Se la ritrovata vena compositiva di Ry Cooder ha permesso, nell’arco dei soli ultimi due anni, di poter assaporare una “doppietta” di lavori in studio quali l’ottimo Pull Up Some Dust And Sit Down e l’altrettanto ispirato Election Special, ‘manifesto politico-sonoro’ pubblicato in concomitanza con le elezioni presidenziali americane, il nostro è sempre stato, al contrario, avaro nel rilasciare testimonianze della propria attività concertistica. Un solo documento dal vivo fa infatti capolino tra le fitte maglie di una discografia egualmente divisa tra album a proprio nome, colonne sonore e collaborazioni tra le più disparate. Registrato il 14 e 15 dicembre 1976, presso la Great American Music Hall di San Francisco, ed emblematicamente denominato Showtime, rimane tuttora fulgida testimonianza tanto della perizia sulle sei corde del chitarrista di Santa Monica, quanto fedele fotografia di un itinerario sviluppatosi sulle più differenti strade sonore, sì indissolubilmente legato alla tradizione musicale del proprio paese, tanto bianca quanto nera, ma con un orecchio rivolto in più d’un occasione oltre il confine, verso quel Messico dai caldi colori musicali, per spingersi infine tanto verso la solarità della musica hawaiiana, quanto attraverso l’Oceano, alla ricerca dell’ancestrale e poliritmico percuotere africano; il tutto grazie ad una mai sopita curiosità etnomusicologica, elemento peculiare della stessa estetica cooderiana. Una contaminazione tra le più differenti culture che ha dato vita, fin dal proprio esordio discografico, ad un amalgama sonoro diventato un vero e proprio trademark del nostro, permeante lo stesso Showtime, in uno strabiliante connubio in musica tra Stati Uniti e Messico.Ed oggi, ben 37 anni dopo, viene finalmente dato alle stampe quello che, a tutti gli effetti, può esserne definito la naturale prosecuzione; non solo perché Ry Cooder ha optato per un ritorno sul “luogo del delitto”, la Great American Music Hall, chiamando per l’occasione a raccolta anche due vecchi “pards”, Flaco Jimenez e Terry Evans, già con lui sul quel palco 37 anni prima, quanto per la riproposizione di alcuni dei brani che costituivano l’ossatura live di allora, e che oggi paiono assurgere a nuova vita. Incurante delle 66 “primavere” trascorse il nostro dimostra anzi come il proprio delizioso tocco, sulle corde dell’amata chitarra elettrica, non abbia perso l’espressività e la potenza evocativa di un tempo, incantando letteralmente ad ogni singolo accordo o fraseggio. A colpire è nondimeno l’istrionismo di Cooder, tanto nelle sue, talvolta esilaranti, presentazioni dei singoli brani, quanto nell’interagire sia con la platea che con i membri della propria band. Quest’ultima, viste le dimensioni, è in realtà un vero e proprio collettivo, capace di assecondare il proprio “capo banda” in maniera egregia, ed annoverante tra le proprie fila, oltre ai già citati Jimenez e Evans, le voci di Arnold McCuller e Juliette Commagere, affiancati dalla solida sezione ritmica affidata al basso di Robert Francis e alla batteria di Joachim Cooder, alla quale si aggiungono i variopinti contributi armonici e percussivi del combo messicano noto come La Banda Juvenil. Una nutrita schiera di musicisti quindi, presenti già sul recente album in studio, Pull Up Some Dust And Sit Down, tanto che non sorprende ritrovare, inclusi nella scaletta, due brani estrapolati proprio da quest’ultimo. L’incipit del concerto è tuttavia un tuffo negli anni Ottanta, tra i solchi di quel Borderline dal quale il nostro recupera una Crazy ‘Bout An Automobile d’irrefrenabile vitalità, complice un vibrante riff chitarristico e l’apporto tanto delle idilliache voci di Evans e McCuller, quanto degli interventi fiatistici della Banda, ad impregnare il tutto d’umori soul, altresì acuiti in una Why Don’t You Try Me d’energica spavalderia rhythm and blues. E se il primo tuffo al cuore si avverte con una Boomer’s Story che si dischiude lentamente in tutta la propria elegiaca bellezza, per sublimarsi in un finale a cappella da mozzare il fiato, l’ironia beffarda di Lord Tell Me Why, sorta di gospel funk modernista nonché prima concessione alla produzione recente, mostra come la “penna cooderiana” equivalga in peso specifico la propria abilità d’arrangiatore ed interprete.Sfido poi a trattenere una lacrima di commozione quando il nostro presenta lo storico compagno di avventure, Flaco Jimenez, il cui accordion ci accompagna, sulle note di Viva Seguin, al di là del confine messicano, per poi tornare a guardare a quella “paradisiaca meta” chiamata California, in un medley con la guthriana Do Re Mi, già presente su Showtime, a rimarcare il profondo legame con il folksinger di Okemah. Se una sfavillante e gioiosa School Is Out, così come una Wolly Bully al limite dell’orgiastico, ripescata dal songbook di Domingo Zamudio aka Sam the Sham, alzano il tasso ritmico della serata, le “corde emozionali” degli astanti vengono scalfite da una The Dark End Of The Street d’inusitato splendore, con le voci di Evans e McCuller ad inseguirsi in pindarici vocalizzi, per infine unirsi in eccelse armonizzazioni, arricchite ulteriormente dai sontuosi interventi solistici della chitarra e dell’accordion. Strumento quest’ultimo protagonista anche in El Corrido De Jesse James, ispirato alla leggendaria figura dell’outlaw, con i fiati mariachi della Banda a soffiare con forza, prima di abbandonarsi allo struggimento “ranchero” di Volver Volver, affidata alla suadente voce di Juliette Commagere. Una nervosa Vigilante Man è un ulteriore omaggio a Woody Guthrie e alla, purtroppo drammatica, attualità della sua opera, con un Cooder quasi posseduto alla chitarra, prima di lasciar scorrere libero il proprio bottleneck lungo le sei corde, ben sostenuto dal substrato ritmico di basso e batteria. La chiusura è affidata invece ad una corale Goodnight Irene, una delle tante gemme incise da Huddie Ledbetter, nonché ideale commiato su di un leggiadro tempo di valzer. Saranno occorsi pur 37 anni, ma il documento sonoro che oggi abbiamo tra le mani descrive al meglio la storia e la vita artistica di un musicista capace di trascendere con la propria bravura confini stilistici e di genere, assorbendo come una spugna suoni e ritmi dei più vari per poi rileggerli con una perizia ed un gusto attualmente ancora senza eguali. Un live album la cui perfezione può tranquillamente essere riassunta con le parole pronunciate dallo stesso Cooder dopo l’ennesima prestazione vocale da manuale di Evans e McCuller……”Fantastic, fantastic”.giovedì 10 ottobre 2013
Ry Cooder and Corridos Famosos - Live in San Francisco
(Pubblicato su Extra! Music Magazine)
Se la ritrovata vena compositiva di Ry Cooder ha permesso, nell’arco dei soli ultimi due anni, di poter assaporare una “doppietta” di lavori in studio quali l’ottimo Pull Up Some Dust And Sit Down e l’altrettanto ispirato Election Special, ‘manifesto politico-sonoro’ pubblicato in concomitanza con le elezioni presidenziali americane, il nostro è sempre stato, al contrario, avaro nel rilasciare testimonianze della propria attività concertistica. Un solo documento dal vivo fa infatti capolino tra le fitte maglie di una discografia egualmente divisa tra album a proprio nome, colonne sonore e collaborazioni tra le più disparate. Registrato il 14 e 15 dicembre 1976, presso la Great American Music Hall di San Francisco, ed emblematicamente denominato Showtime, rimane tuttora fulgida testimonianza tanto della perizia sulle sei corde del chitarrista di Santa Monica, quanto fedele fotografia di un itinerario sviluppatosi sulle più differenti strade sonore, sì indissolubilmente legato alla tradizione musicale del proprio paese, tanto bianca quanto nera, ma con un orecchio rivolto in più d’un occasione oltre il confine, verso quel Messico dai caldi colori musicali, per spingersi infine tanto verso la solarità della musica hawaiiana, quanto attraverso l’Oceano, alla ricerca dell’ancestrale e poliritmico percuotere africano; il tutto grazie ad una mai sopita curiosità etnomusicologica, elemento peculiare della stessa estetica cooderiana. Una contaminazione tra le più differenti culture che ha dato vita, fin dal proprio esordio discografico, ad un amalgama sonoro diventato un vero e proprio trademark del nostro, permeante lo stesso Showtime, in uno strabiliante connubio in musica tra Stati Uniti e Messico.Ed oggi, ben 37 anni dopo, viene finalmente dato alle stampe quello che, a tutti gli effetti, può esserne definito la naturale prosecuzione; non solo perché Ry Cooder ha optato per un ritorno sul “luogo del delitto”, la Great American Music Hall, chiamando per l’occasione a raccolta anche due vecchi “pards”, Flaco Jimenez e Terry Evans, già con lui sul quel palco 37 anni prima, quanto per la riproposizione di alcuni dei brani che costituivano l’ossatura live di allora, e che oggi paiono assurgere a nuova vita. Incurante delle 66 “primavere” trascorse il nostro dimostra anzi come il proprio delizioso tocco, sulle corde dell’amata chitarra elettrica, non abbia perso l’espressività e la potenza evocativa di un tempo, incantando letteralmente ad ogni singolo accordo o fraseggio. A colpire è nondimeno l’istrionismo di Cooder, tanto nelle sue, talvolta esilaranti, presentazioni dei singoli brani, quanto nell’interagire sia con la platea che con i membri della propria band. Quest’ultima, viste le dimensioni, è in realtà un vero e proprio collettivo, capace di assecondare il proprio “capo banda” in maniera egregia, ed annoverante tra le proprie fila, oltre ai già citati Jimenez e Evans, le voci di Arnold McCuller e Juliette Commagere, affiancati dalla solida sezione ritmica affidata al basso di Robert Francis e alla batteria di Joachim Cooder, alla quale si aggiungono i variopinti contributi armonici e percussivi del combo messicano noto come La Banda Juvenil. Una nutrita schiera di musicisti quindi, presenti già sul recente album in studio, Pull Up Some Dust And Sit Down, tanto che non sorprende ritrovare, inclusi nella scaletta, due brani estrapolati proprio da quest’ultimo. L’incipit del concerto è tuttavia un tuffo negli anni Ottanta, tra i solchi di quel Borderline dal quale il nostro recupera una Crazy ‘Bout An Automobile d’irrefrenabile vitalità, complice un vibrante riff chitarristico e l’apporto tanto delle idilliache voci di Evans e McCuller, quanto degli interventi fiatistici della Banda, ad impregnare il tutto d’umori soul, altresì acuiti in una Why Don’t You Try Me d’energica spavalderia rhythm and blues. E se il primo tuffo al cuore si avverte con una Boomer’s Story che si dischiude lentamente in tutta la propria elegiaca bellezza, per sublimarsi in un finale a cappella da mozzare il fiato, l’ironia beffarda di Lord Tell Me Why, sorta di gospel funk modernista nonché prima concessione alla produzione recente, mostra come la “penna cooderiana” equivalga in peso specifico la propria abilità d’arrangiatore ed interprete.Sfido poi a trattenere una lacrima di commozione quando il nostro presenta lo storico compagno di avventure, Flaco Jimenez, il cui accordion ci accompagna, sulle note di Viva Seguin, al di là del confine messicano, per poi tornare a guardare a quella “paradisiaca meta” chiamata California, in un medley con la guthriana Do Re Mi, già presente su Showtime, a rimarcare il profondo legame con il folksinger di Okemah. Se una sfavillante e gioiosa School Is Out, così come una Wolly Bully al limite dell’orgiastico, ripescata dal songbook di Domingo Zamudio aka Sam the Sham, alzano il tasso ritmico della serata, le “corde emozionali” degli astanti vengono scalfite da una The Dark End Of The Street d’inusitato splendore, con le voci di Evans e McCuller ad inseguirsi in pindarici vocalizzi, per infine unirsi in eccelse armonizzazioni, arricchite ulteriormente dai sontuosi interventi solistici della chitarra e dell’accordion. Strumento quest’ultimo protagonista anche in El Corrido De Jesse James, ispirato alla leggendaria figura dell’outlaw, con i fiati mariachi della Banda a soffiare con forza, prima di abbandonarsi allo struggimento “ranchero” di Volver Volver, affidata alla suadente voce di Juliette Commagere. Una nervosa Vigilante Man è un ulteriore omaggio a Woody Guthrie e alla, purtroppo drammatica, attualità della sua opera, con un Cooder quasi posseduto alla chitarra, prima di lasciar scorrere libero il proprio bottleneck lungo le sei corde, ben sostenuto dal substrato ritmico di basso e batteria. La chiusura è affidata invece ad una corale Goodnight Irene, una delle tante gemme incise da Huddie Ledbetter, nonché ideale commiato su di un leggiadro tempo di valzer. Saranno occorsi pur 37 anni, ma il documento sonoro che oggi abbiamo tra le mani descrive al meglio la storia e la vita artistica di un musicista capace di trascendere con la propria bravura confini stilistici e di genere, assorbendo come una spugna suoni e ritmi dei più vari per poi rileggerli con una perizia ed un gusto attualmente ancora senza eguali. Un live album la cui perfezione può tranquillamente essere riassunta con le parole pronunciate dallo stesso Cooder dopo l’ennesima prestazione vocale da manuale di Evans e McCuller……”Fantastic, fantastic”.
Se la ritrovata vena compositiva di Ry Cooder ha permesso, nell’arco dei soli ultimi due anni, di poter assaporare una “doppietta” di lavori in studio quali l’ottimo Pull Up Some Dust And Sit Down e l’altrettanto ispirato Election Special, ‘manifesto politico-sonoro’ pubblicato in concomitanza con le elezioni presidenziali americane, il nostro è sempre stato, al contrario, avaro nel rilasciare testimonianze della propria attività concertistica. Un solo documento dal vivo fa infatti capolino tra le fitte maglie di una discografia egualmente divisa tra album a proprio nome, colonne sonore e collaborazioni tra le più disparate. Registrato il 14 e 15 dicembre 1976, presso la Great American Music Hall di San Francisco, ed emblematicamente denominato Showtime, rimane tuttora fulgida testimonianza tanto della perizia sulle sei corde del chitarrista di Santa Monica, quanto fedele fotografia di un itinerario sviluppatosi sulle più differenti strade sonore, sì indissolubilmente legato alla tradizione musicale del proprio paese, tanto bianca quanto nera, ma con un orecchio rivolto in più d’un occasione oltre il confine, verso quel Messico dai caldi colori musicali, per spingersi infine tanto verso la solarità della musica hawaiiana, quanto attraverso l’Oceano, alla ricerca dell’ancestrale e poliritmico percuotere africano; il tutto grazie ad una mai sopita curiosità etnomusicologica, elemento peculiare della stessa estetica cooderiana. Una contaminazione tra le più differenti culture che ha dato vita, fin dal proprio esordio discografico, ad un amalgama sonoro diventato un vero e proprio trademark del nostro, permeante lo stesso Showtime, in uno strabiliante connubio in musica tra Stati Uniti e Messico.Ed oggi, ben 37 anni dopo, viene finalmente dato alle stampe quello che, a tutti gli effetti, può esserne definito la naturale prosecuzione; non solo perché Ry Cooder ha optato per un ritorno sul “luogo del delitto”, la Great American Music Hall, chiamando per l’occasione a raccolta anche due vecchi “pards”, Flaco Jimenez e Terry Evans, già con lui sul quel palco 37 anni prima, quanto per la riproposizione di alcuni dei brani che costituivano l’ossatura live di allora, e che oggi paiono assurgere a nuova vita. Incurante delle 66 “primavere” trascorse il nostro dimostra anzi come il proprio delizioso tocco, sulle corde dell’amata chitarra elettrica, non abbia perso l’espressività e la potenza evocativa di un tempo, incantando letteralmente ad ogni singolo accordo o fraseggio. A colpire è nondimeno l’istrionismo di Cooder, tanto nelle sue, talvolta esilaranti, presentazioni dei singoli brani, quanto nell’interagire sia con la platea che con i membri della propria band. Quest’ultima, viste le dimensioni, è in realtà un vero e proprio collettivo, capace di assecondare il proprio “capo banda” in maniera egregia, ed annoverante tra le proprie fila, oltre ai già citati Jimenez e Evans, le voci di Arnold McCuller e Juliette Commagere, affiancati dalla solida sezione ritmica affidata al basso di Robert Francis e alla batteria di Joachim Cooder, alla quale si aggiungono i variopinti contributi armonici e percussivi del combo messicano noto come La Banda Juvenil. Una nutrita schiera di musicisti quindi, presenti già sul recente album in studio, Pull Up Some Dust And Sit Down, tanto che non sorprende ritrovare, inclusi nella scaletta, due brani estrapolati proprio da quest’ultimo. L’incipit del concerto è tuttavia un tuffo negli anni Ottanta, tra i solchi di quel Borderline dal quale il nostro recupera una Crazy ‘Bout An Automobile d’irrefrenabile vitalità, complice un vibrante riff chitarristico e l’apporto tanto delle idilliache voci di Evans e McCuller, quanto degli interventi fiatistici della Banda, ad impregnare il tutto d’umori soul, altresì acuiti in una Why Don’t You Try Me d’energica spavalderia rhythm and blues. E se il primo tuffo al cuore si avverte con una Boomer’s Story che si dischiude lentamente in tutta la propria elegiaca bellezza, per sublimarsi in un finale a cappella da mozzare il fiato, l’ironia beffarda di Lord Tell Me Why, sorta di gospel funk modernista nonché prima concessione alla produzione recente, mostra come la “penna cooderiana” equivalga in peso specifico la propria abilità d’arrangiatore ed interprete.Sfido poi a trattenere una lacrima di commozione quando il nostro presenta lo storico compagno di avventure, Flaco Jimenez, il cui accordion ci accompagna, sulle note di Viva Seguin, al di là del confine messicano, per poi tornare a guardare a quella “paradisiaca meta” chiamata California, in un medley con la guthriana Do Re Mi, già presente su Showtime, a rimarcare il profondo legame con il folksinger di Okemah. Se una sfavillante e gioiosa School Is Out, così come una Wolly Bully al limite dell’orgiastico, ripescata dal songbook di Domingo Zamudio aka Sam the Sham, alzano il tasso ritmico della serata, le “corde emozionali” degli astanti vengono scalfite da una The Dark End Of The Street d’inusitato splendore, con le voci di Evans e McCuller ad inseguirsi in pindarici vocalizzi, per infine unirsi in eccelse armonizzazioni, arricchite ulteriormente dai sontuosi interventi solistici della chitarra e dell’accordion. Strumento quest’ultimo protagonista anche in El Corrido De Jesse James, ispirato alla leggendaria figura dell’outlaw, con i fiati mariachi della Banda a soffiare con forza, prima di abbandonarsi allo struggimento “ranchero” di Volver Volver, affidata alla suadente voce di Juliette Commagere. Una nervosa Vigilante Man è un ulteriore omaggio a Woody Guthrie e alla, purtroppo drammatica, attualità della sua opera, con un Cooder quasi posseduto alla chitarra, prima di lasciar scorrere libero il proprio bottleneck lungo le sei corde, ben sostenuto dal substrato ritmico di basso e batteria. La chiusura è affidata invece ad una corale Goodnight Irene, una delle tante gemme incise da Huddie Ledbetter, nonché ideale commiato su di un leggiadro tempo di valzer. Saranno occorsi pur 37 anni, ma il documento sonoro che oggi abbiamo tra le mani descrive al meglio la storia e la vita artistica di un musicista capace di trascendere con la propria bravura confini stilistici e di genere, assorbendo come una spugna suoni e ritmi dei più vari per poi rileggerli con una perizia ed un gusto attualmente ancora senza eguali. Un live album la cui perfezione può tranquillamente essere riassunta con le parole pronunciate dallo stesso Cooder dopo l’ennesima prestazione vocale da manuale di Evans e McCuller……”Fantastic, fantastic”.lunedì 7 ottobre 2013
Omid Jazi - Onde Alfa
(Pubblicato su Extra! Music Magazine)
Se l’EP Lenea, pubblicato lo scorso anno, era stato un primo, nonché riuscito, tentativo di intraprendere una propria, personale, strada artistica, al di fuori della ragione sociale condivisa Water in Face e della collaborazione live con i Verdena, oggi, con Onde Alfa, Omid Jazi arriva all’attesa prova sulla lunga distanza. Prova che mantiene intatte le buone onde sonore caratterizzanti il suo predecessore, del quale può essere vista come diretta discendente, e con il quale possiede più di un tratto in comune, a cominciare da alcune composizioni già edite nel precedente, e qui nuovamente riprese. Onde sonore, quelle odierne, che paiono muoversi parallelamente a quelle che titolano lo stesso full lenght, ovvero quelle onde alfa tipiche della veglia ad occhi chiusi e degli istanti precedenti l’addormentamento. Qui sta infatti la peculiarità compositiva del nuovo lavoro del musicista modenese, partorito per l’appunto, nella sua quasi totalità, nel primo sonno, in una sorta d’introspettiva fotografia onirica del proprio io. Frutto di questa esplorazione ipnagogica sono scatti d’enorme fascinazione emotiva, volti a mostrare un mondo interiore che è al contempo tanto oggetto quanto veicolo della narrazione sonica. “Scatti” che hanno trovato alfine la propria trasposizione fisica, tra i righi e gli spazi cartacei, in una piccola sala prove, sperduta tra nell’immensità della pianura emiliana. Qui, in compagnia del proprio fedele Mac Book, e dei più disparati, ed inusuali, strumenti, Omid Jazi, ha dato libero sfogo al proprio estro creativo, fino a forgiare una fusione tra analogico e digitale che della propria proposta sonora è senza dubbio peculiarità. Un album dalla mappatura musicale alquanto complessa ed eterogenea, essenzialmente pop, nell’accezione migliore del termine, ma al contempo venato da sintetiche escursioni sperimentali. Un maelstrom, nel cui perenne vorticare, trovano spazio algida estetica elettronica, sublime ariosità melodica di stampo beatlesiano, trip d’acida psichedelia d’antan e l’ossessiva litania punk dei CCCP. Esemplificativa di tale contaminazione è l’opener L’Aura, nelle sue architetture synth pop irrobustite da pervasive scariche elettriche, frutto di una sei corde distorta, che ritroviamo, ad innalzare un nuovo muro di suono, in Ossitocina, ripresa, insieme allo sghembo ciondolare electro di Taglia Le Paranoie, dalla precedente release. Un gusto per la melodia, di derivazione Sixties, affiora invece tanto nelle trame lennoniane di Orsetto Polare, tra misticismo freak e esotiche sottotrame percussive, quanto in una Percorso Della Salute, dove assistiamo ad un fluttuante volo, in un cielo dalle variopinte tonalità lisergiche, dei primigeni Radiohead, per poi “atterrare” in territori prettamente pop di quella piccola gemma di sontuosità compositiva denominata Indaco. E se Giulietta Ha Le Chiavi, nel suo declinare il verbo sonico jadiano, a metà strada tra sperimentalismo modernista e canonicità pop, faceva già, anch’essa, bella mostra di sé in Lenea, dai medesimi solchi “leneani” si sviluppa lo ieratico misticismo modernista di Pensiero Magico. L’anima più ruvida e grezza del nostro emerge invece nel nevrotico rifferama di Tira Con l’Arco, così come in Memoria Allocata, electro punk che fa proprio l’ipnotico salmodiare di Giovanni Lindo Ferretti. Un mondo, quello prodotto dalle onde alfa jadiane, che riflette appieno la multiforme personalità di un musicista capace di “giocare” con suoni e parole, regalando al contempo vivide emozioni.
Se l’EP Lenea, pubblicato lo scorso anno, era stato un primo, nonché riuscito, tentativo di intraprendere una propria, personale, strada artistica, al di fuori della ragione sociale condivisa Water in Face e della collaborazione live con i Verdena, oggi, con Onde Alfa, Omid Jazi arriva all’attesa prova sulla lunga distanza. Prova che mantiene intatte le buone onde sonore caratterizzanti il suo predecessore, del quale può essere vista come diretta discendente, e con il quale possiede più di un tratto in comune, a cominciare da alcune composizioni già edite nel precedente, e qui nuovamente riprese. Onde sonore, quelle odierne, che paiono muoversi parallelamente a quelle che titolano lo stesso full lenght, ovvero quelle onde alfa tipiche della veglia ad occhi chiusi e degli istanti precedenti l’addormentamento. Qui sta infatti la peculiarità compositiva del nuovo lavoro del musicista modenese, partorito per l’appunto, nella sua quasi totalità, nel primo sonno, in una sorta d’introspettiva fotografia onirica del proprio io. Frutto di questa esplorazione ipnagogica sono scatti d’enorme fascinazione emotiva, volti a mostrare un mondo interiore che è al contempo tanto oggetto quanto veicolo della narrazione sonica. “Scatti” che hanno trovato alfine la propria trasposizione fisica, tra i righi e gli spazi cartacei, in una piccola sala prove, sperduta tra nell’immensità della pianura emiliana. Qui, in compagnia del proprio fedele Mac Book, e dei più disparati, ed inusuali, strumenti, Omid Jazi, ha dato libero sfogo al proprio estro creativo, fino a forgiare una fusione tra analogico e digitale che della propria proposta sonora è senza dubbio peculiarità. Un album dalla mappatura musicale alquanto complessa ed eterogenea, essenzialmente pop, nell’accezione migliore del termine, ma al contempo venato da sintetiche escursioni sperimentali. Un maelstrom, nel cui perenne vorticare, trovano spazio algida estetica elettronica, sublime ariosità melodica di stampo beatlesiano, trip d’acida psichedelia d’antan e l’ossessiva litania punk dei CCCP. Esemplificativa di tale contaminazione è l’opener L’Aura, nelle sue architetture synth pop irrobustite da pervasive scariche elettriche, frutto di una sei corde distorta, che ritroviamo, ad innalzare un nuovo muro di suono, in Ossitocina, ripresa, insieme allo sghembo ciondolare electro di Taglia Le Paranoie, dalla precedente release. Un gusto per la melodia, di derivazione Sixties, affiora invece tanto nelle trame lennoniane di Orsetto Polare, tra misticismo freak e esotiche sottotrame percussive, quanto in una Percorso Della Salute, dove assistiamo ad un fluttuante volo, in un cielo dalle variopinte tonalità lisergiche, dei primigeni Radiohead, per poi “atterrare” in territori prettamente pop di quella piccola gemma di sontuosità compositiva denominata Indaco. E se Giulietta Ha Le Chiavi, nel suo declinare il verbo sonico jadiano, a metà strada tra sperimentalismo modernista e canonicità pop, faceva già, anch’essa, bella mostra di sé in Lenea, dai medesimi solchi “leneani” si sviluppa lo ieratico misticismo modernista di Pensiero Magico. L’anima più ruvida e grezza del nostro emerge invece nel nevrotico rifferama di Tira Con l’Arco, così come in Memoria Allocata, electro punk che fa proprio l’ipnotico salmodiare di Giovanni Lindo Ferretti. Un mondo, quello prodotto dalle onde alfa jadiane, che riflette appieno la multiforme personalità di un musicista capace di “giocare” con suoni e parole, regalando al contempo vivide emozioni.Balmorhea @ Raindogs - Savona
(Pubblicato su Extra! Music Magazine)
Abitare ai “confini dell’impero musicale”, lontani dai grandi circuiti live, significa mettersi l’anima in pace e macinare chilometri su chilometri per poter assistere a concerti assolutamente “alieni” per una piccola realtà di provincia come Savona. Eppure dopo un lungo torpore musicale la cittadina ligure in questi ultimi mesi è ritornata a nuova vita artistica, complice anche la riapertura del Raindogs, ultimo ed unico baluardo della musica di qualità. E tra i tanti nomi presenti nella prima parte della programmazione riluceva senza dubbio per peso specifico quello dei Balmorhea. Il collettivo texano, le cui redini sono tuttavia sempre saldamente nelle mani del chitarrista Michael Muller e del pianista Rob Lowe, è ancora fresco della pubblicazione del loro quinto lavoro in studio,Stranger, uscito lo scorso anno, e da molti considerato quale l’album di una, seppur lieve, svolta sonica. Certo il minimalismo post-folk cameristico che ne aveva contraddistinto l’opera fin dagli esordi rappresenta ancora lo scheletro dell’opera sonica a nome Balmorhea, con una capacità evocativa oggi ulteriormente acuita da spigolose volute elettriche e da fluttuanti policromie sintetiche. A questo ha contributo l’allargamento della line-up, fino al recente assestamento a sestetto; assetto quest’ultimo che ha indubbiamente permesso una maggiore versatilità armonica, nonché inedite opportunità compositive. Ed è proprio con questa formazione che i nostri si presentano questa sera sul palco del Raindogs, che stenta a contenere una tale ricchezza strumentale, tanto da relegare contrabbasso e violoncello a lato dello stesso; soluzione quest’ultima che si rivelerà tuttavia vincente, accentuando anche visivamente, la componente cameristica del combo. Compito di aprire la serata spetta tuttavia a JBM sigla dietro la quale si cela Jesse Merchant, canadese di nascita ma newyorkese d’adozione, con all’attivo due buoni album, ed opening act dei texani per tutto il loro tour europeo. Un set in solitaria, equamente diviso tra chitarra acustica ed elettrica, spesso con il leggero battere di una grancassa e di un hihat, con l’opportuna aggiunta di un tamburello, quale unico supporto ritmico. Dotato di una voce di notevole caratura espressiva e fautore di una musica dall’umbratile fragilità, quanto di uno scarnificato livore elettrico, JBM ha saputo strappare più di un consenso, grazie a un pugno di composizioni in bilico tra crepuscolare alternative folk e cantautorato di più canonica ascendenza. Giusto il tempo di un veloce cambio palco ed ecco che i sei “protagonisti” della serata si manifestano sul palco, tra gli applausi di un più che numeroso pubblico, segno anche di come la loro “fama sotterranea” sia notevolmente accresciuta anche nel nostro Paese. Una formazione “allargata”non solo dal punto di vita numerico ma anche strumentale, visto il corposo armamentario presente sopra e sotto il palco. Strumentazione divisa equamente tra “canonicità” rock e una sezione d’archi d’orchestrale provenienza, a cui si aggiungono le più diverse percussioni. Quello che colpisce, sia dal punto di vista sonoro che visivo, è la versatilità di ognuno dei membri del gruppo, capace di passare con disinvoltura, spesso all’interno del medesimo brano, da uno strumento all’altro, pizzicando o percuotendo, alla bisogna, in modo più che egregio. Pur essendo notevole l’importanza nell’economia sonora del combo del binomio Lowe-Muller, la vera forza dei Balmorhea risiede tuttavia proprio nel collettivo, nonché appunto nella poliedricità dello stesso, grazie alla quale la musica è libera di viaggiare, su di una mappa priva di castranti paralleli e meridiani musicali, dilatandosi e contorcendosi verso le più disparate derive soniche. Certo il “cervello” della creatura Balmorhea rimangono i due succitati “leader”, a dividersi tra piano elettrico, chitarre e ukulele il primo e tra basso e chitarre il secondo, ma fondamentale è l’apporto dei propri compagni, a cominciare dal violino di Aisha Burns, protagonista tanto negli episodi di maggior movimentazione sonica quanto in suggestivi ricami d’ascendenza barocca, affiancato in quest’ultimo dallo scivolare degli archetti del violoncello di Dylan Rieck e del contrabbasso di Travis Chapman. Autentico “cuore pulsante” è infine Kendall Clark il cui drumming tanto preciso quanto febbrile ne fa l’ideale propulsore ritmico per le divagazioni strumentali dei nostri. Una musica dalla doppia anima quella degli odierni Balmorhea; la prima figlia d’un approccio modernista tra delay, riverberi ed proteiforme elettricità, su mai invasive trame sintetiche, la seconda d’atmosferica ascendenza, tra oasi cameristiche e misticismo folk. Il tutto fuso in una perfomance di palpabile intensità, con un’immaginaria linea guida a legare tra di loro i singoli brani presentati, dando così vita ad un ipnotico continuum sonico di cinematica fascinazione. Spiccano senza dubbio per ieratica bellezza, tanto una Settler, in cui le due anime, poc’anzi menzionate, paiono aver trovato terreno ideale sul quale convivere, quanto una Untitled tutta giocata sul tappeto melodico del piano, sul quale si libra l’incalzante volteggiare degli archi, e gli impeccabili incastri ritmici della batteria a far da collante, con il suggello delle armonizzazioni vocali di Lowe, Muller e della Burns, in una crescente coralità. Dal recente Stranger vengono estrapolate, tra le altre, la visionarietà post rock di una vigorosa Artifact, ed una Pyrakantha, che grazie anche all’ukulele, affidato questa volta alle mani della Burns, ingloba arie quasi caraibiche, in una sorta di rivisitazione balmorheaiana del Van Dyke Parks solista. Il pubblico ammutolito per quasi tutta la durata della perfomance tributa il giusto omaggio ai sei che, ritornati sul palco per gli encore, deliziano gli astanti con un brano inedito, a suggellare una splendida serata, dispensatrice di “onde positive”. Una musica immaginifica, d’eterea sfuggevolezza, da ascoltare in silenzio, lasciandosi trasportare sull’ondeggiare armonico che si spande nell’aria. Più che un concerto, quella di stasera è apparsa appunto quale un'esperienza acustico-visiva, al limite della trascendenza, ad opera di sei musicisti la cui bravura è inversamente proporzionale alla loro giovane età.
Abitare ai “confini dell’impero musicale”, lontani dai grandi circuiti live, significa mettersi l’anima in pace e macinare chilometri su chilometri per poter assistere a concerti assolutamente “alieni” per una piccola realtà di provincia come Savona. Eppure dopo un lungo torpore musicale la cittadina ligure in questi ultimi mesi è ritornata a nuova vita artistica, complice anche la riapertura del Raindogs, ultimo ed unico baluardo della musica di qualità. E tra i tanti nomi presenti nella prima parte della programmazione riluceva senza dubbio per peso specifico quello dei Balmorhea. Il collettivo texano, le cui redini sono tuttavia sempre saldamente nelle mani del chitarrista Michael Muller e del pianista Rob Lowe, è ancora fresco della pubblicazione del loro quinto lavoro in studio,Stranger, uscito lo scorso anno, e da molti considerato quale l’album di una, seppur lieve, svolta sonica. Certo il minimalismo post-folk cameristico che ne aveva contraddistinto l’opera fin dagli esordi rappresenta ancora lo scheletro dell’opera sonica a nome Balmorhea, con una capacità evocativa oggi ulteriormente acuita da spigolose volute elettriche e da fluttuanti policromie sintetiche. A questo ha contributo l’allargamento della line-up, fino al recente assestamento a sestetto; assetto quest’ultimo che ha indubbiamente permesso una maggiore versatilità armonica, nonché inedite opportunità compositive. Ed è proprio con questa formazione che i nostri si presentano questa sera sul palco del Raindogs, che stenta a contenere una tale ricchezza strumentale, tanto da relegare contrabbasso e violoncello a lato dello stesso; soluzione quest’ultima che si rivelerà tuttavia vincente, accentuando anche visivamente, la componente cameristica del combo. Compito di aprire la serata spetta tuttavia a JBM sigla dietro la quale si cela Jesse Merchant, canadese di nascita ma newyorkese d’adozione, con all’attivo due buoni album, ed opening act dei texani per tutto il loro tour europeo. Un set in solitaria, equamente diviso tra chitarra acustica ed elettrica, spesso con il leggero battere di una grancassa e di un hihat, con l’opportuna aggiunta di un tamburello, quale unico supporto ritmico. Dotato di una voce di notevole caratura espressiva e fautore di una musica dall’umbratile fragilità, quanto di uno scarnificato livore elettrico, JBM ha saputo strappare più di un consenso, grazie a un pugno di composizioni in bilico tra crepuscolare alternative folk e cantautorato di più canonica ascendenza. Giusto il tempo di un veloce cambio palco ed ecco che i sei “protagonisti” della serata si manifestano sul palco, tra gli applausi di un più che numeroso pubblico, segno anche di come la loro “fama sotterranea” sia notevolmente accresciuta anche nel nostro Paese. Una formazione “allargata”non solo dal punto di vita numerico ma anche strumentale, visto il corposo armamentario presente sopra e sotto il palco. Strumentazione divisa equamente tra “canonicità” rock e una sezione d’archi d’orchestrale provenienza, a cui si aggiungono le più diverse percussioni. Quello che colpisce, sia dal punto di vista sonoro che visivo, è la versatilità di ognuno dei membri del gruppo, capace di passare con disinvoltura, spesso all’interno del medesimo brano, da uno strumento all’altro, pizzicando o percuotendo, alla bisogna, in modo più che egregio. Pur essendo notevole l’importanza nell’economia sonora del combo del binomio Lowe-Muller, la vera forza dei Balmorhea risiede tuttavia proprio nel collettivo, nonché appunto nella poliedricità dello stesso, grazie alla quale la musica è libera di viaggiare, su di una mappa priva di castranti paralleli e meridiani musicali, dilatandosi e contorcendosi verso le più disparate derive soniche. Certo il “cervello” della creatura Balmorhea rimangono i due succitati “leader”, a dividersi tra piano elettrico, chitarre e ukulele il primo e tra basso e chitarre il secondo, ma fondamentale è l’apporto dei propri compagni, a cominciare dal violino di Aisha Burns, protagonista tanto negli episodi di maggior movimentazione sonica quanto in suggestivi ricami d’ascendenza barocca, affiancato in quest’ultimo dallo scivolare degli archetti del violoncello di Dylan Rieck e del contrabbasso di Travis Chapman. Autentico “cuore pulsante” è infine Kendall Clark il cui drumming tanto preciso quanto febbrile ne fa l’ideale propulsore ritmico per le divagazioni strumentali dei nostri. Una musica dalla doppia anima quella degli odierni Balmorhea; la prima figlia d’un approccio modernista tra delay, riverberi ed proteiforme elettricità, su mai invasive trame sintetiche, la seconda d’atmosferica ascendenza, tra oasi cameristiche e misticismo folk. Il tutto fuso in una perfomance di palpabile intensità, con un’immaginaria linea guida a legare tra di loro i singoli brani presentati, dando così vita ad un ipnotico continuum sonico di cinematica fascinazione. Spiccano senza dubbio per ieratica bellezza, tanto una Settler, in cui le due anime, poc’anzi menzionate, paiono aver trovato terreno ideale sul quale convivere, quanto una Untitled tutta giocata sul tappeto melodico del piano, sul quale si libra l’incalzante volteggiare degli archi, e gli impeccabili incastri ritmici della batteria a far da collante, con il suggello delle armonizzazioni vocali di Lowe, Muller e della Burns, in una crescente coralità. Dal recente Stranger vengono estrapolate, tra le altre, la visionarietà post rock di una vigorosa Artifact, ed una Pyrakantha, che grazie anche all’ukulele, affidato questa volta alle mani della Burns, ingloba arie quasi caraibiche, in una sorta di rivisitazione balmorheaiana del Van Dyke Parks solista. Il pubblico ammutolito per quasi tutta la durata della perfomance tributa il giusto omaggio ai sei che, ritornati sul palco per gli encore, deliziano gli astanti con un brano inedito, a suggellare una splendida serata, dispensatrice di “onde positive”. Una musica immaginifica, d’eterea sfuggevolezza, da ascoltare in silenzio, lasciandosi trasportare sull’ondeggiare armonico che si spande nell’aria. Più che un concerto, quella di stasera è apparsa appunto quale un'esperienza acustico-visiva, al limite della trascendenza, ad opera di sei musicisti la cui bravura è inversamente proporzionale alla loro giovane età.
domenica 29 settembre 2013
Contratto Sociale Gnu_Folk - R_evoluzione
(Pubblicato su Extra! Music Magazine)
“E’ canto partigiano, è burla salentina, è una giga ballata a fianchi rotti…..è musica popolare”. Una musica scritta dal popolo per il popolo, dall’età indefinibile, in quanto da sempre “colonna sonora” delle più diverse epoche, capace tanto di descrivere con lucidità le brutture della storia, quanto di accomunare, abbattendo barriere geografiche e sociali, genti e voci in un unico coro di riscatto e rivolta. A questa musica senza tempo, di genuino fervore lirico, si dedica, con sudore e passione, da ormai più d’un decennio, il Contratto Sociale Gnu_Folk, settetto toscano che solo oggi, tuttavia, giunge al debutto, sulla lunga distanza, con un album dall’emblematico titolo R_evoluzione. Prodotto con sapienza e gusto da Andrea Mei, ex fisarmonicista dei Gang, quanto apprezzato compositore, R_evoluzione si muove proprio sulle coordinate stilistiche tracciate dal gruppo marchigiano, per poi deviare in corsa verso il combat folk, tra sentori irish e Italia partigiana, dei Modena City Ramblers, fino a giungere davvero nella verde Irlanda, facendo propri gli insegnamenti dei Pogues di Shane McGowan; il tutto volto alla ricerca di una “musica popolare del nuovo millennio”, fusione tra le più diverse esperienze sonore terzomondiste, sulle orme del mai dimenticato Joe Strummer. Proprio al pentagramma barricadero dei fratelli Severini sembrano rifarsi La Notte di Genova, in ricordo di Carlo Giuliani, rabbioso rimembrare di quei tristi giorni del G8; così come la leggiadra ballata Johnny e Mary, storia d’amore ai tempi della Resistenza, con ospite alla voce proprio Marino Severini. La fisarmonica e il violino tessono invece la melodia, d’acustica drammaticità, di Portella Della Ginestra ricordo musicale della prima strage dell’Italia Repubblicana, con, a dar manforte dietro al microfono, il conterraneo Luca Lanzi della Casa del Vento. Debitrice nei confronti della patchanka ramblersiana sono invece tanto Il Canto Della Rivolta quasi un estratto da “La Grande Famiglia” imperniata qual è delle calde sonorità mediterranee del Sud Italia; quanto Ion Cazacu, che narra la storia, di drammatica attualità, del piastrellista rumeno barbaramente ucciso, dal proprio datore di lavoro, solamente per aver chiesto di veder riconosciuti i propri diritti di lavoratore. Allarga il discorso sonoro ai padri putativi dei ramblers emiliani, i Pogues, la sfrenata danza irish di Rory Prende La Via Della Collina, scritta ed arrangiata su di un brano strumentale, Repealing of the licensing laws, frutto della penna di Shane McGowan e compagni di bisbocce alcoliche. Manifesto sonoro dell’album, quanto del vivere la “sette note” dei toscani, è Musica Popolare; emblematica nel suo descrivere una materia sonora che i nostri cercano di attualizzare con il proprio fervore giovanile, al contempo lanciando il monito di non dimenticare le lezioni impartite dalla storia, in quanto “la coscienza di un popolo è la memoria”. D’ispirazione letteraria è invece la conclusiva Una Questione Privata, partorita in seguito alla lettura dell’omonima opera di Beppe Fenoglio, dove spicca il recitativo di Paolo Marchetti Maestri dei piemontesi Yo Yo Mundi, prima di lasciare i giovani toscani da soli, alle prese con il canto partigiano Ora e Sempre Resistenza, qui celato sotto forma di ghost track. Certo, si può forse imputare ai nostri di non inventare nulla di nuovo, quanto di riprendere ed attualizzare dettami di “vecchi maestri”, ma è indubbio che lo facciano con innegabile onestà e il giusto piglio combattivo. D’altronde “in culo ai benpensanti, ai furbi, e ai delinquenti, è soltanto verità da raccontare….è la musica popolare”.
“E’ canto partigiano, è burla salentina, è una giga ballata a fianchi rotti…..è musica popolare”. Una musica scritta dal popolo per il popolo, dall’età indefinibile, in quanto da sempre “colonna sonora” delle più diverse epoche, capace tanto di descrivere con lucidità le brutture della storia, quanto di accomunare, abbattendo barriere geografiche e sociali, genti e voci in un unico coro di riscatto e rivolta. A questa musica senza tempo, di genuino fervore lirico, si dedica, con sudore e passione, da ormai più d’un decennio, il Contratto Sociale Gnu_Folk, settetto toscano che solo oggi, tuttavia, giunge al debutto, sulla lunga distanza, con un album dall’emblematico titolo R_evoluzione. Prodotto con sapienza e gusto da Andrea Mei, ex fisarmonicista dei Gang, quanto apprezzato compositore, R_evoluzione si muove proprio sulle coordinate stilistiche tracciate dal gruppo marchigiano, per poi deviare in corsa verso il combat folk, tra sentori irish e Italia partigiana, dei Modena City Ramblers, fino a giungere davvero nella verde Irlanda, facendo propri gli insegnamenti dei Pogues di Shane McGowan; il tutto volto alla ricerca di una “musica popolare del nuovo millennio”, fusione tra le più diverse esperienze sonore terzomondiste, sulle orme del mai dimenticato Joe Strummer. Proprio al pentagramma barricadero dei fratelli Severini sembrano rifarsi La Notte di Genova, in ricordo di Carlo Giuliani, rabbioso rimembrare di quei tristi giorni del G8; così come la leggiadra ballata Johnny e Mary, storia d’amore ai tempi della Resistenza, con ospite alla voce proprio Marino Severini. La fisarmonica e il violino tessono invece la melodia, d’acustica drammaticità, di Portella Della Ginestra ricordo musicale della prima strage dell’Italia Repubblicana, con, a dar manforte dietro al microfono, il conterraneo Luca Lanzi della Casa del Vento. Debitrice nei confronti della patchanka ramblersiana sono invece tanto Il Canto Della Rivolta quasi un estratto da “La Grande Famiglia” imperniata qual è delle calde sonorità mediterranee del Sud Italia; quanto Ion Cazacu, che narra la storia, di drammatica attualità, del piastrellista rumeno barbaramente ucciso, dal proprio datore di lavoro, solamente per aver chiesto di veder riconosciuti i propri diritti di lavoratore. Allarga il discorso sonoro ai padri putativi dei ramblers emiliani, i Pogues, la sfrenata danza irish di Rory Prende La Via Della Collina, scritta ed arrangiata su di un brano strumentale, Repealing of the licensing laws, frutto della penna di Shane McGowan e compagni di bisbocce alcoliche. Manifesto sonoro dell’album, quanto del vivere la “sette note” dei toscani, è Musica Popolare; emblematica nel suo descrivere una materia sonora che i nostri cercano di attualizzare con il proprio fervore giovanile, al contempo lanciando il monito di non dimenticare le lezioni impartite dalla storia, in quanto “la coscienza di un popolo è la memoria”. D’ispirazione letteraria è invece la conclusiva Una Questione Privata, partorita in seguito alla lettura dell’omonima opera di Beppe Fenoglio, dove spicca il recitativo di Paolo Marchetti Maestri dei piemontesi Yo Yo Mundi, prima di lasciare i giovani toscani da soli, alle prese con il canto partigiano Ora e Sempre Resistenza, qui celato sotto forma di ghost track. Certo, si può forse imputare ai nostri di non inventare nulla di nuovo, quanto di riprendere ed attualizzare dettami di “vecchi maestri”, ma è indubbio che lo facciano con innegabile onestà e il giusto piglio combattivo. D’altronde “in culo ai benpensanti, ai furbi, e ai delinquenti, è soltanto verità da raccontare….è la musica popolare”.mercoledì 25 settembre 2013
Papermoons - No love
(Pubblicato su Extra! Music Magazine)
Indie folk, ovvero l’etichettatura musicale oggi più utilizzata, nonché abusata, dagli addetti ai lavori nel recensire il sempre maggior numero di uscite discografiche provenienti da una ramificazione della musica “alternativa” che ha visto, mai come in questo ultimo decennio, un continuo “sbocciare” tanto di band quanto di solitari artisti, dediti a questa materia sonora, sdoganata anni or sono da uno sparuto gruppo di imberbi pionieri, ed ora ragion d’essere per altrettanti “ragazzotti di belle speranze”. Purtroppo in quel grande“guazzabuglio sonico”, che è diventato per l’appunto oggi l’indie folk, a farla da padrone è spesso un mero derivatismo, se non una vera e propria scopiazzatura, da parte delle nuove leve, degli stilemi dei “capofila”, oggi per lo più assurti a fama internazionale, mentre è sempre più raro imbattersi in nuove “creature di alternatività folkie” trasudanti se non originalità perlomeno un pizzico di personalità. Esistono tuttavia anche “creature ibride”, che sembrano aver trovato la propria ideale collocazione su coordinate geografico-musicali giusto al confine tra la libera ed originale espressione del proprio estro creativo, e il ricalcare, pedissequamente, le gesta dei propri predecessori. Una “terra di mezzo” nella quale hanno deciso di stabilirsi i texani Papermoons arrivati oggi con No Love, dopo il debutto New Tales del 2009, alla loro seconda prova discografica. Il duo di Austin, la cui ragione sociale è democraticamente divisa tra Matt Clark e Daniel Hawkins, possiede infatti le caratteristiche “genetiche” tipiche del genere in questione, ovvero architetture di stampo elettroacustico, melodie d’ampio respiro, saliscendi armonici e ritmici, e più corpose aperture rockiste, alle quali si aggiungono un ben calibrato uso delle armonie vocali, autentico canale emozionale della loro proposta sonora. Fedeli osservanti della filosofia “less is more”, i due americani danno infatti vita ad evanescenti aure folkie, scalfite da volute elettriche di mai eccessiva invasività, il tutto sublimato in una musicalità avvolgente, dove le liriche, scandaglianti in egual modo tristezza e speranza, emergono in tutta la loro profondità; come in Deep Blue, che da un feedback chitarristico iniziale si sviluppa sull’ossessiva reiterazione dei riff della chitarra medesima, stemperandosi nella corso della narrazione sonora in soffuse oasi acustiche, per raggiungere il proprio climax, elettrico, nel finale. Sulla falsariga di quest’ultima sono sia Ghost, dall’inizio attendista, per poi abbandonarsi ad ombrose perdizioni rock, che Goodnight Son, tra sventagliate chitarristiche e lancinanti assoli, con il percuotere della batteria di Hawkins a costruire una precisa trama ritmica; fino a giungere all’ipnotico dipanarsi di Heart/Brain, tra livore psichedelico e fluttuanti incroci vocali. Liricità vocale che raggiunge tuttavia il proprio zenit negli episodi di maggior introspezione, o di più rigorosa attinenza al verbo indie folkie, quali la meravigliosa Cold Dark Moon, acquerello acustico dipinto dal lieve arpeggiare della chitarra acustica, con la sei corde elettrica ad abbellire il tutto con eterei ricami melodici; o nella quiete pastorale di una Pining solo nel finale nuovamente attorniata da temporaleschi bagliori elettrici. Non poteva mancare, sempre per la “legge del derivatismo” di cui sopra, un rimando, e neanche tanto velato, ai “pesi massimi” Mumford and Sons, il cui enfatico crescendo elettroacustico pare essere diventato un vero e proprio trademark sonico del genere in esame (equiparabile, con i dovuti distinguo d’importanza storico-musicale, al Boom chicka boom di cashiana memoria), e viene dal duo ben fagocitato e riproposto nella conclusiva Lungs. Niente di nuovo sul fronte dell’indie folk dirà qualcuno, certo aggiungiamo noi, ma i Papermoons, pur navigando sicuri su rotte già tracciate, ed ampiamente percorse da altri, sono riusciti a forgiare un album di assoluta godibilità, nel quale lucidità esecutiva e ispirazione compositiva sono indissolubilmente legate.
Indie folk, ovvero l’etichettatura musicale oggi più utilizzata, nonché abusata, dagli addetti ai lavori nel recensire il sempre maggior numero di uscite discografiche provenienti da una ramificazione della musica “alternativa” che ha visto, mai come in questo ultimo decennio, un continuo “sbocciare” tanto di band quanto di solitari artisti, dediti a questa materia sonora, sdoganata anni or sono da uno sparuto gruppo di imberbi pionieri, ed ora ragion d’essere per altrettanti “ragazzotti di belle speranze”. Purtroppo in quel grande“guazzabuglio sonico”, che è diventato per l’appunto oggi l’indie folk, a farla da padrone è spesso un mero derivatismo, se non una vera e propria scopiazzatura, da parte delle nuove leve, degli stilemi dei “capofila”, oggi per lo più assurti a fama internazionale, mentre è sempre più raro imbattersi in nuove “creature di alternatività folkie” trasudanti se non originalità perlomeno un pizzico di personalità. Esistono tuttavia anche “creature ibride”, che sembrano aver trovato la propria ideale collocazione su coordinate geografico-musicali giusto al confine tra la libera ed originale espressione del proprio estro creativo, e il ricalcare, pedissequamente, le gesta dei propri predecessori. Una “terra di mezzo” nella quale hanno deciso di stabilirsi i texani Papermoons arrivati oggi con No Love, dopo il debutto New Tales del 2009, alla loro seconda prova discografica. Il duo di Austin, la cui ragione sociale è democraticamente divisa tra Matt Clark e Daniel Hawkins, possiede infatti le caratteristiche “genetiche” tipiche del genere in questione, ovvero architetture di stampo elettroacustico, melodie d’ampio respiro, saliscendi armonici e ritmici, e più corpose aperture rockiste, alle quali si aggiungono un ben calibrato uso delle armonie vocali, autentico canale emozionale della loro proposta sonora. Fedeli osservanti della filosofia “less is more”, i due americani danno infatti vita ad evanescenti aure folkie, scalfite da volute elettriche di mai eccessiva invasività, il tutto sublimato in una musicalità avvolgente, dove le liriche, scandaglianti in egual modo tristezza e speranza, emergono in tutta la loro profondità; come in Deep Blue, che da un feedback chitarristico iniziale si sviluppa sull’ossessiva reiterazione dei riff della chitarra medesima, stemperandosi nella corso della narrazione sonora in soffuse oasi acustiche, per raggiungere il proprio climax, elettrico, nel finale. Sulla falsariga di quest’ultima sono sia Ghost, dall’inizio attendista, per poi abbandonarsi ad ombrose perdizioni rock, che Goodnight Son, tra sventagliate chitarristiche e lancinanti assoli, con il percuotere della batteria di Hawkins a costruire una precisa trama ritmica; fino a giungere all’ipnotico dipanarsi di Heart/Brain, tra livore psichedelico e fluttuanti incroci vocali. Liricità vocale che raggiunge tuttavia il proprio zenit negli episodi di maggior introspezione, o di più rigorosa attinenza al verbo indie folkie, quali la meravigliosa Cold Dark Moon, acquerello acustico dipinto dal lieve arpeggiare della chitarra acustica, con la sei corde elettrica ad abbellire il tutto con eterei ricami melodici; o nella quiete pastorale di una Pining solo nel finale nuovamente attorniata da temporaleschi bagliori elettrici. Non poteva mancare, sempre per la “legge del derivatismo” di cui sopra, un rimando, e neanche tanto velato, ai “pesi massimi” Mumford and Sons, il cui enfatico crescendo elettroacustico pare essere diventato un vero e proprio trademark sonico del genere in esame (equiparabile, con i dovuti distinguo d’importanza storico-musicale, al Boom chicka boom di cashiana memoria), e viene dal duo ben fagocitato e riproposto nella conclusiva Lungs. Niente di nuovo sul fronte dell’indie folk dirà qualcuno, certo aggiungiamo noi, ma i Papermoons, pur navigando sicuri su rotte già tracciate, ed ampiamente percorse da altri, sono riusciti a forgiare un album di assoluta godibilità, nel quale lucidità esecutiva e ispirazione compositiva sono indissolubilmente legate.martedì 17 settembre 2013
Diodato - E forse sono pazzo
(Pubblicato su Extra! Music Magazine)
L’urgenza espressiva e la passionalità tipica dei vent’anni, unite ad un songwriting che invece tradisce, per maturità, l’imberbe età anagrafica; ecco descritto in poche parole quanto contenuto in E Forse Sono Pazzo, opera prima a marchio Diodato. Un esordio a dir poco spiazzante per la forza delle proprie architetture
sonore, e per una voce, quella del giovane cantautore romano, capace di volteggiare libera verso altitudini d’inedita forza espressiva. A questo si aggiungono un pugno di composizioni frutto di una fervida vena autoriale, in grado di intrecciare, con sorprendente naturalezza, la forza propulsiva del rock, dalle più differenti ascendenze stilistiche e geografiche, con la suggestione melodica del cantautorato nostrano.
Appartiene ai primi una Ma Che Vuoi che saccheggia a piene mani il rifferama recente delle ‘Regine dell’Età della Pietra’, così come una graffiante e sincopata Se Solo Avessi Un Altro ingloba in essa i fantasmi del primigenio rock’n’roll. La caratura interpretativa di Diodato ha modo tuttavia di manifestarsi appieno nei brani di maggior dilatazione sonica, come la title track, ballata dall’immaginifica impalpabilità, o in Ubriaco che, nel suo lento volteggiare armonico, mostra come le radici cantautorali del nostro siano ben piantate nel fertile terreno nostrano. E se le due anime sonore, fin qui descritte, in solitaria sanno regalare momenti di ottima musica, quando si incontrano il risultato va ben al di là della somma delle singole parti, come si può evincere in Capello Bianco, per costruzione e resa sonora l’apice dell’intero album, o in una riuscita rivisitazione di Amore Che Vieni, Amore Che Vai, estrapolata dal repertorio deandreiano e pervasa da accecanti folgori elettriche. Frutto dei giovanili ascolti, e di una mai celata passione floydiana, è invece E Non So Neanche Tu Chi Sei, dove, complice anche l’avvolgente liquidità dell’hammond, il nostro compie il proprio, personale, viaggio sul “lato oscuro della luna”. Forse sarà davvero pazzo Diodato, ma nella sua lucida follia è riuscito a mettere a punto un esordio d’indubbio spessore, il quale merita, senza remora alcuna, di essere ascoltato ed assaporato in tutta la sua interezza.
L’urgenza espressiva e la passionalità tipica dei vent’anni, unite ad un songwriting che invece tradisce, per maturità, l’imberbe età anagrafica; ecco descritto in poche parole quanto contenuto in E Forse Sono Pazzo, opera prima a marchio Diodato. Un esordio a dir poco spiazzante per la forza delle proprie architetture sonore, e per una voce, quella del giovane cantautore romano, capace di volteggiare libera verso altitudini d’inedita forza espressiva. A questo si aggiungono un pugno di composizioni frutto di una fervida vena autoriale, in grado di intrecciare, con sorprendente naturalezza, la forza propulsiva del rock, dalle più differenti ascendenze stilistiche e geografiche, con la suggestione melodica del cantautorato nostrano.
Appartiene ai primi una Ma Che Vuoi che saccheggia a piene mani il rifferama recente delle ‘Regine dell’Età della Pietra’, così come una graffiante e sincopata Se Solo Avessi Un Altro ingloba in essa i fantasmi del primigenio rock’n’roll. La caratura interpretativa di Diodato ha modo tuttavia di manifestarsi appieno nei brani di maggior dilatazione sonica, come la title track, ballata dall’immaginifica impalpabilità, o in Ubriaco che, nel suo lento volteggiare armonico, mostra come le radici cantautorali del nostro siano ben piantate nel fertile terreno nostrano. E se le due anime sonore, fin qui descritte, in solitaria sanno regalare momenti di ottima musica, quando si incontrano il risultato va ben al di là della somma delle singole parti, come si può evincere in Capello Bianco, per costruzione e resa sonora l’apice dell’intero album, o in una riuscita rivisitazione di Amore Che Vieni, Amore Che Vai, estrapolata dal repertorio deandreiano e pervasa da accecanti folgori elettriche. Frutto dei giovanili ascolti, e di una mai celata passione floydiana, è invece E Non So Neanche Tu Chi Sei, dove, complice anche l’avvolgente liquidità dell’hammond, il nostro compie il proprio, personale, viaggio sul “lato oscuro della luna”. Forse sarà davvero pazzo Diodato, ma nella sua lucida follia è riuscito a mettere a punto un esordio d’indubbio spessore, il quale merita, senza remora alcuna, di essere ascoltato ed assaporato in tutta la sua interezza.
venerdì 30 agosto 2013
Tizio Bononcini - Entrambi tre
(Pubblicato su Extra! Music Magazine)
Bologna è una città unanimemente associata, perlomeno a livello musicale, ad una fervida stagione cantautorale foriera in passato di veri e propri pesi massimi del genere. Una culla autoriale, quella sviluppatasi all’ombra delle torri cittadine, che pare ancor oggi saper sfornare nuove “giovani leve”, alle quali appartiene senza dubbio Tizio Bononcini, arrivato oggi, e dopo tortuosi percorsi musicali, con Entrambi Tre al proprio debutto. Primo vagito discografico sviluppatosi grazie all’incontro con il violoncellista Vincenzo De Franco, il quale, convintosi della bontà delle composizioni del pianista bolognese, decise di occuparsi degli arrangiamenti di quest’ultime, ponendo di fatto le basi di un sodalizio oggi trasposto, tra i righi e gli spazi, in nove piccoli esempi di pregevole artigianato sonoro.
Nove storie di personaggi tra realtà ed immaginazione, in quella che a tutti gli effetti potrebbe essere definita quale opera associabile al concetto di teatro-canzone, con la voce dello stesso Bononcini che sorprende per ironica e goliardica capacità interpretativa. E se la voce medesima rappresenta un’ideale fulcro narrativo, il suo equivalente sonico lo si trova senza dubbio tra i tasti neri e bianchi del pianoforte, percosso dal nostro in un continuo rincorrersi e ritrovarsi con il violoncello di De Franco. Proprio l’accostamento tra i due suddetti strumenti crea un’accattivante aura melodica pervadente la quasi totalità delle composizioni, alla quale fanno da contrappunto gli interventi, mai invasivi, tanto del basso di Mariano Robortella e delle percussioni di Max D’Adda, quanto di ben più strani “strumenti”, quali vere e proprie pentole, percosse dallo stesso titolare. L’apertura, affidata alla delicata Topi E Ballerine, è tuttavia appannaggio dei soli pianoforte e violoncello, con il primo a tracciare la linea melodica, e il secondo ad affrescare il tutto con arabescati volteggi armonici. La title track, dal canto suo, fa propri stilemi cari a certo blues di stampo pianistico, mentre aromi latini impregnano tanto una briosa Il Cavaliere Dalla Trista Figura, dedicata al personaggio cervantesiano di Don Chisciotte, quanto la caposseliana La Donna Amante Dei Gatti. L’impronta teatrale del progetto si avverte maggiormente in brani quali Monsieur Dupont, tra trascinate reminescenze jazzy ed soffusi intermezzi a tempo di valzer; o nel gigionesco recitativo di Il Mio Collega Economista, con un ottimo lavorio strumentale collettivo sullo sfondo, per farsi, infine, ulteriormente marcata in Arlecchinata, autentico vertice interpretativo, nonché compositivo, della raccolta. Abilità narrativa, gusto per la melodia, ed una felice vena compositiva; queste le qualità di un cantautore che dimostra, con questa sua opera prima, di aver già raggiunto un notevole livello di maturità artistica.
Bologna è una città unanimemente associata, perlomeno a livello musicale, ad una fervida stagione cantautorale foriera in passato di veri e propri pesi massimi del genere. Una culla autoriale, quella sviluppatasi all’ombra delle torri cittadine, che pare ancor oggi saper sfornare nuove “giovani leve”, alle quali appartiene senza dubbio Tizio Bononcini, arrivato oggi, e dopo tortuosi percorsi musicali, con Entrambi Tre al proprio debutto. Primo vagito discografico sviluppatosi grazie all’incontro con il violoncellista Vincenzo De Franco, il quale, convintosi della bontà delle composizioni del pianista bolognese, decise di occuparsi degli arrangiamenti di quest’ultime, ponendo di fatto le basi di un sodalizio oggi trasposto, tra i righi e gli spazi, in nove piccoli esempi di pregevole artigianato sonoro. Nove storie di personaggi tra realtà ed immaginazione, in quella che a tutti gli effetti potrebbe essere definita quale opera associabile al concetto di teatro-canzone, con la voce dello stesso Bononcini che sorprende per ironica e goliardica capacità interpretativa. E se la voce medesima rappresenta un’ideale fulcro narrativo, il suo equivalente sonico lo si trova senza dubbio tra i tasti neri e bianchi del pianoforte, percosso dal nostro in un continuo rincorrersi e ritrovarsi con il violoncello di De Franco. Proprio l’accostamento tra i due suddetti strumenti crea un’accattivante aura melodica pervadente la quasi totalità delle composizioni, alla quale fanno da contrappunto gli interventi, mai invasivi, tanto del basso di Mariano Robortella e delle percussioni di Max D’Adda, quanto di ben più strani “strumenti”, quali vere e proprie pentole, percosse dallo stesso titolare. L’apertura, affidata alla delicata Topi E Ballerine, è tuttavia appannaggio dei soli pianoforte e violoncello, con il primo a tracciare la linea melodica, e il secondo ad affrescare il tutto con arabescati volteggi armonici. La title track, dal canto suo, fa propri stilemi cari a certo blues di stampo pianistico, mentre aromi latini impregnano tanto una briosa Il Cavaliere Dalla Trista Figura, dedicata al personaggio cervantesiano di Don Chisciotte, quanto la caposseliana La Donna Amante Dei Gatti. L’impronta teatrale del progetto si avverte maggiormente in brani quali Monsieur Dupont, tra trascinate reminescenze jazzy ed soffusi intermezzi a tempo di valzer; o nel gigionesco recitativo di Il Mio Collega Economista, con un ottimo lavorio strumentale collettivo sullo sfondo, per farsi, infine, ulteriormente marcata in Arlecchinata, autentico vertice interpretativo, nonché compositivo, della raccolta. Abilità narrativa, gusto per la melodia, ed una felice vena compositiva; queste le qualità di un cantautore che dimostra, con questa sua opera prima, di aver già raggiunto un notevole livello di maturità artistica.
Daughn Gibson - Me moan
(Pubblicato su Extra! Music Magazine)
Se l’esordio All Hell aveva ricevuto il plauso di critica e pubblico, aprendogli al contempo le porte della Sub Pop; con Me Moan, sua opera prima sotto l’egida dell’etichetta di Seattle, Daughn Gibson oggi porta avanti il proprio viaggio esplorativo, alla scoperta di nuovi meandri del suo Io sonico. Comune denominatore tra le due opere è tuttavia la voce baritonale dell’ex camionista di Nazareth, Pennsylvania, in questo frangente più vicina a quella di un Nick Cave dalle tinte gotiche, che alle precedenti, cavernose, tonalità cashiane. D’altra parte al nostro era stato affibbiato l’appellativo di “gothic cowboy”, a dir poco calzante nel descrivere tanto la tetra oscurità delle sue trame sonore, quanto la presenza, tra i solchi, di lontani echi di quel country ascoltato in passato, magari alla radio, durante gli interminabili viaggi lungo le highway americane. Country sapientemente ibridato attraverso sparute iniezioni elettroniche, come in Kissing On The Blacktop, quasi un’allucinata, e mai pubblicata, session, per la serie su American Recordings, tra Johnny Cash e Martin Gore, sotto l’attenta supervisione di Rick Rubin; o come ribadito da All My Days Off, tra sulfureo rumorismo elettronico e il plumbeo ondeggiare melodico di una lapsteel. Sembra invece sbocciare dalle “Cattive Sementi” caveiane l’opener The Sound Of Law, in un funereo sussultare ritmico, con Gibson protagonista di una sensuale quanto declamatoria interpretazione vocale, che molto deve proprio al “collega” australiano. Una fascinazione sonora dalle tinte dark che sembra pervadere in particolar modo gli episodi di maggior introspezione lirica, come la liquida litania di The Pisgee Nest, o un’eterea Franco, con la presenza, sullo sfondo, degli spettri electro già elemento peculiare di All Hell. Figure soniche dalle fattezze ectoplasmatiche che fanno qui la loro comparsa, come evocate da un’immaginaria seduta spiritica, tanto nella marzialità deviata di una The Right Signs, avvolta nel finale da spire orientaleggianti, quanto nei palpiti modernisti di Phantom Rider. E se la scura fascinazione di Mad Ocean, con tanto di cornamuse campionate, sembra rappresentare l’ideale sunto sonico delle velleità artistiche e sperimentali gibsoniane, la conclusiva Into The Sea è invece un commiato, d’atmosferica intensità, da un album che non solo equipara la bontà del suo predecessore ma va a posizionarsi un gradino sopra di esso.
Se l’esordio All Hell aveva ricevuto il plauso di critica e pubblico, aprendogli al contempo le porte della Sub Pop; con Me Moan, sua opera prima sotto l’egida dell’etichetta di Seattle, Daughn Gibson oggi porta avanti il proprio viaggio esplorativo, alla scoperta di nuovi meandri del suo Io sonico. Comune denominatore tra le due opere è tuttavia la voce baritonale dell’ex camionista di Nazareth, Pennsylvania, in questo frangente più vicina a quella di un Nick Cave dalle tinte gotiche, che alle precedenti, cavernose, tonalità cashiane. D’altra parte al nostro era stato affibbiato l’appellativo di “gothic cowboy”, a dir poco calzante nel descrivere tanto la tetra oscurità delle sue trame sonore, quanto la presenza, tra i solchi, di lontani echi di quel country ascoltato in passato, magari alla radio, durante gli interminabili viaggi lungo le highway americane. Country sapientemente ibridato attraverso sparute iniezioni elettroniche, come in Kissing On The Blacktop, quasi un’allucinata, e mai pubblicata, session, per la serie su American Recordings, tra Johnny Cash e Martin Gore, sotto l’attenta supervisione di Rick Rubin; o come ribadito da All My Days Off, tra sulfureo rumorismo elettronico e il plumbeo ondeggiare melodico di una lapsteel. Sembra invece sbocciare dalle “Cattive Sementi” caveiane l’opener The Sound Of Law, in un funereo sussultare ritmico, con Gibson protagonista di una sensuale quanto declamatoria interpretazione vocale, che molto deve proprio al “collega” australiano. Una fascinazione sonora dalle tinte dark che sembra pervadere in particolar modo gli episodi di maggior introspezione lirica, come la liquida litania di The Pisgee Nest, o un’eterea Franco, con la presenza, sullo sfondo, degli spettri electro già elemento peculiare di All Hell. Figure soniche dalle fattezze ectoplasmatiche che fanno qui la loro comparsa, come evocate da un’immaginaria seduta spiritica, tanto nella marzialità deviata di una The Right Signs, avvolta nel finale da spire orientaleggianti, quanto nei palpiti modernisti di Phantom Rider. E se la scura fascinazione di Mad Ocean, con tanto di cornamuse campionate, sembra rappresentare l’ideale sunto sonico delle velleità artistiche e sperimentali gibsoniane, la conclusiva Into The Sea è invece un commiato, d’atmosferica intensità, da un album che non solo equipara la bontà del suo predecessore ma va a posizionarsi un gradino sopra di esso. martedì 30 luglio 2013
Rose Windows - The sun dogs
(Pubblicato su Extra! Music Magazine)
Immaginate una folle jam tra una giovane Grace Slick e i Doors, orfani di Jim Morrison, affiancati, alternativamente, tanto dalla divinatoria forza evocativa di Ravi Shankar, quanto dal rifferama, d’esoterica ruvidità blues, di un Tony Iommi, in libera uscita sabbathiana; ecco, questo è pressappoco quanto troverete contenuto in The Sun Dogs. No, non si tratta di qualche perduto bootleg, ritrovato miracolosamente solo oggi, e recante la testimonianza di un incontro sonoro tra i suddetti, magari sul palco del Fillmore di San Francisco; bensì dell’opera prima dei Rose Windows, combo proveniente, nientemeno, che dalla fu capitale del grunge, Seattle. Un debutto, quello del settetto, che scombussola letteralmente ogni coordinata spazio-temporale, fluttuando in una sorta di atemporalità sonica, nella quale sonorità rock blues di derivazione Seventies, si intrecciano a trame d’acusticità folk, con barlumi melodici, provenienti dall’Estremo Oriente, tra l’antica Persia e l’India, ad irradiare fluorescenze esotiche sullo sfondo. Un’idea sonica, quella alla base dello stesso album, che ha come proprio primario obiettivo, per l’appunto, di viaggiare pentagrammaticamente nel passato, estrapolando suoni, armonie e battiti percussivi, per plasmare poi il tutto in una nuova e vitale forma sonora. A coadiuvare i nostri in questo loro “acid trip”, troviamo in veste di produttori Boris (Earth, Master Musicians Of Bukkake) e Randall Dunn, già impegnato in passato con i Sunn O))), la cui passione per l’antropologismo sonoro ha aperto al gruppo territori d’inesplorata etnicità. Deus ex machina del progetto è il chitarrista Chris Cheveyo, con un passato da post rocker, ed autore di tutte le composizioni qui contenute. Un progetto che ha trovato tuttavia la quadratura del proprio cerchio psichedelico grazie alla voce di Rabia Shaheen Qazi, novella Grace Slick, d’orientale genealogia. Attorno a queste due “figure cardine” si accentra, creando un amalgama di sonica trascendenza, l’apporto strumentale del resto del combo. Un fondere arcaico e moderno, alla ricerca di una luce perduta, che si mostra, nel pieno del suo fascino, nell’estasi sciamanica dell’iniziale The Sun Dogs I: Spirit Modules. E se in Native Dreams sembra di ascoltare i primigeni Black Sabbath di ritorno da un viaggio di ricerca spirituale in India, nello splendore acido della ballata bluesy Walkin’ With A Woman, l’aeroplano jeffersoniano torna a volare a libero in caleidoscopici cieli lisergici. Non solo d’elettricità si nutre però la musica dei nostri, come dimostra la malia folkie di una Season Of Serpents, dove tra arpeggi acustici e soavi trame orchestrali, si respira l’aria del Laurel Canyon. Anello di congiunzione tra trance psichedelica doorsiana ed immaginifiche melodie orientali è invece il raga rock This Shroud, prima che il tutto si stemperi nella conclusiva The Sun Dogs II: Coda, abbacinante raggio di nuova luce folk. Un album, The Sun Dogs, il quale abbisogna di una mentalità musicalmente aperta per essere capito, nonché assaporato nel pieno della sua sublime, quanto straniante bellezza. Pertanto…open your mind and have a nice trip!
Immaginate una folle jam tra una giovane Grace Slick e i Doors, orfani di Jim Morrison, affiancati, alternativamente, tanto dalla divinatoria forza evocativa di Ravi Shankar, quanto dal rifferama, d’esoterica ruvidità blues, di un Tony Iommi, in libera uscita sabbathiana; ecco, questo è pressappoco quanto troverete contenuto in The Sun Dogs. No, non si tratta di qualche perduto bootleg, ritrovato miracolosamente solo oggi, e recante la testimonianza di un incontro sonoro tra i suddetti, magari sul palco del Fillmore di San Francisco; bensì dell’opera prima dei Rose Windows, combo proveniente, nientemeno, che dalla fu capitale del grunge, Seattle. Un debutto, quello del settetto, che scombussola letteralmente ogni coordinata spazio-temporale, fluttuando in una sorta di atemporalità sonica, nella quale sonorità rock blues di derivazione Seventies, si intrecciano a trame d’acusticità folk, con barlumi melodici, provenienti dall’Estremo Oriente, tra l’antica Persia e l’India, ad irradiare fluorescenze esotiche sullo sfondo. Un’idea sonica, quella alla base dello stesso album, che ha come proprio primario obiettivo, per l’appunto, di viaggiare pentagrammaticamente nel passato, estrapolando suoni, armonie e battiti percussivi, per plasmare poi il tutto in una nuova e vitale forma sonora. A coadiuvare i nostri in questo loro “acid trip”, troviamo in veste di produttori Boris (Earth, Master Musicians Of Bukkake) e Randall Dunn, già impegnato in passato con i Sunn O))), la cui passione per l’antropologismo sonoro ha aperto al gruppo territori d’inesplorata etnicità. Deus ex machina del progetto è il chitarrista Chris Cheveyo, con un passato da post rocker, ed autore di tutte le composizioni qui contenute. Un progetto che ha trovato tuttavia la quadratura del proprio cerchio psichedelico grazie alla voce di Rabia Shaheen Qazi, novella Grace Slick, d’orientale genealogia. Attorno a queste due “figure cardine” si accentra, creando un amalgama di sonica trascendenza, l’apporto strumentale del resto del combo. Un fondere arcaico e moderno, alla ricerca di una luce perduta, che si mostra, nel pieno del suo fascino, nell’estasi sciamanica dell’iniziale The Sun Dogs I: Spirit Modules. E se in Native Dreams sembra di ascoltare i primigeni Black Sabbath di ritorno da un viaggio di ricerca spirituale in India, nello splendore acido della ballata bluesy Walkin’ With A Woman, l’aeroplano jeffersoniano torna a volare a libero in caleidoscopici cieli lisergici. Non solo d’elettricità si nutre però la musica dei nostri, come dimostra la malia folkie di una Season Of Serpents, dove tra arpeggi acustici e soavi trame orchestrali, si respira l’aria del Laurel Canyon. Anello di congiunzione tra trance psichedelica doorsiana ed immaginifiche melodie orientali è invece il raga rock This Shroud, prima che il tutto si stemperi nella conclusiva The Sun Dogs II: Coda, abbacinante raggio di nuova luce folk. Un album, The Sun Dogs, il quale abbisogna di una mentalità musicalmente aperta per essere capito, nonché assaporato nel pieno della sua sublime, quanto straniante bellezza. Pertanto…open your mind and have a nice trip!ThreeLakes and the Flatland Eagles - Uncle T EP
(Pubblicato su Extra! Music Magazine)
Nel periodo di maggior formazione psico-fisica dell’essere umano, comunemente denominato infanzia, è necessaria, se non addirittura fondamentale, la presenza di una figura genitoriale, o quantomeno parentale, capace, attraverso i più diversi input sensoriali, di influenzare nel profondo il lento cammino verso la maturità. Un’influenza che può essere esercitata anche, e soprattutto, attraverso la musica, la cui transgenerazionalità ne è da sempre una delle caratteristiche peculiari. Musica, racchiusa spesso tra i solchi di polverosi e vecchi album, che appunto un padre, o il più delle volte uno zio, consegnano in dote quali sorta di sacre reliquie, e il cui estatico ascolto può provocare l’apertura di pertugi verso mondi sonori prima del tutto sconosciuti. E proprio a questi “illuminati” parenti, e in particolare modo alla figura di un ipotetico ed ideale zio, è dedicato Uncle T, nuovo Ep a nome ThreeLakes, ragione sociale dietro la quale si cela il folksinger mantovano Luca Righi. Messosi in luce precedentemente con un altro Ep, Four Days, registrato in solitaria, il nostro pare oggi abbandonare le passate velleità autartiche riprendendo, proprio dal poc’anzi menzionato extended play, tre brani, rimodellandone, per l’occasione, fattezze e architetture soniche, grazie anche all’attivo contributo delle “Aquile delle Terre Basse”, ovvero Andrea Sologni, Raffaele Marchetti e Lorenzo Cattalani. A rimaner tuttavia ben presente è una marcata matrice alternative folk, tra Mumford and Sons e Decemberists, oggi ulteriormente acuita dal lavorio strumentale dei tre nuovi compagni, teso ad arricchire l’originaria e sparuta, tavolozza sonora con nuove caleidoscopiche tonalità. Traggono giovamento da questo “trattamento” le tre vecchie composizioni, che paiono qui, nel loro dipanarsi tra arcaico e moderno, rinascere a nuova vita. Ne è un più che ottimo esempio The Accordion Player, posta in apertura, sublime nel suo fondere arie acustiche e chiaroscuri d’ascendenza indie folk, dove, su di un misurato intreccio tra corde acustiche ed elettriche, la voce di Righi spicca per malinconica intensità. Il battere palpitante di basso e batteria si erge invece a guida sonica in Gold, tra scuro splendore melodico e straziante poeticità testuale, mentre la conclusiva The Summer I Was Born, vuoi per il magniloquente crescendo ritmico, possiede un ‘impronta quasi mumfordiana, ulteriore segnale di come le nuove sementi soniche abbiano trovato terreno fertile fra i righi dei pentagrammi marchiati ThreeLakes. Aspettando l’uscita di un vero e proprio full lenght, prevista per l’autunno prossimo, Uncle T è senza dubbio una suggestiva istantanea, particolarmente a fuoco, di un progetto in costante crescita qualitativa.
Nel periodo di maggior formazione psico-fisica dell’essere umano, comunemente denominato infanzia, è necessaria, se non addirittura fondamentale, la presenza di una figura genitoriale, o quantomeno parentale, capace, attraverso i più diversi input sensoriali, di influenzare nel profondo il lento cammino verso la maturità. Un’influenza che può essere esercitata anche, e soprattutto, attraverso la musica, la cui transgenerazionalità ne è da sempre una delle caratteristiche peculiari. Musica, racchiusa spesso tra i solchi di polverosi e vecchi album, che appunto un padre, o il più delle volte uno zio, consegnano in dote quali sorta di sacre reliquie, e il cui estatico ascolto può provocare l’apertura di pertugi verso mondi sonori prima del tutto sconosciuti. E proprio a questi “illuminati” parenti, e in particolare modo alla figura di un ipotetico ed ideale zio, è dedicato Uncle T, nuovo Ep a nome ThreeLakes, ragione sociale dietro la quale si cela il folksinger mantovano Luca Righi. Messosi in luce precedentemente con un altro Ep, Four Days, registrato in solitaria, il nostro pare oggi abbandonare le passate velleità autartiche riprendendo, proprio dal poc’anzi menzionato extended play, tre brani, rimodellandone, per l’occasione, fattezze e architetture soniche, grazie anche all’attivo contributo delle “Aquile delle Terre Basse”, ovvero Andrea Sologni, Raffaele Marchetti e Lorenzo Cattalani. A rimaner tuttavia ben presente è una marcata matrice alternative folk, tra Mumford and Sons e Decemberists, oggi ulteriormente acuita dal lavorio strumentale dei tre nuovi compagni, teso ad arricchire l’originaria e sparuta, tavolozza sonora con nuove caleidoscopiche tonalità. Traggono giovamento da questo “trattamento” le tre vecchie composizioni, che paiono qui, nel loro dipanarsi tra arcaico e moderno, rinascere a nuova vita. Ne è un più che ottimo esempio The Accordion Player, posta in apertura, sublime nel suo fondere arie acustiche e chiaroscuri d’ascendenza indie folk, dove, su di un misurato intreccio tra corde acustiche ed elettriche, la voce di Righi spicca per malinconica intensità. Il battere palpitante di basso e batteria si erge invece a guida sonica in Gold, tra scuro splendore melodico e straziante poeticità testuale, mentre la conclusiva The Summer I Was Born, vuoi per il magniloquente crescendo ritmico, possiede un ‘impronta quasi mumfordiana, ulteriore segnale di come le nuove sementi soniche abbiano trovato terreno fertile fra i righi dei pentagrammi marchiati ThreeLakes. Aspettando l’uscita di un vero e proprio full lenght, prevista per l’autunno prossimo, Uncle T è senza dubbio una suggestiva istantanea, particolarmente a fuoco, di un progetto in costante crescita qualitativa. giovedì 18 luglio 2013
Robinson Treacher - Porches
(Pubblicato su Rootshighway)
Nativo dello stato di New York, Robinson Treacher fin dai suoi primi passi nel mondo discografico - prima come frontman del combo soul rock Delaware Hudson, passando per collaborazioni in odore di alternative country con i Tensleep, fino alla pubblicazione di Chrome, suo primo vagito solitario - ha sempre utilizzato la propria musica quale ideale canale attraverso cui veicolare il proprio stato interiore, in un'intensità emotiva avvertibile sin da un primo ascolto. Se il debutto a proprio nome, il suddetto Chrome per l'appunto, mostrava un songwriting ancora tuttavia acerbo, oscillante in egual misura tra blues, soul e Americana, con il nuovo Porches il nostro acuisce maggiormente l'aspetto emozionale intrinseco alla propria musica, scarnificandone ancor più le architetture sonore, eliminando inutili orpelli ed arrangiamenti tronfi che avevano in parte penalizzato il suo predecessore. Musica, quella odierna, intimistica nella sua sparuta essenzialità, con la chitarra acustica e, soprattutto, l'espressiva voce di Treacher indiscusse protagoniste, assistite solamente dalle corde di un contrabbasso, o dai misurati interventi di una lapsteel, ai quali vanno ad aggiungersi, saltuariamente, minimali battiti percussivi. Sembra registrato proprio sotto uno dei portici menzionati nel titolo, Porches, in un clima raccolto e familiare, ideale dimensione per mettere a nudo le proprie ansie e i propri sentimenti, riversandole infine su di un pentagramma. Vedono così la luce composizioni d'ampio respiro, quali la soulful Good Mind To Keep You (If You'll Stay), dall'ottimo interplay tra le cadenzate pennate della sei corde acustica e il sincopato percuotere di quelle del contrabbasso, o lo struggimento di una One More Soul dalla carezzevole grazia. E se l'opener Hopali è una rivisitazione di un vecchio spiritual, con il solo sostegno di un coro e il battere ritmico di mani e piedi, in un crescente trasporto emotivo, Long Day, Good Night, si snoda invece, come la speculare Wishin, lungo polverosi sentieri country folk, tra il leggero spazzolare di un rullante e i malinconici disegni melodici di una lapsteel. Sono i toni parchi e sommessi a prevalere, come in This Ain't Life, sospesa tra il soave pizzicare dalle sei corde acustica e una voce dal sussurrato lirismo, o in Can't Call You Again, la cui lievità ricorda il soffiare gentile della brezza primaverile. In Gone Baby Gone, bozzetto acustico d'ascendenza folkie, il nostro cede il proprio posto dietro al microfono ad Anna Perkins, la cui prestazione vocale tuttavia non sfigura affatto in un ipotetico paragone con quelle del titolare. Blind Man's Blues, dall'inizio quasi in sordina, è invece una piacevole divagazione strumentale, in bilico tra country e blues, con Treacher impegnato, con buona padronanza, in un limpido fingerpicking. Un patchwork sonoro, quello contenuto tra i solchi di Porches, capace di coinvolgere l'ascoltatore grazie ad un affascinante minimalismo sonoro, che ne è al contempo tratto distintivo.
Nativo dello stato di New York, Robinson Treacher fin dai suoi primi passi nel mondo discografico - prima come frontman del combo soul rock Delaware Hudson, passando per collaborazioni in odore di alternative country con i Tensleep, fino alla pubblicazione di Chrome, suo primo vagito solitario - ha sempre utilizzato la propria musica quale ideale canale attraverso cui veicolare il proprio stato interiore, in un'intensità emotiva avvertibile sin da un primo ascolto. Se il debutto a proprio nome, il suddetto Chrome per l'appunto, mostrava un songwriting ancora tuttavia acerbo, oscillante in egual misura tra blues, soul e Americana, con il nuovo Porches il nostro acuisce maggiormente l'aspetto emozionale intrinseco alla propria musica, scarnificandone ancor più le architetture sonore, eliminando inutili orpelli ed arrangiamenti tronfi che avevano in parte penalizzato il suo predecessore. Musica, quella odierna, intimistica nella sua sparuta essenzialità, con la chitarra acustica e, soprattutto, l'espressiva voce di Treacher indiscusse protagoniste, assistite solamente dalle corde di un contrabbasso, o dai misurati interventi di una lapsteel, ai quali vanno ad aggiungersi, saltuariamente, minimali battiti percussivi. Sembra registrato proprio sotto uno dei portici menzionati nel titolo, Porches, in un clima raccolto e familiare, ideale dimensione per mettere a nudo le proprie ansie e i propri sentimenti, riversandole infine su di un pentagramma. Vedono così la luce composizioni d'ampio respiro, quali la soulful Good Mind To Keep You (If You'll Stay), dall'ottimo interplay tra le cadenzate pennate della sei corde acustica e il sincopato percuotere di quelle del contrabbasso, o lo struggimento di una One More Soul dalla carezzevole grazia. E se l'opener Hopali è una rivisitazione di un vecchio spiritual, con il solo sostegno di un coro e il battere ritmico di mani e piedi, in un crescente trasporto emotivo, Long Day, Good Night, si snoda invece, come la speculare Wishin, lungo polverosi sentieri country folk, tra il leggero spazzolare di un rullante e i malinconici disegni melodici di una lapsteel. Sono i toni parchi e sommessi a prevalere, come in This Ain't Life, sospesa tra il soave pizzicare dalle sei corde acustica e una voce dal sussurrato lirismo, o in Can't Call You Again, la cui lievità ricorda il soffiare gentile della brezza primaverile. In Gone Baby Gone, bozzetto acustico d'ascendenza folkie, il nostro cede il proprio posto dietro al microfono ad Anna Perkins, la cui prestazione vocale tuttavia non sfigura affatto in un ipotetico paragone con quelle del titolare. Blind Man's Blues, dall'inizio quasi in sordina, è invece una piacevole divagazione strumentale, in bilico tra country e blues, con Treacher impegnato, con buona padronanza, in un limpido fingerpicking. Un patchwork sonoro, quello contenuto tra i solchi di Porches, capace di coinvolgere l'ascoltatore grazie ad un affascinante minimalismo sonoro, che ne è al contempo tratto distintivo. mercoledì 10 luglio 2013
Black Crowes @ Dieci Giorni Suonati Around Milano - Alcatraz
(Pubblicato su Extra! Music Magazine)
C’era davvero parecchia attesa per il ritorno in Italia dei Black Crowes, alla luce di una scorsa
esibizione sull’italico suolo, due anni fa in quel di Vigevano, che aveva lasciato con l’amaro in bocca più di un presente. Concerto quest’ultimo penalizzato da una congiunzione “astrale” di fattori negativi, quali una durata più che risicata, un’ora e mezza o poco più, e una stessa band non nella sua forma migliore, reduce da un lungo periodo di lontananza dai palchi. Era pertanto logico che molti fan delusi riponessero non poche aspettative in questa nuova calata italiana; una doppietta che avrebbe visto il combo di Atlanta tornare proprio in quel di Vigevano, nuovamente all’interno della
rassegna Dieci Giorni Suonati, per poi replicare il giorno seguente in terra toscana, in occasione del Pistoia Blues Festival. Un “ritorno sul luogo del delitto”, fortunatamente, scampato, in quanto l’intera rassegna vigevanese ha infine abbandonato la suggestiva cornice del Castello Sforzesco, per essere distribuita in varie location all’interno di Milano. Venue, quella adibita all’esibizione del gruppo americano, è l’Alcatraz, gremito in ogni suo più piccolo pertugio. Gettato l’autan preventivamente acquistato per difendersi dalle terribili zanzare vigevanesi, il vero nuovo nemico era rappresentato dal caldo micidiale che, solitamente, attanaglia in questo periodo una città come Milano, problema tuttavia al quale ha brillantemente ovviato l’impianto di condizionamento dello stesso locale.Con una puntualità a dir poco ineccepibile, alle 20:30 si spengono le luci in sala e il sestetto compare prontamente on stage accolto da un pubblico giubilante. Chris Robinson, camicia con maniche arrotolate e barba incolta, ha sempre più le fattezze di un Rock’n’roll Jesus, messianico portatore di un verbo musicale che ha nella sua voce, capace di scavare l’anima con la propria rochezza quanto di redimerla con estasianti vocalizzi al limite del soul, l’ideale mezzo per “convertire” gli astanti. Dietro di lui la spinta pulsante di una sezione ritmica guidata dalla batteria di Steve Gorman, nerboruto picchiatore d’estrazione bonzoniana, alla quale si affianca il preciso basso di Sven Pipien, mentre quasi defilato, nascosto tra organo e piano, trova posto Adam MacDougall, la cui presenza sonora sarà tuttavia ben avvertibile per tutta la durata del concerto. E se sulla bravura alla sei corde di Rich Robinson non vi è nulla da aggiungere, la vera sorpresa della serata si è alfine rivelato Jackie Greene, recentemente entrato a far parte della famiglia Crowes. Con alle spalle una carriera in proprio e un tour acustico in compagnia di Bob Weir e lo stesso Chris Robinson, il chitarrista californiano ha saputo reggere brillantemente il confronto con illustri predecessori quali Marc Ford e Luther Dickinson, contribuendo magistralmente all’economia sonica corviana, tra muscolari riff di grana rock blues e immaginifici barlumi solisti. Neanche il tempo di imbracciare gli strumenti che i nostri mandano letteralmente in delirio l’audience con una cinquina iniziale a dir poco da cardiopalma, a cominciare dalla consueta scarica adrenalinica di una Jealous Again accolta da un vero e proprio boato, passando per il rock’n’roll sporco e stradaiolo di Thick’n’Thin, per riesumare infine gli umori sudisti che trasudavano dal loro, secondo, meraviglioso album, The Southern Harmony And Musical Companion, con una serrata Hotel Illness, ed una torrida Black Moon Creeping, che si tinge nel finale della sacralità di un inno congregazionale. La dolente leggiadria di Bad Luck Blue Eyes Goodbye stempera la tensione rockista accumulatasi fino ad ora, in un vibrante crescendo emozionale, attorno alla sofferta interpretazione vocale robinsoniana. Medicated Goo, estratta dal songbook degli amati, e spesso rivisitati, Traffic, è invece ideale preludio ad una corale Soul Singing, assurto a vero e proprio inno hippie rock, con la platea impegnata in un collettivo singalong. Una dilatata Wiser Time mantiene intatto il proprio ruolo di nevralgico centro sonico dal quale prendono vita le velleità improvvisative del sestetto, in digressioni strumentali capaci di travalicare confini spazio temporali, tanto che chiudendo gli occhi ci si ritrova, come per incanto, in quel di Watkins Glen, anno di grazia 1973, dove sul palco stanno incrociando i propri strumenti, in un’infinita jam in bilico tra psichedelia, blues e Americana, la Band, i Grateful Dead e la Allman Brothers Band. Un calderone sonoro che trova in Chris Robinson un istrionico maestro di cerimonie, impegnato, quando non presta alla causa la propria ugola, a “dirigere” i suoi compagni con enfatici gesti. In un profluvio ininterrotto di interventi solistici, brillano per limpidezza di tocco e forza evocativa, proprio quelli di Jackie Greene, in questo frangente quasi un novello Dickey Betts. Elettricità senza freni che cede tuttavia la scena ad un intermezzo acustico con una She Talks To Angels, dalla cristallina bellezza, ulteriormente valorizzata dagli interventi al mandolino dello stesso Greene, alla quale fa seguito Whoa Mule, la cui scarna tessitura sonora, tra il tribale battere dello djembèe di Gorman e l’intrecciarsi armonico delle voci, possiede l’estatico incanto di un antico spiritual. Nuove aperture alla jam caratterizzano invece Thorn In My Pride dove, in un saliscendi armonico e ritmico, assistiamo ad un caleidoscopico fluire di assoli, con l’armonica di Chris Robinson e l’insinuante organo di MacDougall a ritagliarsi il proprio spazio, prima di ritornare a rutilanti fiammate rock’n’soul con una Remedy punto inamovibile delle recenti set list. Chiude le danze il furioso medley tra il rovente r’n’b reddighiano Hard To Handle e l’accattivante refrain di Hush, frutto della penna di Joe South, con il quale i nostri salutano una platea a dir poco festante. E se il set “regolare” si è chiuso con la rivisitazione di brani altrui, anche l’encore si apre, come ormai tradizione, con un reprise, ovvero una toccante rilettura della stonesiana No Expectations, dove il mandolino di Greene e la chitarra acustica di Chris Robinson trovano un malinconico contraltare nel sofferente scorrere del bottleneck di Rich Robinson; per poi porre definitivamente fine alle “ostilità” con il lisergico e sognante mantra Moving On Down The Line. Due ore di musica eccelsa, tra blues, soul, rock e Americana, forgiata da sei musicisti la cui bravura è pari solo all’affiatamento mostrato sul palco; una serata pressoché perfetta, a testimonianza di come i “Corvi Neri”, dopo un periodo di buio smarrimento, siano tornati a volare, liberi e selvaggi, ad altitudini musicali difficilmente raggiungibili da altre band ad essi contemporanee.
SETLIST:
Jealous Again
Thick’n’Thin
Hotel Illness
Black Moon Creeping
Bad Luck Blue Eyes Goodbye
Medicated Goo
Soul Singing
Wiser Time
She Talks To Angels
Whoa Mule
Thorn In My Pride
Remedy
Hard To Handle / Hush
ENCORE
No Expectations
Moving On Down The Line
esibizione sull’italico suolo, due anni fa in quel di Vigevano, che aveva lasciato con l’amaro in bocca più di un presente. Concerto quest’ultimo penalizzato da una congiunzione “astrale” di fattori negativi, quali una durata più che risicata, un’ora e mezza o poco più, e una stessa band non nella sua forma migliore, reduce da un lungo periodo di lontananza dai palchi. Era pertanto logico che molti fan delusi riponessero non poche aspettative in questa nuova calata italiana; una doppietta che avrebbe visto il combo di Atlanta tornare proprio in quel di Vigevano, nuovamente all’interno della
rassegna Dieci Giorni Suonati, per poi replicare il giorno seguente in terra toscana, in occasione del Pistoia Blues Festival. Un “ritorno sul luogo del delitto”, fortunatamente, scampato, in quanto l’intera rassegna vigevanese ha infine abbandonato la suggestiva cornice del Castello Sforzesco, per essere distribuita in varie location all’interno di Milano. Venue, quella adibita all’esibizione del gruppo americano, è l’Alcatraz, gremito in ogni suo più piccolo pertugio. Gettato l’autan preventivamente acquistato per difendersi dalle terribili zanzare vigevanesi, il vero nuovo nemico era rappresentato dal caldo micidiale che, solitamente, attanaglia in questo periodo una città come Milano, problema tuttavia al quale ha brillantemente ovviato l’impianto di condizionamento dello stesso locale.Con una puntualità a dir poco ineccepibile, alle 20:30 si spengono le luci in sala e il sestetto compare prontamente on stage accolto da un pubblico giubilante. Chris Robinson, camicia con maniche arrotolate e barba incolta, ha sempre più le fattezze di un Rock’n’roll Jesus, messianico portatore di un verbo musicale che ha nella sua voce, capace di scavare l’anima con la propria rochezza quanto di redimerla con estasianti vocalizzi al limite del soul, l’ideale mezzo per “convertire” gli astanti. Dietro di lui la spinta pulsante di una sezione ritmica guidata dalla batteria di Steve Gorman, nerboruto picchiatore d’estrazione bonzoniana, alla quale si affianca il preciso basso di Sven Pipien, mentre quasi defilato, nascosto tra organo e piano, trova posto Adam MacDougall, la cui presenza sonora sarà tuttavia ben avvertibile per tutta la durata del concerto. E se sulla bravura alla sei corde di Rich Robinson non vi è nulla da aggiungere, la vera sorpresa della serata si è alfine rivelato Jackie Greene, recentemente entrato a far parte della famiglia Crowes. Con alle spalle una carriera in proprio e un tour acustico in compagnia di Bob Weir e lo stesso Chris Robinson, il chitarrista californiano ha saputo reggere brillantemente il confronto con illustri predecessori quali Marc Ford e Luther Dickinson, contribuendo magistralmente all’economia sonica corviana, tra muscolari riff di grana rock blues e immaginifici barlumi solisti. Neanche il tempo di imbracciare gli strumenti che i nostri mandano letteralmente in delirio l’audience con una cinquina iniziale a dir poco da cardiopalma, a cominciare dalla consueta scarica adrenalinica di una Jealous Again accolta da un vero e proprio boato, passando per il rock’n’roll sporco e stradaiolo di Thick’n’Thin, per riesumare infine gli umori sudisti che trasudavano dal loro, secondo, meraviglioso album, The Southern Harmony And Musical Companion, con una serrata Hotel Illness, ed una torrida Black Moon Creeping, che si tinge nel finale della sacralità di un inno congregazionale. La dolente leggiadria di Bad Luck Blue Eyes Goodbye stempera la tensione rockista accumulatasi fino ad ora, in un vibrante crescendo emozionale, attorno alla sofferta interpretazione vocale robinsoniana. Medicated Goo, estratta dal songbook degli amati, e spesso rivisitati, Traffic, è invece ideale preludio ad una corale Soul Singing, assurto a vero e proprio inno hippie rock, con la platea impegnata in un collettivo singalong. Una dilatata Wiser Time mantiene intatto il proprio ruolo di nevralgico centro sonico dal quale prendono vita le velleità improvvisative del sestetto, in digressioni strumentali capaci di travalicare confini spazio temporali, tanto che chiudendo gli occhi ci si ritrova, come per incanto, in quel di Watkins Glen, anno di grazia 1973, dove sul palco stanno incrociando i propri strumenti, in un’infinita jam in bilico tra psichedelia, blues e Americana, la Band, i Grateful Dead e la Allman Brothers Band. Un calderone sonoro che trova in Chris Robinson un istrionico maestro di cerimonie, impegnato, quando non presta alla causa la propria ugola, a “dirigere” i suoi compagni con enfatici gesti. In un profluvio ininterrotto di interventi solistici, brillano per limpidezza di tocco e forza evocativa, proprio quelli di Jackie Greene, in questo frangente quasi un novello Dickey Betts. Elettricità senza freni che cede tuttavia la scena ad un intermezzo acustico con una She Talks To Angels, dalla cristallina bellezza, ulteriormente valorizzata dagli interventi al mandolino dello stesso Greene, alla quale fa seguito Whoa Mule, la cui scarna tessitura sonora, tra il tribale battere dello djembèe di Gorman e l’intrecciarsi armonico delle voci, possiede l’estatico incanto di un antico spiritual. Nuove aperture alla jam caratterizzano invece Thorn In My Pride dove, in un saliscendi armonico e ritmico, assistiamo ad un caleidoscopico fluire di assoli, con l’armonica di Chris Robinson e l’insinuante organo di MacDougall a ritagliarsi il proprio spazio, prima di ritornare a rutilanti fiammate rock’n’soul con una Remedy punto inamovibile delle recenti set list. Chiude le danze il furioso medley tra il rovente r’n’b reddighiano Hard To Handle e l’accattivante refrain di Hush, frutto della penna di Joe South, con il quale i nostri salutano una platea a dir poco festante. E se il set “regolare” si è chiuso con la rivisitazione di brani altrui, anche l’encore si apre, come ormai tradizione, con un reprise, ovvero una toccante rilettura della stonesiana No Expectations, dove il mandolino di Greene e la chitarra acustica di Chris Robinson trovano un malinconico contraltare nel sofferente scorrere del bottleneck di Rich Robinson; per poi porre definitivamente fine alle “ostilità” con il lisergico e sognante mantra Moving On Down The Line. Due ore di musica eccelsa, tra blues, soul, rock e Americana, forgiata da sei musicisti la cui bravura è pari solo all’affiatamento mostrato sul palco; una serata pressoché perfetta, a testimonianza di come i “Corvi Neri”, dopo un periodo di buio smarrimento, siano tornati a volare, liberi e selvaggi, ad altitudini musicali difficilmente raggiungibili da altre band ad essi contemporanee.
SETLIST:
Jealous Again
Thick’n’Thin
Hotel Illness
Black Moon Creeping
Bad Luck Blue Eyes Goodbye
Medicated Goo
Soul Singing
Wiser Time
She Talks To Angels
Whoa Mule
Thorn In My Pride
Remedy
Hard To Handle / Hush
ENCORE
No Expectations
Moving On Down The Line
giovedì 4 luglio 2013
Rekkiabilly - Banana Split
(Pubblicato su Extra! Music Magazine)
Per preparare un’ottima banana split occorrono nell’ordine; l’oblungo frutto ovviamente, abbondanti dosi di gelato dei più variegati sapori, alcune cucchiate di panna fresca e come guarnizione scaglie di cioccolato o di mandorle, a piacimento. Si ottiene in tal modo un dessert tanto gustoso quanto rinfrescante, proprio come la musica dei Rekkiabilly. Il combo pugliese appronta, per questa sua seconda fatica discografica, denominata appunto Banana Split, una trasposizione in musica del celeberrimo dolce d’origine statunitense, pur senza rinunciare ad un pizzico d’italianità. Un’ampia gamma d’ingredienti sonori, dalla surf music al rockabilly, dal country allo swing, vengono miscelati nelle giuste dosi per creare una stuzzicante base musicale guarnita infine da un tessuto lirico nell’italico idioma. L’album si apre tuttavia con una riproposizione dello strumentale
Six By Six, di Earl Van Dyke, fulgido esempio dell’era , e del suono, Motown, che i nostri qui rinvigoriscono e attualizzano, rielaborandolo in una sorta di ideale biglietto da visita sonico. Sembra invece di ritrovarsi di fronte ad uno resuscitato Fred Buscaglione nella successiva L’Astronauta, con quest’ultimo impegnato in una delirante jam con l’orchestra di Roy Paci, tra torrido soffiare mariachi, una sei corde elettrica d’estrazione rockabilly, ed una sezione ritmica che pulsa inarrestabile. Proprio a quella del mai troppo compianto “duro” torinese assomiglia, a livello timbrico, la voce di Dario Mattoni, chitarrista nonché frontman del quintetto, come traspare dalla medesima title track, che puzza di alcool, sigarette e vetusto swing anni ’50, o da una Lulù Swing nella quale il genere menzionato dallo stesso titolo si apre verso notturne atmosfere jazzate. Notte, Notte, Notte, a metà strada tra Louis Prima e i Ladri di Biciclette, racconta invece, con l’apporto ritmico del piano dell’ospite Pierpaolo Vitale, della voglia di far tardi dei musicisti, quasi una condanna. Altrettanto frenetica, tra fulminei stacchi e ripartenze, è il country’n’roll di Mezzanotte di Fuoco, mentre il lato più introspettivo della musica dei nostri emerge nella quasi noir Il Compare, tra insinuanti interventi fiatistici e una sezione ritmica dalla fumosa percussività. E se La Pensione è un nuovo, mosso, episodio in salsa surf-rockabilly, tra gioiosità musicale e lirismo quasi impegnato, in Questo è il Rock’n’Roll, assistiamo ad una divertente disamina del vivere suonando un genere del quale, parecchi anni or sono, un ragazzotto di Tupelo fu incoronato re. Il commiato è affidato infine ad una trasposizione in italiano di Burn Toast And Black Coffee, dal songbook di Mike Pedicin, diventata per l’occasione Toast E Caffè Arrosto, con la tromba di Rudy Latorre e il sax di Lidia Bitetti a guadagnare prepotentemente il centro della scena. Non pigiate tuttavia il tasto stop una volta concluso il brano, in quanto alla fine del minutaggio “convenzionale” ha inizio un divertissement strumentale emblematico dello shakeraggio musicale del combo barese, un ibrido tra funk e swing tutto da ascoltare. Una Banana Split d’italica fattura quella preparata dai Rekkiabilly che, per freschezza e bontà, non nulla d’invidiare a quelle servite ancor oggi oltreoceano.
Per preparare un’ottima banana split occorrono nell’ordine; l’oblungo frutto ovviamente, abbondanti dosi di gelato dei più variegati sapori, alcune cucchiate di panna fresca e come guarnizione scaglie di cioccolato o di mandorle, a piacimento. Si ottiene in tal modo un dessert tanto gustoso quanto rinfrescante, proprio come la musica dei Rekkiabilly. Il combo pugliese appronta, per questa sua seconda fatica discografica, denominata appunto Banana Split, una trasposizione in musica del celeberrimo dolce d’origine statunitense, pur senza rinunciare ad un pizzico d’italianità. Un’ampia gamma d’ingredienti sonori, dalla surf music al rockabilly, dal country allo swing, vengono miscelati nelle giuste dosi per creare una stuzzicante base musicale guarnita infine da un tessuto lirico nell’italico idioma. L’album si apre tuttavia con una riproposizione dello strumentale Six By Six, di Earl Van Dyke, fulgido esempio dell’era , e del suono, Motown, che i nostri qui rinvigoriscono e attualizzano, rielaborandolo in una sorta di ideale biglietto da visita sonico. Sembra invece di ritrovarsi di fronte ad uno resuscitato Fred Buscaglione nella successiva L’Astronauta, con quest’ultimo impegnato in una delirante jam con l’orchestra di Roy Paci, tra torrido soffiare mariachi, una sei corde elettrica d’estrazione rockabilly, ed una sezione ritmica che pulsa inarrestabile. Proprio a quella del mai troppo compianto “duro” torinese assomiglia, a livello timbrico, la voce di Dario Mattoni, chitarrista nonché frontman del quintetto, come traspare dalla medesima title track, che puzza di alcool, sigarette e vetusto swing anni ’50, o da una Lulù Swing nella quale il genere menzionato dallo stesso titolo si apre verso notturne atmosfere jazzate. Notte, Notte, Notte, a metà strada tra Louis Prima e i Ladri di Biciclette, racconta invece, con l’apporto ritmico del piano dell’ospite Pierpaolo Vitale, della voglia di far tardi dei musicisti, quasi una condanna. Altrettanto frenetica, tra fulminei stacchi e ripartenze, è il country’n’roll di Mezzanotte di Fuoco, mentre il lato più introspettivo della musica dei nostri emerge nella quasi noir Il Compare, tra insinuanti interventi fiatistici e una sezione ritmica dalla fumosa percussività. E se La Pensione è un nuovo, mosso, episodio in salsa surf-rockabilly, tra gioiosità musicale e lirismo quasi impegnato, in Questo è il Rock’n’Roll, assistiamo ad una divertente disamina del vivere suonando un genere del quale, parecchi anni or sono, un ragazzotto di Tupelo fu incoronato re. Il commiato è affidato infine ad una trasposizione in italiano di Burn Toast And Black Coffee, dal songbook di Mike Pedicin, diventata per l’occasione Toast E Caffè Arrosto, con la tromba di Rudy Latorre e il sax di Lidia Bitetti a guadagnare prepotentemente il centro della scena. Non pigiate tuttavia il tasto stop una volta concluso il brano, in quanto alla fine del minutaggio “convenzionale” ha inizio un divertissement strumentale emblematico dello shakeraggio musicale del combo barese, un ibrido tra funk e swing tutto da ascoltare. Una Banana Split d’italica fattura quella preparata dai Rekkiabilly che, per freschezza e bontà, non nulla d’invidiare a quelle servite ancor oggi oltreoceano.
martedì 2 luglio 2013
Ugo Gangheri & Nomadia - L'ammore e l'arraggia
(Pubblicato su Extra! Music Magazine)
Sedici affermazioni senza alcuna paura né pudore, sedici disperazioni accolte a braccia aperte, sedici frontiere abbattute; sedici come i piccoli ceselli melodici che vanno a comporre L’Ammore e l’Arraggia, secondo album del cantautore napoletano Ugo Gangheri, ed ideale prosieguo del suo esordio, datato 2009. Se infatti la sua opera prima, Ccà Nun Ce Stanno Liune, era stata pubblicata in sostegno di un progetto di Amref, anche per questa sua nuova fatica Gangheri dona la propria, feconda, penna in favore della medesima associazione umanitaria; unitasi per l’occasione ad Amnesty International, in una campagna di sensibilizzazione legata alla maternità e alle sue problematiche nei paesi più sottosviluppati del mondo. Campagna alla quale andranno interamente devoluti i proventi ricavati dalle vendite dello stesso album, a rimarcare ulteriormente le radici benefiche del progetto. Un album pregno di una musicalità dal mediterraneo incanto, ruotante intorno, come si evince sin dal titolo, a due sentimenti apparentemente in antitesi tra loro, quali l’amore e la rabbia, in questo frangente tuttavia fulcri emotivi intorno ai quali si muovono i sedici episodi sonici partoriti da Gangheri. Accompagnato dai fidi Nomadia, il nostro tesse calde e sinuose melodie, facendo ricorso, dal punto di vista lirico, al proprio “lessico quotidiano”, ovvero quel dialetto napoletano, strettamente legato alla sua scrittura musicale. Scrittura che si dimostra quanto mai ispirata, tanto nel suo dar vita ad una mirabile sintesi tra classica acusticità cantatutorale, d’ascendenza folk, e parche quanto mai invasive incursioni sintetiche, quanto nell’attualizzare sonorità da sempre permeanti la città partenopea, dando vita ad una nuova ed interessante concezione di cantautorato napoletano. E’ l’introspezione a prevalere, con esili arrangiamenti acustici ad avvolgere l’espressiva voce di Gangheri, pur tuttavia non mancando momenti di più variegata ed intrigante movimentazione sonora. A suggello di un’ottima quanto precisa prestazione strumentale di un gruppo, i Nomadia, per l’appunto, ormai rodato ed affiatato, giungono in aiuto del nostro anche i contributi esterni di un nutrito stuolo di ospiti, tra i quali troviamo Erriquez, in libera uscita dalla Bandabardò, un Enzo Iacchetti protagonista di un declamatorio quanto sentito intermezzo recitato, ed il vecchio amico e compagno di passate esperienze musicali, Giobbe Covatta, da tempo impegnato in prima persona quale testimonial proprio della stessa Amref. Risultato di questo sforzo “collettivo” è un doppio album da assaporare nella sua interezza, aprendosi a un mondo musicale, quello creato dai pentagrammi gangheriani, capace di dispensare non poche emozioni. Il mio consiglio, più che spassionato, è pertanto di far vostro questo L’Ammore e l’Arraggia; non solo le vostre orecchie ne trarranno beneficio, ma al contempo avrete dato un, forse piccolo ma altresì fondamentale, contributo in favore di una senza dubbio importante opera di sensibilizzazione umanitaria.
Sedici affermazioni senza alcuna paura né pudore, sedici disperazioni accolte a braccia aperte, sedici frontiere abbattute; sedici come i piccoli ceselli melodici che vanno a comporre L’Ammore e l’Arraggia, secondo album del cantautore napoletano Ugo Gangheri, ed ideale prosieguo del suo esordio, datato 2009. Se infatti la sua opera prima, Ccà Nun Ce Stanno Liune, era stata pubblicata in sostegno di un progetto di Amref, anche per questa sua nuova fatica Gangheri dona la propria, feconda, penna in favore della medesima associazione umanitaria; unitasi per l’occasione ad Amnesty International, in una campagna di sensibilizzazione legata alla maternità e alle sue problematiche nei paesi più sottosviluppati del mondo. Campagna alla quale andranno interamente devoluti i proventi ricavati dalle vendite dello stesso album, a rimarcare ulteriormente le radici benefiche del progetto. Un album pregno di una musicalità dal mediterraneo incanto, ruotante intorno, come si evince sin dal titolo, a due sentimenti apparentemente in antitesi tra loro, quali l’amore e la rabbia, in questo frangente tuttavia fulcri emotivi intorno ai quali si muovono i sedici episodi sonici partoriti da Gangheri. Accompagnato dai fidi Nomadia, il nostro tesse calde e sinuose melodie, facendo ricorso, dal punto di vista lirico, al proprio “lessico quotidiano”, ovvero quel dialetto napoletano, strettamente legato alla sua scrittura musicale. Scrittura che si dimostra quanto mai ispirata, tanto nel suo dar vita ad una mirabile sintesi tra classica acusticità cantatutorale, d’ascendenza folk, e parche quanto mai invasive incursioni sintetiche, quanto nell’attualizzare sonorità da sempre permeanti la città partenopea, dando vita ad una nuova ed interessante concezione di cantautorato napoletano. E’ l’introspezione a prevalere, con esili arrangiamenti acustici ad avvolgere l’espressiva voce di Gangheri, pur tuttavia non mancando momenti di più variegata ed intrigante movimentazione sonora. A suggello di un’ottima quanto precisa prestazione strumentale di un gruppo, i Nomadia, per l’appunto, ormai rodato ed affiatato, giungono in aiuto del nostro anche i contributi esterni di un nutrito stuolo di ospiti, tra i quali troviamo Erriquez, in libera uscita dalla Bandabardò, un Enzo Iacchetti protagonista di un declamatorio quanto sentito intermezzo recitato, ed il vecchio amico e compagno di passate esperienze musicali, Giobbe Covatta, da tempo impegnato in prima persona quale testimonial proprio della stessa Amref. Risultato di questo sforzo “collettivo” è un doppio album da assaporare nella sua interezza, aprendosi a un mondo musicale, quello creato dai pentagrammi gangheriani, capace di dispensare non poche emozioni. Il mio consiglio, più che spassionato, è pertanto di far vostro questo L’Ammore e l’Arraggia; non solo le vostre orecchie ne trarranno beneficio, ma al contempo avrete dato un, forse piccolo ma altresì fondamentale, contributo in favore di una senza dubbio importante opera di sensibilizzazione umanitaria. giovedì 27 giugno 2013
The Danberrys - The Danberrys
(Pubblicato su Rootshighway)
"You can't judge a book by looking at the cover" cantava Elias Bates McDaniel, meglio conosciuto come Bo Diddley. Niente di più vero, anche se, per quanto riguarda l'omonimo debutto dei Danberrys, la copertina riveste un ruolo di notevole importanza, se non nel dare un giudizio a priori sulla bontà della loro proposta sonora, quanto meno nel farsi un'idea sulle coordinate stilistiche sulle quali quest'ultima si attesta. Copertina che, a livello iconografico, riconduce ad un'arcaica vita rurale, con un vecchio fienile in primo piano, non dissimile da quello presente su di una recente fatica discografica di mastro Willie Nelson, dal titolo Country Music, altrettanto esplicativo di quanto contenuto al suo interno. E proprio quest'ultima è la materia sonora che i due coniugi Dorothy Daniel e Ben DeBerry (la cui unione dei cognomi dà vita alla loro odierna ragione sociale) plasmano con perizia, ibridandola con scure trame folkie, per poi rinvigorirla attraverso palpitanti pulsioni ritmiche, debitrici tanto verso il più ruspante bluegrass quanto nei confronti di sincopate movenze di derivazione funk. Il tutto suonato mediante strumenti acustici, con i due "titolari" impegnati, oltre che al canto, alle sei corde, caparbiamente sostenuti dal contrabbasso di Jon Cavendish, e dai ricami melodici del mandolino di Ethan Ballinger e del violino di Christian Sedelmeyer. Un quintetto dall'impostazione "classica" quindi, almeno in base ai canoni stilistici del genere proposto, tuttavia versatile nel suo passare, con nonchalance, da ballate di crepuscolare fascino folk ad ariose fughe grassy. Versatilità che trova la propria sublimazione in questo loro primo full lenght, che giunge alle stampe dopo un EP, Company Store, e due successivi singoli; registrato in due differenti studi tra il verde bucolico delle campagne del Tennessee. Un lavoro in grado non solo in grado di mostrare il livello di maturità raggiunto dalla scrittura dei due coniugi, le cui penne si muovono armoniosamente su pentagramma come le loro voci sulle splendide melodie contenute tra i solchi del medesimo album; ma riesce altresì nel non facile intento di trasporre su nastro quell'aura di genuinità che la loro musica irradia. Ne è esempio l'opener Here We Go Round, deliziosa nella sua grazia folkie, arricchita da esili echi gospel, dove emerge la dolente interpretazione vocale della Daniel, ulteriormente acuita dai controcanti del proprio consorte. Voci che si avvicendano nell'altrettanto raccolta Blow On Wind, per poi unirsi infine, in enfatiche armonizzazioni, in Meet Me There, inno cristiano del Diciannovesimo Secolo, opera della poetessa Fanny Crosby. Altrettanto degni di menzione sono anche i brani dal più sostenuto incedere, come il caracollante country'n'grass Big Rig, o una Rain In The Rock dai sentori irish, fino alle cadenze funk della corale Come Give It, ulteriore esempio dell'eclettismo di un quintetto, il cui debutto colpisce tanto per bontà quanto per freschezza e vitalità.
"You can't judge a book by looking at the cover" cantava Elias Bates McDaniel, meglio conosciuto come Bo Diddley. Niente di più vero, anche se, per quanto riguarda l'omonimo debutto dei Danberrys, la copertina riveste un ruolo di notevole importanza, se non nel dare un giudizio a priori sulla bontà della loro proposta sonora, quanto meno nel farsi un'idea sulle coordinate stilistiche sulle quali quest'ultima si attesta. Copertina che, a livello iconografico, riconduce ad un'arcaica vita rurale, con un vecchio fienile in primo piano, non dissimile da quello presente su di una recente fatica discografica di mastro Willie Nelson, dal titolo Country Music, altrettanto esplicativo di quanto contenuto al suo interno. E proprio quest'ultima è la materia sonora che i due coniugi Dorothy Daniel e Ben DeBerry (la cui unione dei cognomi dà vita alla loro odierna ragione sociale) plasmano con perizia, ibridandola con scure trame folkie, per poi rinvigorirla attraverso palpitanti pulsioni ritmiche, debitrici tanto verso il più ruspante bluegrass quanto nei confronti di sincopate movenze di derivazione funk. Il tutto suonato mediante strumenti acustici, con i due "titolari" impegnati, oltre che al canto, alle sei corde, caparbiamente sostenuti dal contrabbasso di Jon Cavendish, e dai ricami melodici del mandolino di Ethan Ballinger e del violino di Christian Sedelmeyer. Un quintetto dall'impostazione "classica" quindi, almeno in base ai canoni stilistici del genere proposto, tuttavia versatile nel suo passare, con nonchalance, da ballate di crepuscolare fascino folk ad ariose fughe grassy. Versatilità che trova la propria sublimazione in questo loro primo full lenght, che giunge alle stampe dopo un EP, Company Store, e due successivi singoli; registrato in due differenti studi tra il verde bucolico delle campagne del Tennessee. Un lavoro in grado non solo in grado di mostrare il livello di maturità raggiunto dalla scrittura dei due coniugi, le cui penne si muovono armoniosamente su pentagramma come le loro voci sulle splendide melodie contenute tra i solchi del medesimo album; ma riesce altresì nel non facile intento di trasporre su nastro quell'aura di genuinità che la loro musica irradia. Ne è esempio l'opener Here We Go Round, deliziosa nella sua grazia folkie, arricchita da esili echi gospel, dove emerge la dolente interpretazione vocale della Daniel, ulteriormente acuita dai controcanti del proprio consorte. Voci che si avvicendano nell'altrettanto raccolta Blow On Wind, per poi unirsi infine, in enfatiche armonizzazioni, in Meet Me There, inno cristiano del Diciannovesimo Secolo, opera della poetessa Fanny Crosby. Altrettanto degni di menzione sono anche i brani dal più sostenuto incedere, come il caracollante country'n'grass Big Rig, o una Rain In The Rock dai sentori irish, fino alle cadenze funk della corale Come Give It, ulteriore esempio dell'eclettismo di un quintetto, il cui debutto colpisce tanto per bontà quanto per freschezza e vitalità.
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