Con un'infanzia difficile, cresciuto da due genitori entrambi ciechi, ed un'età adulta altrettanto travagliata, complice un doloroso divorzio, William Fitzsimmons sembra aver trovato nella musica la propria salvezza da una inevitabile deriva esistenziale. Musica da sempre presente nella vita del barbuto songwriter, prima come necessità comunicativa per appianare l'ostacolo fisico della cecità genitoriale, e in seguito quale salvifico tramite attraverso il quale esorcizzare i propri demoni interiori. Ne sono un esempio tanto l'incensato The Sparrow And The Crow, malinconica riflessione sulla fine del proprio matrimonio, quanto la timida solarità di Gold In The Shadows, a siglare, musicalmente, l'alba di una nuova esistenza, artistica e non. Un'armonia emotiva ulteriormente acuitasi in questi ultimi tre anni definiti, dal nostro, come "meravigliosi, dolorosi, lunghi ma incredibilmente brevi, tra i più educativi e gratificanti che io abbia mai vissuto" e oggi permeante i pentagrammi di questo suo sesto lavoro, seppur filtrata attraverso un monocromatismo dalle grigie tinte autunnali, dove protagoniste sono, come sempre d'altronde, una voce, dalla disarmante fragilità e il delicato pizzicare di una sei corde acustica. Prodotto da Chris Walla dei Death Cab For Cutie, Lions si colloca, infatti, giusto a metà tra la pacata ariosità del suo predecessore e la chiaroscurale mestizia di The Sparrow And The Crow, mostrando il songwriting fitzsimmonsiano nella sua più cruda essenzialità, increspato appena da mai invasive cesellature elettriche e da ovattate decorazioni elettroniche. Vedono così la luce composizioni dalla tenue, umbratile bellezza, come l'opener Well Enough, avvolgente nel suo trattenuto intreccio elettroacustico, o la soavità di una Sister dalle incantevoli armonizzazioni vocali. Sulle medesime coordinate si attestano le acustiche oscillazioni umorali di una Brandon di rarefatta delicatezza folkie, e l'agreste quiete di una sussurrata Josie's Song.Mirabile per costruzione armonico-ritmica è From You, frutto di un maggior lavorio in fase di arrangiamento, tra lo strascicare ritmico della batteria, l'ostinata liquidità d'un organo, e gli evocativi fraseggi della chitarra elettrica, mentre la title track pare, dal canto suo, trovare giovamento percussivo dal battere digitale di una drum machine. Nevrosi elettriche caratterizzano l'incipit di Centralia, prima di stemperarsi in una livida, scura, ballata, su di un fondale di crepitante rumorismo. E se la "familiare" ombra di Nick Drake si allunga tanto sulle bucoliche morbidezze acustiche di Hold On, quanto nell'arpeggiare, in punta di dita, di Blood/Chest, ben contrappuntato dal sinuoso scivolare dell'archetto di un violoncello e dal placido picchiettare dei tasti del pianoforte, la squisitezza melodica di Fortune è, al contrario, un effimero raggio di sole teso a rischiare il grigiore malinconico di un songwriting confermatosi, pur nella sua monocromatica essenzialità, ancor una volta alquanto ispirato.
sabato 1 marzo 2014
William Fitzsimmons - Lions
(Pubblicato su Rootshighway)
Con un'infanzia difficile, cresciuto da due genitori entrambi ciechi, ed un'età adulta altrettanto travagliata, complice un doloroso divorzio, William Fitzsimmons sembra aver trovato nella musica la propria salvezza da una inevitabile deriva esistenziale. Musica da sempre presente nella vita del barbuto songwriter, prima come necessità comunicativa per appianare l'ostacolo fisico della cecità genitoriale, e in seguito quale salvifico tramite attraverso il quale esorcizzare i propri demoni interiori. Ne sono un esempio tanto l'incensato The Sparrow And The Crow, malinconica riflessione sulla fine del proprio matrimonio, quanto la timida solarità di Gold In The Shadows, a siglare, musicalmente, l'alba di una nuova esistenza, artistica e non. Un'armonia emotiva ulteriormente acuitasi in questi ultimi tre anni definiti, dal nostro, come "meravigliosi, dolorosi, lunghi ma incredibilmente brevi, tra i più educativi e gratificanti che io abbia mai vissuto" e oggi permeante i pentagrammi di questo suo sesto lavoro, seppur filtrata attraverso un monocromatismo dalle grigie tinte autunnali, dove protagoniste sono, come sempre d'altronde, una voce, dalla disarmante fragilità e il delicato pizzicare di una sei corde acustica. Prodotto da Chris Walla dei Death Cab For Cutie, Lions si colloca, infatti, giusto a metà tra la pacata ariosità del suo predecessore e la chiaroscurale mestizia di The Sparrow And The Crow, mostrando il songwriting fitzsimmonsiano nella sua più cruda essenzialità, increspato appena da mai invasive cesellature elettriche e da ovattate decorazioni elettroniche. Vedono così la luce composizioni dalla tenue, umbratile bellezza, come l'opener Well Enough, avvolgente nel suo trattenuto intreccio elettroacustico, o la soavità di una Sister dalle incantevoli armonizzazioni vocali. Sulle medesime coordinate si attestano le acustiche oscillazioni umorali di una Brandon di rarefatta delicatezza folkie, e l'agreste quiete di una sussurrata Josie's Song.Mirabile per costruzione armonico-ritmica è From You, frutto di un maggior lavorio in fase di arrangiamento, tra lo strascicare ritmico della batteria, l'ostinata liquidità d'un organo, e gli evocativi fraseggi della chitarra elettrica, mentre la title track pare, dal canto suo, trovare giovamento percussivo dal battere digitale di una drum machine. Nevrosi elettriche caratterizzano l'incipit di Centralia, prima di stemperarsi in una livida, scura, ballata, su di un fondale di crepitante rumorismo. E se la "familiare" ombra di Nick Drake si allunga tanto sulle bucoliche morbidezze acustiche di Hold On, quanto nell'arpeggiare, in punta di dita, di Blood/Chest, ben contrappuntato dal sinuoso scivolare dell'archetto di un violoncello e dal placido picchiettare dei tasti del pianoforte, la squisitezza melodica di Fortune è, al contrario, un effimero raggio di sole teso a rischiare il grigiore malinconico di un songwriting confermatosi, pur nella sua monocromatica essenzialità, ancor una volta alquanto ispirato.
Con un'infanzia difficile, cresciuto da due genitori entrambi ciechi, ed un'età adulta altrettanto travagliata, complice un doloroso divorzio, William Fitzsimmons sembra aver trovato nella musica la propria salvezza da una inevitabile deriva esistenziale. Musica da sempre presente nella vita del barbuto songwriter, prima come necessità comunicativa per appianare l'ostacolo fisico della cecità genitoriale, e in seguito quale salvifico tramite attraverso il quale esorcizzare i propri demoni interiori. Ne sono un esempio tanto l'incensato The Sparrow And The Crow, malinconica riflessione sulla fine del proprio matrimonio, quanto la timida solarità di Gold In The Shadows, a siglare, musicalmente, l'alba di una nuova esistenza, artistica e non. Un'armonia emotiva ulteriormente acuitasi in questi ultimi tre anni definiti, dal nostro, come "meravigliosi, dolorosi, lunghi ma incredibilmente brevi, tra i più educativi e gratificanti che io abbia mai vissuto" e oggi permeante i pentagrammi di questo suo sesto lavoro, seppur filtrata attraverso un monocromatismo dalle grigie tinte autunnali, dove protagoniste sono, come sempre d'altronde, una voce, dalla disarmante fragilità e il delicato pizzicare di una sei corde acustica. Prodotto da Chris Walla dei Death Cab For Cutie, Lions si colloca, infatti, giusto a metà tra la pacata ariosità del suo predecessore e la chiaroscurale mestizia di The Sparrow And The Crow, mostrando il songwriting fitzsimmonsiano nella sua più cruda essenzialità, increspato appena da mai invasive cesellature elettriche e da ovattate decorazioni elettroniche. Vedono così la luce composizioni dalla tenue, umbratile bellezza, come l'opener Well Enough, avvolgente nel suo trattenuto intreccio elettroacustico, o la soavità di una Sister dalle incantevoli armonizzazioni vocali. Sulle medesime coordinate si attestano le acustiche oscillazioni umorali di una Brandon di rarefatta delicatezza folkie, e l'agreste quiete di una sussurrata Josie's Song.Mirabile per costruzione armonico-ritmica è From You, frutto di un maggior lavorio in fase di arrangiamento, tra lo strascicare ritmico della batteria, l'ostinata liquidità d'un organo, e gli evocativi fraseggi della chitarra elettrica, mentre la title track pare, dal canto suo, trovare giovamento percussivo dal battere digitale di una drum machine. Nevrosi elettriche caratterizzano l'incipit di Centralia, prima di stemperarsi in una livida, scura, ballata, su di un fondale di crepitante rumorismo. E se la "familiare" ombra di Nick Drake si allunga tanto sulle bucoliche morbidezze acustiche di Hold On, quanto nell'arpeggiare, in punta di dita, di Blood/Chest, ben contrappuntato dal sinuoso scivolare dell'archetto di un violoncello e dal placido picchiettare dei tasti del pianoforte, la squisitezza melodica di Fortune è, al contrario, un effimero raggio di sole teso a rischiare il grigiore malinconico di un songwriting confermatosi, pur nella sua monocromatica essenzialità, ancor una volta alquanto ispirato.
mercoledì 26 febbraio 2014
Eterea Post Bong Band - Bios
(Pubblicato su Extra! Music Magazine)
Ritorno “matematico” per gli Eterea Post Bong Band, a tre anni di distanza dal precedente lavoro, Epyks 1.0. Il quartetto veneto, durante questo lasso di tempo, sembra aver concentrato la propria attenzione verso astruse formulazioni musico-matematiche, giungendo, dopo intricati calcoli, alla formulazione di una personale sequenza numerica, denominata Bios. Un'equazione sonica articolata, dalle molteplici variabili, siano esse cervellotiche figurazioni ritmiche, frutto di un ben studiato connubio tra algidi beat digitali ed analogico percuotere; così come ibride architetture d'elettronica materia, irte di pronunciate asperità elettriche. Risultato compiuto di questo matematico elucubrare è Homo Siemens, ideale esempio dell'estetica sonica dei nostri, tra nevrotico funk futurista e dirompenti digressioni avanguardiste, alle quali infonde ulteriore spinta armonica il sax dell'ospite Enrico Gabrielli. Un vero e proprio “salto evolutivo”, verso un biomeccanico futuro dominato dalle macchine, è invece una Scipstep avvolta, in una nuova, orgiastica, progressione strumentale, da abbacinanti nebulose elettroniche. Aperta da un sample vocale, tratto da Pi Greco - Il tema del declino, Fibo rappresenta dal canto suo il più ardito vertice sperimentale, raggiunto dai veneti, in questa loro esplorazione matematica, richiamando non solo, fin dal titolo, l'omonima sequenza di Fibonacci, ma trasponendo la stessa su pentagramma attraverso una struttura di celle ritmiche, di 1-2-3-5-8, ognuna caratterizzata da una diversa velocità. In Mentina emerge la caustica anima psichedelica del quartetto, tra abrasivo rifferama e un tonitruante battere percussivo, mentre un vero e proprio vortice avant rock devasta la quiete iniziale di Essi, in una convulsa, ascendente, spirale sonica. Stimoli extramusicali sono alla base dei due estremi della sequenza matematica veneta, ovvero l'iniziale The Rise Of Ramanujan, ispirata dall'omonimo, mistico, matematico indiano, e la conclusiva The Fall Of Kasparov, omaggio allo scacchista russo e alla sua vittoriosa sfida contro la freddezza calcolatoria del computer IBM. Un'opera senza dubbio complessa Bios, necessitante di un ascolto attento e partecipato, solo in questo modo, infatti, si riuscirà a risolvere la sequenza matematico-sonica sulla quale si poggia, mettendo al contempo in luce tutte le sue, caleidoscopiche, stratificazioni sonore.
Ritorno “matematico” per gli Eterea Post Bong Band, a tre anni di distanza dal precedente lavoro, Epyks 1.0. Il quartetto veneto, durante questo lasso di tempo, sembra aver concentrato la propria attenzione verso astruse formulazioni musico-matematiche, giungendo, dopo intricati calcoli, alla formulazione di una personale sequenza numerica, denominata Bios. Un'equazione sonica articolata, dalle molteplici variabili, siano esse cervellotiche figurazioni ritmiche, frutto di un ben studiato connubio tra algidi beat digitali ed analogico percuotere; così come ibride architetture d'elettronica materia, irte di pronunciate asperità elettriche. Risultato compiuto di questo matematico elucubrare è Homo Siemens, ideale esempio dell'estetica sonica dei nostri, tra nevrotico funk futurista e dirompenti digressioni avanguardiste, alle quali infonde ulteriore spinta armonica il sax dell'ospite Enrico Gabrielli. Un vero e proprio “salto evolutivo”, verso un biomeccanico futuro dominato dalle macchine, è invece una Scipstep avvolta, in una nuova, orgiastica, progressione strumentale, da abbacinanti nebulose elettroniche. Aperta da un sample vocale, tratto da Pi Greco - Il tema del declino, Fibo rappresenta dal canto suo il più ardito vertice sperimentale, raggiunto dai veneti, in questa loro esplorazione matematica, richiamando non solo, fin dal titolo, l'omonima sequenza di Fibonacci, ma trasponendo la stessa su pentagramma attraverso una struttura di celle ritmiche, di 1-2-3-5-8, ognuna caratterizzata da una diversa velocità. In Mentina emerge la caustica anima psichedelica del quartetto, tra abrasivo rifferama e un tonitruante battere percussivo, mentre un vero e proprio vortice avant rock devasta la quiete iniziale di Essi, in una convulsa, ascendente, spirale sonica. Stimoli extramusicali sono alla base dei due estremi della sequenza matematica veneta, ovvero l'iniziale The Rise Of Ramanujan, ispirata dall'omonimo, mistico, matematico indiano, e la conclusiva The Fall Of Kasparov, omaggio allo scacchista russo e alla sua vittoriosa sfida contro la freddezza calcolatoria del computer IBM. Un'opera senza dubbio complessa Bios, necessitante di un ascolto attento e partecipato, solo in questo modo, infatti, si riuscirà a risolvere la sequenza matematico-sonica sulla quale si poggia, mettendo al contempo in luce tutte le sue, caleidoscopiche, stratificazioni sonore.
Boy and Bear - Harlequin dream
(Pubblicato su Extra! Music Magazine)
L' Ayers Rock come le Blue Ridge Mountains? Il bush australiano simile all'agreste campagna inglese? Territori geograficamente distanti tra loro, anzi agli antipodi, eppure accomunati da un humus musicale della cui fertilità sembra aver trovato giovamento quella semenza indie folk capace, nel recente passato come ai giorni nostri, di produrre abbondanti, variopinti, frutti sonori. E se le produzioni agro-musicali statunitensi ed albioniche hanno da tempo visto assegnare loro il marchio DOP, la “vergine” Australia solo ultimamente ha avviato una coltivazione di prodotti autoctoni, nati da semi d'importazione, ma cresciuti assorbendo il proprio nutrimento dal terreno in cui sono stati piantati. Uno dei frutti più maturi di questa produzione “down under” sono senza dubbio i Boy and Bear, venuti alla luce nel 2009, come creatura solista del cantate, chitarrista Dave Hosking ma tramutatisi presto in un progetto collettivo, e fautori, due anni più tardi, di un debutto, Moonfire, guadagnatosi tanto il plauso della critica quanto i più diversi premi a livello locale, aprendo loro le porte di un tour mondiale, tra importanti festival e opening act per, tra gli altri, Laura Marling e Mumford and Sons. Un viaggiare “on the road” dal quale Hosking ha saputo trarre ispirazione, annotando sul proprio taccuino quanto visto, ascoltato e vissuto su e giù dal tour bus. Appunti, piccoli bozzetti e frammenti testuali riversati, una volta tornato in patria, tra i solchi di quello che sarebbe diventato Harlequin Dream. Registrato sotto l'egida di Phil Ek, presso gli Albert Studios, il secondo vagito del combo aussie sembra tuttavia distaccarsi, perlomeno in parte, da quell'aura rock impregnante il debutto, in favore di stratificate trame alternative folk, rischiarate da una luminescente solarità pop. Un melodismo d'idilliaca purezza, arrangiamenti sontuosi ma mai ridondanti, e una voce, quella di Hosking, d'agrodolce espressività, nonché autentico tratto distintivo della proposta sonora dei nostri. Un canovaccio, quello alternative folk, che i cinque australiani rileggono con un occhio alla sua stesura originaria, senza tuttavia scadere nella pedissequa imitazione dei propri predecessori, grazie anche ad un personale approccio alla materia sonica in questione. Ne sono un esempio la sapiente costruzione del climax alla base di Old Town Blues, irresistibile nella sua incalzante progressione armonica; o come la title track, dove si avverte maggiormente il certosino lavorio compositivo di Hosking e soci, in un riuscito esempio di raffinatezza poppish, tra inserti cameristici, cantato in falsetto, e il soffiare anni '80 d'un sax nel finale. Cangianti cromatismi indie pop colorano anche Three Headed Woman e Bridges, pur controbilanciate da pervasive impennate elettriche, scongiurando in tal modo stucchevoli concessioni alla “melassa mainstream”. Rannuvolamenti elettrici addensatisi anche intorno alle ondulazioni elettroniche delle scure deviazioni sperimentali di Back Down The Black. A dir poco splendida, nel suo raccoglimento folkie è, al contrario, A Moment's Grace, bucolica ballata costruita sulla fragilità acustica del fingerpicking sulle corde di un banjo e della chitarra, appena scalfito da un lieve soffiare fiatistico e dalla morbida liquidità di un organo. Un modus operandi, quest'ultimo, che ritroviamo, seppur rinvigorito da un robusto rotolare ritmico, in una End Of The Line d'euforica esuberanza country. Sembra invece provenire dal wilconiano Sky Blue Sky, l'opener Southern Sun, tra citazionismo tweediano e fraseggi della sei corde elettrica degni del miglior Nels Cline, prima del commiato affidato al sonnolento ciondolare di una vellutata Arrow Flight. Pregevolmente composto, registrato e prodotto, Harlequin Dream possiede tutti i numeri per replicare, in patria e non, il successo del suo predecessore, facendo altresì ulteriori proseliti, grazie ad una brillantezza melodica di solenne magniloquenza.
L' Ayers Rock come le Blue Ridge Mountains? Il bush australiano simile all'agreste campagna inglese? Territori geograficamente distanti tra loro, anzi agli antipodi, eppure accomunati da un humus musicale della cui fertilità sembra aver trovato giovamento quella semenza indie folk capace, nel recente passato come ai giorni nostri, di produrre abbondanti, variopinti, frutti sonori. E se le produzioni agro-musicali statunitensi ed albioniche hanno da tempo visto assegnare loro il marchio DOP, la “vergine” Australia solo ultimamente ha avviato una coltivazione di prodotti autoctoni, nati da semi d'importazione, ma cresciuti assorbendo il proprio nutrimento dal terreno in cui sono stati piantati. Uno dei frutti più maturi di questa produzione “down under” sono senza dubbio i Boy and Bear, venuti alla luce nel 2009, come creatura solista del cantate, chitarrista Dave Hosking ma tramutatisi presto in un progetto collettivo, e fautori, due anni più tardi, di un debutto, Moonfire, guadagnatosi tanto il plauso della critica quanto i più diversi premi a livello locale, aprendo loro le porte di un tour mondiale, tra importanti festival e opening act per, tra gli altri, Laura Marling e Mumford and Sons. Un viaggiare “on the road” dal quale Hosking ha saputo trarre ispirazione, annotando sul proprio taccuino quanto visto, ascoltato e vissuto su e giù dal tour bus. Appunti, piccoli bozzetti e frammenti testuali riversati, una volta tornato in patria, tra i solchi di quello che sarebbe diventato Harlequin Dream. Registrato sotto l'egida di Phil Ek, presso gli Albert Studios, il secondo vagito del combo aussie sembra tuttavia distaccarsi, perlomeno in parte, da quell'aura rock impregnante il debutto, in favore di stratificate trame alternative folk, rischiarate da una luminescente solarità pop. Un melodismo d'idilliaca purezza, arrangiamenti sontuosi ma mai ridondanti, e una voce, quella di Hosking, d'agrodolce espressività, nonché autentico tratto distintivo della proposta sonora dei nostri. Un canovaccio, quello alternative folk, che i cinque australiani rileggono con un occhio alla sua stesura originaria, senza tuttavia scadere nella pedissequa imitazione dei propri predecessori, grazie anche ad un personale approccio alla materia sonica in questione. Ne sono un esempio la sapiente costruzione del climax alla base di Old Town Blues, irresistibile nella sua incalzante progressione armonica; o come la title track, dove si avverte maggiormente il certosino lavorio compositivo di Hosking e soci, in un riuscito esempio di raffinatezza poppish, tra inserti cameristici, cantato in falsetto, e il soffiare anni '80 d'un sax nel finale. Cangianti cromatismi indie pop colorano anche Three Headed Woman e Bridges, pur controbilanciate da pervasive impennate elettriche, scongiurando in tal modo stucchevoli concessioni alla “melassa mainstream”. Rannuvolamenti elettrici addensatisi anche intorno alle ondulazioni elettroniche delle scure deviazioni sperimentali di Back Down The Black. A dir poco splendida, nel suo raccoglimento folkie è, al contrario, A Moment's Grace, bucolica ballata costruita sulla fragilità acustica del fingerpicking sulle corde di un banjo e della chitarra, appena scalfito da un lieve soffiare fiatistico e dalla morbida liquidità di un organo. Un modus operandi, quest'ultimo, che ritroviamo, seppur rinvigorito da un robusto rotolare ritmico, in una End Of The Line d'euforica esuberanza country. Sembra invece provenire dal wilconiano Sky Blue Sky, l'opener Southern Sun, tra citazionismo tweediano e fraseggi della sei corde elettrica degni del miglior Nels Cline, prima del commiato affidato al sonnolento ciondolare di una vellutata Arrow Flight. Pregevolmente composto, registrato e prodotto, Harlequin Dream possiede tutti i numeri per replicare, in patria e non, il successo del suo predecessore, facendo altresì ulteriori proseliti, grazie ad una brillantezza melodica di solenne magniloquenza.
giovedì 20 febbraio 2014
Bombino @ Hiroshima Mon Amour - Torino
(Pubblicato su Extra! Music Magazine)
Giunto alla ribalta internazionale lo scorso anno con un album, Nomad, prodotto dalla mente della “Chiavi Nere”, Dan Auerbach, e osannato dalla critica (NPR, per dire, l'ha inserito nella sua lista dei 50 album del 2013), Omara Moctar sembra tuttavia non aver perso l'autenticità e la modestia dettate dalla sua giovane età anagrafica. Certo di strada, il chitarrista originario di Agadez, dalla sabbia rovente del deserto ne ha percorsa, arrivando a calcare i palchi di mezzo mondo, ma il suo cuore e la sua anima sono rimaste quelle di un bambino, o per meglio dire “bombino”, soprannome datogli dal suo primo insegnante di chitarra e con il quale oggi è universalmente conosciuto. Così come autentico è il messaggio veicolato attraverso la propria musica; un messaggio di amore e fratellanza in grado d'unire in un enorme abbraccio collettivo popoli di culture differenti. E se le liriche in tamasheq possono forse rappresentare uno scoglio linguistico di difficile interpretazione, è appunto la musica a farsi ideale veicolo sonoro del verbo bombiniano, traendo la propria linfa vitale dalle aride terre natie per poi amalgamare il tutto con sonorità di matrice prettamente occidentale.
D'altra parte il nostro è stato più volte etichettato, in una sorta di “occidentalizzazione”, già peraltro avvenuta ai tempi di Ali Farka Tourè, definito il John Lee Hooker del Mali, come il Jimi Hendrix del deserto. Un'etichettatura che può forse apparire forzata nel suo voler incasellare, a tutti i costi, il talento artistico del chitarrista tuareg, pur essendo, alla luce di quanto ascoltato stasera, quanto mai esplicativa. E' infatti un sabbioso vento desertico quello soffiante sul palco dell'Hiroshima Mon Amour, recante, nel suo avvolgente vorticare, tanto gli echi della tradizione musicale del Niger, quanto fangose sonorità bluesy e psichedeliche fluttuazioni rock settantiane. Una sabbia sonora depositatasi sulle corde della chitarra, sia essa acustica od elettrica, dello stesso Bombino, la cui bravura allo strumento è inversamente proporzionale alla qualità di fabbricazione di quest'ultimo. E proprio la chitarra sarà il catalizzatore emozionale dell'intera perfomance, con il nostro ben supportato dal reiterato ipnotismo tribale d'una compatta sezione ritmica e dal sostegno di un'altra sei corde elettrificata. Alle 23, in “leggero” ritardo sull'orario d'inizio, Bombino e i suoi tre sodali si presentano sul palco, indossando lunghe tuniche e il tradizionale tagelmust bianco. Una volta sedutisi, i quattro danno vita ad un primo set di stampo acustico, trasudante caldi effluvi desertici, dove tra il rollio ritmico di batteria, djembèe e basso, e il pizzicare insistito della chitarra, veniamo avvolti da un'aura sonica d'incantatoria malia. Un libero fluire di note, sulle quali Bombino canta mantriche linee vocali d'esotica densità lirica, ulteriormente accentuato quando ad essere imbracciati sono gli strumenti elettrici, in un mistico tourbillon sonoro, tra vocalismi africani, armonie berbere, fraseggi blues e ascendenti spirali psichedeliche. Un vero e proprio rituale animista in musica, con la platea a danzare, ondeggiare, come in trance. Un continuum sonico che trova nella poliritmia la propria, propulsiva, forza ritmica, sulla quale Bombino è libero di lasciarsi andare in lunghe digressioni strumentali. Parla poco il chitarrista, lascia che sia il suo strumento a farlo per lui, sorride timidamente, balla e si dimena, a testimoniare come non sia mai venuta meno, nonostante l'hype mediatico addensatosi recentemente intorno ad esso, quella sincera genuinità originaria, attraverso la quale riesce ad instaurare un empatico legame con la platea sottostante. Due culture, tra loro diverse, unite da un sentire sonico condiviso; questo è ciò a cui abbiamo assistito, questa sera, tra le mura dell'Hiroshima Mon Amour. Un incontro capace di dimostrare come differenze culturali, sulla carta insormontabili, possano essere appianate da una comunanza “idiomatica a sette notte”, lasciando, una volta conclusosi, ognuno di noi appagato e culturalmente accresciuto.
Giunto alla ribalta internazionale lo scorso anno con un album, Nomad, prodotto dalla mente della “Chiavi Nere”, Dan Auerbach, e osannato dalla critica (NPR, per dire, l'ha inserito nella sua lista dei 50 album del 2013), Omara Moctar sembra tuttavia non aver perso l'autenticità e la modestia dettate dalla sua giovane età anagrafica. Certo di strada, il chitarrista originario di Agadez, dalla sabbia rovente del deserto ne ha percorsa, arrivando a calcare i palchi di mezzo mondo, ma il suo cuore e la sua anima sono rimaste quelle di un bambino, o per meglio dire “bombino”, soprannome datogli dal suo primo insegnante di chitarra e con il quale oggi è universalmente conosciuto. Così come autentico è il messaggio veicolato attraverso la propria musica; un messaggio di amore e fratellanza in grado d'unire in un enorme abbraccio collettivo popoli di culture differenti. E se le liriche in tamasheq possono forse rappresentare uno scoglio linguistico di difficile interpretazione, è appunto la musica a farsi ideale veicolo sonoro del verbo bombiniano, traendo la propria linfa vitale dalle aride terre natie per poi amalgamare il tutto con sonorità di matrice prettamente occidentale.D'altra parte il nostro è stato più volte etichettato, in una sorta di “occidentalizzazione”, già peraltro avvenuta ai tempi di Ali Farka Tourè, definito il John Lee Hooker del Mali, come il Jimi Hendrix del deserto. Un'etichettatura che può forse apparire forzata nel suo voler incasellare, a tutti i costi, il talento artistico del chitarrista tuareg, pur essendo, alla luce di quanto ascoltato stasera, quanto mai esplicativa. E' infatti un sabbioso vento desertico quello soffiante sul palco dell'Hiroshima Mon Amour, recante, nel suo avvolgente vorticare, tanto gli echi della tradizione musicale del Niger, quanto fangose sonorità bluesy e psichedeliche fluttuazioni rock settantiane. Una sabbia sonora depositatasi sulle corde della chitarra, sia essa acustica od elettrica, dello stesso Bombino, la cui bravura allo strumento è inversamente proporzionale alla qualità di fabbricazione di quest'ultimo. E proprio la chitarra sarà il catalizzatore emozionale dell'intera perfomance, con il nostro ben supportato dal reiterato ipnotismo tribale d'una compatta sezione ritmica e dal sostegno di un'altra sei corde elettrificata. Alle 23, in “leggero” ritardo sull'orario d'inizio, Bombino e i suoi tre sodali si presentano sul palco, indossando lunghe tuniche e il tradizionale tagelmust bianco. Una volta sedutisi, i quattro danno vita ad un primo set di stampo acustico, trasudante caldi effluvi desertici, dove tra il rollio ritmico di batteria, djembèe e basso, e il pizzicare insistito della chitarra, veniamo avvolti da un'aura sonica d'incantatoria malia. Un libero fluire di note, sulle quali Bombino canta mantriche linee vocali d'esotica densità lirica, ulteriormente accentuato quando ad essere imbracciati sono gli strumenti elettrici, in un mistico tourbillon sonoro, tra vocalismi africani, armonie berbere, fraseggi blues e ascendenti spirali psichedeliche. Un vero e proprio rituale animista in musica, con la platea a danzare, ondeggiare, come in trance. Un continuum sonico che trova nella poliritmia la propria, propulsiva, forza ritmica, sulla quale Bombino è libero di lasciarsi andare in lunghe digressioni strumentali. Parla poco il chitarrista, lascia che sia il suo strumento a farlo per lui, sorride timidamente, balla e si dimena, a testimoniare come non sia mai venuta meno, nonostante l'hype mediatico addensatosi recentemente intorno ad esso, quella sincera genuinità originaria, attraverso la quale riesce ad instaurare un empatico legame con la platea sottostante. Due culture, tra loro diverse, unite da un sentire sonico condiviso; questo è ciò a cui abbiamo assistito, questa sera, tra le mura dell'Hiroshima Mon Amour. Un incontro capace di dimostrare come differenze culturali, sulla carta insormontabili, possano essere appianate da una comunanza “idiomatica a sette notte”, lasciando, una volta conclusosi, ognuno di noi appagato e culturalmente accresciuto.
L'Armata Brancaleone - Tuttinpiedi
(Pubblicato su Extra! Music Magazine)
Combo maceratese con alle spalle una gavetta più che decennale, arrivando a dividere il palco con, tra gli altri, Ginevra Di Marco e Bandabardò, L' Armata Brancaleone serra oggi le proprie fila per dar vita al suo primo, vero, album. Diretto discendente del precedente demo, autoprodotto, Gente Resistente, l'odierno Tuttinpiedi ne riprende la palpitante musicalità, tra l'impegnato e il festaiolo, facendo propri i canoni stilistici dell'italico folk rock. Un turbinio di suoni e parole, dialettali e non, dalla solare vivacità espressiva; queste le “armi” imbracciate dai sette membri dell'Armata Brancaleone. Uno “scalcinato” battaglione con disincantati sogni ed utopici obiettivi da perseguire, nonostante le avversità, proprio come la sua, omonima, milizia cinematografica. Quindici episodi sonori, partoriti dalla penna del bassista Roberto Caponi, tra estemporanee storie di bislacchi personaggi, impegno civile e rimandi letterari, in bilico costante tra nostrana cantautoralità e scalmanato fervore folk rock. E se in Ezzzio il Pazzo Non Segue l'Andazzo, si avverte, in modo più che palese, l'influenza deandreiana, nella sbuffante Nonostante Tutto i nostri si appropriano dell'irrefrenabile patchanka della Bandabardò, per poi attenuarne i toni nella chiaroscurale Prima Di Tutto, splendido adattamento musicale di Prima Vennero, opera poetica del pastore protestante Martin Niemoller, scritta ai tempi della dispotica dittatura nazista. Notevole, per forza poetica, è anche La Danza del Tempo, dove pare di ascoltare il precedentemente citato De Andrè accompagnato, sulle note di un'aria tradizionale trentina, dai Modena City Ramblers. E non avrebbe sfigurato, nel ramblersiano Appunti partigiani, 201 Volante, storia dell'omonima brigata partigiana maceratese, orribilmente trucidata dai tedeschi nel 1944. L'indiavolata Goran Alkolic porta invece in dote effluvi balcanici, assorbiti dal settetto durante un tour in terra bosniaca, dando modo di apprezzare, una volta di più, gli spunti solistici tanto della fisarmonica di Giovanni Cofani quanto del violino di Laura Tamburrini, autentici mattatori, in realtà, per la quasi totalità dell'album. E spegni!!!, scritta per ‘M'illumino di meno’, iniziativa dedicata al risparmio energetico, dal canto suo reca, con la propria festosa esuberanza, saggi consigli ambientali, sui quali soffia la tromba dell'ospite Paolo Caponi. Ingloba invece i versi di Trilussa la conclusiva Ninna Nanna della Guerra, enfatizzandone ancor di più la valenza pacifista, in un nuovo riuscito esercizio di vigoria folk. Una buona opera prima quindi, quella dei sette maceratesi, penalizzata, seppur in minima parte, da una, fin troppo manifesta, bulimia compositiva, sfociante in un'eccessiva prolissità, a tratti disorientante. Certo, sempre meglio aver tanta “carne” da mettere al fuoco che dover affrontare una penuria d'idee, ma in futuro un affinamento della propria capacità di sintesi non potrà che giovare all'economia sonora di questa agguerrita compagine.
Combo maceratese con alle spalle una gavetta più che decennale, arrivando a dividere il palco con, tra gli altri, Ginevra Di Marco e Bandabardò, L' Armata Brancaleone serra oggi le proprie fila per dar vita al suo primo, vero, album. Diretto discendente del precedente demo, autoprodotto, Gente Resistente, l'odierno Tuttinpiedi ne riprende la palpitante musicalità, tra l'impegnato e il festaiolo, facendo propri i canoni stilistici dell'italico folk rock. Un turbinio di suoni e parole, dialettali e non, dalla solare vivacità espressiva; queste le “armi” imbracciate dai sette membri dell'Armata Brancaleone. Uno “scalcinato” battaglione con disincantati sogni ed utopici obiettivi da perseguire, nonostante le avversità, proprio come la sua, omonima, milizia cinematografica. Quindici episodi sonori, partoriti dalla penna del bassista Roberto Caponi, tra estemporanee storie di bislacchi personaggi, impegno civile e rimandi letterari, in bilico costante tra nostrana cantautoralità e scalmanato fervore folk rock. E se in Ezzzio il Pazzo Non Segue l'Andazzo, si avverte, in modo più che palese, l'influenza deandreiana, nella sbuffante Nonostante Tutto i nostri si appropriano dell'irrefrenabile patchanka della Bandabardò, per poi attenuarne i toni nella chiaroscurale Prima Di Tutto, splendido adattamento musicale di Prima Vennero, opera poetica del pastore protestante Martin Niemoller, scritta ai tempi della dispotica dittatura nazista. Notevole, per forza poetica, è anche La Danza del Tempo, dove pare di ascoltare il precedentemente citato De Andrè accompagnato, sulle note di un'aria tradizionale trentina, dai Modena City Ramblers. E non avrebbe sfigurato, nel ramblersiano Appunti partigiani, 201 Volante, storia dell'omonima brigata partigiana maceratese, orribilmente trucidata dai tedeschi nel 1944. L'indiavolata Goran Alkolic porta invece in dote effluvi balcanici, assorbiti dal settetto durante un tour in terra bosniaca, dando modo di apprezzare, una volta di più, gli spunti solistici tanto della fisarmonica di Giovanni Cofani quanto del violino di Laura Tamburrini, autentici mattatori, in realtà, per la quasi totalità dell'album. E spegni!!!, scritta per ‘M'illumino di meno’, iniziativa dedicata al risparmio energetico, dal canto suo reca, con la propria festosa esuberanza, saggi consigli ambientali, sui quali soffia la tromba dell'ospite Paolo Caponi. Ingloba invece i versi di Trilussa la conclusiva Ninna Nanna della Guerra, enfatizzandone ancor di più la valenza pacifista, in un nuovo riuscito esercizio di vigoria folk. Una buona opera prima quindi, quella dei sette maceratesi, penalizzata, seppur in minima parte, da una, fin troppo manifesta, bulimia compositiva, sfociante in un'eccessiva prolissità, a tratti disorientante. Certo, sempre meglio aver tanta “carne” da mettere al fuoco che dover affrontare una penuria d'idee, ma in futuro un affinamento della propria capacità di sintesi non potrà che giovare all'economia sonora di questa agguerrita compagine.
sabato 15 febbraio 2014
Les Enfants - Persi nella notte
(Pubblicato su Extra! Music Magazine)
Un'amicizia nata sui banchi di scuola e durante i campi scout, rafforzata da comuni passioni musicali e da estenuanti prove soniche in un garage sotterraneo in quel di Milano Ovest. Questa la genesi dei milanesi Les Enfants, giovane quartetto che, ad un solo anno dall'esordio, con un omonimo EP, si presenta oggi con un nuovo, autoprodotto, extended play, Persi Nella Notte. Quattro composizioni, più un breve intro strumentale, in equilibrio perfetto tra morbidezza indie pop e increspature new wave, dove spicca la scelta, a livello lirico, dell'italiano, tra le disillusioni e le speranze di un'intera generazione, della quale si fa portavoce l'evocativa vocalità di Marco Manini, impegnato anche dietro ai tamburi. Dense trame soniche, quelle approntate dai quattro lombardi, intrise d'una malinconia profonda, affiorante tanto nei saliscendi emozionali di Milano, quanto nella drammaticità new wave di Dammi Un Nome. Ottimo il lavorio ritmico alla base di Cash, in un livido flusso melodico tra elettrici disegni chitarristici e distesi intermezzi acustici, punteggiati dal glockenspiel. Intreccio elettro-acustico caratterizzante anche la conclusiva Prendi Tempo, in un continuo, luminoso, susseguirsi armonico, fino a sublimarsi in dilatate volute soniche finali. Con questo, seppur breve, secondo vagito i milanesi dimostrano ampiamente di aver superato lo stadio della propria “infanzia”, ora non resta loro che affrontare quel periodo difficile che è l'adolescenza sonica, di ogni gruppo, ovvero il fatidico, primo, full lenght.
Un'amicizia nata sui banchi di scuola e durante i campi scout, rafforzata da comuni passioni musicali e da estenuanti prove soniche in un garage sotterraneo in quel di Milano Ovest. Questa la genesi dei milanesi Les Enfants, giovane quartetto che, ad un solo anno dall'esordio, con un omonimo EP, si presenta oggi con un nuovo, autoprodotto, extended play, Persi Nella Notte. Quattro composizioni, più un breve intro strumentale, in equilibrio perfetto tra morbidezza indie pop e increspature new wave, dove spicca la scelta, a livello lirico, dell'italiano, tra le disillusioni e le speranze di un'intera generazione, della quale si fa portavoce l'evocativa vocalità di Marco Manini, impegnato anche dietro ai tamburi. Dense trame soniche, quelle approntate dai quattro lombardi, intrise d'una malinconia profonda, affiorante tanto nei saliscendi emozionali di Milano, quanto nella drammaticità new wave di Dammi Un Nome. Ottimo il lavorio ritmico alla base di Cash, in un livido flusso melodico tra elettrici disegni chitarristici e distesi intermezzi acustici, punteggiati dal glockenspiel. Intreccio elettro-acustico caratterizzante anche la conclusiva Prendi Tempo, in un continuo, luminoso, susseguirsi armonico, fino a sublimarsi in dilatate volute soniche finali. Con questo, seppur breve, secondo vagito i milanesi dimostrano ampiamente di aver superato lo stadio della propria “infanzia”, ora non resta loro che affrontare quel periodo difficile che è l'adolescenza sonica, di ogni gruppo, ovvero il fatidico, primo, full lenght.
Saluti da Saturno - Dancing Polonia
(Pubblicato su Extra! Music Magazine)
Dopo due, ben accolti, lavori (Parlare con Anna e Valdazze) Mirco Mariani naviga sicuro, con il proprio progetto artistico, verso l'approdo del terzo album. Una rotta stralunata quella tracciata dal romagnolo, frutto d'un anima cantautorale tanto inquieta nel suo cercare la propria, fisica, valvola di sfogo, tra i righi d'un pentagramma, quanto poi parca e misurata una volta ascritta su quest'ultimi. Un percorso, oggi caratterizzato da un parziale scarto di lato, abbandonando il Pianobar Futuristico Elettromeccanico, in favore di un Free Jazz Cantautorale, come definito dallo stesso Mariani, dove il pianoforte ha soppiantato l'amato Optigan. Proprio i “canonici” tasti bianchi e neri assurgono a vero e proprio cardine strumentale intorno al quale volteggiano sognanti scampoli melodici, calde sonorità sudamericane e sperimentalismo sonico di mai invadente rumorosità. Un superbo pastiche figlio tanto della tradizione della propria terra d'origine, la Romagna, quanto dei suoni e dei rumori fatti propri grazie alla frequentazione di artisti dalla spiccata personalità, Vinicio Capossela su tutti, ai quali il nostro ha prestato in passato il proprio estro percussivo. Dall'istrionico cantautore di Hannover, Mariani ha mutuato anche la passione per i più stravaganti “oggetti sonori”, tanto da utilizzare, durante le sedute di registrazione di Dancing Polonia, Ondioline, Ondes Martenot, Glassamornica, Cristal Baschet e Mellotron, affiancandoli a pianoforti “preparati” per l'occasione, il cui atipico tessere melodico è quantomeno fondamentale per l'empirica economia sonora dell'intero lavoro. A tutto ciò si aggiunge la presenza di alcuni ospiti, quali Paolo Benvegnù, Alessandro “Asso” Stefana, Arto Lindsay e il thereminista Vincenzo Vasi, i cui pregevoli contributi rappresentano senza dubbio un ulteriore valore aggiunto. E' tuttavia la grezza “materia prima” a brillare di luce propria, frutto di un songwriting affinatosi lavoro dopo lavoro, e capace di mostrarsi, una volta di più, in tutto il proprio squisito minimalismo, cesellando piccoli bozzetti dalla cangiante fragilità, come l'addolorata ballata Le luci della sera, dove fa la propria comparsa, vocale, Paolo Benvegnù, o il conclusivo, gioioso, ricordo matrimoniale di Anniversario. Le succitate frequentazioni caposseliane si avvertono, invece, tanto nelle morbidezze pianistiche di una carezzevole Di notte, ad accompagnare gli ultimi, indistinti, attimi prima di un serale viaggio ad occhi chiusi, quanto nel sensuale danzare, a tempo di tango, di La vita mia (vodka lemon), ispirata all'omonimo film del regista armeno Hiner Saleem. Deliziosa nella sua limpidezza compositiva è Venere, un vellutato centellinare note, tra introspezione cantautorale e brulichio modernista, intorno ad un'interpretazione vocale di struggente esilità, mentre la radiosa vivacità caraibica di Canzone di cera ricorda, viceversa, le opere soliste di Van Dyke Parks, esplorativi viaggi della tradizione musicale di Trinidad e Tobago. Una maggior propensione all'osare emerge, al contrario, nel tribalismo disturbato di Ombra, anch'essa dai natali cinematografici, traendo spunto dal lungometraggio L'uomo che verrà di Giorgio Diritti, così come nelle dissonanti ondulazioni ritmico-armoniche della titletrack. Un immaginifico locale d'altri tempi, Dancing Polonia, entro le cui mura si respira l'aria delle vecchie balere romagnole, tra lucidi tavolini, bevande dai mille colori, ballerini avvinghiati stretti stretti, e una procace barista dietro al bancone, con un piccolo palco, dove ogni sera si ritrova una scalcinata orchestrina, annoverante tra le proprie fila, tra gli altri, Vinicio Capossela, Secondo Casadei e Ornette Coleman, condotta da Mariani in una notturna jam session, che si protrae fino ai primi raggi di sole di un giorno nuovo.
Dopo due, ben accolti, lavori (Parlare con Anna e Valdazze) Mirco Mariani naviga sicuro, con il proprio progetto artistico, verso l'approdo del terzo album. Una rotta stralunata quella tracciata dal romagnolo, frutto d'un anima cantautorale tanto inquieta nel suo cercare la propria, fisica, valvola di sfogo, tra i righi d'un pentagramma, quanto poi parca e misurata una volta ascritta su quest'ultimi. Un percorso, oggi caratterizzato da un parziale scarto di lato, abbandonando il Pianobar Futuristico Elettromeccanico, in favore di un Free Jazz Cantautorale, come definito dallo stesso Mariani, dove il pianoforte ha soppiantato l'amato Optigan. Proprio i “canonici” tasti bianchi e neri assurgono a vero e proprio cardine strumentale intorno al quale volteggiano sognanti scampoli melodici, calde sonorità sudamericane e sperimentalismo sonico di mai invadente rumorosità. Un superbo pastiche figlio tanto della tradizione della propria terra d'origine, la Romagna, quanto dei suoni e dei rumori fatti propri grazie alla frequentazione di artisti dalla spiccata personalità, Vinicio Capossela su tutti, ai quali il nostro ha prestato in passato il proprio estro percussivo. Dall'istrionico cantautore di Hannover, Mariani ha mutuato anche la passione per i più stravaganti “oggetti sonori”, tanto da utilizzare, durante le sedute di registrazione di Dancing Polonia, Ondioline, Ondes Martenot, Glassamornica, Cristal Baschet e Mellotron, affiancandoli a pianoforti “preparati” per l'occasione, il cui atipico tessere melodico è quantomeno fondamentale per l'empirica economia sonora dell'intero lavoro. A tutto ciò si aggiunge la presenza di alcuni ospiti, quali Paolo Benvegnù, Alessandro “Asso” Stefana, Arto Lindsay e il thereminista Vincenzo Vasi, i cui pregevoli contributi rappresentano senza dubbio un ulteriore valore aggiunto. E' tuttavia la grezza “materia prima” a brillare di luce propria, frutto di un songwriting affinatosi lavoro dopo lavoro, e capace di mostrarsi, una volta di più, in tutto il proprio squisito minimalismo, cesellando piccoli bozzetti dalla cangiante fragilità, come l'addolorata ballata Le luci della sera, dove fa la propria comparsa, vocale, Paolo Benvegnù, o il conclusivo, gioioso, ricordo matrimoniale di Anniversario. Le succitate frequentazioni caposseliane si avvertono, invece, tanto nelle morbidezze pianistiche di una carezzevole Di notte, ad accompagnare gli ultimi, indistinti, attimi prima di un serale viaggio ad occhi chiusi, quanto nel sensuale danzare, a tempo di tango, di La vita mia (vodka lemon), ispirata all'omonimo film del regista armeno Hiner Saleem. Deliziosa nella sua limpidezza compositiva è Venere, un vellutato centellinare note, tra introspezione cantautorale e brulichio modernista, intorno ad un'interpretazione vocale di struggente esilità, mentre la radiosa vivacità caraibica di Canzone di cera ricorda, viceversa, le opere soliste di Van Dyke Parks, esplorativi viaggi della tradizione musicale di Trinidad e Tobago. Una maggior propensione all'osare emerge, al contrario, nel tribalismo disturbato di Ombra, anch'essa dai natali cinematografici, traendo spunto dal lungometraggio L'uomo che verrà di Giorgio Diritti, così come nelle dissonanti ondulazioni ritmico-armoniche della titletrack. Un immaginifico locale d'altri tempi, Dancing Polonia, entro le cui mura si respira l'aria delle vecchie balere romagnole, tra lucidi tavolini, bevande dai mille colori, ballerini avvinghiati stretti stretti, e una procace barista dietro al bancone, con un piccolo palco, dove ogni sera si ritrova una scalcinata orchestrina, annoverante tra le proprie fila, tra gli altri, Vinicio Capossela, Secondo Casadei e Ornette Coleman, condotta da Mariani in una notturna jam session, che si protrae fino ai primi raggi di sole di un giorno nuovo.giovedì 30 gennaio 2014
North Mississippi Allstars - World boogie is coming
(Pubblicato su Extra! Music Magazine)
Lo sguardo rivolto al futuro ma con un orecchio teso al passato, a quelle primitive, urticanti sonorità, ancora echeggianti dalle colline del Mississippi; questa la filosofia di “vita musicale” di Luther e Cody Dickinson, titolari, di fatto, del monicker North Mississippi Allstars. Un progetto, quello ideato dai due fratelli di Hernando, capace con un fulminante primo vagito, Shake Hands With Shorty, di rinverdire, grazie ad una ruvidezza al limite del punk, proprio il verbo del blues delle colline. Una lezione appresa,con la benedizione del padre Jim, da autentiche leggende quali Robert Lee Burnside, Junior Kimbrough e Otha Turner, che i due Dickinson, con l'aiuto del corpulento bassista Chris Chew, hanno cercato di tramandare, a loro volta, alle nuove generazioni, sia con una, ormai nutrita, serie di lavori in studio, che con un'estenuante attività on stage. E se il precedente lavoro, Keys To The Kingdom, mostrava un'apertura tanto verso sonorità di più canonica impronta rock, quanto ad acustiche intelaiature rootsy, con World Boogie Is Coming (titolo mutuato da un'espressione coniata dal, purtroppo, prematuramente scomparso genitore), i nostri paiono tornare sui propri passi, in un ulteriore tentativo di modernizzazione dell'ipnotica ossessività dei propri maestri. Una sorta di blues “futurista”, frutto di uno sforzo musicale collettivo e condiviso, con una nutrita schiera di amici, vecchi e nuovi, a dar manforte. Troviamo così Robert Plant impegnato a soffiare con ardore, nelle ance di un'armonica, nella doppietta iniziale composta da una JR, dedicata a Junior Kimbrough, e dal sussultare funky di Goat Meat, affidata all'ugola di Lightning Malcom; oppure Sharde Thomas a screziare, con nere tinte soul, Meet Me In The City, perla del repertorio kimbroughiano, per poi rendere omaggio con il proprio flauto, al suo illustre progenitore, Otha Turner, prima in Shimmy e poi in Granny, Does Your Dog Bite, intercalate, in un medley in puro stile fife and drum, con la dixoniana My Babe. I “pruriti modernisti” dei fratelli Dickinson trovano invece soddisfazione tanto in una rocciosa Boogie, quanto nel nevrotico delirare di Rollin'n’ Tumblin, indemoniati esempi di quel tonitruante blues “futurista” poc'anzi menzionato. Paradossalmente sono gli, al dire il vero sparuti, episodi autografi, a lasciar con l'amaro in bocca, come Turn Up Satan, becera scopiazzatura del recente rifferama auerbachiano, alla base del “tormentone” Lonely Boy. Una nuova boccata d'ossigeno sono invece tanto una splendida rivisitazione di Goin' to Brownsville, tra rullare di tamburi, lamentoso incrociarsi di voci e il bottleneck di Luther a scivolare magistralmente sulle corde, quanto una World Boogie riletta con giovanile veemenza, a rimarcare la bravura dei nostri nel plasmare, a proprio piacimento, la fangosa materia musicale afroamericana. Ribollente calderone hill country blues è invece una Jumper On The Line di burnsidiana memoria, dove, tra le immaginifiche pareti di un vecchio juke joint, spicca il vociare nasale e la grezza sei corde di Kenny Brown. Un album, World Boogie Is Coming, tuttavia compromesso, fortunatamente solo in minima parte, dall'inserimento, spesso forzato, di alcuni piccoli frammenti, parlati o musicalmente abbozzati, i quali appesantiscono, a tratti, la fluidità d'ascolto. Immutata è invece tanto la bontà quanto la solidità della proposta sonora dei North Mississippi Allstars, tesa oggi, più che in passato, a rievocare la viscerale alchimia grazie alla quale vide la luce il loro seminale esordio.
Lo sguardo rivolto al futuro ma con un orecchio teso al passato, a quelle primitive, urticanti sonorità, ancora echeggianti dalle colline del Mississippi; questa la filosofia di “vita musicale” di Luther e Cody Dickinson, titolari, di fatto, del monicker North Mississippi Allstars. Un progetto, quello ideato dai due fratelli di Hernando, capace con un fulminante primo vagito, Shake Hands With Shorty, di rinverdire, grazie ad una ruvidezza al limite del punk, proprio il verbo del blues delle colline. Una lezione appresa,con la benedizione del padre Jim, da autentiche leggende quali Robert Lee Burnside, Junior Kimbrough e Otha Turner, che i due Dickinson, con l'aiuto del corpulento bassista Chris Chew, hanno cercato di tramandare, a loro volta, alle nuove generazioni, sia con una, ormai nutrita, serie di lavori in studio, che con un'estenuante attività on stage. E se il precedente lavoro, Keys To The Kingdom, mostrava un'apertura tanto verso sonorità di più canonica impronta rock, quanto ad acustiche intelaiature rootsy, con World Boogie Is Coming (titolo mutuato da un'espressione coniata dal, purtroppo, prematuramente scomparso genitore), i nostri paiono tornare sui propri passi, in un ulteriore tentativo di modernizzazione dell'ipnotica ossessività dei propri maestri. Una sorta di blues “futurista”, frutto di uno sforzo musicale collettivo e condiviso, con una nutrita schiera di amici, vecchi e nuovi, a dar manforte. Troviamo così Robert Plant impegnato a soffiare con ardore, nelle ance di un'armonica, nella doppietta iniziale composta da una JR, dedicata a Junior Kimbrough, e dal sussultare funky di Goat Meat, affidata all'ugola di Lightning Malcom; oppure Sharde Thomas a screziare, con nere tinte soul, Meet Me In The City, perla del repertorio kimbroughiano, per poi rendere omaggio con il proprio flauto, al suo illustre progenitore, Otha Turner, prima in Shimmy e poi in Granny, Does Your Dog Bite, intercalate, in un medley in puro stile fife and drum, con la dixoniana My Babe. I “pruriti modernisti” dei fratelli Dickinson trovano invece soddisfazione tanto in una rocciosa Boogie, quanto nel nevrotico delirare di Rollin'n’ Tumblin, indemoniati esempi di quel tonitruante blues “futurista” poc'anzi menzionato. Paradossalmente sono gli, al dire il vero sparuti, episodi autografi, a lasciar con l'amaro in bocca, come Turn Up Satan, becera scopiazzatura del recente rifferama auerbachiano, alla base del “tormentone” Lonely Boy. Una nuova boccata d'ossigeno sono invece tanto una splendida rivisitazione di Goin' to Brownsville, tra rullare di tamburi, lamentoso incrociarsi di voci e il bottleneck di Luther a scivolare magistralmente sulle corde, quanto una World Boogie riletta con giovanile veemenza, a rimarcare la bravura dei nostri nel plasmare, a proprio piacimento, la fangosa materia musicale afroamericana. Ribollente calderone hill country blues è invece una Jumper On The Line di burnsidiana memoria, dove, tra le immaginifiche pareti di un vecchio juke joint, spicca il vociare nasale e la grezza sei corde di Kenny Brown. Un album, World Boogie Is Coming, tuttavia compromesso, fortunatamente solo in minima parte, dall'inserimento, spesso forzato, di alcuni piccoli frammenti, parlati o musicalmente abbozzati, i quali appesantiscono, a tratti, la fluidità d'ascolto. Immutata è invece tanto la bontà quanto la solidità della proposta sonora dei North Mississippi Allstars, tesa oggi, più che in passato, a rievocare la viscerale alchimia grazie alla quale vide la luce il loro seminale esordio.
Swampcandy - Midnight creep / Noonday stomp
(Pubblicato su Rootshighway)
Il duo sembra essere diventato, da qualche tempo, l'assetto prediletto da giovani virgulti dediti al "saccheggio" della tradizione musicale americana, bianca e nera che sia, per poi risputarla in faccia all'incauto ascoltatore con febbrile fisicità. E se il connubio chitarra/batteria è sicuramente il più gettonato, vedasi a tal proposito "gentaglia" come Hillstomp e Immortal Lee County Killers, la formula a due ha visto altresì alternarsi i più disparati, improbabili, abbinamenti strumentali. Rientrano in questa, ora non più ristretta, cerchia anche gli Swampcandy, duo, per l'appunto, di Annapolis, Maryland, formato da Ruben Dobbs, chitarra e voce e da Joey Mitchell, autentica one man rhythm section, nel suo padroneggiare, in contemporanea, contrabbasso e grancassa. Meno estremisti, come approccio alla materia tradizionale, rispetto ai succitati "colleghi", i nostri non rinunciano tuttavia ad appropriarsi, rileggendole con lucida follia, di arcaiche composizioni, perlopiù di deltaica provenienza, alle quali vanno ad aggiungersi un pugno di brani frutto della penna dello stesso Dobbs. Delta blues, ragtime e visionarietà folk; questi gli ingredienti di Midnight Creep/ Noonday Stomp, posto su nastro in una doppia sessione di registrazione; la prima svoltasi all'interno di un'antica casa coloniale, mentre la seconda tra le pareti amiche della fattoria dello stesso Dobbs. Una "Paludosa Caramella" che, perlomeno a giudicare, dagli ingredienti poc'anzi elencati, si preannuncerebbe dall'accattivante sapore, ma che purtroppo, una volta "scartata", non sempre riesce a soddisfare il palato, lasciando anzi un retrogusto amarognolo. Certo nel masticare il palustre prodotto dolciario in questione si avvertono sentori di familiare sapidità, pur nella loro moderna edulcorazione, come nell'opener Aberdeen e in Preachin' Blues, devoti omaggi, tra lo stridere del bottleneck e un ossessivo battere percussivo, ai maestri Bukka White e Robert Johnson; o nelle oscillazioni umorali di una Danced On A Mountain lontana parente della primigenia produzione dei fratelli Avett. E se il ragtime dopato Charlie, così come la riesumazione della Future Blues a nome Willie Brown, rimarcano una predilezione per il blues di deltaica foggia, sono al contempo da ascrivere, insieme a Drink Whiskey With Me, invito alcolico dalle waitsiane reminescenze, e al claudicante sproloquiare rootsy di If You See My Baby, tra gli episodi più riusciti del lotto. Al contrario, tanto le ruffianaggini rockiste di Avalon e Yes Love, quanto la funerea tetraggine di una sconclusionata Underhill, irritano invece la sensibilità delle papille gustative, tanto da compromettere, seppur in parte, la "degustazione". Un vero peccato, in quanto gli "ingredienti base" qui utilizzati sarebbero più che genuini, ma il duo sembra non aver ancora trovato le giuste dosi con le quali miscelarli, pregiudicando in tal modo quell'uniformità di sapore della quale la "Paludosa Caramella" per l'appunto difetta.
Il duo sembra essere diventato, da qualche tempo, l'assetto prediletto da giovani virgulti dediti al "saccheggio" della tradizione musicale americana, bianca e nera che sia, per poi risputarla in faccia all'incauto ascoltatore con febbrile fisicità. E se il connubio chitarra/batteria è sicuramente il più gettonato, vedasi a tal proposito "gentaglia" come Hillstomp e Immortal Lee County Killers, la formula a due ha visto altresì alternarsi i più disparati, improbabili, abbinamenti strumentali. Rientrano in questa, ora non più ristretta, cerchia anche gli Swampcandy, duo, per l'appunto, di Annapolis, Maryland, formato da Ruben Dobbs, chitarra e voce e da Joey Mitchell, autentica one man rhythm section, nel suo padroneggiare, in contemporanea, contrabbasso e grancassa. Meno estremisti, come approccio alla materia tradizionale, rispetto ai succitati "colleghi", i nostri non rinunciano tuttavia ad appropriarsi, rileggendole con lucida follia, di arcaiche composizioni, perlopiù di deltaica provenienza, alle quali vanno ad aggiungersi un pugno di brani frutto della penna dello stesso Dobbs. Delta blues, ragtime e visionarietà folk; questi gli ingredienti di Midnight Creep/ Noonday Stomp, posto su nastro in una doppia sessione di registrazione; la prima svoltasi all'interno di un'antica casa coloniale, mentre la seconda tra le pareti amiche della fattoria dello stesso Dobbs. Una "Paludosa Caramella" che, perlomeno a giudicare, dagli ingredienti poc'anzi elencati, si preannuncerebbe dall'accattivante sapore, ma che purtroppo, una volta "scartata", non sempre riesce a soddisfare il palato, lasciando anzi un retrogusto amarognolo. Certo nel masticare il palustre prodotto dolciario in questione si avvertono sentori di familiare sapidità, pur nella loro moderna edulcorazione, come nell'opener Aberdeen e in Preachin' Blues, devoti omaggi, tra lo stridere del bottleneck e un ossessivo battere percussivo, ai maestri Bukka White e Robert Johnson; o nelle oscillazioni umorali di una Danced On A Mountain lontana parente della primigenia produzione dei fratelli Avett. E se il ragtime dopato Charlie, così come la riesumazione della Future Blues a nome Willie Brown, rimarcano una predilezione per il blues di deltaica foggia, sono al contempo da ascrivere, insieme a Drink Whiskey With Me, invito alcolico dalle waitsiane reminescenze, e al claudicante sproloquiare rootsy di If You See My Baby, tra gli episodi più riusciti del lotto. Al contrario, tanto le ruffianaggini rockiste di Avalon e Yes Love, quanto la funerea tetraggine di una sconclusionata Underhill, irritano invece la sensibilità delle papille gustative, tanto da compromettere, seppur in parte, la "degustazione". Un vero peccato, in quanto gli "ingredienti base" qui utilizzati sarebbero più che genuini, ma il duo sembra non aver ancora trovato le giuste dosi con le quali miscelarli, pregiudicando in tal modo quell'uniformità di sapore della quale la "Paludosa Caramella" per l'appunto difetta.
Threelakes and the Flatland Eagles - War tales
(Pubblicato su Extra! Music Magazine)
Una prima “prova di volo”, in compagnia delle “Aquile delle Terre Basse”, Luca Righi, aka Threelakes, l'aveva effettuata già con il precedente EP Uncle T, ma è tuttavia solo oggi che il suo, immaginifico, volare sembra aver raggiunto la propria compiutezza, in un nuovo librarsi in tersi cieli, distaccandosi dai primigeni territori acustici, in direzione di inesplorati, caleidoscopici, orizzonti sonori. Attorniato, ed aiutato, in questa sua icarica impresa, dagli ormai fidati “rapaci musicali”, nonché supervisionato in cabina di regia da Andrea Sologni, il songwriter mantovano, infatti, accentua ulteriormente le proprie potenzialità espressive, canalizzando, al contempo, il proprio lirico narrare verso un unico tema; la guerra. Quella guerra conosciuta tramite i racconti di un nonno fisarmonicista, scappato dai tedeschi con il proprio strumento in spalla, ed oggi esplorata in tutte le sue più diverse accezioni. Ci troviamo pertanto di fronte tanto alla guerra “canonica”, dilaniante e crudele, combattuta fino all'ultimo respiro, quanto a singole, quotidiane, battaglie, forse meno invasive ma capaci anch'esse di lasciare profonde, insanabili ferite. Un vero e proprio “viaggio”, War Tales, tra sbiadite fotografie dai toni seppiati e più vivide istantanee, condotto con lo sguardo attento di un songwriter capace di tradurre in musica, grazie ad un'icastica lucidità testuale ed ad una mirabile capacità negli arrangiamenti, piccole storie di, dolorosa, vita vissuta. Palpabile è anche l'empatia instauratasi tra il nostro e i propri sodali, qui impegnati a costruire, nota su nota, evanescenti geometrie avant folk, intorno all'evocativa, quanto malinconica voce righiana. E se le acquatiche fluttuazioni dell'opener Wild Water rappresentano un solenne preambolo, d'oscura inquietudine, il cammino vero e proprio, lungo sentieri martoriati dalla guerra, ha inizio sulle sussultanti note di The Walk, più tuttavia un correre a spron battuto che un semplice camminare. Il citazionismo dylaniano di The Lonesome Death Of Mr. Hank Williams si limita al solo titolo, per quella che, invero, è una straziante preghiera, richiamante i Lumineers di più mesta rarefazione, di colui che sta vedendo la vita scivolare via dal proprio corpo, martoriato da anni di sfrenata dissolutezza; quel Hank Williams ben conscio che non sarebbero sopravvissuto a questo mondo. To Do, splendida ballata di dolente magniloquenza pare invece figlia dello sghembo folk apocalittico di sua “maestà” Will Oldham, mentre la purezza melodica di March, tessuta dal carezzevole pizzicare delle corde di un ukulele e dal tintinnio di un glockenspiel, viene parzialmente avvolta da ottundenti caligini folkie. Di più stretta osservanza country folk, pur filtrata attraverso la propria, personale, visione della materia, è Horses Slowly Ride, con un banjo a rievocare, con il supporto ritmico circolare di basso e batteria, proprio il galoppare dei cavalli. Ad una Rose d'ovattata fragilità è invece affidato il commiato, dove la voce di Righi viene doppiata dall'eterea vocalità di Francesca Amati, con l'enfatico soffiare della tromba di Emanuele Reverberi sullo sfondo; in un'attesa oasi di pace dopo la cessazione delle ostilità. Un album dal respiro internazionale, War Tales, nonché superba opera di un talento compositivo già pienamente sbocciato, in tutto la propria purezza lirica, al suo esordio sulla lunga distanza.
Una prima “prova di volo”, in compagnia delle “Aquile delle Terre Basse”, Luca Righi, aka Threelakes, l'aveva effettuata già con il precedente EP Uncle T, ma è tuttavia solo oggi che il suo, immaginifico, volare sembra aver raggiunto la propria compiutezza, in un nuovo librarsi in tersi cieli, distaccandosi dai primigeni territori acustici, in direzione di inesplorati, caleidoscopici, orizzonti sonori. Attorniato, ed aiutato, in questa sua icarica impresa, dagli ormai fidati “rapaci musicali”, nonché supervisionato in cabina di regia da Andrea Sologni, il songwriter mantovano, infatti, accentua ulteriormente le proprie potenzialità espressive, canalizzando, al contempo, il proprio lirico narrare verso un unico tema; la guerra. Quella guerra conosciuta tramite i racconti di un nonno fisarmonicista, scappato dai tedeschi con il proprio strumento in spalla, ed oggi esplorata in tutte le sue più diverse accezioni. Ci troviamo pertanto di fronte tanto alla guerra “canonica”, dilaniante e crudele, combattuta fino all'ultimo respiro, quanto a singole, quotidiane, battaglie, forse meno invasive ma capaci anch'esse di lasciare profonde, insanabili ferite. Un vero e proprio “viaggio”, War Tales, tra sbiadite fotografie dai toni seppiati e più vivide istantanee, condotto con lo sguardo attento di un songwriter capace di tradurre in musica, grazie ad un'icastica lucidità testuale ed ad una mirabile capacità negli arrangiamenti, piccole storie di, dolorosa, vita vissuta. Palpabile è anche l'empatia instauratasi tra il nostro e i propri sodali, qui impegnati a costruire, nota su nota, evanescenti geometrie avant folk, intorno all'evocativa, quanto malinconica voce righiana. E se le acquatiche fluttuazioni dell'opener Wild Water rappresentano un solenne preambolo, d'oscura inquietudine, il cammino vero e proprio, lungo sentieri martoriati dalla guerra, ha inizio sulle sussultanti note di The Walk, più tuttavia un correre a spron battuto che un semplice camminare. Il citazionismo dylaniano di The Lonesome Death Of Mr. Hank Williams si limita al solo titolo, per quella che, invero, è una straziante preghiera, richiamante i Lumineers di più mesta rarefazione, di colui che sta vedendo la vita scivolare via dal proprio corpo, martoriato da anni di sfrenata dissolutezza; quel Hank Williams ben conscio che non sarebbero sopravvissuto a questo mondo. To Do, splendida ballata di dolente magniloquenza pare invece figlia dello sghembo folk apocalittico di sua “maestà” Will Oldham, mentre la purezza melodica di March, tessuta dal carezzevole pizzicare delle corde di un ukulele e dal tintinnio di un glockenspiel, viene parzialmente avvolta da ottundenti caligini folkie. Di più stretta osservanza country folk, pur filtrata attraverso la propria, personale, visione della materia, è Horses Slowly Ride, con un banjo a rievocare, con il supporto ritmico circolare di basso e batteria, proprio il galoppare dei cavalli. Ad una Rose d'ovattata fragilità è invece affidato il commiato, dove la voce di Righi viene doppiata dall'eterea vocalità di Francesca Amati, con l'enfatico soffiare della tromba di Emanuele Reverberi sullo sfondo; in un'attesa oasi di pace dopo la cessazione delle ostilità. Un album dal respiro internazionale, War Tales, nonché superba opera di un talento compositivo già pienamente sbocciato, in tutto la propria purezza lirica, al suo esordio sulla lunga distanza.
The Heart and the Void - Like a dancer
(Pubblicato su Extra! Music Magazine)
Con un monicker che pare quasi uno spin-off musicale dei propri “colleghi” nu-folkers The Head and the Heart, Enrico Spanu, alias The Heart and the Void, compie con questo Like a Dancer il suo primo passo nel mondo discografico. Un Ep, composto da quattro piccoli episodi sonici, frutto d'un approccio minimalistico, teso a privilegiare scheletriche intelaiature folkie, con la sola chitarra acustica a sostenere la tenue vocalità del titolare. Una voce che diviene vera e propria dispensatrice emotiva, andando a scandagliare le parti più luminose, come gli anfratti più oscuri dell'animo umano, ovvero il Cuore e il Vuoto, come recita, a ragion veduta, la stessa ragione sociale. Registrato nella natia Sardegna, ma masterizzato da Gus Elg presso gli Sky Onion Studio di Portland, Like a Dancer si avvale dei saltuari interventi musicali di Francesco Tocco e Marco Orrù, rispettivamente al rullante e alla tastiera, bravi ad assecondare, con sparuti tocchi melodici e percussivi, l'excursus emozionale di Spanu. E proprio a Portland, culla del movimento indie folk, sembra guardare l'operato del folksinger sardo, complice anche una voce che a tratti ricorda, per malinconica inflessione, quella di Colin Meloy, mente dietro al progetto Decemberists, combo originario proprio della cittadina dell'Oregon. A colpire è senza dubbio la maturità compositiva di Spanu, merce davvero rara in un “debuttante”, e fatta qui confluire tanto nella catarsi amorosa della tormentata, solitaria, ballata The Morning After, quanto nello scarno scalpitare dell'opener For The Little While, con le spazzole di Tocco a strisciare veloci sulla pelle sabbiata del rullante. E se il piglio deciso di Empty House, fa proprie coloriture autunnali decemberistiche, rappresentando al contempo l'episodio maggiormente “arrangiato” del lotto, il commiato è affidato invece al solo Spanu, in una dimessa When Winter Ends, tra le cui caliginose note ci si perde, ci si ritrova, e ci si smarrisce nuovamente. Un piccolo gioiello di spartano raccoglimento nu-folk, “Like A Dancer”, con Spanu a muoversi leggiadro e sicuro, proprio “come un ballerino”, in quattro suggestivi “movimenti” dal fragile incanto.
Con un monicker che pare quasi uno spin-off musicale dei propri “colleghi” nu-folkers The Head and the Heart, Enrico Spanu, alias The Heart and the Void, compie con questo Like a Dancer il suo primo passo nel mondo discografico. Un Ep, composto da quattro piccoli episodi sonici, frutto d'un approccio minimalistico, teso a privilegiare scheletriche intelaiature folkie, con la sola chitarra acustica a sostenere la tenue vocalità del titolare. Una voce che diviene vera e propria dispensatrice emotiva, andando a scandagliare le parti più luminose, come gli anfratti più oscuri dell'animo umano, ovvero il Cuore e il Vuoto, come recita, a ragion veduta, la stessa ragione sociale. Registrato nella natia Sardegna, ma masterizzato da Gus Elg presso gli Sky Onion Studio di Portland, Like a Dancer si avvale dei saltuari interventi musicali di Francesco Tocco e Marco Orrù, rispettivamente al rullante e alla tastiera, bravi ad assecondare, con sparuti tocchi melodici e percussivi, l'excursus emozionale di Spanu. E proprio a Portland, culla del movimento indie folk, sembra guardare l'operato del folksinger sardo, complice anche una voce che a tratti ricorda, per malinconica inflessione, quella di Colin Meloy, mente dietro al progetto Decemberists, combo originario proprio della cittadina dell'Oregon. A colpire è senza dubbio la maturità compositiva di Spanu, merce davvero rara in un “debuttante”, e fatta qui confluire tanto nella catarsi amorosa della tormentata, solitaria, ballata The Morning After, quanto nello scarno scalpitare dell'opener For The Little While, con le spazzole di Tocco a strisciare veloci sulla pelle sabbiata del rullante. E se il piglio deciso di Empty House, fa proprie coloriture autunnali decemberistiche, rappresentando al contempo l'episodio maggiormente “arrangiato” del lotto, il commiato è affidato invece al solo Spanu, in una dimessa When Winter Ends, tra le cui caliginose note ci si perde, ci si ritrova, e ci si smarrisce nuovamente. Un piccolo gioiello di spartano raccoglimento nu-folk, “Like A Dancer”, con Spanu a muoversi leggiadro e sicuro, proprio “come un ballerino”, in quattro suggestivi “movimenti” dal fragile incanto.
giovedì 23 gennaio 2014
Jack Williams - Four good days
(Pubblicato su Rootshighway)
Con una carriera in ambito musicale lunga più di 50 anni, tutto si può dire di Jack Williams meno che sia un "giovanotto di primo pelo". Pregevole pizzicatore di corde, tanto elettrificate quanto acustiche, paroliere e songwriter di vaglia, nonché fido accompagnatore, on stage, di artisti quali Tom Paxton, Harry Nilsson e Peter Yarrow, il songwriter originario del South Carolina ha saputo costruire, nel tempo, un percorso di integerrima integrità artistica, ove folk, jazz, rock'n'roll e blues si sono, spesso, avvicendati quanto fusi tra loro. E se i trascorsi a fianco dei succitati "colleghi" paiono legittimare la bontà delle proprie abilità strumentali, le sue avventure in proprio hanno visto alternare a progetti collettivi, una parallela, intimistica, dimensione da folksinger. Ed è appunto quest'ultima ad emergere in Four Good Days, rivisitazione, in chiave acustica, di brani contenuti nei suoi ultimi lavori in studio, con l'aggiunta di alcune composizioni prelevate dalle nebbie del proprio passato, ed altre mai impresse prima d'ora su nastro. Un lavoro d'introspettiva rilassatezza, dove ad essere protagonista è la sei corde acustica dello stesso Williams, nel suo centellinare note intorno ad una voce, arricchita di nuovi, espressivi, colori dal trascorrere del tempo. Ne sono un esempio il carezzevole picking della title track, riflessivo rimembrare sulla propria vita alla soglia dei 70 anni, la delicata ballata westcoastiana Highway From Back Home, narrante le gioie e i dolori di un'esistenza passata sulla strada, nonché le digressioni grassy di una "bromberghiana" Them Things, tinta di nere tonalità gospel da ben calibrati apporti vocali. Coralità che ritroviamo anche in una Sugar Enough, registrata su insistenza della propria moglie, dove, per l'appunto, gli incroci vocali, e il muoversi flessuoso delle dita sulle corde, paiono rimandare alle esplorazioni acustiche cooderiane. D'indubbio splendore sono tanto una Suddenly The Tide abbellita da nuove sublimi armonizzazioni vocali, quanto una You Be The Light trasudante caraibica solarità. Emergono invece dai propri trascorsi in un combo d'elettricità rock, Sleeping In The Streets, qui riproposta in nuova veste che, complice anche il mantico dischiudersi della fisarmonica di Radoslav Lorkovic, rievoca la New Orleans degli ultimi Subdudes; così come A Full Moon On, sincopato esercizio bluesy con tanto d'accompagnamento dei tasti bianchi e neri d'un piano. Unico brano non autografo è una struggente, nel suo evocativo arrangiamento per sole corde e tasti, rilettura di The Night They Drove Old Dixie Down, in ricordo dello scomparso Levon Helm, al quale è peraltro dedicato l'intero album. Nel suo guardare, attualizzandolo, al proprio passato, prossimo e remoto, Four Good Days, rappresenta un'ideale summa dell'opera del songwriter nativo di Lancaster, quanto un valido, primo, approccio alla medesima.
Con una carriera in ambito musicale lunga più di 50 anni, tutto si può dire di Jack Williams meno che sia un "giovanotto di primo pelo". Pregevole pizzicatore di corde, tanto elettrificate quanto acustiche, paroliere e songwriter di vaglia, nonché fido accompagnatore, on stage, di artisti quali Tom Paxton, Harry Nilsson e Peter Yarrow, il songwriter originario del South Carolina ha saputo costruire, nel tempo, un percorso di integerrima integrità artistica, ove folk, jazz, rock'n'roll e blues si sono, spesso, avvicendati quanto fusi tra loro. E se i trascorsi a fianco dei succitati "colleghi" paiono legittimare la bontà delle proprie abilità strumentali, le sue avventure in proprio hanno visto alternare a progetti collettivi, una parallela, intimistica, dimensione da folksinger. Ed è appunto quest'ultima ad emergere in Four Good Days, rivisitazione, in chiave acustica, di brani contenuti nei suoi ultimi lavori in studio, con l'aggiunta di alcune composizioni prelevate dalle nebbie del proprio passato, ed altre mai impresse prima d'ora su nastro. Un lavoro d'introspettiva rilassatezza, dove ad essere protagonista è la sei corde acustica dello stesso Williams, nel suo centellinare note intorno ad una voce, arricchita di nuovi, espressivi, colori dal trascorrere del tempo. Ne sono un esempio il carezzevole picking della title track, riflessivo rimembrare sulla propria vita alla soglia dei 70 anni, la delicata ballata westcoastiana Highway From Back Home, narrante le gioie e i dolori di un'esistenza passata sulla strada, nonché le digressioni grassy di una "bromberghiana" Them Things, tinta di nere tonalità gospel da ben calibrati apporti vocali. Coralità che ritroviamo anche in una Sugar Enough, registrata su insistenza della propria moglie, dove, per l'appunto, gli incroci vocali, e il muoversi flessuoso delle dita sulle corde, paiono rimandare alle esplorazioni acustiche cooderiane. D'indubbio splendore sono tanto una Suddenly The Tide abbellita da nuove sublimi armonizzazioni vocali, quanto una You Be The Light trasudante caraibica solarità. Emergono invece dai propri trascorsi in un combo d'elettricità rock, Sleeping In The Streets, qui riproposta in nuova veste che, complice anche il mantico dischiudersi della fisarmonica di Radoslav Lorkovic, rievoca la New Orleans degli ultimi Subdudes; così come A Full Moon On, sincopato esercizio bluesy con tanto d'accompagnamento dei tasti bianchi e neri d'un piano. Unico brano non autografo è una struggente, nel suo evocativo arrangiamento per sole corde e tasti, rilettura di The Night They Drove Old Dixie Down, in ricordo dello scomparso Levon Helm, al quale è peraltro dedicato l'intero album. Nel suo guardare, attualizzandolo, al proprio passato, prossimo e remoto, Four Good Days, rappresenta un'ideale summa dell'opera del songwriter nativo di Lancaster, quanto un valido, primo, approccio alla medesima.
lunedì 20 gennaio 2014
Chris Eckman - Harney County
(Pubblicato su Extra! Music Magazine)
Un viaggio, quello tra la polvere dell'Oregon, intrapreso da Chris Eckman più di vent'anni fa, ammaliato dalla lettura di Owning It All, memoir ad opera di William Kittredge, e celebrazione proprio di quella suadente quanto crudele porzione di territorio statunitense. Un viaggiare, nell'arida immensità desertica, che sembra aver segnato nel profondo il songwriter originario di Seattle tanto da far confluire le emozioni provate in una prima composizione, Death At Low Water, apparsa in Life Full Of Holes, album registrato in coppia con Carla Torgerson nell'ormai lontano 1995. Alla polvere statunitense non sembra tuttavia essere bastato questo primo “soffio autoriale” per essere scacciata, tanto da ritornare prepotentemente a vorticare, in tempi recenti, tra i solchi dell'ispirato Travels In The Dustland, ultima meravigliosa opera della creatura eckmaniana chiamata Walkabouts. Nel frattempo la voglie esplorative del nostro non si sono placate, acuendosi ulteriormente, fino ad estendersi ad un altro deserto, quello africano, visitato ancora lo scorso anno grazie al nuovo capitolo discografico a nome Dirtmusic, quanto al lavoro in cabina di regia per Chatma, gemma di african blues marchiata Tamikrest. E' tuttavia Il ricordo di quel primo viaggio ad Harney County a spingere Eckman a tornare in quei luoghi, per dar vita ad un album volto ad essere la vivida trasposizione, su pentagramma, proprio di quella sfaccettata vastità territoriale, tra cime sferzate dal vento, pianure paludose, fatiscenti costruzioni e carcasse d'auto. Luoghi di cruda inospitalità dove, tra inverni nevosi ed estati torride, l'esistenza umana appare insignificante, ma al contempo pregni d'una bellezza atemporale difficile da esplicare. Tutto questo viene impresso nelle otto “fotografie sonore”, dalle tinte scure, contenute in Harney County; otto immaginifici movimenti all'interno di un mondo buio e spettrale, con la voce e la chitarra acustica di Eckman quali sommessi compagni di cammino. Registrato in quel di Praga, in compagnia del contrabbassista Ziga Golob, nella smisurata ampiezza d'una sala capace di contenere un'orchestra di più di 80 elementi, Harney County trova la propria forza nel suo voler rinunciare ad inutili orpelli o eccessive stratificazioni sonore, prediligendo scheletrici arrangiamenti acustici, quasi a voler ricreare in tal modo l'alienante senso di solitudine provato dallo stesso Eckman, nel suo libero girovagare, in quei luoghi. Minimali sono infatti gli apporti esterni, tra i quali gli interventi percussivi di Milan Climfe, come nella desolata fascinazione dell'opener Nothing Left To Hate, o quelli della sei corde elettrica di Paul Austin, ad ammantare di tenue livore elettrico The Carnival Smoke. E se la penetrante Requiem For The Old Skool Heavy, nel suo algido, sincopato muoversi ricorda la produzione walkaboutsiana, l'animo da storyteller di Eckman emerge in tutto il proprio tenebroso lirismo tanto in Katy Cruel, quanto nella scarnificata magnificenza di Sound Of No Return. La più serrata Many Moons si avvale invece, tra crepitanti fragori elettrici, del soffiare distorto dell'armonica di Terry Lee Hale, prima che il tutto si affievolisca nella conclusiva, polverosa ballata Ghosts Along The Border, impreziosita dall'apporto vocale della propria consorte Anda. Un album, Harney County, attraverso il quale addentrarsi sicuri alla scoperta di un disabitato mondo perduto, lungo il sentiero tracciato da un songwriter d'ineccepibile maestria compositiva.
Un viaggio, quello tra la polvere dell'Oregon, intrapreso da Chris Eckman più di vent'anni fa, ammaliato dalla lettura di Owning It All, memoir ad opera di William Kittredge, e celebrazione proprio di quella suadente quanto crudele porzione di territorio statunitense. Un viaggiare, nell'arida immensità desertica, che sembra aver segnato nel profondo il songwriter originario di Seattle tanto da far confluire le emozioni provate in una prima composizione, Death At Low Water, apparsa in Life Full Of Holes, album registrato in coppia con Carla Torgerson nell'ormai lontano 1995. Alla polvere statunitense non sembra tuttavia essere bastato questo primo “soffio autoriale” per essere scacciata, tanto da ritornare prepotentemente a vorticare, in tempi recenti, tra i solchi dell'ispirato Travels In The Dustland, ultima meravigliosa opera della creatura eckmaniana chiamata Walkabouts. Nel frattempo la voglie esplorative del nostro non si sono placate, acuendosi ulteriormente, fino ad estendersi ad un altro deserto, quello africano, visitato ancora lo scorso anno grazie al nuovo capitolo discografico a nome Dirtmusic, quanto al lavoro in cabina di regia per Chatma, gemma di african blues marchiata Tamikrest. E' tuttavia Il ricordo di quel primo viaggio ad Harney County a spingere Eckman a tornare in quei luoghi, per dar vita ad un album volto ad essere la vivida trasposizione, su pentagramma, proprio di quella sfaccettata vastità territoriale, tra cime sferzate dal vento, pianure paludose, fatiscenti costruzioni e carcasse d'auto. Luoghi di cruda inospitalità dove, tra inverni nevosi ed estati torride, l'esistenza umana appare insignificante, ma al contempo pregni d'una bellezza atemporale difficile da esplicare. Tutto questo viene impresso nelle otto “fotografie sonore”, dalle tinte scure, contenute in Harney County; otto immaginifici movimenti all'interno di un mondo buio e spettrale, con la voce e la chitarra acustica di Eckman quali sommessi compagni di cammino. Registrato in quel di Praga, in compagnia del contrabbassista Ziga Golob, nella smisurata ampiezza d'una sala capace di contenere un'orchestra di più di 80 elementi, Harney County trova la propria forza nel suo voler rinunciare ad inutili orpelli o eccessive stratificazioni sonore, prediligendo scheletrici arrangiamenti acustici, quasi a voler ricreare in tal modo l'alienante senso di solitudine provato dallo stesso Eckman, nel suo libero girovagare, in quei luoghi. Minimali sono infatti gli apporti esterni, tra i quali gli interventi percussivi di Milan Climfe, come nella desolata fascinazione dell'opener Nothing Left To Hate, o quelli della sei corde elettrica di Paul Austin, ad ammantare di tenue livore elettrico The Carnival Smoke. E se la penetrante Requiem For The Old Skool Heavy, nel suo algido, sincopato muoversi ricorda la produzione walkaboutsiana, l'animo da storyteller di Eckman emerge in tutto il proprio tenebroso lirismo tanto in Katy Cruel, quanto nella scarnificata magnificenza di Sound Of No Return. La più serrata Many Moons si avvale invece, tra crepitanti fragori elettrici, del soffiare distorto dell'armonica di Terry Lee Hale, prima che il tutto si affievolisca nella conclusiva, polverosa ballata Ghosts Along The Border, impreziosita dall'apporto vocale della propria consorte Anda. Un album, Harney County, attraverso il quale addentrarsi sicuri alla scoperta di un disabitato mondo perduto, lungo il sentiero tracciato da un songwriter d'ineccepibile maestria compositiva.
sabato 11 gennaio 2014
AAVV - Loves you more: a tribute to Elliott Smith
(Pubblicato su Extra! Music Magazine)
Dieci anni sono passati dalla tragica, prematura, dipartita di Elliott Smith; dieci lunghi anni nel corso dei quali il ricordo del songwriter, originario del Nebraska, non si è mai affievolito, da entrambe le parti dell'Oceano. Numerosi infatti gli attestati di stima e le cerimonie musicali in suo onore succedutesi nel corso degli anni, fino al recente concerto celebrativo, al Glasslands di Brooklyn, in occasione proprio del decennale della sua scomparsa, alle quali va oggi ad aggiungersi Loves You More, splendido album tributo, tutto italiano. Un opus sonico, quello smithiano, che con i suoi introspettivi acquerelli acustici, dalle grigie tinte malinconiche, ha enormemente influenzato il panorama musicale ad esso contemporaneo, e la cui eco si può avvertire nei lavori di molti artisti odierni. Proprio per questo è nata l'idea in Davide Lasala dei Vanillina, di convocare all'Edac Studio, quindici artisti, molto diversi tra loro, assegnando ad ognuno un brano tratto dal songbook a nome Smith. Sessioni di registrazioni informali, spesso in presa diretta, secondo la logica del “buona la prima”, registrando il tutto su di un nastro magnetico,con computer e moderni ritrovati tecnologici confinati al di fuori dello studio. Quindici riuscite, nella loro quasi totalità, rivisitazioni, aiutate sicuramente dal clima disteso e colloquiale instauratosi, come si può peraltro evincere dal bellissimo documentario a cura del regista Fabio Capalbo, allegato all'album stesso. Apre le danze una magnifica rilettura, dalla lieve acidità lisergica, di Waltz n2 ad opera di Dellera, dove spiccano gli svolazzi armonici del violino di Rodrigo D'Erasmo, suo “compagno sonico” negli Afterhours. Dietro al monicker Black Black Baobab si celano invece Nicholas Restivo e Roberta Sammarelli dei Verdena, qui alle prese con le allusioni “tossiche” di una Needle In The Hay (pur tuttavia smentite al tempo dallo stesso autore), estratta dal secondo, omonimo, album di Smith, che vede il suo primigenio scheletro acustico, rinvigorito da robuste “iniezioni” d'elettrica marzialità. Sempre dall'opera omonima arriva una The White Lady Loves You More (altro esempio della presunta allusività junkie che sembrava pervadere l'intero album) magistralmente interpretata, tra evocative, dronanti, stratificazioni sonore, dai Jennifer Gentle. Opta invece per l'utilizzo dell'italico idioma, Edda, in una riuscita riproposizione di Angeles, da Either/Or, così come le difficoltà relazionali di Between The Bars, trasformata in un tetro, arcaico, sussurro per voce e banjo, da Mr Henry. E se Nicolas Falcon dimostra di cavarsela egregiamente con una Somebody I Used to Know puntellata dal tintinnio d'un piano elettrico, i C+C=Maxigross infondono la propria baldanza indie in una Son of Sam in bilico tra rilassatezza acustica e contorte palpitazioni psichedeliche. Ovviamente è presente anche Miss Misery, brano, inserito nella colonna sonora del lungometraggio Will Hunting, che è valso a Smith una candidatura all'Oscar, qui riproposta dai Vanillina, in una straziante versione più vicina alla Seattle del grunge che alla Los Angeles smithiana. Un doveroso, quanto riuscito, omaggio, Loves you more; un atto di smisurato amore verso un artista dall'immarcescibile talento compositivo, la cui assenza pesa ancor oggi come un macigno.
Dieci anni sono passati dalla tragica, prematura, dipartita di Elliott Smith; dieci lunghi anni nel corso dei quali il ricordo del songwriter, originario del Nebraska, non si è mai affievolito, da entrambe le parti dell'Oceano. Numerosi infatti gli attestati di stima e le cerimonie musicali in suo onore succedutesi nel corso degli anni, fino al recente concerto celebrativo, al Glasslands di Brooklyn, in occasione proprio del decennale della sua scomparsa, alle quali va oggi ad aggiungersi Loves You More, splendido album tributo, tutto italiano. Un opus sonico, quello smithiano, che con i suoi introspettivi acquerelli acustici, dalle grigie tinte malinconiche, ha enormemente influenzato il panorama musicale ad esso contemporaneo, e la cui eco si può avvertire nei lavori di molti artisti odierni. Proprio per questo è nata l'idea in Davide Lasala dei Vanillina, di convocare all'Edac Studio, quindici artisti, molto diversi tra loro, assegnando ad ognuno un brano tratto dal songbook a nome Smith. Sessioni di registrazioni informali, spesso in presa diretta, secondo la logica del “buona la prima”, registrando il tutto su di un nastro magnetico,con computer e moderni ritrovati tecnologici confinati al di fuori dello studio. Quindici riuscite, nella loro quasi totalità, rivisitazioni, aiutate sicuramente dal clima disteso e colloquiale instauratosi, come si può peraltro evincere dal bellissimo documentario a cura del regista Fabio Capalbo, allegato all'album stesso. Apre le danze una magnifica rilettura, dalla lieve acidità lisergica, di Waltz n2 ad opera di Dellera, dove spiccano gli svolazzi armonici del violino di Rodrigo D'Erasmo, suo “compagno sonico” negli Afterhours. Dietro al monicker Black Black Baobab si celano invece Nicholas Restivo e Roberta Sammarelli dei Verdena, qui alle prese con le allusioni “tossiche” di una Needle In The Hay (pur tuttavia smentite al tempo dallo stesso autore), estratta dal secondo, omonimo, album di Smith, che vede il suo primigenio scheletro acustico, rinvigorito da robuste “iniezioni” d'elettrica marzialità. Sempre dall'opera omonima arriva una The White Lady Loves You More (altro esempio della presunta allusività junkie che sembrava pervadere l'intero album) magistralmente interpretata, tra evocative, dronanti, stratificazioni sonore, dai Jennifer Gentle. Opta invece per l'utilizzo dell'italico idioma, Edda, in una riuscita riproposizione di Angeles, da Either/Or, così come le difficoltà relazionali di Between The Bars, trasformata in un tetro, arcaico, sussurro per voce e banjo, da Mr Henry. E se Nicolas Falcon dimostra di cavarsela egregiamente con una Somebody I Used to Know puntellata dal tintinnio d'un piano elettrico, i C+C=Maxigross infondono la propria baldanza indie in una Son of Sam in bilico tra rilassatezza acustica e contorte palpitazioni psichedeliche. Ovviamente è presente anche Miss Misery, brano, inserito nella colonna sonora del lungometraggio Will Hunting, che è valso a Smith una candidatura all'Oscar, qui riproposta dai Vanillina, in una straziante versione più vicina alla Seattle del grunge che alla Los Angeles smithiana. Un doveroso, quanto riuscito, omaggio, Loves you more; un atto di smisurato amore verso un artista dall'immarcescibile talento compositivo, la cui assenza pesa ancor oggi come un macigno.
mercoledì 8 gennaio 2014
Big Fox - Now
(Pubblicato su Extra! Music Magazine)
Dopo aver riscosso ampi consensi da parte della critica, con il proprio, omonimo, esordio, pubblicato nel 2011, ed aver aperto alcuni concerti delle connazionali First Aid Kit, la cantautrice svedese Charlotte Perers, aka Big Fox, torna, oggi, a far parlare di sé, con Now. Nove esili composizioni, registrate nella natia Malmö, dalle quali traspare una lirica eleganza, in un parco fluire di delicate melodie di stampo folk pop. Una malinconia autunnale sembra pervadere il plumbeo, piccolo, mondo musicale della Perers, tra l'estatico battere dei tasti del pianoforte e le chiaroscurali fluttuazioni melodiche di un violoncello. Una sorta di rifugio segreto, Now; un'oasi dove, al riparo dei freddi venti svedesi, lasciarsi andare ad intime confessioni, che in nessun altro luogo si avrebbe il coraggio di proferire. Parole sussurrate, ma non per questo prive di una loro epica poeticità, ancor più acuita da minimali arrangiamenti strumentali. Vedono così la luce gemme soniche quali l'opener Shadows, d'ombrosa grazia acustica, dove un pianoforte, affidato alle mani della stessa Perers, e l'archetto di un violoncello si muovono all'unisono, o l'eterea Days Come/Go, dalle aperture armoniche quasi cameristiche. E se Cheer You Up è avvolta da una pastorale velatura folkie, la title track, con una voce maschile a far da controcanto a quella della cantautrice, ricorda il sublime intrecciarsi vocale tra Lisa Hannigan e Damien Rice. Non mancano gli episodi di più stretta matrice pop, come la solarità tenue di Girls, una Calm Down ornata da drappeggi jazzy, o la più mossa Romantic Movie Love, ben lontani tuttavia dalle zuccherose stucchevolezze dell'odierno mainstream. La lunga ballata pianistica The Storm, ci riporta invece entro le sicure mura del personale rifugio, di confidenzialità folk, della svedese, per un commiato d'immaginifico splendore. Un album d'intimistica fragilità, Now, merito tanto di lievi trame strumentali quanto, soprattutto, dell'incantevole voce della Perers, in grado di toccare corde emozionali tra le più profonde e nascoste.
Dopo aver riscosso ampi consensi da parte della critica, con il proprio, omonimo, esordio, pubblicato nel 2011, ed aver aperto alcuni concerti delle connazionali First Aid Kit, la cantautrice svedese Charlotte Perers, aka Big Fox, torna, oggi, a far parlare di sé, con Now. Nove esili composizioni, registrate nella natia Malmö, dalle quali traspare una lirica eleganza, in un parco fluire di delicate melodie di stampo folk pop. Una malinconia autunnale sembra pervadere il plumbeo, piccolo, mondo musicale della Perers, tra l'estatico battere dei tasti del pianoforte e le chiaroscurali fluttuazioni melodiche di un violoncello. Una sorta di rifugio segreto, Now; un'oasi dove, al riparo dei freddi venti svedesi, lasciarsi andare ad intime confessioni, che in nessun altro luogo si avrebbe il coraggio di proferire. Parole sussurrate, ma non per questo prive di una loro epica poeticità, ancor più acuita da minimali arrangiamenti strumentali. Vedono così la luce gemme soniche quali l'opener Shadows, d'ombrosa grazia acustica, dove un pianoforte, affidato alle mani della stessa Perers, e l'archetto di un violoncello si muovono all'unisono, o l'eterea Days Come/Go, dalle aperture armoniche quasi cameristiche. E se Cheer You Up è avvolta da una pastorale velatura folkie, la title track, con una voce maschile a far da controcanto a quella della cantautrice, ricorda il sublime intrecciarsi vocale tra Lisa Hannigan e Damien Rice. Non mancano gli episodi di più stretta matrice pop, come la solarità tenue di Girls, una Calm Down ornata da drappeggi jazzy, o la più mossa Romantic Movie Love, ben lontani tuttavia dalle zuccherose stucchevolezze dell'odierno mainstream. La lunga ballata pianistica The Storm, ci riporta invece entro le sicure mura del personale rifugio, di confidenzialità folk, della svedese, per un commiato d'immaginifico splendore. Un album d'intimistica fragilità, Now, merito tanto di lievi trame strumentali quanto, soprattutto, dell'incantevole voce della Perers, in grado di toccare corde emozionali tra le più profonde e nascoste.
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