solista di tutto rispetto, oggi il pianista da alle stampe Joined at the Hip, nuova fatica in studio in "società" con l'ex compagno di scorribande proprio nella Muddy Waters Band, Willie "Big Eyes" Smith, qui impegnato all'armonica e alla voce. Ai due leader si aggiunge una band di tutto rispetto che vede nelle sue fila l'esperto bassista, nonchè vecchio collega, Bob Stroger, John Primer e Frank Krakowski alle chitarre, mentre il posto dietro ai tamburi è occupato da Kenny Smith, figlio di "Big Eyes". Un disco questo Joined at the Hip forse non trascendentale ma sicuramente onesto e di pregevole fattura. Compito di aprire l'album spetta a Grow up to be a man, gradevole mid-tempo, in cui ad un intenso assolo di piano fa da contrappunto un bel lavoro all'armonica da parte di Smith. Ed è lo stesso Smith a firmare la quasi totalità dei brani, arrivando a raggiungere buoni livelli di scrittura. Emblematici a questo proposito sono brani come Take your eyes off my woman una sorta di "Got my mojo working" del nuovo millennio, che ai tempi avrebbe spopolato nelle classifiche di settore; oppure la lenta e sinuosa Walking down the highway.
La parte del leone spetta però a Perkins che in brani come Gambling blues e in Take my hand precious love ci dimostra come gli anni non abbiano scalfito ne la sua voce ne quanto meno il suo pianismo, come ben evidenziato anche dalla tersa Grindin man. Dal suo passato il pianista recupera inoltre due brani appartenenti al repertorio di Sonny Boy Williamson: Cut that out e la sempiterna Eyesight to the blind. La prima, un vigoroso shuffle ci dimostra come i due sappiano ancora mordere nonostante l'età, mentre alla seconda spetta il compito di chiudere un album che ha trovato nella semplicità la sua ragion d'essere. Abbiamo ancora tanto da imparare da questi due vecchi "leoni".



                          

domenica 30 ottobre 2011

Jd McPherson - Signs and signifiers

(Pubblicato su Rootshighway)

Arriva da Tulsa, Oklahoma, JD McPherson, e Signs and signifiers segna il suo debutto discografico. Un album, quello approntato dal nostro, che rispecchia i propri amori musicali attingendo alla fonte del r'n'b e del primo ruspante rockabilly, il tutto registrato con strumenti analogici per recuperare le sonorità dell'epoca. Sono proprio le scelte sonore del disco a sorprendere: grazie all'utilizzo di un vecchio registratore a nastro Berlant degli anni '60, si è riusciti a ricreare quella magia sonora che permeava luoghi ormai leggendari come gli studi della Sun o della Chess. Non sono solamente i suoni a sorprendere, in quanto McPherson è anche autore di vaglia e possiede una voce roca ed espressiva, che non ha nulla da invidiare ai più blasonati esponenti del genere. Inizio al fulmicotone con il rock'n'soul di North Side Gal, dove la voce di JD ha subito l'occasione di mettersi in mostra, ben supportata dal contrabbasso di Jimmy Sutton e dalla batteria di Alex Hall; il tutto condito dagli interventi solistici ad opera del sax. Di chiara matrice r'n'r è anche la successiva Country Boy, che vede ospite al piano Scott Ligon, e basa tutto il suo appeal su di un mood rallentato e suadente. Fire Bug dal canto suo sarebbe stato il singolo perfetto per uno dei tanti rockabilly hero che infestavano le radio sul finire degli anni '50; tappeto percussivo di piano e sezione ritmica che pare un treno in corsa.
Decisamente atipica è la title track, che pare provenire direttamente da un album a marchio Chess, a nome Bo Diddley. Del fu grande Elias Bates McDaniel viene infatti ripreso quel tipico ritmo jungle, tanto che sembra di trovarsi di fronte a una versione edulcorata di uno dei brani del chitarrista afroamericano. Ridotta all'osso è invece Wolf teeth, terreno ideale per la voce di McPherson, che qui urla e sbraita come fosse posseduto dai fantasmi di Eddie Cochran e di Gene Vincent. I fiati tornano a farla da padrone in Scratching Circles, dove Jonathan Doyle e Josh Bell soffiano come ossessi nei loro strumenti. Infarcita di soul è invece la suggestiva A gentle Awakening, suadente ballata dai forti sentori sudisti, nella quale spiccano il violino di Susan Voelz e il violoncello di Allison Chesley.
Decisamente più classiche sono invece la pianistica Dime for Nickels, la fiatistica B.G.M.O.S.R.N.R. e la cover di un vecchio brano di Joey Simone Your love (all that I'm missing), con gli ottimi spunti chitarristici di Joel Paterson. I Can't Complain dal canto suo è un blues virato verso il r'n'r, che riprende le atmosfere tanto care alla città di Chicago, dove l'album è stato registrato. Chiusura in grande spolvero con l'anfetaminica Scandalous da ascoltare a tutto volume per poterne assaporare appieno l'energia. E come si dice in questi casi buona la prima; anzi ottima direi.

                        


                            

giovedì 27 ottobre 2011

Calvin Russell - Contrabendo

(Pubblicato su Rootshighway)

Ritorno in grande stile per Calvin Russell, con un doppio album live, più dvd, che ben documenta la doppia anima artistica del nostro, mostrandone sia il lato più elettrico sia quello più acustico e intimista. I due dischetti audio vertono entrambi sul lato più elettrico e riportano un concerto del 2007 in Francia, a Parigi per la precisione, dove il nostro è ormai di casa. Inizio al fulmicotone con una Are you Ready assolutamente devastante, che mette ben in mostra quale sarà il trend della serata. Semplicemente strepitosa è la successiva Free in Freedom, che dal vivo acquista in vigore ed intensità. Trattamento "on stage" che giova alla quasi totalità dei brani presentati, testimonianza di quanto il nostro sia a suo agio sulle sporche e polverose assi di un palcoscenico. Supportato da una band compatta e tecnicamente ineccepibile, Russell interpreta le proprie composizioni in maniera superlativa, grazie anche alla sua voce roca e segnata dalle tante difficoltà di una vita passata sempre dalla parte scura della strada.
Di stampo prettamente blues è la dissacrante Don't Want to Go to Heaven, tutta giocata sul'uso dello slide e sugli ottimi interventi al piano elettrico di Markus Bommer. Midnite Man è invece una notturna country ballad, con ancora il piano protagonista che ben colora la sofferta interpretazione vocale del nostro. Wild Wild West di chiara impostazione hookeriana per andamento e intenzione, ci riporta in ambito blues, virato al rock, tra pause e ripartenze per uno dei brani più trascinanti della serata. A Different people spetta invece il compito di chiudere il primo disco, spandendo nuova energia rock su di un pubblico in estatica partecipazione. Energia che pervade anche il secondo dischetto, con una The More I Know dai forti sapori rock'n'roll. Il vero picco emotivo della serata si raggiunge con la bellissima Crossroad: incipit per sola voce e chitarra alle quali si aggiungono in crescendo gli altri strumenti. Behind the 8 Ball, un altro dei suoi cavalli di battaglia vede la partecipazione alla chitarra di Paul Personne, che aiuta a rendere ancora più compatto l'impianto musicale del brano. Ritmi rallentati invece per Soldier, uno dei tanti capolavori usciti dalla penna del musicista di Austin, piccola gemma antimilitarista. Accolta da una vera e propria ovazione, Russell ne da un'interpretazione sofferta, ma nello stesso tempo quasi rabbiosa. Il nostro omaggia poi l'immenso Townes Van Zandt riproponendo un'adrenalinica Ain't Leaving Your Love. Rat and Roaches è forse uno dei miei brani preferiti di Russell e la versione qui proposta ne accresce ulteriormente il valore. Un blues tinto di rock, terreno ideale per le chitarre, libere di destreggiarsi in liquidi assoli, ben coadiuvate dal sempre ottimo Bommer al piano e da una metronomica sezione ritmica, che entra in sordina per poi esplodere nel finale. Degna chiusura della serata è I Want to Change the World, autentica manifestazione di intenti da parte del nostro, che si dimostra una volta di più uno dei più grandi rocker attualmente in circolazione.
Attestato che viene ribadito anche dal dvd, vera e propria chicca per tutti gli appassionati del musicista di Austin. La versione video, infatti, oltre a riproporre per intero il concerto di Parigi, anche se con alcuni brani in scaletta invertiti, offre anche la testimonianza di un concerto acustico tenuto sempre in terra francese, per la precisione a Issy-Les-Moulineaux, nel 2009. Se la parte video prettamente elettrica è l'ideale compendio visivo a quanto descritto precedentemente, il concerto unplugged ha il merito di mostrarci il lato più cantautorale della musica russelliana. Accompagnato per l'occasione da Manu Lanvin alla chitarra acustica e alle percussioni e da tal Nikko alla chitarra elettrica e percussioni, Russell ripropone alcuni dei suoi brani più famosi come le sempre splendide, e già citate, Soldier, Behind the 8 ball e Rats and roaches, che in versione acustica acquistano ulteriore fascino. Pur essendo prettamente unplugged, la performance è comunque trascinante e grintosa come ben si evince dall'epica Like a Revolution. Atmosfere blues si respirano in Texas Blues Again, dove alle chitarre acustiche si aggiunge un sapiente uso delle percussioni e dell'armonica. Di tutto altro stampo invece Rolling Wheel, dove i nostri rockeggiano alla grande così come in Freighted Train, uno dei momenti più alti della serata. Finale gigionesco del nostro che si lancia in spassosi passi di danza nella conclusiva Too Old to Grow Up Now. Suggello del dvd è inoltre un documentario/intervista di sette minuti. Un live Contrabendo, altamente consigliato a tutti gli appassionati di Calvin Russell, e ideale primo passo nel mondo del rocker di Austin per degli eventuali neofiti.


                         


martedì 25 ottobre 2011

Chip Taylor - Rock'n'roll Joe

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"Rock and roll Joe è un progetto dedicato alla riscoperta degli eroi dimenticati della musica rock, persone che sono state e continuano ad essere fondamentali per lo spirito e la passione del rock'n'roll e che tuttavia non hanno mai ricevuto il credito che meritano". Con queste parole si viene introdotti all'ascolto di Rock and roll Joe, nuovo album a nome Chip Taylor. Un progetto nato quasi per caso nel 2007, durante un tour in terra scandinava, in cui il nostro aveva avuto modo di parlare con la propria band di quei musicisti spesso sconosciuti al grande pubblico, ma alla base di alcune delle più importanti registrazioni degli ultimi sessant'anni. Da qui l'idea di un album in grado di raccontare le loro storie. Album che rappresenta solamente l'inizio del progetto Rock and Roll Joe, in quanto parallelamente è stato lanciato anche un sito web in cui vengono menzionati alcuni tra i musicisti oggetto di questo tributo, e nel quale gli stessi ascoltatori possono aggiungere dei nomi alla già nutrita lista presente. Sono invece della partita per quanto riguarda il progetto discografico, l'amico di lunga data e chitarrista John Platania, la violinista Kendel Carson, il bassista Ron Eoff e il batterista Bryan Ownings, ai quali si aggiungono numerosi ospiti. Band che aveva già accompagnato on stage Taylor, pertanto solida e rodata, in grado di spaziare dal rock più autentico fino ad atmosfere care alla musica tradizionale americana. Vero trait d'union dell'intero lavoro è però il violino della Carson, che si cimenta senza problemi sia in ballate dal retrogusto country, che in sfrenati rock'n'roll. Alle prime appartengono senza ombra di dubbio canzoni come I'm the Law in this Old Town, Couldn't We use Some of That Now e The Van Song, nelle quali i ritmi si fanno più rilassati e viene lasciato ampio spazio alla melodia. Ovviamente è però il rock'n'roll ad essere il vero e incontrastato protagonista dell'album, sia che si tratti della sua forma primigenia, sia della sua fusione con elementi tipicamente country. Monica (These fingers move on your), rappresenta da sola la quintessenza del citato rock'n'roll, quello più muscolare e autentico, complice anche un azzeccato ritornello e un ben studiato uso delle dinamiche. Nel medesimo solco corrono I Can't Let Go e l'incalzante, nonostante l'impianto musicale semiacustico, The Union Song. In brani come The Savoy Files, Hot Rod Carson, ci troviamo invece in territorio country'n'roll, così come in Measurin, con un piano honky tonk a dettare i ritmi, e nella trascinante Sugar sugaree, in cui vi sfido a non battere a tempo il piede. Il vertice artistico ed emotivo si raggiunge però con la struggente ballata Live and die for Rock'n'roll e con la title track che meglio di ogni altra canzone esemplifica il profondo rispetto di Taylor nei confronti di questi eroi perduti. Un tributo, questo Rock and Roll Joe, fatto con cuore, sudore e anima, la cui genuinità trasuda da ogni nota.


                           

 

Romi Mayes - Lucky tonight

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Deciso cambio di direzione per Romi Mayes: la cantautrice canadese, arrivata al suo quinto album, opta infatti per una sterzata verso un torrido rock blues, approntando una scaletta di brani inediti ed eseguendoli dal vivo in un concerto sold out in quel di Winnipeg, sua città natale. E qui si aprono i cassetti della memoria (come suol dire un noto conduttore televisivo) e non può non tornarci alla mente un illustre connazionale della Mayes, tale Neil Young, e il suo lavoro del 1973 Time Fades Away, anch'esso composto di materiale inedito e anch'esso registrato dal vivo. Una mossa azzardata per molti, allora come oggi, ma la Mayes può contare su una capacità di scrittura davvero sopra la media e su di una voce in grado di graffiare ed accarezzare come poche altre. Sono della partita i Perpetrators, sconosciuto blues combo di Winnipeg, che accompagnano la nostra in un excursus lungo i polverosi sentieri del blues. Una backing band solida, nella quale spicca il funambolico chitarrista Jay Nowicki, il cui interplay con la chitarra della Mayes rappresenta la vera arma vincente dell'intero lavoro.
Easy on you ha il compito di aprire la serata, con la sua rovente carica elettrica, in cui la graffiante voce della Mayes ricorda a tratti la Lucinda Williams più bluesy oriented. Ci si addentra ulteriormente nei meandri più reconditi delle dodici battute con Don't mess with me; armonica protagonista per uno shuffle in puro Chicago style, che per un attimo ci fa dimenticare di trovarci in terra canadese. La Mayes dimostra di sapere masticare egregiamente la materia in questione, sia che si tratti di brani dalle atmosfere più dilatate - Heavy Heart e Make You Love Me - che di ritmati rock blues come la title track e Can't Get You Off (My Mind). Nowicki e la sua chitarra tornano prepotentemente alla ribalta in After the show e Not My Baby, quest'ultima dal ritmo incalzante. Intensa e sofferta è invece Ball and chain, pochi accordi delle due chitarre a creare un tappeto sonoro sul quale la voce della Mayes si erge in tutta la straordinaria forza interpretativa. Chiusura tra il tripudio generale con la pianistica e rilassata I Will.
Dimenticate le terse ballate folk venate di country dei lavori precedenti, con Lucky Tonight la Mayes accentua ulteriormente la propria matrice blues; e lo fa coniugando sapientemente una penna ispirata con l'irruenza dell'esecuzione dal vivo. Non so se in futuro la chitarrista di Winnipeg continuerà su questa strada, ma certamente questo suo breve excursus ha aperto un sentiero che merita senza ombra di dubbio di essere ulteriormente esplorato.


                             



                

Comincia l'avventura da Blogger

Parte oggi la mia avventura da blogger, con questo "Music, reviews and more".
Un piccolo angolo nel grande cyberspazio di internet nel quale troveranno posto recensioni di album, concerti e molto altro legato alla musica. Conscio di non essere un novello Simon Reynolds ne tantomeno un Lester Bangs, tutto quello che scriverò sarà mosso da una grande passione per la musica nelle sue più varie sfaccettature.
Buona lettura!!