mercoledì 25 giugno 2014

Into a cosmic trip - Intervista ad Alessandro Battistini

(Pubblicato su Extra! Music Magazine)




Dalla guida della roboante automobile hard blues targata Mojo Filter al timone di un antico vascello in rotta verso inesplorate rotte astrali; Alessandro Battistini ci accompagna, tra solari melodie westcostiane e acidi sentori lisergici, alla scoperta delle sue "sessioni cosmiche".


Cominciano dal principio, come è maturata l'idea delle Cosmic Sessions?

È nata all’improvviso, ho scritto Nothing More to Say e ho capito che avevo il desiderio di esplorare nuove strade. Era da un po’ che avevo in testa qualcosa di un po’ più west coast.


Quello che emerge, fin dal primo ascolto, è un approccio, compositivo quanto esecutivo, figlio d'un libero fluire di note e parole. Come si sono svolte le sessioni di registrazione? Che clima si respirava in studio? 

Ho impostato il lavoro in studio perché fosse il più naturale possibile. Speravo che ogni musicista si sentisse libero per riuscire a dare alle canzoni quello spirito un po’ jam/free tipico di una certa musica di stampo sixties.


Nei Mojo Filter, oltre ad essere frontman e chitarrista, rivesti anche il ruolo di compositore, che differenze hai riscontrato, proprio a livello di songwriting, tra queste due esperienze musicali così diverse? 

Quando ho iniziato a scrivere ”Cosmic Sessions” ho seguito poche direttive e una di queste era dare al progetto un taglio più folk rispetto ai pezzi dei Mojo Filter; per questo ho cercato di scrivere delle canzoni con strutture più libere; in “The Roadkill Songs” avevamo cominciato a introdurre un po’ di psichedelia con Theremin e percussioni e con “Cosmic Sessions” ho voluto calcare la mano su questo aspetto.


Sonorità, quelle permeanti le “sessioni cosmiche”, figlie della California della fine degli anni Sessanta – inizio Settanta, tra echi del Laurel Canyon e la psichedelia immaginifica di Haight-Ashbury. Quasi inevitabile, quindi, che molti ti abbiano paragonato a Jonathan Wilson, fautore di due album attestatisi sulle medesime coordinate stilistiche. È un accostamento che ti lusinga oppure potrebbe, secondo te, risultare solo un, fuorviante, tentativo di catalogare la tua musica? 

Sicuramente l’accostamento mi lusinga molto; apprezzo moltissimo il lavoro di Jonathan Wilson, così come quello di Chris Robinson con i Brotherhood, trovo che in questo momento siano i due artisti che più si avvicinano a quello che vorrei fare io; mi piacciono le lunghe improvvisazioni e le parti strumentali che in certi momenti diventano quasi ambient; trovo che i loro dischi siano dei veri e propri trip musicali.


Notevole, oltre all'intrecciarsi delle corde elettroacustiche dei più diversi strumenti, è il lavoro svolto sulle armonizzazioni vocali. Che peso specifico hanno queste ultime nell'economia generale dell'album? 

Si, le armonizzazioni in “Cosmic Sessions” sono sicuramente più importanti che nei miei lavori precedenti, pensavo ai Buffalo Springfield, a certe cose dei Byrds e, nel mio piccolo, anche ad alcuni arrangiamenti della fase psichedelica dei Beatles; avrei voluto ricorrervi anche per alcuni arrangiamenti dei dischi dei Mojo Filter, ma tendo a non mettere niente su disco che poi non si possa riproporre anche dal vivo.


Alle registrazioni hanno preso parte anche alcuni ospiti di vaglia, tra i quali spicca senza dubbio Antonio Gramentieri, chitarrista nonché mente dei nostrani Sacri Cuori, e abituale frequentatore di polverose sonorità Americana e torridi ritmi desertici. Come si è integrato il particolare, evocativo fraseggio della sua sei corde all'interno di un brano come “The Wise Rabbit”? 

Quando Antonio ha sentito il demo di The Wise Rabbit mi ha detto che gli ricordava alcune cose dei Traffic e che gli avrebbe fatto piacere provare a metterci qualche chitarra. Devo dire che il risultato mi è piaciuto tantissimo perché, come suo solito, è riuscito a trovare immediatamente il suono e il mood giusto per enfatizzare il lato acido e malato della canzone.


Altra presenza di spessore è quella di Jono Manson, già frequentato in passato con i Mojo Filter, il quale non solo presta la sua voce alla splendida “Home”, ma ha svolto anche il missaggio del disco nel suo Kitchen Ink Studio, in quel di Santa Fè. Sei soddisfatto del suo lavoro? È quello che avevi in mente, a livello di suono, quando hai concepito l'album? 


In realtà Jono questa volta si è “limitato” a fare il master e come sempre ha fatto uno splendido lavoro; lui è uno di quegli artisti che riesce a rendere tutto più semplice e naturale, sia dal punto di vista artistico che da quello tecnico di produzione e registrazione; trovo che nella musica questa sia una dote imprescindibile. Il mixaggio e le riprese sono state fatte da Matteo Tovaglieri dell’Ncore Studio che si è dimostrato la spalla ideale; anche lui adora gli anni Sessanta e insieme abbiamo cercato di ricostruire quel suono che avevamo in testa. Mi è piaciuto molto lavorare con lui e spero che in futuro ci saranno altre occasioni.


Curiosa è la presenza di una sola rivisitazione del repertorio altrui, oltretutto alquanto riuscita, ovvero della “Walking The Dog” a firma Rufus Thomas, come mai questa scelta? 

Walking The Dog è uno dei primi pezzi blues che ho sentito da ragazzino. Quando l’ho sentito mi sono subito innamorato della canzone e di un certo tipo di blues molto diretto e carico di ironia; registrando “Cosmic Sessions” abbiamo provato a suonarla in modo un po’ più nostro e il risultato ci è piaciuto tanto che ho deciso di inserirla nel disco. Dal vivo ci divertiamo molto a suonarla, soprattutto per la parte finale che esce ogni volta diversa.


Così come è particolare l'inserimento di alcune particelle sonore e piccoli intermezzi parlati che appaiono all'improvviso all'interno di più d'un brano. Da dove provengono? 

In Staring At Your Splendor c’è un estratto di un’intervista a Bob Ross, un pittore che descrive il suo quadro “The Splendor Of Winter”, e parla dei colori come fossero gli ingredienti di una ricetta. Mi è piaciuto molto perché nel suo racconto i colori diventano stati d’animo.
In Inner Side, invece, abbiamo riportato un estratto di una lezione di yoga: l’insegnante sta spiegando la posizione del piccolo universo e la canzone, guarda caso, parla dell’universo interiore, una canzone triste ma con un lieto fine ;)


Davvero suggestiva è la cover del disco, con un vascello-mongolfiera, pronto a salpare per nuovi viaggi astrali, campeggiante in copertina. Chi è l'autore? 

La cover è dello Zeppelin Studio di Nicola Callegaro e Valentina Toson e mi è piaciuta proprio per il suo significato evocativo; mi sono sentito subito a bordo di quel vascello in rotta verso nuove avventure, con mezzi impropri e fantasiosi ma pieno di buoni propositi.


Reminiscenze settantiane si avvertono anche nel nome scelto per la band che ti accompagnerà dal vivo, i Salty Frogs, di velata ispirazione younghiana. Puoi presentarci i musicisti che ne fanno parte? 

Si, i Salty Frogs sono una band ad organico variabile, una sorta di grande famiglia pensata per potersi adeguare a tutte le situazioni; al momento ne fanno parte Francesca Arrigoni (voce e percussioni), Francesco Cimini (chitarre), Simone Spreafico (piano e keys), Alex Chiesa (basso) e Arnaldo Ripamonti (batteria, percussioni e voci)


In che modo riproporrai le Cosmic Sessions dal vivo? Cosa deve aspettarsi chi verrà ad assistere ad un tuo concerto? 

Abbiamo già fatto un buon numero di date e devo dire che sono molto contento perché ognuna di esse è stata a suo modo diversa e particolare. Abbiamo suonato elettrici full band o acustici in duo o trio; è divertente perché ogni formazione mette in luce arrangiamenti e aspetti diversi dei pezzi…


Vista la più che buona accoglienza riservata dalla critica al tuo esordio solista, in futuro vi saranno altri capitoli discografici a nome Alessandro Battistini, oppure le “sessioni cosmiche” rimarranno solamente, un pregevole, scarto di lato dal tuo abituale percorso musicale? 

Sicuramente a breve proseguirò come solista; a settembre/ottobre uscirò con un video clip e poi sarò impegnato in una serie di concerti alcuni dei quali fuori dall’Italia. Nel frattempo sto lavorando al nuovo materiale.


Hard blues psichedelico con i Mojo Filter, ed ora questo rilucente caleidoscopio sonoro elettroacustico; il tutto lascia trapelare una curiosità musicale a 360°. Quali sono stati i dischi o gli artisti che hanno maggiormente influenzato, nel corso degli anni, il tuo modo di intendere, nonché di fare, musica? 

Sono nato ascoltando e suonando i Led Zeppelin o Jimi Hendrix e subito dopo il british blues di band come Bluesbreakers, Yardbirds. Ho adorato i Doors e le loro atmosfere, e sono stato segnato dagli Stones e impressionato dalla genialità dei Beatles. E poi c’è tutto quell’elettro folk di metà anni Settanta: Buffalo Springfield, Crosby stills Nash & Young, Tim Buckley, Grateful Dead, Joni Mitchell





giovedì 19 giugno 2014

Wovenhand - Refractory obdurate

(Pubblicato su Extra! Music Magazine)



Refrattario ad ogni compromesso e ostinato nel portare avanti la propria “missione divina”; si potrebbe prendere spunto proprio dalla nomenclatura del nuovo capitolo della deviata “bibbia musicale” a nome Wovenhand, per descriverne il deux ex machina, David Eugene Edwards, allucinato predicatore dallo sciamanico magnetismo, con un'infanzia trascorsa nel bigottismo protestante dell'America rurale. Infanzia, per l'appunto, marchiata a fuoco da un'educazione religiosa rigida e rigorosa, che ha segnato nel profondo l'uomo Edwards. Religiosità che il nostro ha, suo malgrado, interiorizzato, per poi rielaborare, con il prosieguo degli anni, grazie ad un ardente furore pentecostale, trovando in una materia sonica d'altrettanto arcaico spiritualismo, nota con il nome di Americana, il canale ideale attraverso il quale diffondere il proprio, inedito verbo. E se agli albori della saga a nome Wovenhand era proprio il folk, intinto in nere tonalità apocalittiche, mutuate dalla precedente esperienza collettiva a nome Sixteen Horsepower, l'elemento basico di un ribollente maelmstrom sonico, in tempi recenti abbiamo assistito ad un ulteriore, scorticante, imbastardimento d'una formula sonora oggi pregna d'una nuova dilaniante pervasività. Un cambiamento avvertibile già nel precedente The Laughing Stalk, dove plumbee arie folk si fondevano con caustiche nevrosi post punk, enfatizzando in tal modo, ancor più, il trascendente discernere lirico dello stesso Edwards, in una malata dialettica, tra antico e moderno, avente ruolo preminente anche nell'odierno Refractory Obdurate. Dieci capitoli mistico-religiosi, quelli qui contenuti, ispirati al Vecchio Testamento di biblica memoria, entro i quali confluiscono le ansie, le paure, le perversioni e le visioni salvifiche, da sempre contraddistinguenti il songwriting edwardsiano. Fulcro narrativo, d'evocativa drammaticità, è come sempre la voce di Edwards, nel suo mantrico cantilenare, intorno al quale viene innalzata una cattedrale sonica dalle acuminate guglie moderniste. E se il nostro pone, di quest'ultima, la “pietra angolare”, grazie alle proprie, schizofreniche capacità autoriali, i suoi adepti (Chuck French alla chitarra, Neil Keener al basso e Ordy Garrison alla batteria) dimostrano la loro cieca devozione alla parola del “profeta” contribuendo, con abrasiva accondiscendenza, all'edificazione strumentale del tempio wovenhandiano. Nascono in tal modo affreschi sonici quali l'opener Corsicana Clip, figlia illegittima, con il suo sepolcrale caracollare elettroacustico, dell'operato dei Sixteen Horsepower, dove spicca il succitato, salmodiante vociare del nostro, o le inflessioni mediorientali trasudanti tanto dal misticheggiante crescendo armonico di King David, che dall'intrecciarsi delle corde di una Obdurate Obscura dall'ipnotico splendore, con uno slide tagliente a produrre metallici stridori su di un substrato percussivo affidato al secco percuotere di una darbuka. Una grandeur strumentale avente la propria sublimazione nella maestosa The Refractory, tra scheletrico arpeggiare d'acusticità folkie, deflagranti stilettate elettriche, e rallentate pulsioni ritmiche. In Masonic Youth, così come nelle quasi speculari Good Shepherd e Field of Hedon, i ritmi si fanno, al contrario, più serrati, avvolti da dense spirali di ottundente elettricità new wave. Ancor più funerea, nel suo addentrarsi attraverso arcane coltri doom, è la marziale Hiss, innervata da un acido rifferama “rubato” al miglior Tony Iommi, mentre la conclusiva El-bow è una straniante digressione, d'esasperante lentezza, attraverso dopati territori sludge folk. Pur essendo cambiato nella forma il “refrattario, ostinato” verbo edwardsiano mantiene oggi intatto tanto il proprio fervore messianico, quanto una seducente malia ancestrale, dando vita ad un trascendente rito chiesastico al quale abbandonarsi in preda ad un'innodica trance.

The Last to Knows - Divide

(Pubblicato su Extra! Music Magazine)



Originari della collinare Toscana, ma cresciuti divorando voracemente i suoni provenienti dalla vastità sconfinata dei territori a stelle e strisce, i Last To Knows, per porre le basi della loro nuova fatica discografica, hanno fatto armi e bagagli trasferendosi nel profondo Nord, in quel di Montebelluna. Qui, presso gli Outside Inside Studio di Matt dei Mojomatics, in tutta calma e tranquillità hanno riversato su nastro anni di ascolti attenti ed appassionati, dando alla luce Divide, evocativa opera, fin dalla copertina, d'una “americanità” sfiorata sì solo con il pensiero e le orecchie, ma viva e pulsante oggi nelle composizioni del combo toscano. Non sono dei meri scopiazzatori o dei pedissequi ricalcatori dell'opera altrui i nostri, ma bensì hanno saputo trarre ispirazione dall'operato passato di autentiche icone del genere approntando un pugno di composizioni, figlie della penna di Mattia Neri, impegnato anche alla voce e alla chitarra acustica, capaci di resuscitare e rinverdire tematiche e storie da autentici country outlaws, riproponendole attraverso il moderno filtro della propria ottica sonora. Diviso idealmente in due “lati”, come i vecchi vinili, l'album possiede due anime ben distinte; la prima denominata Water side, pur a discapito della sua nomenclatura acquatica, di polverosa estrazione country folk, mentre la seconda, Mountain side, dalle più cupe ed elettriche tinte bluesy. Appartengono alla prima composizioni dall'impasto elettroacustico come l'opener New Recession Hoedown, Boom-Chicka-Boom nel quale spicca il soffiare dell'armonica, alla Mickey Raphael, di Michele Borgogni, con liriche debitrici nei confronti delle Dust bowl ballads del sommo Woody Guthrie, nel suo raccontare l'odierna, attanagliante crisi economica; o una All The John Deeres In The World quasi un estratto da Nashville Skyline, in cui il narrare dylaniano incontra l'epicità della frontiera americana. For The Sake Of My Soul ricorda invece, fin dal titolo, il dolente songwriting del Texas Troubadour Townes Van Zandt, in quella che è una splendida, malinconica ballata cantata da Mattia Neri con il cuore in mano. Le trame country intrecciate dai nostri incontrano invece spezie swampy in un'ariosa Between Us attingente a piene mani dall'operato dei Creedence Clearwater Revival più bucolici. E se il ‘Water side’ scorre fluido e veloce come l'impetuoso fiume Columbia, è quando il quintetto si accinge ad “ascendere” verso il Mountain side che sembra, in parte, arrancare. La “scalata” inizia, tuttavia, a spron battuto, con una scalpitante Devil Be My Guide, ma tanto in una Dirty Business non del tutto a fuoco nel suo barcamenarsi tra sbuffare country ed elettricità blues, quanto in una Lonesome Mistery Man, questa sì forse fin troppo aderente al songbook fogertiano, tanto da sembrare una ripresa della celeberrima Fortunate Son, comincia ad avvertirsi una certa mancanza d'ossigeno forse dovuta all'aumentare dell'altitudine. Basta, fortunatamente, solo riprendere il fiato e i toscani tornano a vedere nitida la conclusione del loro cammino in verticale, come dimostrato da una Like The Egg Of A Snake capace d'unire la furia elettrica dei Crazy Horse con le desertiche sonorità dei Calexico, per arrivare poi a conquistare infine la vetta della propria personale “montagna sonora” con la conclusiva Vaya con Dios, piccolo gioiello di scura introspezione, dove pare di ascoltare la profonda voce di Tom Russell accompagnata, anziché dalla sei corde di Andrew Hardin, da quella ben più elettrica e distorta del vecchio Bisonte canadese. Un album ben scritto e ancor meglio suonato, Divide, ad opera di quintetto con un piede ben saldo sulle verdi colline senesi, e un altro affondato tra la polvere delle praterie americane.

giovedì 29 maggio 2014

Little Angel and the Bonecrashers - Jab

(Pubblicato su Extra! Music Magazine)


Fin dalla loro nascita, nell'ormai lontano 2000, i Little Angel and the Bonecrashers hanno portato avanti un personale percorso musicale in grado d'unire le provinciali strade del varesotto con le periferiche “strade blu” d'Oltreoceano. É infatti l'Americana, con le sue molteplici deviazioni e contaminazioni, la materia sonora dalla quale il quintetto lombardo ha saputo trarre ispirazione, rielaborandone stilemi e dettami, in un amalgama fresco e corroborante, dove la vischiosità swamp rock dei Creedence Clearwater Revival, gli urbani sentori latini dei Los Lobos e il fervore del Johnny Cash dei primigeni anni targati Sun Records, incontrano gli spettri elettrici dei mai dimenticati Uncle Tupelo. Dopo un omonimo esordio, diviso tra inediti pruriti compositivi e rivisitazioni del songbook altrui, rendendo omaggio, tra gli altri, proprio al gruppo di Tweedy e Farrar rileggendone la splendida Watch Me Fall, oggi il combo varesino mostra con J.A.B., sua seconda prova in studio, d'aver affinato ulteriormente le proprie capacità autoriali, in dieci composizioni autografe pregne dei più diversi umori sonori. Si passa infatti dal logoro rock'n'roll dell'iniziale Harry's Wife, al flavour southern di Regrets (Sweet Revenge Song) impreziosita tanto da un preciso lavorio sulle corde acustiche, quanto da impeccabili incroci vocali, passando per una scura My Last Ride, d'afflitto pulsare country, con ospite alla chitarra e alla voce l'amico di lunga data Davide Buffoli. E se in Johnny Lee Blues i nostri rallentano lo scalpitante boom-chicka-boom, sempiterna eredità musicale lasciataci dal fu grande Johnny Cash, screziandolo con liquidi assolo in odore di Allman Brothers Band, in 1000 Miles Amelia è ancora il rock'n'roll a fare da ideale commento sonoro alla storia dell'omonima Amelia, “dispensatrice di piacere” per più d'una generazione varesotta. Splendida è Cowboy's Prayer, tra un epos narrativo degno del miglior outlaw country e un polveroso danzare norteno, condotto dall'accordion dell'ospite Gianmarco Banzi, mentre con il maestoso svolgersi della conclusiva Troubles Everyday, al contrario, ci si addentra in territori di più scorticata elettricità, con il Neil Young di Zuma a perdersi nello “sporco Sud” dei Drive by Truckers. La sferragliante title track è, dal canto suo, una sorta di manifesto del vivere in musica del quintetto, autodefinitosi “solo un'altra band della provincia” (Jab è per l'appunto l'acronimo di Just Another Band). Un'etichettatura tuttavia, perlomeno a parer di scrive, non veritiera, specie alla luce di un cammino musicale sin qui irreprensibile per passione e costanza, come peraltro ribadito oggi da un lavoro, J.A.B., d'ottima fattura, in grado di confermare i Little Angel and the Bonecrashers quali una delle realtà più interessanti dell'Americana “made in Italy”.

martedì 27 maggio 2014

Devenia - L'ultima stagione

(Pubblicato su Extra! Music Magazine)

Si affacciano per la prima volta nel, sempre più affollato, mercato discografico i romani Devenia, e lo fanno con un piccolo Ep, ahiloro, non pienamente a fuoco. Un pugno di composizioni, quello approntato per l'occasione, fin troppo sfaccettato nel suo voler mostrare le diverse anime componenti l'estetica sonora dei nostri. Anime, tuttavia, non sempre in grado di convivere pacificamente, tra loro, anzi spesso cozzanti l'una contro l'altra, penalizzate dalla mancanza di un fil rouge in grado di garantirne la linearità di svolgimento. A taglienti rasoiate chitarristiche, al limite del più tonitruante e ottudente alternative rock (Spleen, John Locke) fanno infatti da contraltare episodi nei quali l'ardore metallico viene in parte stemperato (la title track) da una più marcata diluizione melodica. E se in Pornomusa sembra di trovarsi di fronte, complice un mantrico declamare vocale, a dei CCCP anfetaminizzati, è nei repentini cambi di tempo e registro di Medea che i Devenia riescono a mostrare finalmente le potenzialità, sin qui celate, del loro songwriting, dando modo all'enfatico cantare di Michele Ucciferri d'emergere al di sopra delle muraglie di suono erette dai propri compagni; il tutto in un riuscito connubio tra ferocia distorta e afflato melodico, sul quale il combo romano, a mio avviso, dovrebbe porre le basi per il loro futuro prossimo. Speriamo infatti che questa non sia per i nostri “l'ultima stagione”, ma solo un primo, tentennante, passo, nell'attesa dell'arrivo della propria “primavera” musicale, magari sbocciante tra i solchi d'un lavoro di maggior compiutezza.

giovedì 22 maggio 2014

Chuck E. Weiss - Red beans and Weiss

(Pubblicato su Extra! Music Magazine)


Compagno di gozzovigli, alcolici e non, di Tom Waits e Rickie Lee Jones, negli anni dissennati del Tropicana Motel, bislacco deejay radiofonico, socio paritario di Johnny Depp nell'edificazione del Viper Room, ma sopratutto songwriter d'allucinata irrazionalità; a leggere il “curriculum” di Chuck E. Weiss vi è di che rimaner esterrefatti, specie di fronte alla bizzarria di un personaggio al di fuori di ogni schema e catalogazione. Un autentico beautiful freak, il nostro, un “exile on the backstreet” al quale, fortunatamente per noi, il grande successo non ha mai arriso, abbandonandolo anzi ai margini, in quel fetido limbo underground pullulante della più diversa, disadattata “fauna”, divenuta presto protagonista del suo scrivere in musica. Ha inciso tuttavia poco Weiss, d'altra parte egli stesso si definisce un inguaribile procrastinatore, ma nei suoi sparuti lavori discografici ha saputo convogliare i “souvenir sonici” raccolti, qua e là, nel suo inquieto bazzicare i bassifondi di una Los Angeles nel cui tessuto urbano ha trovato l'habitat ad esso più consono. Vetusti e scalcinati blues, torbido rock'n'roll, languide atmosfere jazzate in odore di dixieland e cantilenanti filastrocche apparentemente senza capo né coda; questo è quanto contenuto nel variegato e variopinto mondo musicale weissiano, un immaginario sonoro di strabordante follia, oggi idealmente rappresentata dalla copertina del nuovo Red Beans And Weiss, quasi una versione freak dell'artwork del “Sergente Pepe” di beatlesiana memoria. Un album dato alle stampe a sette anni di distanza dal precedente 23rd & Shout, con il nostro quasi “costretto” ad entrare nuovamente in studio di registrazione dagli amici Waits e Depp, per l'occasione accollatisi anche l'onere della produzione. Non sembra tuttavia aver lasciato strascichi, sul nostro, il lento trascorrere del tempo, certo qualche ruga e qualche acciacco hanno fatto nel frattempo la propria comparsa, ma a livello musicale nulla pare essere cambiato, in un continuo ed ostinato rifuggire ogni logica commerciale o qualsivoglia compromesso. Sarà l'egida discreta ed accomodante della benemerita Anti, ma Weiss sembra aver avuto, ancor una volta, totale carta bianca, nonché il beneplacito di barcamenarsi, come egli magistralmente sa fare, tra i più astrusi ed improbabili pentagrammi. Una fiducia ampiamente ripagata con tredici brani, tutti inediti fuorchè un “tributo”, d'eccezione, al songbook altrui, sintomatici di come la vena autoriale del songwriter originario di Denver, abbia ritrovato la propria fertilità, tanto che si può tranquillamente considerare Red Beans and Weiss quale sua opera più ispirata e riuscita. Complice la voce scura e catramosa del titolare, e una band, i G-Damn Liars, dalle movenze precise e senza pecche, come quelle d'un ingranaggio ben oliato, si rimane come stregati dal magnetismo sonoro permeante i solchi di un album equiparabile ad un introspettivo viaggio all'interno dell'universo weissiano. Un mondo strambo, dove si incontrano strani “abitanti”, come Tupelo Joe, presentatoci sulle note di un rock'n'roll sporco e stradaiolo, che ne porta il nome, oppure la gatta Shushie, alla quale è dedicato l'omonimo, fumoso talkin' dalle notturne tinte jazzy. L'ossessivo incedere di Boston Blackie, sfociante in uno spiritato declamare al limite del nonsense, così come una sferragliante Bomb The Tracks, sono altresì esplicative della deviata estetica musico-narrativa del nostro. La giovanile infatuazione per il blues non si è, dal canto suo, per nulla affievolita, tutt'altro, manifestandosi in questo frangente tanto nel tribalismo percussivo d'una dopata Kokamo (Boy Bruce), quanto in una Dead Man's Shoes dove un istrionismo vocale alla “Capitano Cuoredimanzo” incontra il boogie della Motor City d'ascedenza hookeriana. Nella travolgente Hey Pendejo si respira invece l'aria del border messicano, in quella che pare un'ubriaca divagazione su d'una melodia della tradizione nortena, ad opera di Ry Cooder e dei suoi Corridos Famosos, in preda ai fumi dell'alcol, in qualche sperduta bettola nei dintorni di Tijuana. Splendido è l'omaggio all'opera stonesiana di Exile on the Main Street Blues, dal gracchiante incipit, per sola voce e piano, ricordante le incisioni viniliche di Memphis Slim per la Blue Bird Records, prima che l'ingresso della band al gran completo lo tramuti in un incontenibile blues urbano. E se in Oo Poo Pa Do In The Rebop sembra di ascoltare un biascicante Randy Newman, strafatto di quaalude, mirabilmente assecondato dalla Preservation Hall Jazz Band, il folle pastrocchio di Willy's In The Pee Pee House, assurdo quanto riuscito ragtime pianistico con lo sbilenco accompagnamento ritmico di una simil banda dell'Esercito della Salvezza, sul quale si accavalla un coacervo di urla e grida, chiude con un ultimo, fulminante lampo di follia un album di delirante bellezza. Mi sento pertanto di avvalorare il consiglio di Johnny Depp, riportato sulla copertina del disco medesimo, «Chuck E. Weiss is a rare treasure. If you buy one record this year, make it this one. It's insane!», e mi permetto d'aggiungere....bentornata vecchia volpe d'un Weiss!

lunedì 12 maggio 2014

Emilia Martensson - Ana

(Pubblicato su Extra! Music Magazine)


Svedese di nascita, ma da tempo stabilitasi in quel di Londra, Emilia Martensson pare aver trovato nella nebbiosa capitale britannica, il luogo ideale per dar libero sfogo al proprio estro artistico. Con all'attivo una fruttuosa collaborazione con il Kairos 4Tet, ed un esordio, So It Goes, in coppia con il pianista Barry Green, accolto ottimamente dalla critica inglese, e non, la cantante torna oggi a far sentire la propria voce con il suo nuovo, vero, parto solista. Dedicato, sin dal titolo, alla propria nonna di origini slovene, in Ana la Martensson mostra, ancor più che nella precedente release, un animo musicale inquieto e sfaccettato, nel quale convivono, in armonia, la gelida tradizione musicale della propria terra natia, solari melodie di stampo californiano, e un quieto sussultare armonico d'ascendenza jazzy. Atmosfere sinuose e dilatate, opera di ben calibrate trame improvvisative, con l'ammaliante vocalità della Martensson, tra riflessivo storytelling ed intimistiche confessioni notturne, a volteggiare dolcemente sui giochi contrappuntistici del pianoforte del “vecchio” sodale Barry Green. Una partnership, quella tra i due, capace anche in questo frangente di regalare incantevoli acquarelli musicali, permeati da un sottile swing, nel loro trattenuto divagare verso pacificate oasi cantautorali, puntellati dal preciso lavorio ritmico del contrabbasso di Sam Lasserson e delle percussioni di Adriano Adewale, alle quali si aggiungono i contributi cameristici del Fables String Quartet. Se l'opera di immortali cantanti jazz quali Billie Holiday, Ella Fitzgerald e Anita O'Day, ascoltate ossessivamente durante la propria infanzia, rappresentano tuttora un elemento portante del background della Martensson, più marcata si è fatta oggi l'influenza dell'arcaico folklore nordico. Ne sono esempi, più che lampanti, la ripresa di un antico brano appartenente alla tradizione musicale svedese, Nar som jag var pàt mitt adertonde ar, qui riproposto in uno scarno, algido arrangiamento invernale; così come l'autografa, conclusiva, Vackra Manniska, cantata a cappella facendo ricorso all'idioma del suo paese d'origine. Un sentito omaggio ad un altro dei propri giovanili, amori in musica, Joni Mitchell, è invece la rilettura di Everything Put Together Falls Apart, appartenente sì al songbook di Paul Simon, ma con la voce della cantante svedese a ricordare per misticheggiante grazia esecutiva quella della Signora del Laurel Canyon, come, peraltro, avviene nella distesa Tomorrow Can Wait, tra dissonanze jazz e sontuose suggestioni cantautorali tinteggiate di “blu”. Un'introspettiva Black Narcisuss, composta dal saxofonista Joe Henderson, rifulge di nuova luce sonica grazie alle inedite liriche approntate per l'occasione dalla stessa Martensson, ad ulteriore conferma tanto di una notevole maturità compositiva, quanto della propria seducente raffinatezza interpretativa. Un album rasentante l'incanto, Ana, da assaporare lentamente, magari al crepuscolo, quando l'ultimo barlume di luce solare scema all'orizzonte, lasciandosi cullare, verso l'appropinquarsi delle tenebre, dall'umbratile, vellutata voce di una delle più talentuose chanteuse odierne.

The Palominos - Come on in

(Pubblicato su Rootshighway)


Se tra i ranghi della Randm Records, etichetta presso la quale si sono recentemente accasati, figurano già i "figli bastardi" di Johnny Cash, The Palominos possono essere considerati, a tutti gli effetti, i "nipotini illegittimi" di Buck Owens. A differenza dei succitati "figli d'arte" cashiani, con all'attivo una discografia fattasi ancor più corposa con la pubblicazione del recente New Old Story, il quartetto, di stanza a San Diego, giunge solo oggi al proprio debutto discografico. Un esordio, Come On In, seppur nella sua breve durata (in realtà trattasi di un ep), a dir poco pregevole, quanto capace, nel ristretto spazio pentagrammatico di sette composizioni, di mettere in luce il diligente approccio musicale dei countrymen californiani. È ovviamente al verbo del proprio "progenitore musicale" che il quartetto, capitanato dai fratelli Thomas e James Zurek, guarda con dedizione e rispetto, facendo proprie le solari trame di quel Baskerfield sound del quale Owens fu tra i pionieri. Puro West Coast country, quello impresso su nastro dai nostri, a rievocare quanto partorito dalla fervida scena musicale nata e sviluppatasi, verso la fine degli anni Cinquanta, nella cittadina della San Joaquin Valley, in contrapposizione alla stucchevolezza zuccherina tracimante dalle produzioni nashvilliane del tempo. Musica verace e genuina, ove alle armonizzazioni vocali e agli evocativi fraseggi della pedal steel, venivano uniti il twang elettrico della Telecaster, e il sobbalzare percussivo del primigenio rock'n'roll. Una baldanza che rivive oggi immutata attraverso l'opera dei Palominos, fedeli osservanti dei precetti originari, tanto che non avrebbero sfigurato, ai tempi, sui palchi degli innumerevoli honky tonk bar affollanti le vie di Baskerfield, contendendo anzi la scena, alla pari, ad autentiche star di prima grandezza quali, tra gli altri, il già ampiamente menzionato Buck Owens, Tommy Collins e Merle Haggard. Basti ascoltare, a riprova di ciò, il genuino trasporto messo in mostra nella title track, e ribadito nella conclusiva You Provide The Heartbreak (I'll Provide The Wine), dove sembra di trovarsi di fronte ai redivivi Buckaroos, per non parlare dei pruriti rock'n'rollistici d'un altrettanto movimentata It Could Happen To Anyone, con il sincopato tambureggiare di Craig Packham ben in evidenza. È tuttavia l'armonizzarsi tra le voci di Thomas Zurek e Lance Hawkins, così come l'intreccio elettroacustico tra le loro rispettive sei corde, a rappresentare l'anello di congiunzione tra passato e presente, come si evince nella spigliata No You Don't, o in una Macon, Georgia, irrobustita proprio dal twanging riverberato della chitarra elettrica. Un esordio di corroborante freschezza, Come On In, nel suo riproporre, senza derivatismi di sorta, sonorità ancor oggi fresche e frizzanti. D'altra parte gli stessi Palominos si definiscono "Not contemporary in style, but certainly timeless in sound" e, alla luce di quanto ascoltato, come gli si può dar torto?

mercoledì 7 maggio 2014

Deserto Rosso - Progresso

(Pubblicato su Extra! Music Magazine)


Dopo l'esordio Mi fanno male i capelli, targato 2011, e un successivo Ep, Oasis Elèctronique, i Deserto Rosso, per gettare le basi del proprio futuro sonoro, volgono, oggi, il loro sguardo indietro nel tempo, al passato remoto della musica rock italiana. Progresso rappresenta, infatti, un tributo alle band italiche degli anni '60 e '70, figlie d'una stagione musicale magica ed irripetibile per il nostro Bel Paese. Un itinerario, tra riscoperta e sperimentazione, attraverso il quale la band romana ha saputo appropriarsi, riportandole a nuova vita, tanto di celebri composizioni di ensemble di prima grandezza, quanto di brani partoriti da altrettanto valide compagini, purtroppo scomparse tra le nebbie del tempo. Erika Savastani e Danilo Pao, fondatori e, de facto, titolari della ragione sociale in esame, si avvalgono, per questa loro digressione musico-temporale, del prezioso contributo della chitarra di Fernando Pantini, dei tamburi di Andrea Ruta e dei tasti del piano elettrico di Adriano Pennino. Inciso con un approccio “vintage”, facendo ricorso ad una strumentazione e ad effetti dell'epoca presa in esame, l'album mantiene intatta una veridicità esecutiva derivata proprio dalla registrazione in presa diretta. Un impianto strumentale orchestrato con cura dallo stesso Pao, atto a sostenere e valorizzare, ulteriormente, la duttile voce della Savastani, libera qui di mostrare tutte le proprie colorazioni timbriche, come nello splendida rilettura di Non Mi Rompete, del Banco del Mutuo Soccorso, posta in apertura, tra estatiche ondate melodiche, ad infrangersi su di un insofferente soliloquio vocale, ed accelerazioni ritmiche in crescendo. Dal repertorio dell'Equipe 84 viene invece estratta Casa Mia, “svecchiata” grazie ad un radioso incedere reggae, seppur sporcato da sussultanti infiltrazioni elettriche. Un rinnovamento caratterizzante anche Sera de Le Orme, in un riuscito connubio tra sontuosa raffinatezza pop e spigolose derive rockiste. E se Guai A Voi, degli sconosciuti Lydia e gli Hellua Xenium, colpisce per la sua corrosiva acidità lisergica, con la voce della Savastani a ricordare, nella sua graffiante interpretazione quella della miglior Angela Baraldi, al contrario la ballata Messico Lontano, degli Albero Motore, si dipana gentile verso assolati territori di acustico raccoglimento. La conclusiva Cosa Pensiamo Dell'Amore, arroventata da infuocate vampate hard rock settantiano, guarda invece, più che alla Genova dei suoi autori, i New Trolls, all'Hertfordshire del “Profondo Porpora”, tra evoluzioni chitarristiche blackmoriane e i liquidi assolo di un organo. Un progresso, quello idealizzato dai Deserto Rosso, debitore della nostra storia musicale passata, ma al contempo attualizzato attraverso il proprio personale ed odierno sentire. Un deciso cambio di direzione sonora, rispetto al succitato debutto che lascia ben sperare in vista dell'ormai prossima pubblicazione del loro secondo full lenght.

mercoledì 30 aprile 2014

The DeSoto Caucus - The DeSoto Caucus

(Pubblicato su Extra! Music Magazine)


Già compagni di scorribande soniche del sommo Howe Gelb, nonché forti di un curriculum annoverante collaborazioni con artisti quali, solo per citarne alcuni, il deux ex machina lambchopiano Kurt Wagner, o la “coppia ben assortita” formata da Mark Lanegan e Isobel Campbell, questo manipolo di valenti musicisti danesi ha con il tempo rivoluzionato la propria iniziale dimensione da backing band per evolversi in una nuova creatura musicale a sé stante. Sotto il monicker DeSoto Caucus hanno quindi intrapreso un personale percorso artistico, oggi arrivato alla sua terza, omonima, prova in studio, attraverso il quale dare libero sfogo alle proprie, impellenti, necessità autoriali. Un album, quello recante il medesimo nome dell'artista o del gruppo, solitamente rappresentante una tappa importante nella vita discografica dello stesso, vuoi come fulgida testimonianza del raggiungimento di una propria identità, oppure, diversamente, quale primo passo di un nuovo inizio, in risposta ad uno svarione precedente. Non rifugge a questa “regola” il quintetto nordico, il quale oggi, grazie ad un songwriting d'inusitata potenza immaginifica, non solo dimostra di essere ben conscio del cammino fin qui intrapreso, quanto di possedere, al contempo, una marcata personalità. Su quest'ultima si staglia, tuttavia, ancora l'ombra lunga del “Gigante di sabbia”, avvertibile a più riprese tra i solchi, come nel talking gelbiano di Bridges of Bern, o nelle felpate movenze notturne di una lenta, trattenuta, Stepping Outside, fino ad una Skills of Warfare che pare provenire dalle medesime sessioni di registrazione dalle quali vide la luce proprio il recente, splendido, parto giantsandiano, Tucson, alla cui gestazione il contributo dei nostri fu di fondamentale importanza. E se Nail In The Wall si ispira ancora ai trascorsi “giganteschi”, con il twanging riverberato della sei corde elettrica ad arroventare un, già di per sé, marcato passo elettroacustico, magnifica è Wasteland, nel suo ricreare musicalmente la vastità del deserto americano, in una ballata d'asciutta rarefazione, dove le atmosfere si fanno più dilatate, oniriche, quasi in balia del vento, sferzante quelle terre inospitali. Un'opalescente aura avant folk rischiara, al contrario, una Just The Other Day rimandante alle pacificate lande bucoliche del Bonnie Prince Billy di Ease Down The Road. Di tutt'altra grana è, invece, Don't Fear tra il vorticare distorto delle chitarre e un serrato rollio ritmico, in quello che senza dubbio rimane l'episodio di maggior ardire sperimentale del lotto. Sulla perizia strumentale dei cinque danesi non vi è nulla da eccepire, ma per fugar eventuali dubbi basta addentrarsi entro le avvolgenti trame di una Come Undone di laconica ipnosi rootsy, o lasciarsi rapire dall'evocativo, sospeso, lirismo della conclusiva Lonesome Train. Un'opera omonima a dir poco eccellente, in cui non vi è una singola nota o parola fuori posto, ma altresì ognuna di esse riveste un ruolo di primaria importanza nel creare un piccolo, perfetto, mondo musicale, dove le calde tonalità dell'Arizona gelbiana si fondono con le tinte pastello della terra danese, dando vita ad inedite colorazioni di cangiante incanto. In conclusione, traendo, in parte, spunto dall'opera dell'immortale Bardo di Avon, possiamo tranquillamente affermare che “C'è del buono in Danimarca”.

giovedì 24 aprile 2014

Milanese, Re, Bertolotti - Still alive at Mag Mell

(Pubblicato su Extra! Music Magazine)


Dopo due ottimi, solitari, album a proprio nome, Marcello Milanese opta per una radicale svolta artistica stringendo un'intrigante sodalizio con una delle più valenti e versatili sezioni ritmiche italiane. In realtà un primo incontro tra la sei corde dell'alessandrino, il basso di Roberto Re e la batteria di Stefano Bertolotti, era già avvenuto, qualche anno fa, quando il primo aveva preso parte alle registrazioni dell'album di debutto dei Chemako, progetto fondato dai secondi, una volta fuoriusciti dai ranghi dei Chicken Mambo di Fabrizio Poggi. Un'iniziale collaborazione, vocale perlopiù, protrattasi in seguito anche on stage, con Milanese, oltre a ricoprire con consumata esperienza il ruolo di frontman, impegnato a intrecciare assoli e fraseggi chitarristi con Gianfranco Scala, altro transfuga “poggiano”. Un rapporto musicale, quello tra i tre, cementificatosi con il passare del tempo, fino a dar vita ad un'inedita ragione sociale condivisa, giunta oggi al proprio battesimo discografico. Registrato sulle legnose assi dell'omonimo Irish Pub di Alessandria, Still Alive At Mag Mell, cattura, nella sua dimensione ideale, in un'istantanea particolarmente a fuoco, la bontà di un trio, tanto affiatato nel suo “muoversi” all'unisono, quanto brillante nei suoi singoli spunti strumentali. Ovviamente la parte del “leone” la recita il buon Milanese, mirabile nel suo soggiogare, al proprio volere, le corde dell'amata Gretsch, come dell'autocostruita Helleluja H1, esibendosi al contempo in una prestazione vocale dalla scorticante rochezza espressiva. Bertolotti e Re, dal canto loro, non si limitano al ruolo di semplici comprimari, ma imprimono, altresì, il proprio, inconfondibile, marchio sonoro, grazie ad un ribollire ritmico rifulgente per precisione e poliedricità. Più che un semplice concerto, un vero e proprio excursus lungo la carriera discografica di Milanese, attingendo ad un repertorio, passato e presente, al quale vengono aggiunti brani di fresca scrittura, primi parti dell'unione compositiva dei tre strumentisti. Apre tuttavia la serata Second Hand Man, puro velluto blues su pulsante sincopare funk, estrapolata dal primo lavoro del chitarrista alessandrino, in una sorta di metaforico ritorno là dove tutto ebbe inizio, quindici anni fa. Ottime sono le, succitate, composizioni a firma condivisa, come il puntato shuffle My Life In Ruin, passando per Between Heaven And Hell, flessuoso danzare a tempo di bolero tra, appunto, Paradiso e Inferno, lungo sentieri anzitempo percorsi dal mai dimenticato Willy DeVille, fino al cupo splendore della ballata Dark And Darker, ad esorcizzare la gelida solitudine di una notte trascorsa a vagabondare lungo il border statunitense. Il boom chicka boom di cashiana memoria, si fonde egregiamente, invece, con il blues urbano di McKinley Morganfield, in Pay The Band, ironica disamina della vita quotidiana di coloro che decidono di fare della della musica la propria professione, e dedicata a tutti i “colleghi” che lottano, ogni giorno, contro le traversie che questa scelta comporta. Esplicativo fin dal titolo, Moonshine Boogie è, al contrario, un ubriaco boogie a metà strada tra il fango del Mississippi e i clangori elettrici della Detroit di John Lee Hooker, mentre il travolgente anthem Bring Me Alcohol, presente sull'ultimo parto solista di Milanese, vede rinvigorita la propria baldanza alcolica dall'apporto dei due nuovi “compagni di bevute”. E se Medicine Man è intrisa dell'esoterismo arcaico del voodoo, affondando le proprie radici nel putrido bayou della Louisiana, la struggente, conclusiva Me And My Gun, fuga ogni dubbio sulla notevole caratura, di songwriter ed interprete, dello stesso Milanese. Pregevolmente impresso su nastro, Still Alive At Mag Mell rappresenta un, riuscito, primo passo di un nuovo collettivo cammino, il quale, a sentire quanto contenuto tra questi solchi, sarà senza dubbio foriero di numerose, nonchè ampiamente meritate, soddisfazioni.

martedì 15 aprile 2014

Dirtmusic - Lion City

(Pubblicato su Extra! Music Magazine)

Nel Mali afflitto da profondi sconvolgimenti politici e religiosi, un collettivo di musicisti, chiuso all'interno di uno studio di registrazione in quel di Bamako, cercava, in quei giorni bui del 2012, di esorcizzare i demoni di odio e paura, riversando su nastro le proprie ansie e speranze per il futuro. Sessioni informali ed improvvisate, quelle andate poi a comporre l'ossatura di Troubles, terzo capitolo discografico della creatura a nome Dirtmusic, nata dalle menti di Chris Eckman e Hugo Race, ritornati in terra africana sospinti dalle proprie bramosie di ricerca e sperimentazione. E proprio in quel di Bamako, complice anche il contributo di una, sempre più fervente, scena musicale locale, il sublime songwriting dei due occidentali pareva aver trovato terreno fertile nel quale far crescere nuovi, esotici frutti sonori, come ampiamente testimoniato, due anni prima, con la pubblicazione di BKO. Raccolto di questa seconda “semina compositiva” in terra maliana, fu un altrettanto suggestivo amalgama tra elettriche sonorità occidentali, arcaici tribalismi percussivi, melodie griot e oppiacee coloriture electro; in un tentativo, riuscito, di creare un idioma musicale, tra passato e futuro, recante in sé un universalistico messaggio di pace e giustizia. Un'opera affascinante Troubles, alla quale fa seguito oggi, a poco meno di un anno di distanza, Lion City, nuova fatica in studio a nome Dirtmusic. Nato dalle medesime, succitate, sessioni di registrazione, quest'ultimo, vede pertanto Eckman e Race avvalersi, nuovamente, del valente supporto strumentale di un manipolo di musicisti locali, guidati dal balafon di Ben Zabo, al quale vanno ad aggiungersi i contributi vocali di alcuni artisti maliani, e non. Pur essendo figlio del medesimo parto artistico, Lion City può essere tuttavia considerato, del suo predecessore, il “gemello sintetico”. Laddove, infatti, Troubles era caratterizzato da una robusta ossatura afro-rock, le vie della “Città del Leone” sono state costruite, al contrario, su di dilatate tessiture strumentali, permeate da evanescenti nebbie moderniste. Ciò si evince sin dall'opener Stars Of Gao, sorta di sospesa trance ambient alla cui ieratica edificazione armonica contribuiscono i Super 11, combo proveniente da Takamba; così come dalle algide ondulazioni cinematiche di Day The Grid Went Down, dove, tra field recordings, fondali chitarristici e sintetici beat elettronici, spicca fiera la voce dell'artista hip hop maliano MC Jazz. Il melismatico fluire di Narha è reso ancor più evocativo dalla sofferta interpretazione vocale di Aminata Wassidjè Traorè, già presente in Troubles, così come Samba Tourè, alla cui ugola viene affidata una riflessiva Red Dust, ove la polvere rossa del titolo va a depositarsi su di dopate trame dub. La chitarra di Ousmane Ag Mossa, il basso di Cheikhe Ag Tiglia e le percussioni di Aghaly Ag Mohamedine, dei magnifici Tamikrest, colorano invece, con la consueta maestria, di notturne, desertiche, tinte bluesy il magnetico salmodiare di Movin' Careful, rinsaldando, in tal modo, una collaborazione artistica iniziata ai tempi del summenzionato BKO. E se in Clouds Are Cover il tribale battere degli djembèe e delle talking drum crea un substrato percussivo perfetto per un baritonale recitato d'ascendenza caveiana, sono, altresì, vibranti pulsioni funk ad irrobustire il fulcro ritmico d'una graffiante Blind City. Meravigliosa è Justice, con l'arpeggiare riverberato d'una sei corde elettrica e la legnosa pienezza timbrica del balafon a guidarci verso luminescenti, aeree, aperture melodiche. Un album di trascendente bellezza Lion City, al pari del suo antesignano, ennesimo stupefacente “souvenir” di un viaggio multiculturale nel pulsante cuore sonoro del Mali, addentro all'ancestrale malia d'una musica senza tempo. Musica assorta oggi a nuova vita, grazie ad un democratico incontro con la cupa profondità lirica dei pentagrammi occidentali, dando vita ad un inedito linguaggio musicale in grado di travalicare ed abbattere confini linguistici e geografici.

RG Band - Right now

(Pubblicato su Extra! Music Magazine)


Frutto di un “soggiorno di ricerca”, di più di tre mesi, in quel di New Orleans, ad «ascoltare quello che suonano lì», e registrato poi nel natio Veneto, Right Now rappresenta il debutto in studio della RG Band, dopo un'intensa attività live, sui palchi più diversi. Posto su nastro in soli due, intesi giorni, suonando tutti nella medesima stanza e bandendo, a priori, l'utilizzo di sovraincisioni ed autotuning, l'album beneficia di quella “sporca” veridicità esecutiva e dell'immediatezza tipiche, per l'appunto, di un'esibizione on stage, mostrando ancor più la genuinità della proposta sonora del quartetto veneto. A reggerne le fila, con indubbio carisma, è Riccardo Grosso, armonicista e cantante la cui bravura è inversamente proporzionale alla sua giovane età, tanto che in un ipotetico blindfold test, di featheriana memoria, lo si potrebbe scambiare per un consumato veterano del piccolo strumento ad ance. Armonica che rappresenta, al contempo, il tratto distintivo, insieme ad una voce, che pare forgiata da anni di frequentazioni alcoliche e da centinaia di sigarette fumate, di questa prima opera collettiva, tra brani d'inedita fattura e materiale altrui, abilmente rivisitato. A questo si deve aggiungere una notevole conoscenza della materia musicale proposta, ovvero la musica afroamericana, qui nella sua accezione più blues, ma variegata dai nostri, tra aromi latini, ansimare rootsy e i battiti in levare del reggae, in uno speziato gumbo, cucinato a dovere con gli ingredienti sonori “acquistati” durante il soggiorno nella Big Easy. Un combo solido quanto eclettico, quindi, con la sei corde di Stefano Pagotto, a contendere la scena all'armonica grossiana, ed una sezione ritmica, affidata al basso di Massimo Fantinelli, e ai tamburi di Marco Manassero, autentica fucina poliritmica. Ne sono esempio il sensuale rollare, a tempo di rumba, di Dog Me Down, avvolgente come un elegante abito di velluto, lo strumentale Kick The Cop, dove i nostri aprono a inedite sonorità pulp, che manderebbero in sollucchero l'animo “poliziottesco” del buon Tarantino, o nella robusta ossatura funk-reggae di Walk Away From Me. Scura ed insinuante è invece High Water, condotta pregevolmente dall'evocativo fraseggio della chitarra di Pagotto, con Grosso a narrare, «correndo con il Diavolo» di fianco, della tremenda alluvione abbattutasi proprio sulla città della Louisiana. Mischia, dal canto suo, futuristiche teorie politiche e ondeggiare percussivo, N.W.O., mentre nel cadenzato shuffle Just Your Breath, a mettersi in luce è la compattezza di un quartetto che si trova ormai ad occhi chiusi. E se nelle composizioni autografe i nostri dimostrano la bontà delle proprie capacità autoriali, senza mai cadere nel derivatismo, gradite sorprese giungono quando si appropriano di pentagrammi altrui, come nella hiattiana The Tiki Bar Is Open, ripulita con cura dalla sua polvere rootsy, ed intinta, ancor più, in nere tonalità blues, o una dir poco impeccabile rivisitazione della splendida Feel It in Your Heart, estrapolata dal songbook di Charlie Musselwhite. Un debutto di notevole spessore Right Now, o meglio, citando le parole dell'armonicista di Kosciusko poc'anzi menzionato, «That's tremendous!! ». E se lo dice una vecchia, incanutita, volpe come Musselwhite potete pur credergli.

giovedì 10 aprile 2014

Altare Thotemico - Sogno errando

(Pubblicato su Extra! Music Magazine)


Presentatisi sul panorama discografico, nostrano e non, con un'omonima opera prima, i bolognesi Altare Thotemico tornano oggi, a distanza di quattro anni, con Sogno Errando, secondo e ben più meditato lavoro in studio. Un autentico, a detta degli stessi emiliani, manifesto “contro la staticità in musica”, nonché parto di una creazione sonora priva di ogni vincolo di sorta. Un ribollente amalgama musicale nel quale vengono fusi, abilmente, tra loro muscolare jazz rock, barocchismi progressive, introspezione cantautorale, enfatica teatralità e mordaci derive lisergiche; il tutto all'insegna della sperimentazione più ardita. Un'opera policroma, seppur intessuta su di un unico “filo tematico-narrativo”, ovvero le correnti sotterranee e le culture dimenticate, influenzante l'atto compositivo dei nostri sia dal punto di vista arrangiativo che testuale. Più orientato verso improvvisativi territori jazzy, rispetto al suo predecessore, Sogno Errando trae indubbio beneficio dal rinnovamento apportato alla line-up emiliana, rafforzata dai nuovi innesti di Emiliano Vernizzi al sax soprano e tenore, Max Govoni ai tamburi, e Gabriele Toscani al violino, ad affiancare il nucleo storico dei fondatori, ovvero Leonardo Caligiuri al pianoforte e sintetizzatori e i due fratelli Venuti, Valerio e Gianni, rispettivamente al basso e alle sperimentazioni vocali. Sarebbe infatti riduttivo incasellare quest'ultimo nel semplice ruolo di cantante, in quanto la sua malleabile vocalità assurge al ruolo di vero e proprio strumento, contrapponendo fonemi, sillabe e parole, agli accordi e ai battiti percussivi dei suoi sodali. Pare essere cresciuto con Metrodora di Demetros Stratos come Bibbia e Lorca di Tim Buckley come Vangelo, Gianni Venuti, confermandosi centro gravitazionale dell'universo musicale a nome Altare Thotemico. Cosmo creato da un big bang jazz rock, sprigionante un'impazzita pioggia di saettanti detriti sonici, in una sorta d'anarchia esecutiva equiparabile a quella caratterizzante, in passato, l'opera proprio degli Area di Demetrio Stratos. Un andare contro i confini prestabiliti da vincolanti regole formali, quindi, denotante tanto una notevole perizia strumentale quanto un eclettismo stilistico dei quali sono vivido esempio le tre lunghe “suite fiume” (la title track, Broken heart e Le correnti sotterranee) con le sperimentazioni musicali dei nostri a scorrere impetuose proprio come le correnti fluviali, tra solennità progressiva, intricate trame ritmiche e soffiare fiatistico coltraniano, lambendo isolotti di placida pace cantautorale, appena adombrata da chiaroscurali trame pianistiche e da trascendenti melismi orientali. È tuttavia il jazz, come già accennato, ad essere presenza sonora preminente tra i solchi dell'album, nelle sue più diverse accezioni, da quello imbastardito con nevrosi elettriche d'ascendenza rock, passando attraverso le fumose atmosfere notturne di una D'Amore e Altri Tormenti, d'estrazione contiana, fino alle sfumature latine di Porpora. Frutto di avanguardistiche spinte sperimentali è invece la conclusiva Neuro Pshico Killer, ottenebrante viaggio sonoro, nelle zone più oscure e nascoste della mente umana, con la voce di Venuti quasi a infrangersi in urlati vocalizzi, attorniarti dalle laceranti incursioni strumentali dei propri compagni. Un'opera matura e ragionata, Sogno errando, proprio per questo necessitante di un ascolto attento e partecipato, per riuscire a districarsi nell'intricata, avviluppante, tela strumentale intessuta con sapienza dal sestetto bolognese.

mercoledì 2 aprile 2014

Calvino - Occhi pieni occhi vuoti

(Pubblicato su Extra! Music Magazine)


Dopo un primo EP a proprio nome, il cantautore milanese Niccolò Lavelli si ripresenta oggi, celandosi dietro l'alias di Calvino, con un nuovo extended play, Occhi Pieni Occhi Vuoti. Figlio illegittimo della scena cantautorale italiana, e della scuola genovese in particolare, Lavelli mostra in quattro tracce d'introspettiva delizia lirica, il suo voler “svecchiare” gli stilemi arrangiativi del cantautorato nostrano, grazie ad una personale amalgama melodico, ottenuto miscelando, nelle giuste dosi, alla materia musicale primigenia, cromatismi d'opalescente ricercatezza. A questo si aggiunge un lavorio testuale da autentico artigiano del vocabolo, soppesando sapientemente sillabe e suoni, enfatizzando, ancor più, il proprio ricercato lirismo facendo ricorso all'idioma nazionale. Mesta introversione e malinconico pallore sembrano infiltrarsi tra i pentagrammi calviniani, grazie anche al sognante risuonare del piano elettrico, affidato alle mani dello stesso titolare, e dal quale vedono la luce molteplici, piccoli, tasselli armonici, i quali, una volta unitisi tra loro, danno forma compiuta all'intero corpus compositivo. Piano elettrico protagonista nella decadente narrazione, di vita urbana, dell'opener Nella Città, a supporto di una vocalità dalla notevole profondità emozionale, mentre il carezzevole rullare della batteria e il marcato percuotere delle corde d'una chitarra acustica aggiungono scarnificata vitalità ritmica al tintinnante pianismo di L'amore In Aria. Il Clochard E La Senna, nel suo drammatico svolgersi narrativo, colpisce invece per la propria, uggiosa, lividezza. La conclusiva I Fantasmi, al contrario, nel suo affastellare policromi strati sonori, su d'uno scheletro di autoriale familiarità, è esempio perfetto dell'inquietudine compositiva di Lavelli, nonché del suo tentativo, peraltro ampiamente riuscito, di ringiovanimento dell'italica scrittura a sette note. Definito dallo stesso pianista milanese come «un quadrato vuoto», Occhi Pieni Occhi Vuoti delinea, al contempo, una descrizione dell'assenza, attraverso il lucido disincanto dello sguardo, di un cantautore, la cui confidenza con la “musa autoriale” è, pur alle sue prime frequentazioni, quella di un veterano.