Il duo sembra essere diventato, da qualche tempo, l'assetto prediletto da giovani virgulti dediti al "saccheggio" della tradizione musicale americana, bianca e nera che sia, per poi risputarla in faccia all'incauto ascoltatore con febbrile fisicità. E se il connubio chitarra/batteria è sicuramente il più gettonato, vedasi a tal proposito "gentaglia" come Hillstomp e Immortal Lee County Killers, la formula a due ha visto altresì alternarsi i più disparati, improbabili, abbinamenti strumentali. Rientrano in questa, ora non più ristretta, cerchia anche gli Swampcandy, duo, per l'appunto, di Annapolis, Maryland, formato da Ruben Dobbs, chitarra e voce e da Joey Mitchell, autentica one man rhythm section, nel suo padroneggiare, in contemporanea, contrabbasso e grancassa. Meno estremisti, come approccio alla materia tradizionale, rispetto ai succitati "colleghi", i nostri non rinunciano tuttavia ad appropriarsi, rileggendole con lucida follia, di arcaiche composizioni, perlopiù di deltaica provenienza, alle quali vanno ad aggiungersi un pugno di brani frutto della penna dello stesso Dobbs. Delta blues, ragtime e visionarietà folk; questi gli ingredienti di Midnight Creep/ Noonday Stomp, posto su nastro in una doppia sessione di registrazione; la prima svoltasi all'interno di un'antica casa coloniale, mentre la seconda tra le pareti amiche della fattoria dello stesso Dobbs. Una "Paludosa Caramella" che, perlomeno a giudicare, dagli ingredienti poc'anzi elencati, si preannuncerebbe dall'accattivante sapore, ma che purtroppo, una volta "scartata", non sempre riesce a soddisfare il palato, lasciando anzi un retrogusto amarognolo. Certo nel masticare il palustre prodotto dolciario in questione si avvertono sentori di familiare sapidità, pur nella loro moderna edulcorazione, come nell'opener Aberdeen e in Preachin' Blues, devoti omaggi, tra lo stridere del bottleneck e un ossessivo battere percussivo, ai maestri Bukka White e Robert Johnson; o nelle oscillazioni umorali di una Danced On A Mountain lontana parente della primigenia produzione dei fratelli Avett. E se il ragtime dopato Charlie, così come la riesumazione della Future Blues a nome Willie Brown, rimarcano una predilezione per il blues di deltaica foggia, sono al contempo da ascrivere, insieme a Drink Whiskey With Me, invito alcolico dalle waitsiane reminescenze, e al claudicante sproloquiare rootsy di If You See My Baby, tra gli episodi più riusciti del lotto. Al contrario, tanto le ruffianaggini rockiste di Avalon e Yes Love, quanto la funerea tetraggine di una sconclusionata Underhill, irritano invece la sensibilità delle papille gustative, tanto da compromettere, seppur in parte, la "degustazione". Un vero peccato, in quanto gli "ingredienti base" qui utilizzati sarebbero più che genuini, ma il duo sembra non aver ancora trovato le giuste dosi con le quali miscelarli, pregiudicando in tal modo quell'uniformità di sapore della quale la "Paludosa Caramella" per l'appunto difetta.
giovedì 30 gennaio 2014
Swampcandy - Midnight creep / Noonday stomp
(Pubblicato su Rootshighway)
Il duo sembra essere diventato, da qualche tempo, l'assetto prediletto da giovani virgulti dediti al "saccheggio" della tradizione musicale americana, bianca e nera che sia, per poi risputarla in faccia all'incauto ascoltatore con febbrile fisicità. E se il connubio chitarra/batteria è sicuramente il più gettonato, vedasi a tal proposito "gentaglia" come Hillstomp e Immortal Lee County Killers, la formula a due ha visto altresì alternarsi i più disparati, improbabili, abbinamenti strumentali. Rientrano in questa, ora non più ristretta, cerchia anche gli Swampcandy, duo, per l'appunto, di Annapolis, Maryland, formato da Ruben Dobbs, chitarra e voce e da Joey Mitchell, autentica one man rhythm section, nel suo padroneggiare, in contemporanea, contrabbasso e grancassa. Meno estremisti, come approccio alla materia tradizionale, rispetto ai succitati "colleghi", i nostri non rinunciano tuttavia ad appropriarsi, rileggendole con lucida follia, di arcaiche composizioni, perlopiù di deltaica provenienza, alle quali vanno ad aggiungersi un pugno di brani frutto della penna dello stesso Dobbs. Delta blues, ragtime e visionarietà folk; questi gli ingredienti di Midnight Creep/ Noonday Stomp, posto su nastro in una doppia sessione di registrazione; la prima svoltasi all'interno di un'antica casa coloniale, mentre la seconda tra le pareti amiche della fattoria dello stesso Dobbs. Una "Paludosa Caramella" che, perlomeno a giudicare, dagli ingredienti poc'anzi elencati, si preannuncerebbe dall'accattivante sapore, ma che purtroppo, una volta "scartata", non sempre riesce a soddisfare il palato, lasciando anzi un retrogusto amarognolo. Certo nel masticare il palustre prodotto dolciario in questione si avvertono sentori di familiare sapidità, pur nella loro moderna edulcorazione, come nell'opener Aberdeen e in Preachin' Blues, devoti omaggi, tra lo stridere del bottleneck e un ossessivo battere percussivo, ai maestri Bukka White e Robert Johnson; o nelle oscillazioni umorali di una Danced On A Mountain lontana parente della primigenia produzione dei fratelli Avett. E se il ragtime dopato Charlie, così come la riesumazione della Future Blues a nome Willie Brown, rimarcano una predilezione per il blues di deltaica foggia, sono al contempo da ascrivere, insieme a Drink Whiskey With Me, invito alcolico dalle waitsiane reminescenze, e al claudicante sproloquiare rootsy di If You See My Baby, tra gli episodi più riusciti del lotto. Al contrario, tanto le ruffianaggini rockiste di Avalon e Yes Love, quanto la funerea tetraggine di una sconclusionata Underhill, irritano invece la sensibilità delle papille gustative, tanto da compromettere, seppur in parte, la "degustazione". Un vero peccato, in quanto gli "ingredienti base" qui utilizzati sarebbero più che genuini, ma il duo sembra non aver ancora trovato le giuste dosi con le quali miscelarli, pregiudicando in tal modo quell'uniformità di sapore della quale la "Paludosa Caramella" per l'appunto difetta.
Il duo sembra essere diventato, da qualche tempo, l'assetto prediletto da giovani virgulti dediti al "saccheggio" della tradizione musicale americana, bianca e nera che sia, per poi risputarla in faccia all'incauto ascoltatore con febbrile fisicità. E se il connubio chitarra/batteria è sicuramente il più gettonato, vedasi a tal proposito "gentaglia" come Hillstomp e Immortal Lee County Killers, la formula a due ha visto altresì alternarsi i più disparati, improbabili, abbinamenti strumentali. Rientrano in questa, ora non più ristretta, cerchia anche gli Swampcandy, duo, per l'appunto, di Annapolis, Maryland, formato da Ruben Dobbs, chitarra e voce e da Joey Mitchell, autentica one man rhythm section, nel suo padroneggiare, in contemporanea, contrabbasso e grancassa. Meno estremisti, come approccio alla materia tradizionale, rispetto ai succitati "colleghi", i nostri non rinunciano tuttavia ad appropriarsi, rileggendole con lucida follia, di arcaiche composizioni, perlopiù di deltaica provenienza, alle quali vanno ad aggiungersi un pugno di brani frutto della penna dello stesso Dobbs. Delta blues, ragtime e visionarietà folk; questi gli ingredienti di Midnight Creep/ Noonday Stomp, posto su nastro in una doppia sessione di registrazione; la prima svoltasi all'interno di un'antica casa coloniale, mentre la seconda tra le pareti amiche della fattoria dello stesso Dobbs. Una "Paludosa Caramella" che, perlomeno a giudicare, dagli ingredienti poc'anzi elencati, si preannuncerebbe dall'accattivante sapore, ma che purtroppo, una volta "scartata", non sempre riesce a soddisfare il palato, lasciando anzi un retrogusto amarognolo. Certo nel masticare il palustre prodotto dolciario in questione si avvertono sentori di familiare sapidità, pur nella loro moderna edulcorazione, come nell'opener Aberdeen e in Preachin' Blues, devoti omaggi, tra lo stridere del bottleneck e un ossessivo battere percussivo, ai maestri Bukka White e Robert Johnson; o nelle oscillazioni umorali di una Danced On A Mountain lontana parente della primigenia produzione dei fratelli Avett. E se il ragtime dopato Charlie, così come la riesumazione della Future Blues a nome Willie Brown, rimarcano una predilezione per il blues di deltaica foggia, sono al contempo da ascrivere, insieme a Drink Whiskey With Me, invito alcolico dalle waitsiane reminescenze, e al claudicante sproloquiare rootsy di If You See My Baby, tra gli episodi più riusciti del lotto. Al contrario, tanto le ruffianaggini rockiste di Avalon e Yes Love, quanto la funerea tetraggine di una sconclusionata Underhill, irritano invece la sensibilità delle papille gustative, tanto da compromettere, seppur in parte, la "degustazione". Un vero peccato, in quanto gli "ingredienti base" qui utilizzati sarebbero più che genuini, ma il duo sembra non aver ancora trovato le giuste dosi con le quali miscelarli, pregiudicando in tal modo quell'uniformità di sapore della quale la "Paludosa Caramella" per l'appunto difetta.
Threelakes and the Flatland Eagles - War tales
(Pubblicato su Extra! Music Magazine)
Una prima “prova di volo”, in compagnia delle “Aquile delle Terre Basse”, Luca Righi, aka Threelakes, l'aveva effettuata già con il precedente EP Uncle T, ma è tuttavia solo oggi che il suo, immaginifico, volare sembra aver raggiunto la propria compiutezza, in un nuovo librarsi in tersi cieli, distaccandosi dai primigeni territori acustici, in direzione di inesplorati, caleidoscopici, orizzonti sonori. Attorniato, ed aiutato, in questa sua icarica impresa, dagli ormai fidati “rapaci musicali”, nonché supervisionato in cabina di regia da Andrea Sologni, il songwriter mantovano, infatti, accentua ulteriormente le proprie potenzialità espressive, canalizzando, al contempo, il proprio lirico narrare verso un unico tema; la guerra. Quella guerra conosciuta tramite i racconti di un nonno fisarmonicista, scappato dai tedeschi con il proprio strumento in spalla, ed oggi esplorata in tutte le sue più diverse accezioni. Ci troviamo pertanto di fronte tanto alla guerra “canonica”, dilaniante e crudele, combattuta fino all'ultimo respiro, quanto a singole, quotidiane, battaglie, forse meno invasive ma capaci anch'esse di lasciare profonde, insanabili ferite. Un vero e proprio “viaggio”, War Tales, tra sbiadite fotografie dai toni seppiati e più vivide istantanee, condotto con lo sguardo attento di un songwriter capace di tradurre in musica, grazie ad un'icastica lucidità testuale ed ad una mirabile capacità negli arrangiamenti, piccole storie di, dolorosa, vita vissuta. Palpabile è anche l'empatia instauratasi tra il nostro e i propri sodali, qui impegnati a costruire, nota su nota, evanescenti geometrie avant folk, intorno all'evocativa, quanto malinconica voce righiana. E se le acquatiche fluttuazioni dell'opener Wild Water rappresentano un solenne preambolo, d'oscura inquietudine, il cammino vero e proprio, lungo sentieri martoriati dalla guerra, ha inizio sulle sussultanti note di The Walk, più tuttavia un correre a spron battuto che un semplice camminare. Il citazionismo dylaniano di The Lonesome Death Of Mr. Hank Williams si limita al solo titolo, per quella che, invero, è una straziante preghiera, richiamante i Lumineers di più mesta rarefazione, di colui che sta vedendo la vita scivolare via dal proprio corpo, martoriato da anni di sfrenata dissolutezza; quel Hank Williams ben conscio che non sarebbero sopravvissuto a questo mondo. To Do, splendida ballata di dolente magniloquenza pare invece figlia dello sghembo folk apocalittico di sua “maestà” Will Oldham, mentre la purezza melodica di March, tessuta dal carezzevole pizzicare delle corde di un ukulele e dal tintinnio di un glockenspiel, viene parzialmente avvolta da ottundenti caligini folkie. Di più stretta osservanza country folk, pur filtrata attraverso la propria, personale, visione della materia, è Horses Slowly Ride, con un banjo a rievocare, con il supporto ritmico circolare di basso e batteria, proprio il galoppare dei cavalli. Ad una Rose d'ovattata fragilità è invece affidato il commiato, dove la voce di Righi viene doppiata dall'eterea vocalità di Francesca Amati, con l'enfatico soffiare della tromba di Emanuele Reverberi sullo sfondo; in un'attesa oasi di pace dopo la cessazione delle ostilità. Un album dal respiro internazionale, War Tales, nonché superba opera di un talento compositivo già pienamente sbocciato, in tutto la propria purezza lirica, al suo esordio sulla lunga distanza.
Una prima “prova di volo”, in compagnia delle “Aquile delle Terre Basse”, Luca Righi, aka Threelakes, l'aveva effettuata già con il precedente EP Uncle T, ma è tuttavia solo oggi che il suo, immaginifico, volare sembra aver raggiunto la propria compiutezza, in un nuovo librarsi in tersi cieli, distaccandosi dai primigeni territori acustici, in direzione di inesplorati, caleidoscopici, orizzonti sonori. Attorniato, ed aiutato, in questa sua icarica impresa, dagli ormai fidati “rapaci musicali”, nonché supervisionato in cabina di regia da Andrea Sologni, il songwriter mantovano, infatti, accentua ulteriormente le proprie potenzialità espressive, canalizzando, al contempo, il proprio lirico narrare verso un unico tema; la guerra. Quella guerra conosciuta tramite i racconti di un nonno fisarmonicista, scappato dai tedeschi con il proprio strumento in spalla, ed oggi esplorata in tutte le sue più diverse accezioni. Ci troviamo pertanto di fronte tanto alla guerra “canonica”, dilaniante e crudele, combattuta fino all'ultimo respiro, quanto a singole, quotidiane, battaglie, forse meno invasive ma capaci anch'esse di lasciare profonde, insanabili ferite. Un vero e proprio “viaggio”, War Tales, tra sbiadite fotografie dai toni seppiati e più vivide istantanee, condotto con lo sguardo attento di un songwriter capace di tradurre in musica, grazie ad un'icastica lucidità testuale ed ad una mirabile capacità negli arrangiamenti, piccole storie di, dolorosa, vita vissuta. Palpabile è anche l'empatia instauratasi tra il nostro e i propri sodali, qui impegnati a costruire, nota su nota, evanescenti geometrie avant folk, intorno all'evocativa, quanto malinconica voce righiana. E se le acquatiche fluttuazioni dell'opener Wild Water rappresentano un solenne preambolo, d'oscura inquietudine, il cammino vero e proprio, lungo sentieri martoriati dalla guerra, ha inizio sulle sussultanti note di The Walk, più tuttavia un correre a spron battuto che un semplice camminare. Il citazionismo dylaniano di The Lonesome Death Of Mr. Hank Williams si limita al solo titolo, per quella che, invero, è una straziante preghiera, richiamante i Lumineers di più mesta rarefazione, di colui che sta vedendo la vita scivolare via dal proprio corpo, martoriato da anni di sfrenata dissolutezza; quel Hank Williams ben conscio che non sarebbero sopravvissuto a questo mondo. To Do, splendida ballata di dolente magniloquenza pare invece figlia dello sghembo folk apocalittico di sua “maestà” Will Oldham, mentre la purezza melodica di March, tessuta dal carezzevole pizzicare delle corde di un ukulele e dal tintinnio di un glockenspiel, viene parzialmente avvolta da ottundenti caligini folkie. Di più stretta osservanza country folk, pur filtrata attraverso la propria, personale, visione della materia, è Horses Slowly Ride, con un banjo a rievocare, con il supporto ritmico circolare di basso e batteria, proprio il galoppare dei cavalli. Ad una Rose d'ovattata fragilità è invece affidato il commiato, dove la voce di Righi viene doppiata dall'eterea vocalità di Francesca Amati, con l'enfatico soffiare della tromba di Emanuele Reverberi sullo sfondo; in un'attesa oasi di pace dopo la cessazione delle ostilità. Un album dal respiro internazionale, War Tales, nonché superba opera di un talento compositivo già pienamente sbocciato, in tutto la propria purezza lirica, al suo esordio sulla lunga distanza.
The Heart and the Void - Like a dancer
(Pubblicato su Extra! Music Magazine)
Con un monicker che pare quasi uno spin-off musicale dei propri “colleghi” nu-folkers The Head and the Heart, Enrico Spanu, alias The Heart and the Void, compie con questo Like a Dancer il suo primo passo nel mondo discografico. Un Ep, composto da quattro piccoli episodi sonici, frutto d'un approccio minimalistico, teso a privilegiare scheletriche intelaiature folkie, con la sola chitarra acustica a sostenere la tenue vocalità del titolare. Una voce che diviene vera e propria dispensatrice emotiva, andando a scandagliare le parti più luminose, come gli anfratti più oscuri dell'animo umano, ovvero il Cuore e il Vuoto, come recita, a ragion veduta, la stessa ragione sociale. Registrato nella natia Sardegna, ma masterizzato da Gus Elg presso gli Sky Onion Studio di Portland, Like a Dancer si avvale dei saltuari interventi musicali di Francesco Tocco e Marco Orrù, rispettivamente al rullante e alla tastiera, bravi ad assecondare, con sparuti tocchi melodici e percussivi, l'excursus emozionale di Spanu. E proprio a Portland, culla del movimento indie folk, sembra guardare l'operato del folksinger sardo, complice anche una voce che a tratti ricorda, per malinconica inflessione, quella di Colin Meloy, mente dietro al progetto Decemberists, combo originario proprio della cittadina dell'Oregon. A colpire è senza dubbio la maturità compositiva di Spanu, merce davvero rara in un “debuttante”, e fatta qui confluire tanto nella catarsi amorosa della tormentata, solitaria, ballata The Morning After, quanto nello scarno scalpitare dell'opener For The Little While, con le spazzole di Tocco a strisciare veloci sulla pelle sabbiata del rullante. E se il piglio deciso di Empty House, fa proprie coloriture autunnali decemberistiche, rappresentando al contempo l'episodio maggiormente “arrangiato” del lotto, il commiato è affidato invece al solo Spanu, in una dimessa When Winter Ends, tra le cui caliginose note ci si perde, ci si ritrova, e ci si smarrisce nuovamente. Un piccolo gioiello di spartano raccoglimento nu-folk, “Like A Dancer”, con Spanu a muoversi leggiadro e sicuro, proprio “come un ballerino”, in quattro suggestivi “movimenti” dal fragile incanto.
Con un monicker che pare quasi uno spin-off musicale dei propri “colleghi” nu-folkers The Head and the Heart, Enrico Spanu, alias The Heart and the Void, compie con questo Like a Dancer il suo primo passo nel mondo discografico. Un Ep, composto da quattro piccoli episodi sonici, frutto d'un approccio minimalistico, teso a privilegiare scheletriche intelaiature folkie, con la sola chitarra acustica a sostenere la tenue vocalità del titolare. Una voce che diviene vera e propria dispensatrice emotiva, andando a scandagliare le parti più luminose, come gli anfratti più oscuri dell'animo umano, ovvero il Cuore e il Vuoto, come recita, a ragion veduta, la stessa ragione sociale. Registrato nella natia Sardegna, ma masterizzato da Gus Elg presso gli Sky Onion Studio di Portland, Like a Dancer si avvale dei saltuari interventi musicali di Francesco Tocco e Marco Orrù, rispettivamente al rullante e alla tastiera, bravi ad assecondare, con sparuti tocchi melodici e percussivi, l'excursus emozionale di Spanu. E proprio a Portland, culla del movimento indie folk, sembra guardare l'operato del folksinger sardo, complice anche una voce che a tratti ricorda, per malinconica inflessione, quella di Colin Meloy, mente dietro al progetto Decemberists, combo originario proprio della cittadina dell'Oregon. A colpire è senza dubbio la maturità compositiva di Spanu, merce davvero rara in un “debuttante”, e fatta qui confluire tanto nella catarsi amorosa della tormentata, solitaria, ballata The Morning After, quanto nello scarno scalpitare dell'opener For The Little While, con le spazzole di Tocco a strisciare veloci sulla pelle sabbiata del rullante. E se il piglio deciso di Empty House, fa proprie coloriture autunnali decemberistiche, rappresentando al contempo l'episodio maggiormente “arrangiato” del lotto, il commiato è affidato invece al solo Spanu, in una dimessa When Winter Ends, tra le cui caliginose note ci si perde, ci si ritrova, e ci si smarrisce nuovamente. Un piccolo gioiello di spartano raccoglimento nu-folk, “Like A Dancer”, con Spanu a muoversi leggiadro e sicuro, proprio “come un ballerino”, in quattro suggestivi “movimenti” dal fragile incanto.
giovedì 23 gennaio 2014
Jack Williams - Four good days
(Pubblicato su Rootshighway)
Con una carriera in ambito musicale lunga più di 50 anni, tutto si può dire di Jack Williams meno che sia un "giovanotto di primo pelo". Pregevole pizzicatore di corde, tanto elettrificate quanto acustiche, paroliere e songwriter di vaglia, nonché fido accompagnatore, on stage, di artisti quali Tom Paxton, Harry Nilsson e Peter Yarrow, il songwriter originario del South Carolina ha saputo costruire, nel tempo, un percorso di integerrima integrità artistica, ove folk, jazz, rock'n'roll e blues si sono, spesso, avvicendati quanto fusi tra loro. E se i trascorsi a fianco dei succitati "colleghi" paiono legittimare la bontà delle proprie abilità strumentali, le sue avventure in proprio hanno visto alternare a progetti collettivi, una parallela, intimistica, dimensione da folksinger. Ed è appunto quest'ultima ad emergere in Four Good Days, rivisitazione, in chiave acustica, di brani contenuti nei suoi ultimi lavori in studio, con l'aggiunta di alcune composizioni prelevate dalle nebbie del proprio passato, ed altre mai impresse prima d'ora su nastro. Un lavoro d'introspettiva rilassatezza, dove ad essere protagonista è la sei corde acustica dello stesso Williams, nel suo centellinare note intorno ad una voce, arricchita di nuovi, espressivi, colori dal trascorrere del tempo. Ne sono un esempio il carezzevole picking della title track, riflessivo rimembrare sulla propria vita alla soglia dei 70 anni, la delicata ballata westcoastiana Highway From Back Home, narrante le gioie e i dolori di un'esistenza passata sulla strada, nonché le digressioni grassy di una "bromberghiana" Them Things, tinta di nere tonalità gospel da ben calibrati apporti vocali. Coralità che ritroviamo anche in una Sugar Enough, registrata su insistenza della propria moglie, dove, per l'appunto, gli incroci vocali, e il muoversi flessuoso delle dita sulle corde, paiono rimandare alle esplorazioni acustiche cooderiane. D'indubbio splendore sono tanto una Suddenly The Tide abbellita da nuove sublimi armonizzazioni vocali, quanto una You Be The Light trasudante caraibica solarità. Emergono invece dai propri trascorsi in un combo d'elettricità rock, Sleeping In The Streets, qui riproposta in nuova veste che, complice anche il mantico dischiudersi della fisarmonica di Radoslav Lorkovic, rievoca la New Orleans degli ultimi Subdudes; così come A Full Moon On, sincopato esercizio bluesy con tanto d'accompagnamento dei tasti bianchi e neri d'un piano. Unico brano non autografo è una struggente, nel suo evocativo arrangiamento per sole corde e tasti, rilettura di The Night They Drove Old Dixie Down, in ricordo dello scomparso Levon Helm, al quale è peraltro dedicato l'intero album. Nel suo guardare, attualizzandolo, al proprio passato, prossimo e remoto, Four Good Days, rappresenta un'ideale summa dell'opera del songwriter nativo di Lancaster, quanto un valido, primo, approccio alla medesima.
Con una carriera in ambito musicale lunga più di 50 anni, tutto si può dire di Jack Williams meno che sia un "giovanotto di primo pelo". Pregevole pizzicatore di corde, tanto elettrificate quanto acustiche, paroliere e songwriter di vaglia, nonché fido accompagnatore, on stage, di artisti quali Tom Paxton, Harry Nilsson e Peter Yarrow, il songwriter originario del South Carolina ha saputo costruire, nel tempo, un percorso di integerrima integrità artistica, ove folk, jazz, rock'n'roll e blues si sono, spesso, avvicendati quanto fusi tra loro. E se i trascorsi a fianco dei succitati "colleghi" paiono legittimare la bontà delle proprie abilità strumentali, le sue avventure in proprio hanno visto alternare a progetti collettivi, una parallela, intimistica, dimensione da folksinger. Ed è appunto quest'ultima ad emergere in Four Good Days, rivisitazione, in chiave acustica, di brani contenuti nei suoi ultimi lavori in studio, con l'aggiunta di alcune composizioni prelevate dalle nebbie del proprio passato, ed altre mai impresse prima d'ora su nastro. Un lavoro d'introspettiva rilassatezza, dove ad essere protagonista è la sei corde acustica dello stesso Williams, nel suo centellinare note intorno ad una voce, arricchita di nuovi, espressivi, colori dal trascorrere del tempo. Ne sono un esempio il carezzevole picking della title track, riflessivo rimembrare sulla propria vita alla soglia dei 70 anni, la delicata ballata westcoastiana Highway From Back Home, narrante le gioie e i dolori di un'esistenza passata sulla strada, nonché le digressioni grassy di una "bromberghiana" Them Things, tinta di nere tonalità gospel da ben calibrati apporti vocali. Coralità che ritroviamo anche in una Sugar Enough, registrata su insistenza della propria moglie, dove, per l'appunto, gli incroci vocali, e il muoversi flessuoso delle dita sulle corde, paiono rimandare alle esplorazioni acustiche cooderiane. D'indubbio splendore sono tanto una Suddenly The Tide abbellita da nuove sublimi armonizzazioni vocali, quanto una You Be The Light trasudante caraibica solarità. Emergono invece dai propri trascorsi in un combo d'elettricità rock, Sleeping In The Streets, qui riproposta in nuova veste che, complice anche il mantico dischiudersi della fisarmonica di Radoslav Lorkovic, rievoca la New Orleans degli ultimi Subdudes; così come A Full Moon On, sincopato esercizio bluesy con tanto d'accompagnamento dei tasti bianchi e neri d'un piano. Unico brano non autografo è una struggente, nel suo evocativo arrangiamento per sole corde e tasti, rilettura di The Night They Drove Old Dixie Down, in ricordo dello scomparso Levon Helm, al quale è peraltro dedicato l'intero album. Nel suo guardare, attualizzandolo, al proprio passato, prossimo e remoto, Four Good Days, rappresenta un'ideale summa dell'opera del songwriter nativo di Lancaster, quanto un valido, primo, approccio alla medesima.
lunedì 20 gennaio 2014
Chris Eckman - Harney County
(Pubblicato su Extra! Music Magazine)
Un viaggio, quello tra la polvere dell'Oregon, intrapreso da Chris Eckman più di vent'anni fa, ammaliato dalla lettura di Owning It All, memoir ad opera di William Kittredge, e celebrazione proprio di quella suadente quanto crudele porzione di territorio statunitense. Un viaggiare, nell'arida immensità desertica, che sembra aver segnato nel profondo il songwriter originario di Seattle tanto da far confluire le emozioni provate in una prima composizione, Death At Low Water, apparsa in Life Full Of Holes, album registrato in coppia con Carla Torgerson nell'ormai lontano 1995. Alla polvere statunitense non sembra tuttavia essere bastato questo primo “soffio autoriale” per essere scacciata, tanto da ritornare prepotentemente a vorticare, in tempi recenti, tra i solchi dell'ispirato Travels In The Dustland, ultima meravigliosa opera della creatura eckmaniana chiamata Walkabouts. Nel frattempo la voglie esplorative del nostro non si sono placate, acuendosi ulteriormente, fino ad estendersi ad un altro deserto, quello africano, visitato ancora lo scorso anno grazie al nuovo capitolo discografico a nome Dirtmusic, quanto al lavoro in cabina di regia per Chatma, gemma di african blues marchiata Tamikrest. E' tuttavia Il ricordo di quel primo viaggio ad Harney County a spingere Eckman a tornare in quei luoghi, per dar vita ad un album volto ad essere la vivida trasposizione, su pentagramma, proprio di quella sfaccettata vastità territoriale, tra cime sferzate dal vento, pianure paludose, fatiscenti costruzioni e carcasse d'auto. Luoghi di cruda inospitalità dove, tra inverni nevosi ed estati torride, l'esistenza umana appare insignificante, ma al contempo pregni d'una bellezza atemporale difficile da esplicare. Tutto questo viene impresso nelle otto “fotografie sonore”, dalle tinte scure, contenute in Harney County; otto immaginifici movimenti all'interno di un mondo buio e spettrale, con la voce e la chitarra acustica di Eckman quali sommessi compagni di cammino. Registrato in quel di Praga, in compagnia del contrabbassista Ziga Golob, nella smisurata ampiezza d'una sala capace di contenere un'orchestra di più di 80 elementi, Harney County trova la propria forza nel suo voler rinunciare ad inutili orpelli o eccessive stratificazioni sonore, prediligendo scheletrici arrangiamenti acustici, quasi a voler ricreare in tal modo l'alienante senso di solitudine provato dallo stesso Eckman, nel suo libero girovagare, in quei luoghi. Minimali sono infatti gli apporti esterni, tra i quali gli interventi percussivi di Milan Climfe, come nella desolata fascinazione dell'opener Nothing Left To Hate, o quelli della sei corde elettrica di Paul Austin, ad ammantare di tenue livore elettrico The Carnival Smoke. E se la penetrante Requiem For The Old Skool Heavy, nel suo algido, sincopato muoversi ricorda la produzione walkaboutsiana, l'animo da storyteller di Eckman emerge in tutto il proprio tenebroso lirismo tanto in Katy Cruel, quanto nella scarnificata magnificenza di Sound Of No Return. La più serrata Many Moons si avvale invece, tra crepitanti fragori elettrici, del soffiare distorto dell'armonica di Terry Lee Hale, prima che il tutto si affievolisca nella conclusiva, polverosa ballata Ghosts Along The Border, impreziosita dall'apporto vocale della propria consorte Anda. Un album, Harney County, attraverso il quale addentrarsi sicuri alla scoperta di un disabitato mondo perduto, lungo il sentiero tracciato da un songwriter d'ineccepibile maestria compositiva.
Un viaggio, quello tra la polvere dell'Oregon, intrapreso da Chris Eckman più di vent'anni fa, ammaliato dalla lettura di Owning It All, memoir ad opera di William Kittredge, e celebrazione proprio di quella suadente quanto crudele porzione di territorio statunitense. Un viaggiare, nell'arida immensità desertica, che sembra aver segnato nel profondo il songwriter originario di Seattle tanto da far confluire le emozioni provate in una prima composizione, Death At Low Water, apparsa in Life Full Of Holes, album registrato in coppia con Carla Torgerson nell'ormai lontano 1995. Alla polvere statunitense non sembra tuttavia essere bastato questo primo “soffio autoriale” per essere scacciata, tanto da ritornare prepotentemente a vorticare, in tempi recenti, tra i solchi dell'ispirato Travels In The Dustland, ultima meravigliosa opera della creatura eckmaniana chiamata Walkabouts. Nel frattempo la voglie esplorative del nostro non si sono placate, acuendosi ulteriormente, fino ad estendersi ad un altro deserto, quello africano, visitato ancora lo scorso anno grazie al nuovo capitolo discografico a nome Dirtmusic, quanto al lavoro in cabina di regia per Chatma, gemma di african blues marchiata Tamikrest. E' tuttavia Il ricordo di quel primo viaggio ad Harney County a spingere Eckman a tornare in quei luoghi, per dar vita ad un album volto ad essere la vivida trasposizione, su pentagramma, proprio di quella sfaccettata vastità territoriale, tra cime sferzate dal vento, pianure paludose, fatiscenti costruzioni e carcasse d'auto. Luoghi di cruda inospitalità dove, tra inverni nevosi ed estati torride, l'esistenza umana appare insignificante, ma al contempo pregni d'una bellezza atemporale difficile da esplicare. Tutto questo viene impresso nelle otto “fotografie sonore”, dalle tinte scure, contenute in Harney County; otto immaginifici movimenti all'interno di un mondo buio e spettrale, con la voce e la chitarra acustica di Eckman quali sommessi compagni di cammino. Registrato in quel di Praga, in compagnia del contrabbassista Ziga Golob, nella smisurata ampiezza d'una sala capace di contenere un'orchestra di più di 80 elementi, Harney County trova la propria forza nel suo voler rinunciare ad inutili orpelli o eccessive stratificazioni sonore, prediligendo scheletrici arrangiamenti acustici, quasi a voler ricreare in tal modo l'alienante senso di solitudine provato dallo stesso Eckman, nel suo libero girovagare, in quei luoghi. Minimali sono infatti gli apporti esterni, tra i quali gli interventi percussivi di Milan Climfe, come nella desolata fascinazione dell'opener Nothing Left To Hate, o quelli della sei corde elettrica di Paul Austin, ad ammantare di tenue livore elettrico The Carnival Smoke. E se la penetrante Requiem For The Old Skool Heavy, nel suo algido, sincopato muoversi ricorda la produzione walkaboutsiana, l'animo da storyteller di Eckman emerge in tutto il proprio tenebroso lirismo tanto in Katy Cruel, quanto nella scarnificata magnificenza di Sound Of No Return. La più serrata Many Moons si avvale invece, tra crepitanti fragori elettrici, del soffiare distorto dell'armonica di Terry Lee Hale, prima che il tutto si affievolisca nella conclusiva, polverosa ballata Ghosts Along The Border, impreziosita dall'apporto vocale della propria consorte Anda. Un album, Harney County, attraverso il quale addentrarsi sicuri alla scoperta di un disabitato mondo perduto, lungo il sentiero tracciato da un songwriter d'ineccepibile maestria compositiva.
sabato 11 gennaio 2014
AAVV - Loves you more: a tribute to Elliott Smith
(Pubblicato su Extra! Music Magazine)
Dieci anni sono passati dalla tragica, prematura, dipartita di Elliott Smith; dieci lunghi anni nel corso dei quali il ricordo del songwriter, originario del Nebraska, non si è mai affievolito, da entrambe le parti dell'Oceano. Numerosi infatti gli attestati di stima e le cerimonie musicali in suo onore succedutesi nel corso degli anni, fino al recente concerto celebrativo, al Glasslands di Brooklyn, in occasione proprio del decennale della sua scomparsa, alle quali va oggi ad aggiungersi Loves You More, splendido album tributo, tutto italiano. Un opus sonico, quello smithiano, che con i suoi introspettivi acquerelli acustici, dalle grigie tinte malinconiche, ha enormemente influenzato il panorama musicale ad esso contemporaneo, e la cui eco si può avvertire nei lavori di molti artisti odierni. Proprio per questo è nata l'idea in Davide Lasala dei Vanillina, di convocare all'Edac Studio, quindici artisti, molto diversi tra loro, assegnando ad ognuno un brano tratto dal songbook a nome Smith. Sessioni di registrazioni informali, spesso in presa diretta, secondo la logica del “buona la prima”, registrando il tutto su di un nastro magnetico,con computer e moderni ritrovati tecnologici confinati al di fuori dello studio. Quindici riuscite, nella loro quasi totalità, rivisitazioni, aiutate sicuramente dal clima disteso e colloquiale instauratosi, come si può peraltro evincere dal bellissimo documentario a cura del regista Fabio Capalbo, allegato all'album stesso. Apre le danze una magnifica rilettura, dalla lieve acidità lisergica, di Waltz n2 ad opera di Dellera, dove spiccano gli svolazzi armonici del violino di Rodrigo D'Erasmo, suo “compagno sonico” negli Afterhours. Dietro al monicker Black Black Baobab si celano invece Nicholas Restivo e Roberta Sammarelli dei Verdena, qui alle prese con le allusioni “tossiche” di una Needle In The Hay (pur tuttavia smentite al tempo dallo stesso autore), estratta dal secondo, omonimo, album di Smith, che vede il suo primigenio scheletro acustico, rinvigorito da robuste “iniezioni” d'elettrica marzialità. Sempre dall'opera omonima arriva una The White Lady Loves You More (altro esempio della presunta allusività junkie che sembrava pervadere l'intero album) magistralmente interpretata, tra evocative, dronanti, stratificazioni sonore, dai Jennifer Gentle. Opta invece per l'utilizzo dell'italico idioma, Edda, in una riuscita riproposizione di Angeles, da Either/Or, così come le difficoltà relazionali di Between The Bars, trasformata in un tetro, arcaico, sussurro per voce e banjo, da Mr Henry. E se Nicolas Falcon dimostra di cavarsela egregiamente con una Somebody I Used to Know puntellata dal tintinnio d'un piano elettrico, i C+C=Maxigross infondono la propria baldanza indie in una Son of Sam in bilico tra rilassatezza acustica e contorte palpitazioni psichedeliche. Ovviamente è presente anche Miss Misery, brano, inserito nella colonna sonora del lungometraggio Will Hunting, che è valso a Smith una candidatura all'Oscar, qui riproposta dai Vanillina, in una straziante versione più vicina alla Seattle del grunge che alla Los Angeles smithiana. Un doveroso, quanto riuscito, omaggio, Loves you more; un atto di smisurato amore verso un artista dall'immarcescibile talento compositivo, la cui assenza pesa ancor oggi come un macigno.
Dieci anni sono passati dalla tragica, prematura, dipartita di Elliott Smith; dieci lunghi anni nel corso dei quali il ricordo del songwriter, originario del Nebraska, non si è mai affievolito, da entrambe le parti dell'Oceano. Numerosi infatti gli attestati di stima e le cerimonie musicali in suo onore succedutesi nel corso degli anni, fino al recente concerto celebrativo, al Glasslands di Brooklyn, in occasione proprio del decennale della sua scomparsa, alle quali va oggi ad aggiungersi Loves You More, splendido album tributo, tutto italiano. Un opus sonico, quello smithiano, che con i suoi introspettivi acquerelli acustici, dalle grigie tinte malinconiche, ha enormemente influenzato il panorama musicale ad esso contemporaneo, e la cui eco si può avvertire nei lavori di molti artisti odierni. Proprio per questo è nata l'idea in Davide Lasala dei Vanillina, di convocare all'Edac Studio, quindici artisti, molto diversi tra loro, assegnando ad ognuno un brano tratto dal songbook a nome Smith. Sessioni di registrazioni informali, spesso in presa diretta, secondo la logica del “buona la prima”, registrando il tutto su di un nastro magnetico,con computer e moderni ritrovati tecnologici confinati al di fuori dello studio. Quindici riuscite, nella loro quasi totalità, rivisitazioni, aiutate sicuramente dal clima disteso e colloquiale instauratosi, come si può peraltro evincere dal bellissimo documentario a cura del regista Fabio Capalbo, allegato all'album stesso. Apre le danze una magnifica rilettura, dalla lieve acidità lisergica, di Waltz n2 ad opera di Dellera, dove spiccano gli svolazzi armonici del violino di Rodrigo D'Erasmo, suo “compagno sonico” negli Afterhours. Dietro al monicker Black Black Baobab si celano invece Nicholas Restivo e Roberta Sammarelli dei Verdena, qui alle prese con le allusioni “tossiche” di una Needle In The Hay (pur tuttavia smentite al tempo dallo stesso autore), estratta dal secondo, omonimo, album di Smith, che vede il suo primigenio scheletro acustico, rinvigorito da robuste “iniezioni” d'elettrica marzialità. Sempre dall'opera omonima arriva una The White Lady Loves You More (altro esempio della presunta allusività junkie che sembrava pervadere l'intero album) magistralmente interpretata, tra evocative, dronanti, stratificazioni sonore, dai Jennifer Gentle. Opta invece per l'utilizzo dell'italico idioma, Edda, in una riuscita riproposizione di Angeles, da Either/Or, così come le difficoltà relazionali di Between The Bars, trasformata in un tetro, arcaico, sussurro per voce e banjo, da Mr Henry. E se Nicolas Falcon dimostra di cavarsela egregiamente con una Somebody I Used to Know puntellata dal tintinnio d'un piano elettrico, i C+C=Maxigross infondono la propria baldanza indie in una Son of Sam in bilico tra rilassatezza acustica e contorte palpitazioni psichedeliche. Ovviamente è presente anche Miss Misery, brano, inserito nella colonna sonora del lungometraggio Will Hunting, che è valso a Smith una candidatura all'Oscar, qui riproposta dai Vanillina, in una straziante versione più vicina alla Seattle del grunge che alla Los Angeles smithiana. Un doveroso, quanto riuscito, omaggio, Loves you more; un atto di smisurato amore verso un artista dall'immarcescibile talento compositivo, la cui assenza pesa ancor oggi come un macigno.
mercoledì 8 gennaio 2014
Big Fox - Now
(Pubblicato su Extra! Music Magazine)
Dopo aver riscosso ampi consensi da parte della critica, con il proprio, omonimo, esordio, pubblicato nel 2011, ed aver aperto alcuni concerti delle connazionali First Aid Kit, la cantautrice svedese Charlotte Perers, aka Big Fox, torna, oggi, a far parlare di sé, con Now. Nove esili composizioni, registrate nella natia Malmö, dalle quali traspare una lirica eleganza, in un parco fluire di delicate melodie di stampo folk pop. Una malinconia autunnale sembra pervadere il plumbeo, piccolo, mondo musicale della Perers, tra l'estatico battere dei tasti del pianoforte e le chiaroscurali fluttuazioni melodiche di un violoncello. Una sorta di rifugio segreto, Now; un'oasi dove, al riparo dei freddi venti svedesi, lasciarsi andare ad intime confessioni, che in nessun altro luogo si avrebbe il coraggio di proferire. Parole sussurrate, ma non per questo prive di una loro epica poeticità, ancor più acuita da minimali arrangiamenti strumentali. Vedono così la luce gemme soniche quali l'opener Shadows, d'ombrosa grazia acustica, dove un pianoforte, affidato alle mani della stessa Perers, e l'archetto di un violoncello si muovono all'unisono, o l'eterea Days Come/Go, dalle aperture armoniche quasi cameristiche. E se Cheer You Up è avvolta da una pastorale velatura folkie, la title track, con una voce maschile a far da controcanto a quella della cantautrice, ricorda il sublime intrecciarsi vocale tra Lisa Hannigan e Damien Rice. Non mancano gli episodi di più stretta matrice pop, come la solarità tenue di Girls, una Calm Down ornata da drappeggi jazzy, o la più mossa Romantic Movie Love, ben lontani tuttavia dalle zuccherose stucchevolezze dell'odierno mainstream. La lunga ballata pianistica The Storm, ci riporta invece entro le sicure mura del personale rifugio, di confidenzialità folk, della svedese, per un commiato d'immaginifico splendore. Un album d'intimistica fragilità, Now, merito tanto di lievi trame strumentali quanto, soprattutto, dell'incantevole voce della Perers, in grado di toccare corde emozionali tra le più profonde e nascoste.
Dopo aver riscosso ampi consensi da parte della critica, con il proprio, omonimo, esordio, pubblicato nel 2011, ed aver aperto alcuni concerti delle connazionali First Aid Kit, la cantautrice svedese Charlotte Perers, aka Big Fox, torna, oggi, a far parlare di sé, con Now. Nove esili composizioni, registrate nella natia Malmö, dalle quali traspare una lirica eleganza, in un parco fluire di delicate melodie di stampo folk pop. Una malinconia autunnale sembra pervadere il plumbeo, piccolo, mondo musicale della Perers, tra l'estatico battere dei tasti del pianoforte e le chiaroscurali fluttuazioni melodiche di un violoncello. Una sorta di rifugio segreto, Now; un'oasi dove, al riparo dei freddi venti svedesi, lasciarsi andare ad intime confessioni, che in nessun altro luogo si avrebbe il coraggio di proferire. Parole sussurrate, ma non per questo prive di una loro epica poeticità, ancor più acuita da minimali arrangiamenti strumentali. Vedono così la luce gemme soniche quali l'opener Shadows, d'ombrosa grazia acustica, dove un pianoforte, affidato alle mani della stessa Perers, e l'archetto di un violoncello si muovono all'unisono, o l'eterea Days Come/Go, dalle aperture armoniche quasi cameristiche. E se Cheer You Up è avvolta da una pastorale velatura folkie, la title track, con una voce maschile a far da controcanto a quella della cantautrice, ricorda il sublime intrecciarsi vocale tra Lisa Hannigan e Damien Rice. Non mancano gli episodi di più stretta matrice pop, come la solarità tenue di Girls, una Calm Down ornata da drappeggi jazzy, o la più mossa Romantic Movie Love, ben lontani tuttavia dalle zuccherose stucchevolezze dell'odierno mainstream. La lunga ballata pianistica The Storm, ci riporta invece entro le sicure mura del personale rifugio, di confidenzialità folk, della svedese, per un commiato d'immaginifico splendore. Un album d'intimistica fragilità, Now, merito tanto di lievi trame strumentali quanto, soprattutto, dell'incantevole voce della Perers, in grado di toccare corde emozionali tra le più profonde e nascoste.
giovedì 26 dicembre 2013
Wild Bones - The road to Memphis
(Pubblicato su Extra! Music Magazine)
Formatisi nel 2009, i ragusani Wild Bones hanno letteralmente bruciato le tappe di un percorso geografico-musicale che, dalla nativa Trinacria, li ha visti sbarcare nientemeno che negli Stati Uniti. Una terra, quest’ultima, sognata dalla quasi totalità di coloro che, nati al di fuori del territorio a stelle e strisce, decidono d’imbracciare uno strumento musicale; ed ancor più agognata se il genere al quale si è deciso di dedicare la propria “missione” è il blues. Appartengono a questa “parrocchia” gli stessi siciliani, influenzati tanto dal lamentoso stridore deltaico, quanto da ben più muscolari sonorità elettriche, figlie bastarde di quel blues, al quale il Lone Star State ha dato i natali. Un amalgama, quello approntato dal quartetto, che li ha portati a primeggiare alle selezioni italiane dell’International Blues Challenge, tanto da guadagnarsi l’onore di rappresentare gli italici colori alle finali della medesima competizione, tenutesi proprio in territorio statunitense, in quel di Memphis. E quasi fosse un esorcizzante rituale scaramantico, il quartetto, poco prima di imbarcarsi per l’inaspettato viaggio oltreoceano, decide di dare alle stampe il proprio album d’esordio, l’autoprodotto ed emblematicamente intitolato The Road to Memphis. Un lavoro nel quale la cifra stilistica del combo viene esposta nelle sue più diverse sfaccettature, siano esse rocciose digressioni chitarristiche, in odore di Texas blues, quanto clangori metallici d’arcaica discendenza. Un connubio intrigante, perlomeno sulla carta, visto che la perizia tecnica, sia dei singoli, che del combo nel suo insieme, messa in luce dallo stesso album, non trova qui sbocco in brani d’autografa composizione, ma si limita ad una, spesso pedissequa, imitazione dei propri “padri putativi”. Ne è esempio l’iniziale, “zztopiano”, trittico, dove tra il boogie al testosterone di Tush e La Grange, e una torrida She’s Just Killing Me, i nostri si muovono fin troppo fedelmente sulla via tracciata dal barbuto trio di Houston. Reminescenze deltaiche affiorano, dal canto loro, tanto in Walkin’ Blues, a “scomodare” un fantasma, quello di Robert Johnson, che pare non riuscir davvero a godere del proprio, eterno, riposo; quanto nello sferragliare country blues, dell’ennesima riproposizione di Rollin’ and Tumblin’. Decisamente più apprezzabile è l’inclusione di Good Time Charlie, umorale pulsare in bilico tra funky e soul, opera della penna di Bobby Blue Bland, nonchè sintomatica di un seppur minimo tentativo di ampliare il proprio ventaglio sonoro, ulteriormente rimarcato da una breve, strumentale, quanto riuscita ripresa della bonamassiana The River, lancinante esercizio per il bottleneck di Davide Sittinieri. Nel loro cammino verso Memphis, i Wild Bones hanno, senza ombra di dubbio, affinato una notevole solidità e compattezza sonora, ben avvertibili tra solchi di questa loro opera prima, dove è, tuttavia, altrettanto evidente la mancanza di una ben formata personalità.
Formatisi nel 2009, i ragusani Wild Bones hanno letteralmente bruciato le tappe di un percorso geografico-musicale che, dalla nativa Trinacria, li ha visti sbarcare nientemeno che negli Stati Uniti. Una terra, quest’ultima, sognata dalla quasi totalità di coloro che, nati al di fuori del territorio a stelle e strisce, decidono d’imbracciare uno strumento musicale; ed ancor più agognata se il genere al quale si è deciso di dedicare la propria “missione” è il blues. Appartengono a questa “parrocchia” gli stessi siciliani, influenzati tanto dal lamentoso stridore deltaico, quanto da ben più muscolari sonorità elettriche, figlie bastarde di quel blues, al quale il Lone Star State ha dato i natali. Un amalgama, quello approntato dal quartetto, che li ha portati a primeggiare alle selezioni italiane dell’International Blues Challenge, tanto da guadagnarsi l’onore di rappresentare gli italici colori alle finali della medesima competizione, tenutesi proprio in territorio statunitense, in quel di Memphis. E quasi fosse un esorcizzante rituale scaramantico, il quartetto, poco prima di imbarcarsi per l’inaspettato viaggio oltreoceano, decide di dare alle stampe il proprio album d’esordio, l’autoprodotto ed emblematicamente intitolato The Road to Memphis. Un lavoro nel quale la cifra stilistica del combo viene esposta nelle sue più diverse sfaccettature, siano esse rocciose digressioni chitarristiche, in odore di Texas blues, quanto clangori metallici d’arcaica discendenza. Un connubio intrigante, perlomeno sulla carta, visto che la perizia tecnica, sia dei singoli, che del combo nel suo insieme, messa in luce dallo stesso album, non trova qui sbocco in brani d’autografa composizione, ma si limita ad una, spesso pedissequa, imitazione dei propri “padri putativi”. Ne è esempio l’iniziale, “zztopiano”, trittico, dove tra il boogie al testosterone di Tush e La Grange, e una torrida She’s Just Killing Me, i nostri si muovono fin troppo fedelmente sulla via tracciata dal barbuto trio di Houston. Reminescenze deltaiche affiorano, dal canto loro, tanto in Walkin’ Blues, a “scomodare” un fantasma, quello di Robert Johnson, che pare non riuscir davvero a godere del proprio, eterno, riposo; quanto nello sferragliare country blues, dell’ennesima riproposizione di Rollin’ and Tumblin’. Decisamente più apprezzabile è l’inclusione di Good Time Charlie, umorale pulsare in bilico tra funky e soul, opera della penna di Bobby Blue Bland, nonchè sintomatica di un seppur minimo tentativo di ampliare il proprio ventaglio sonoro, ulteriormente rimarcato da una breve, strumentale, quanto riuscita ripresa della bonamassiana The River, lancinante esercizio per il bottleneck di Davide Sittinieri. Nel loro cammino verso Memphis, i Wild Bones hanno, senza ombra di dubbio, affinato una notevole solidità e compattezza sonora, ben avvertibili tra solchi di questa loro opera prima, dove è, tuttavia, altrettanto evidente la mancanza di una ben formata personalità.
venerdì 20 dicembre 2013
Edaq - Dalla parte del cervo
(Pubblicato su Extra! Music Magazine)
Un progetto dalla notevole valenza artistica, quello a nome Edaq, tra rarefazioni moderniste e rispetto per la tradizione musicale della propria terra d'origine, nel quale vengono fatti confluire l'estro e il talento di alcuni tra i maggiori musicisti, folk e non, del Piemonte, qui finalmente liberi tanto di dar sfogo alle proprie voglie sperimentali, quanto di portare avanti un'ammirevole ricerca etnomusicologica. Risultato di questo pittoresco incrocio di strumenti, sia d'arcaica provenienza che di più moderna ed elettronica fattura, è un esordio, Dalla Parte Del Cervo, capace, sin dalle prime note, d'avvolgere l'ascoltatore, con la proprie digressioni strumentali in perenne divenire, accompagnandolo ad esplorare, tra nebbie d'evanescenza sonica e timidi sprazzi di luce solare, le valli occitane e franco-provenzali. Dodici i brani qui contenuti, a comporre una policromia timbrica sintetizzata, dagli Edaq medesimi, con la suggestiva denominazione di “folktronica dall'arco alpino”. Un fascinoso susseguirsi di sonorità senza tempo, elettronici scampoli rumoristici e field recordings, tra arie tradizionali, divagazioni progressive, meditazioni jazzistiche e algide oasi elettroniche. Un continuum di strumentale enfasi narrativo-musicale, ricco di saliscendi melodici e improvvisi “colpi di scena” armonici, frutto tanto d'una freschezza di fraseggio, quanto d'un incontenibile fervore esecutivo. Un esordio a dir poco pregevole, Dalla Parte Del Cervo, dove modernità e tradizione sono indissolubilmente legate in un flessuoso, lieve, danzare d'atemporale bellezza.
Un progetto dalla notevole valenza artistica, quello a nome Edaq, tra rarefazioni moderniste e rispetto per la tradizione musicale della propria terra d'origine, nel quale vengono fatti confluire l'estro e il talento di alcuni tra i maggiori musicisti, folk e non, del Piemonte, qui finalmente liberi tanto di dar sfogo alle proprie voglie sperimentali, quanto di portare avanti un'ammirevole ricerca etnomusicologica. Risultato di questo pittoresco incrocio di strumenti, sia d'arcaica provenienza che di più moderna ed elettronica fattura, è un esordio, Dalla Parte Del Cervo, capace, sin dalle prime note, d'avvolgere l'ascoltatore, con la proprie digressioni strumentali in perenne divenire, accompagnandolo ad esplorare, tra nebbie d'evanescenza sonica e timidi sprazzi di luce solare, le valli occitane e franco-provenzali. Dodici i brani qui contenuti, a comporre una policromia timbrica sintetizzata, dagli Edaq medesimi, con la suggestiva denominazione di “folktronica dall'arco alpino”. Un fascinoso susseguirsi di sonorità senza tempo, elettronici scampoli rumoristici e field recordings, tra arie tradizionali, divagazioni progressive, meditazioni jazzistiche e algide oasi elettroniche. Un continuum di strumentale enfasi narrativo-musicale, ricco di saliscendi melodici e improvvisi “colpi di scena” armonici, frutto tanto d'una freschezza di fraseggio, quanto d'un incontenibile fervore esecutivo. Un esordio a dir poco pregevole, Dalla Parte Del Cervo, dove modernità e tradizione sono indissolubilmente legate in un flessuoso, lieve, danzare d'atemporale bellezza.
sabato 14 dicembre 2013
Powerdove - Do you burn?
(Pubblicato su Extra! Music Magazine)
Dopo un primo EP in solitario, Live From The Maybeck House, ed un esordio sulla lunga distanza, Be Mine, registrato in trio, Annie Lewandowski giunge, oggi, al terzo capitolo della propria storia musicale, a nome Powerdove. Composto e impresso su nastro tra l'Inghilterra e gli Stati Uniti, Do You Burn?, vede il prezioso apporto del deerhoofiano John Dieterich, e del francese Thomas Bonvalet, riproponendo una formazione a tre, pressochè perfetta, nella sua essenzialità strumentale, per dar vita ai deliri onirici della “cantautrice” del Minnesota. Un ipnagogico comporre concretizzatosi in tredici tracce di scheletrica liricità, tra arcaici intarsi acustici e visionarie divagazioni avant folk. Un'estetica lo-fi capace di generare piccole gemme d'evanescente scarnificazione quali Fellow, narcolettica nenia dove anche i più acuti stridori paiono avere un ruolo fondamentale nella sparuta economia sonica della stessa; e il pianismo dissonante di Under Awnings, su di un ritmico pestare di mani e piedi. Come un piccolo raggio d'iridescente luce, a squarciare le oppiacee nebbie addensatesi fin qui, giunge, quasi inaspettata, Love Walked In, tra riverberi elettrici e solari arie caraibiche. E se nello sghembo declamare di California pare di trovarsi di fronte ad una Laura Veirs in pieno trip lisergico, tanto il lento pizzicare del banjo di Red Can Of Paint, quanto la laconica ballata All Along The Eaves, ci riportano verso uno spartano folk dai toni seppiati. Sintomatiche delle velleità improvvisative dei tre sono invece le oscillazioni melodico-ritmiche di Out On The Water, prima di tornare ad immergersi in plumbee atmosfere, in Out Of The Rain, dove ad incantare, sui soli “rintocchi” delle corde del contrabbasso di Dieterich, è la voce della Lewandowski, quasi un sussurro d'eterea malia. Un album, Do You Burn?, pur nella sua minimalistica intelaiatura, necessitante d'un ascolto attento e partecipe, magari nell'intimità avvolgente delle cuffie, per essere capito ed assaporato appieno. Armatevi pertanto di una buona dose di “coraggio sonico” e prestate un orecchio all'operato di Annie Lewandowski, ne sarete, più che piacevolmente, sorpresi.
Dopo un primo EP in solitario, Live From The Maybeck House, ed un esordio sulla lunga distanza, Be Mine, registrato in trio, Annie Lewandowski giunge, oggi, al terzo capitolo della propria storia musicale, a nome Powerdove. Composto e impresso su nastro tra l'Inghilterra e gli Stati Uniti, Do You Burn?, vede il prezioso apporto del deerhoofiano John Dieterich, e del francese Thomas Bonvalet, riproponendo una formazione a tre, pressochè perfetta, nella sua essenzialità strumentale, per dar vita ai deliri onirici della “cantautrice” del Minnesota. Un ipnagogico comporre concretizzatosi in tredici tracce di scheletrica liricità, tra arcaici intarsi acustici e visionarie divagazioni avant folk. Un'estetica lo-fi capace di generare piccole gemme d'evanescente scarnificazione quali Fellow, narcolettica nenia dove anche i più acuti stridori paiono avere un ruolo fondamentale nella sparuta economia sonica della stessa; e il pianismo dissonante di Under Awnings, su di un ritmico pestare di mani e piedi. Come un piccolo raggio d'iridescente luce, a squarciare le oppiacee nebbie addensatesi fin qui, giunge, quasi inaspettata, Love Walked In, tra riverberi elettrici e solari arie caraibiche. E se nello sghembo declamare di California pare di trovarsi di fronte ad una Laura Veirs in pieno trip lisergico, tanto il lento pizzicare del banjo di Red Can Of Paint, quanto la laconica ballata All Along The Eaves, ci riportano verso uno spartano folk dai toni seppiati. Sintomatiche delle velleità improvvisative dei tre sono invece le oscillazioni melodico-ritmiche di Out On The Water, prima di tornare ad immergersi in plumbee atmosfere, in Out Of The Rain, dove ad incantare, sui soli “rintocchi” delle corde del contrabbasso di Dieterich, è la voce della Lewandowski, quasi un sussurro d'eterea malia. Un album, Do You Burn?, pur nella sua minimalistica intelaiatura, necessitante d'un ascolto attento e partecipe, magari nell'intimità avvolgente delle cuffie, per essere capito ed assaporato appieno. Armatevi pertanto di una buona dose di “coraggio sonico” e prestate un orecchio all'operato di Annie Lewandowski, ne sarete, più che piacevolmente, sorpresi.
venerdì 13 dicembre 2013
Barranco - Ruvidi, vivi e macellati
(Pubblicato su Extra! Music Magazine)
Nell'odierno mercato discografico, italico e non, per un combo, al suo esordio, è sempre più difficile riuscire ad emergere nel mare, spesso incontrollato ed incontrollabile, di quotidiane nuove uscite. Un rischio che, perlomeno ad ascoltare quanto contenuto nei suoi solchi, non correrà Ruvidi, Vivi e Macellati, primo vagito dei padovani Barranco. Un lavoro concepito in modo quasi certosino, sia a livello visivo, e tattile, con un artwork in legno, forgiato a mano in una serie limitata di 300 copie, quanto sonoro, complice una personale visione della materia folk. Filo conduttore dell'intero lavoro è una matrice prevalentemente acustica, con protagonisti i più diversi strumenti a corde, ai quali viene affiancato il canonico battere d'una moderna sezione ritmica. Tra raffinate trame melodiche d'altri tempi e odierna irrequietezza percussiva, i nostri danno vita a dieci composizioni di difficile collocazione musico-temporale, nel loro continuo sfuggire a univoche catalogazioni sonore. Se fin da un primo ascolto spicca l'ottimo lavorio delle dita sulle corde, dalla chitarra acustica, all'ukulele, passando per il mandolino, il vero tratto distintivo della proposta sonora barranchiana rimane tuttavia la voce di Alessandro Magro, quasi un moderno cantastorie, nella sua affabulatoria declamazione di liriche quantomai ricercate. Ne sono esempio gli echi folk, d'albionica provenienza, di Le Porte Di Orlova, in un sublime intrecciarsi di corde acustiche, così come le antiche arie barocche pervadenti la trattenuta ballata Da Questa Parte, libera solo nel finale di dispiegarsi verso più assolati lidi, precedentemente battuti dalla Bandabardò. La ben più robusta Astenia sembra invece, nei suoi intermezzi strumentali d'ampio respiro, riprendere la lezione dei Modena City Ramblers irish oriented di Raccolti, mentre una più decisa sterzata sonora avviene sulle agguerrite note gipsy folk di Milite. E se nella scura, marziale, Un Inverno, si avverte maggiormente il contributo strumentale di basso e batteria, Un Giorno In Più Non Farà Male è un ribollente tourbillon sonico con l'estro creativo dei cinque padovani libero di mostrarsi, senza più inibizione alcuna. Nel loro muoversi, con disinvoltura, tra passato e presente, i Barranco sono riusciti a confezionare un esordio, di convincente quanto stuzzicante atemporalità, al quale non dedicare, più di, un ascolto sarebbe un vero peccato.
Nell'odierno mercato discografico, italico e non, per un combo, al suo esordio, è sempre più difficile riuscire ad emergere nel mare, spesso incontrollato ed incontrollabile, di quotidiane nuove uscite. Un rischio che, perlomeno ad ascoltare quanto contenuto nei suoi solchi, non correrà Ruvidi, Vivi e Macellati, primo vagito dei padovani Barranco. Un lavoro concepito in modo quasi certosino, sia a livello visivo, e tattile, con un artwork in legno, forgiato a mano in una serie limitata di 300 copie, quanto sonoro, complice una personale visione della materia folk. Filo conduttore dell'intero lavoro è una matrice prevalentemente acustica, con protagonisti i più diversi strumenti a corde, ai quali viene affiancato il canonico battere d'una moderna sezione ritmica. Tra raffinate trame melodiche d'altri tempi e odierna irrequietezza percussiva, i nostri danno vita a dieci composizioni di difficile collocazione musico-temporale, nel loro continuo sfuggire a univoche catalogazioni sonore. Se fin da un primo ascolto spicca l'ottimo lavorio delle dita sulle corde, dalla chitarra acustica, all'ukulele, passando per il mandolino, il vero tratto distintivo della proposta sonora barranchiana rimane tuttavia la voce di Alessandro Magro, quasi un moderno cantastorie, nella sua affabulatoria declamazione di liriche quantomai ricercate. Ne sono esempio gli echi folk, d'albionica provenienza, di Le Porte Di Orlova, in un sublime intrecciarsi di corde acustiche, così come le antiche arie barocche pervadenti la trattenuta ballata Da Questa Parte, libera solo nel finale di dispiegarsi verso più assolati lidi, precedentemente battuti dalla Bandabardò. La ben più robusta Astenia sembra invece, nei suoi intermezzi strumentali d'ampio respiro, riprendere la lezione dei Modena City Ramblers irish oriented di Raccolti, mentre una più decisa sterzata sonora avviene sulle agguerrite note gipsy folk di Milite. E se nella scura, marziale, Un Inverno, si avverte maggiormente il contributo strumentale di basso e batteria, Un Giorno In Più Non Farà Male è un ribollente tourbillon sonico con l'estro creativo dei cinque padovani libero di mostrarsi, senza più inibizione alcuna. Nel loro muoversi, con disinvoltura, tra passato e presente, i Barranco sono riusciti a confezionare un esordio, di convincente quanto stuzzicante atemporalità, al quale non dedicare, più di, un ascolto sarebbe un vero peccato.
lunedì 9 dicembre 2013
Gto - Little Italy
(Pubblicato su Extra! Music Magazine)
Attivi da più di vent’anni, i GTO giungono, con un percorso musicale condotto, a passo deciso, su di una strada lastricata di solidi mattoni folk’n’roll, al traguardo, ragguardevole, del quinto album. Una musica, quella dell’ensemble umbro, capace di far riflettere ballando, strappando allo stesso tempo un sorriso, senza cadere nella mera scopiazzatura degli stilemi d’italico folk, combattente e non, in questi anni depredati invece, con risultati spesso alterni, da più d'una compagine. Pur essendo presenti tracce dei saltelli elettroacustici a marchio Bandabardò, così come le digressioni percussive terzomondiste dei Ramblers emiliani, i nostri dimostrano ancor una volta la propria, inflessibile, devozione al verbo del folk’n’roll, variegando, tuttavia, i propri pentagrammi con richiami alla tradizione cantautorale autoctona, e luccicanti melodie, dal flavour pop. Su quest'improbabile patchwork stilistico sembra essere costruita l’opener Barabba, forse, a tratti, fin troppo ridondante nel suo assiepare ardire ritmico in levare, inserti fiatistici e sprazzi recitativi. Di ben altra pasta è la successiva Il Rude, dove pare di ascoltare una tetra rilettura, di un brano deandreiano, ad opera di Marino Severini, accompagnato alla chitarra acustica da Martin Gore, in libera uscita modiana. Una voce, quella di Stefano Bucci, frontman degli umbri, che presenta più d’una somiglianza proprio con quella del summenzionato Severini, come, ulteriormente, messo in luce nella conclusiva Festa Popolare, ruspante “caciara” folk’n’roll che non sfigurerebbe nel repertorio degli stessi Gang. La voglia dei nostri di “sporcare” il proprio primigenio tessuto sonoro si manifesta tanto nella conturbante title track, analisi socio-musicale del nostro “piccolo paese”, quanto nello sconfinamento balcanico di Lumea Mea Este, dove, con più cura, vengono calibrati, i vari apporti strumentali. Sono le atmosfere del border americano, invece, ad avvolgere una Granelli Di Sabbia di desertico, calexichiano, lignaggio. La fisarmonica di Luigi Bastianoni, tanto con il suo mantico ansare latino in Montedoro, quanto con il contrapporsi lieve all’elettricità della sei corde, nella mossa bellezza della pianistica Cielodivento, spicca senza dubbio per importanza all’interno dell’economia sonora del combo, diventandone anzi vero e proprio elemento peculiare. Un album sicuramente piacevole all’ascolto, Little Italy, con alcuni guizzi di penna, nonchè strumentali, più che pregevoli, ma inficiato, in parte, da una produzione a tratti un po’, troppo, “laccata”.
Attivi da più di vent’anni, i GTO giungono, con un percorso musicale condotto, a passo deciso, su di una strada lastricata di solidi mattoni folk’n’roll, al traguardo, ragguardevole, del quinto album. Una musica, quella dell’ensemble umbro, capace di far riflettere ballando, strappando allo stesso tempo un sorriso, senza cadere nella mera scopiazzatura degli stilemi d’italico folk, combattente e non, in questi anni depredati invece, con risultati spesso alterni, da più d'una compagine. Pur essendo presenti tracce dei saltelli elettroacustici a marchio Bandabardò, così come le digressioni percussive terzomondiste dei Ramblers emiliani, i nostri dimostrano ancor una volta la propria, inflessibile, devozione al verbo del folk’n’roll, variegando, tuttavia, i propri pentagrammi con richiami alla tradizione cantautorale autoctona, e luccicanti melodie, dal flavour pop. Su quest'improbabile patchwork stilistico sembra essere costruita l’opener Barabba, forse, a tratti, fin troppo ridondante nel suo assiepare ardire ritmico in levare, inserti fiatistici e sprazzi recitativi. Di ben altra pasta è la successiva Il Rude, dove pare di ascoltare una tetra rilettura, di un brano deandreiano, ad opera di Marino Severini, accompagnato alla chitarra acustica da Martin Gore, in libera uscita modiana. Una voce, quella di Stefano Bucci, frontman degli umbri, che presenta più d’una somiglianza proprio con quella del summenzionato Severini, come, ulteriormente, messo in luce nella conclusiva Festa Popolare, ruspante “caciara” folk’n’roll che non sfigurerebbe nel repertorio degli stessi Gang. La voglia dei nostri di “sporcare” il proprio primigenio tessuto sonoro si manifesta tanto nella conturbante title track, analisi socio-musicale del nostro “piccolo paese”, quanto nello sconfinamento balcanico di Lumea Mea Este, dove, con più cura, vengono calibrati, i vari apporti strumentali. Sono le atmosfere del border americano, invece, ad avvolgere una Granelli Di Sabbia di desertico, calexichiano, lignaggio. La fisarmonica di Luigi Bastianoni, tanto con il suo mantico ansare latino in Montedoro, quanto con il contrapporsi lieve all’elettricità della sei corde, nella mossa bellezza della pianistica Cielodivento, spicca senza dubbio per importanza all’interno dell’economia sonora del combo, diventandone anzi vero e proprio elemento peculiare. Un album sicuramente piacevole all’ascolto, Little Italy, con alcuni guizzi di penna, nonchè strumentali, più che pregevoli, ma inficiato, in parte, da una produzione a tratti un po’, troppo, “laccata”.
lunedì 2 dicembre 2013
Antun Opic - No offense
(Pubblicato su Extra! Music Magazine)
Dopo aver girato mezza Europa tra le fila del collettivo cabaret punk Storm & Wasser, fautore di folli perfomance in bilico tra musica e teatro, Antun Opic esordisce oggi, discograficamente, a proprio nome, con No Offense, album in cui la teatralità interpretativa, affinata proprio con la precedente esperienza artistica, pare essere uno degli elementi peculiari. Teatralità, ulteriormente acuita dalla duttile ugola del nostro, tramite la quale si viene condotti in un intricato dedalo d’influenze, andanti a comporre una personale, quanto variegata, cifra stilistica. Accompagnato dal proprio, vecchio, maestro di chitarra, Tobias Kavelar, e dal basso di Horst Fritscher, Opic tuttavia opta per un organico “aperto”ai più disparati contributi strumentali. Dal jazz manouche, discendente diretto di Django Reinhardt, alla lucida follia del Tom Waits più stralunato, fino ai toni crepuscolari dei primigeni Felice Brothers; questo l’ampio spettro sonoro entro cui si aggira a piè spinto il cantautore tedesco, ideale commento musicale alle peripezie degli strampalati personaggi popolanti l’immaginifico mondo opichiano. Reminescenze gipsy jazz innervano così l’opener Hospital, eccentrica rivisitazione dell’opera reinhardtiana, prima di addentrarsi, tra il pizzicare delle corde di un banjo e i sommessi battiti percussivi di Bulletproof Vest, in territori di bucolica quiete folk. Di stampo cantautorale sono invece tanto la struggente introspezione della title track, con un minimale accompagnamento, affidato alle sole corde acustiche delle chitarre e al pulsare discreto del basso, ad enfatizzarne oltremodo la liricità testuale; quanto una Moses d’onirica ascendenza vernoniana. Da autunnali paesaggi Americana provengono invece la livida We Don’t Give A Damn, così come la leggiadra melodia, a passo di valzer, di Troubled Waltz, entrambe più vicine alle Catskills Mountain dei Felice Brothers che all’Europa gitana di Django Reinhardt. Incantevole, tanto per costruzione melodica, quanto per caratura interpretativa, è Warm, sorta di talkin’ folk arricchito dal soffiare jazzy d’un sassofono. Ballonzolanti movenze swing caratterizzano invece la gigionesca The Informer, con l’ugola di Opic a dir poco graffiante, nel suo cavernoso declamare waitisiano; bissando poi il tutto nella piccante esuberanza di Juanita Guerolita. Una personalità musicale policroma e debordante quella di Antun Opic, capace di dar vita ad uno sfaccettato, convincente, esordio.
Dopo aver girato mezza Europa tra le fila del collettivo cabaret punk Storm & Wasser, fautore di folli perfomance in bilico tra musica e teatro, Antun Opic esordisce oggi, discograficamente, a proprio nome, con No Offense, album in cui la teatralità interpretativa, affinata proprio con la precedente esperienza artistica, pare essere uno degli elementi peculiari. Teatralità, ulteriormente acuita dalla duttile ugola del nostro, tramite la quale si viene condotti in un intricato dedalo d’influenze, andanti a comporre una personale, quanto variegata, cifra stilistica. Accompagnato dal proprio, vecchio, maestro di chitarra, Tobias Kavelar, e dal basso di Horst Fritscher, Opic tuttavia opta per un organico “aperto”ai più disparati contributi strumentali. Dal jazz manouche, discendente diretto di Django Reinhardt, alla lucida follia del Tom Waits più stralunato, fino ai toni crepuscolari dei primigeni Felice Brothers; questo l’ampio spettro sonoro entro cui si aggira a piè spinto il cantautore tedesco, ideale commento musicale alle peripezie degli strampalati personaggi popolanti l’immaginifico mondo opichiano. Reminescenze gipsy jazz innervano così l’opener Hospital, eccentrica rivisitazione dell’opera reinhardtiana, prima di addentrarsi, tra il pizzicare delle corde di un banjo e i sommessi battiti percussivi di Bulletproof Vest, in territori di bucolica quiete folk. Di stampo cantautorale sono invece tanto la struggente introspezione della title track, con un minimale accompagnamento, affidato alle sole corde acustiche delle chitarre e al pulsare discreto del basso, ad enfatizzarne oltremodo la liricità testuale; quanto una Moses d’onirica ascendenza vernoniana. Da autunnali paesaggi Americana provengono invece la livida We Don’t Give A Damn, così come la leggiadra melodia, a passo di valzer, di Troubled Waltz, entrambe più vicine alle Catskills Mountain dei Felice Brothers che all’Europa gitana di Django Reinhardt. Incantevole, tanto per costruzione melodica, quanto per caratura interpretativa, è Warm, sorta di talkin’ folk arricchito dal soffiare jazzy d’un sassofono. Ballonzolanti movenze swing caratterizzano invece la gigionesca The Informer, con l’ugola di Opic a dir poco graffiante, nel suo cavernoso declamare waitisiano; bissando poi il tutto nella piccante esuberanza di Juanita Guerolita. Una personalità musicale policroma e debordante quella di Antun Opic, capace di dar vita ad uno sfaccettato, convincente, esordio.
Cesare Carugi - Pontchartrain
(Pubblicato su Extra! Music Magazine)
La strada, sia essa una polverosa ‘rural route’ americana o un’altrettanto sperduta mulattiera nostrana, rimane pur sempre una lunga, ed irta d’ostacoli, striscia di terra, da percorrere inseguendo, a volte arrancando altre correndo a perdifiato, un sogno, da qualche parte laggiù dietro l’orizzonte. E sulla medesima strada ha avuto inizio, tre anni fa, il cammino musicale del cecinese Cesare Carugi con un esordio, Here’s To The Road, di più che pregevole fattura. E di strada il buon Carugi ne ha percorsa davvero parecchia da allora, macinando insieme alla sua fida chitarra acustica, chilometri su chilometri, in un incessante viaggiare, con un occhio rivolto aldilà dell’Oceano, a quegli Stati Uniti, da sempre parte fondamentale nella sua crescita umana e musicale. L’influenza di una terra, quella statunitense, permeante oggi anche la sua seconda fatica discografica, fin dal titolo, Pontchartrain, ovvero il lago situato nei pressi di New Orleans. Ed al ribollire di suoni e ritmi della città della Louisiana sembra attingere il songwriter toscano, arricchendo, in tal modo, la sua già variopinta tavolozza sonora, con inedite, scure, tonalità bluesy, forgiando un suggestivo patchwork, nel quale coesistono in egual misura folk, rock e per l’appunto blues. Un mood cupo, dal crepuscolare fascino, quello che pervade i solchi di Pontchartrain, le cui liriche trasudano dolore, perdita e sconfitta, pur recando al contempo un flebile messaggio di speranza. Un album incentrato sulle debolezze umane e su di una natura, troppo spesso violentata, la cui feroce vendetta si manifesta attraverso autentici disastri ambientali, quali il devastante uragano Katrina, abbattutosi proprio su New Orleans, o l’altrettanto drammatico terremoto che ha colpito, e ferito nel profondo, l’Emilia Romagna; dolorosi avvenimenti, quest’ultimi, alla base della genesi dello stesso Pontchartrain. E se il nostro nel trasporre su disco la propria urgenza espressiva viene affiancato da un piccolo, compatto combo, guidato dal “vecchio compagno di strada” Leonardo Ceccanti, come già per l’esordio, anche in questo frangente, troviamo la presenza di un nutrito gruppo di ospiti, i cui singoli apporti strumentali arricchiscono ulteriormente il già ispirato frutto della penna del cecinese. Un tourbillon di suoni, volti e strumenti quindi, a cominciare dall’opener Troubled Waters, ispirata proprio alle torbide acque del lago che titola l’opera, robusta digressione in bilico tra rock e blues, complice anche il tagliente bottleneck di Paolo Bonfanti; passando per il parco intreccio elettro-acustico, tra chitarra, mandolino e piano, dell’elegiaca Carry The Torch, dedicata al compianto Carlo Carlini; per far ritorno, infine, in territori di chiara matrice nera, nella scalpitante Pontchartrain Shuffle, con la resofonica di Francesco Piu a spargere dolenti note bluesy. Disegna invece onirici arabeschi melodici il violino di Chiara Giacobbe nella splendida ballata, in odore d’Americana, Drive The Crows Away, con la voce di Sabina Manetti a doppiare quella dello stesso Carugi. Dalla profonda provincia americana si passa a girovagare, con il blues “delle ore piccole” di My Drunken Valentine, tra i fumosi bassifondi di una tentacolare metropoli, dove l’autocostruita sei corde di Marcello Milanese si muove suadente come una ballerina di lap dance. Sontuosa è senza dubbio l’accoppiata pianoforte-sax della struggente When The Silence Breaks Through, prima del commiato affidato ad, una quasi farrariana We’ll Meet Again Someday, tenue anelito di speranza, scritta e arrangiata insieme agli amici Mojo Filter. Un songwriting evocativo quanto di spessore ed una voce d’indubbia versatilità interpretativa, il tutto unito ad un solido background musicale, affondante le proprie radici nel fertile humus statunitense; queste le peculiarità di un songwriter al quale i, castranti, confini italici cominciano a stare davvero stretti.
La strada, sia essa una polverosa ‘rural route’ americana o un’altrettanto sperduta mulattiera nostrana, rimane pur sempre una lunga, ed irta d’ostacoli, striscia di terra, da percorrere inseguendo, a volte arrancando altre correndo a perdifiato, un sogno, da qualche parte laggiù dietro l’orizzonte. E sulla medesima strada ha avuto inizio, tre anni fa, il cammino musicale del cecinese Cesare Carugi con un esordio, Here’s To The Road, di più che pregevole fattura. E di strada il buon Carugi ne ha percorsa davvero parecchia da allora, macinando insieme alla sua fida chitarra acustica, chilometri su chilometri, in un incessante viaggiare, con un occhio rivolto aldilà dell’Oceano, a quegli Stati Uniti, da sempre parte fondamentale nella sua crescita umana e musicale. L’influenza di una terra, quella statunitense, permeante oggi anche la sua seconda fatica discografica, fin dal titolo, Pontchartrain, ovvero il lago situato nei pressi di New Orleans. Ed al ribollire di suoni e ritmi della città della Louisiana sembra attingere il songwriter toscano, arricchendo, in tal modo, la sua già variopinta tavolozza sonora, con inedite, scure, tonalità bluesy, forgiando un suggestivo patchwork, nel quale coesistono in egual misura folk, rock e per l’appunto blues. Un mood cupo, dal crepuscolare fascino, quello che pervade i solchi di Pontchartrain, le cui liriche trasudano dolore, perdita e sconfitta, pur recando al contempo un flebile messaggio di speranza. Un album incentrato sulle debolezze umane e su di una natura, troppo spesso violentata, la cui feroce vendetta si manifesta attraverso autentici disastri ambientali, quali il devastante uragano Katrina, abbattutosi proprio su New Orleans, o l’altrettanto drammatico terremoto che ha colpito, e ferito nel profondo, l’Emilia Romagna; dolorosi avvenimenti, quest’ultimi, alla base della genesi dello stesso Pontchartrain. E se il nostro nel trasporre su disco la propria urgenza espressiva viene affiancato da un piccolo, compatto combo, guidato dal “vecchio compagno di strada” Leonardo Ceccanti, come già per l’esordio, anche in questo frangente, troviamo la presenza di un nutrito gruppo di ospiti, i cui singoli apporti strumentali arricchiscono ulteriormente il già ispirato frutto della penna del cecinese. Un tourbillon di suoni, volti e strumenti quindi, a cominciare dall’opener Troubled Waters, ispirata proprio alle torbide acque del lago che titola l’opera, robusta digressione in bilico tra rock e blues, complice anche il tagliente bottleneck di Paolo Bonfanti; passando per il parco intreccio elettro-acustico, tra chitarra, mandolino e piano, dell’elegiaca Carry The Torch, dedicata al compianto Carlo Carlini; per far ritorno, infine, in territori di chiara matrice nera, nella scalpitante Pontchartrain Shuffle, con la resofonica di Francesco Piu a spargere dolenti note bluesy. Disegna invece onirici arabeschi melodici il violino di Chiara Giacobbe nella splendida ballata, in odore d’Americana, Drive The Crows Away, con la voce di Sabina Manetti a doppiare quella dello stesso Carugi. Dalla profonda provincia americana si passa a girovagare, con il blues “delle ore piccole” di My Drunken Valentine, tra i fumosi bassifondi di una tentacolare metropoli, dove l’autocostruita sei corde di Marcello Milanese si muove suadente come una ballerina di lap dance. Sontuosa è senza dubbio l’accoppiata pianoforte-sax della struggente When The Silence Breaks Through, prima del commiato affidato ad, una quasi farrariana We’ll Meet Again Someday, tenue anelito di speranza, scritta e arrangiata insieme agli amici Mojo Filter. Un songwriting evocativo quanto di spessore ed una voce d’indubbia versatilità interpretativa, il tutto unito ad un solido background musicale, affondante le proprie radici nel fertile humus statunitense; queste le peculiarità di un songwriter al quale i, castranti, confini italici cominciano a stare davvero stretti.
sabato 30 novembre 2013
Emily Herring - Your mistake
(Pubblicato su Rootshighway)
Texana di nascita ma trasferitasi per più di dieci anni in quel di Portland, Emily Herring, nel 2010, fa alfine ritorno al proprio suolo natio, stabilendosi in quel di San Marcos, cittadina a pochi chilometri da Austin. La fervente scena alternative folk oregoniana non sembra tuttavia aver lasciato traccia alcuna nel pentagramma di una songwriter fin dagli esordi orientata verso un personale intreccio tra western swing, tejano music, country tradizionale e arcaici sentori deltaici. Distante anni luce dalle pailettes e dai lustrini di quella enorme "catena di montaggio del country" chiamata Nashville, la Herring possiede tanto una fervida vena autoriale, che ben si traduce in liriche d'evocativa forza poetica, quanto una voce pressoché perfetta, nella sua indolente inflessione, per interpretare quanto prodotto dalla propria penna. Camicia, cappello da cowgirl e un paio di vistosi occhiali la avvicinano, perlomeno visivamente, ad una Mary Gauthier trapiantata nel Lone Star State, provvista tuttavia di una vocalità capace tanto di evocare lo spettro di Patsy Cline, quanto, in più di un frangente, di ricalcare la rochezza di Lucinda Williams. Sintomatiche, dell'affinità vocale con quest'ultima, sono sia le derive alternative country di Turquoise Earrings, che il vivido splendore di One Sip Of Water, complice il fluire armonico della dobro di Benjamin Dewey. A far da contraltare alla chitarra della Herring, sia nei tempi sostenuti di una vibrante Wanna Holler, che nell'afflizione pervadente Terlingua, troviamo altresì la sei corde elettrica di Brian Kelley, protagonista anche nello scalpitare di Stifling Its Sound, dove si avvertono le reminescenze di un passato da rockabilly singer. Profuma invece di western swing l'opener Austin (Ain't Got No) City Limits, sorta d'ipotetica session con gli Asleep At The Wheel assoldati quale backing band per Patsy Cline, mentre la title track, dal canto suo, ha tutte le carte in regola per diventare una classica ballroom song, movimentando le notti, a venire, nei locali di Austin e dintorni. La fluttuante ariosità di Praire Lea mostra invece il lato più introspettivo della nostra, la quale incanta, per intensità interpretativa, in una Don't Waste Time, trasudante country da ogni singola nota. Il finale, affidato agli stridori blues di One Steals The Load, ci porta invece dalle parti del Delta, a rimarcare un'influenza, quella della primigenia musica afroamericana, alquanto marcata già nelle precedenti prove in studio. Emily Herring rappresenta il più fresco, genuino nonché vitale esempio di come si possa, oggi, suonare autentica country music, fregandosene bellamente degli stereotipi di "genere" imposti dal mercato discografico. E se il risultato di tale presa di posizione artistica è un lavoro della bontà di questo Your Mistake, non ci rimane che augurarle di continuare, imperterrita, il proprio cammino lungo questa parte "scura" della strada musicale.
Texana di nascita ma trasferitasi per più di dieci anni in quel di Portland, Emily Herring, nel 2010, fa alfine ritorno al proprio suolo natio, stabilendosi in quel di San Marcos, cittadina a pochi chilometri da Austin. La fervente scena alternative folk oregoniana non sembra tuttavia aver lasciato traccia alcuna nel pentagramma di una songwriter fin dagli esordi orientata verso un personale intreccio tra western swing, tejano music, country tradizionale e arcaici sentori deltaici. Distante anni luce dalle pailettes e dai lustrini di quella enorme "catena di montaggio del country" chiamata Nashville, la Herring possiede tanto una fervida vena autoriale, che ben si traduce in liriche d'evocativa forza poetica, quanto una voce pressoché perfetta, nella sua indolente inflessione, per interpretare quanto prodotto dalla propria penna. Camicia, cappello da cowgirl e un paio di vistosi occhiali la avvicinano, perlomeno visivamente, ad una Mary Gauthier trapiantata nel Lone Star State, provvista tuttavia di una vocalità capace tanto di evocare lo spettro di Patsy Cline, quanto, in più di un frangente, di ricalcare la rochezza di Lucinda Williams. Sintomatiche, dell'affinità vocale con quest'ultima, sono sia le derive alternative country di Turquoise Earrings, che il vivido splendore di One Sip Of Water, complice il fluire armonico della dobro di Benjamin Dewey. A far da contraltare alla chitarra della Herring, sia nei tempi sostenuti di una vibrante Wanna Holler, che nell'afflizione pervadente Terlingua, troviamo altresì la sei corde elettrica di Brian Kelley, protagonista anche nello scalpitare di Stifling Its Sound, dove si avvertono le reminescenze di un passato da rockabilly singer. Profuma invece di western swing l'opener Austin (Ain't Got No) City Limits, sorta d'ipotetica session con gli Asleep At The Wheel assoldati quale backing band per Patsy Cline, mentre la title track, dal canto suo, ha tutte le carte in regola per diventare una classica ballroom song, movimentando le notti, a venire, nei locali di Austin e dintorni. La fluttuante ariosità di Praire Lea mostra invece il lato più introspettivo della nostra, la quale incanta, per intensità interpretativa, in una Don't Waste Time, trasudante country da ogni singola nota. Il finale, affidato agli stridori blues di One Steals The Load, ci porta invece dalle parti del Delta, a rimarcare un'influenza, quella della primigenia musica afroamericana, alquanto marcata già nelle precedenti prove in studio. Emily Herring rappresenta il più fresco, genuino nonché vitale esempio di come si possa, oggi, suonare autentica country music, fregandosene bellamente degli stereotipi di "genere" imposti dal mercato discografico. E se il risultato di tale presa di posizione artistica è un lavoro della bontà di questo Your Mistake, non ci rimane che augurarle di continuare, imperterrita, il proprio cammino lungo questa parte "scura" della strada musicale.
Iscriviti a:
Post (Atom)

