Immaginate una folle jam tra una giovane Grace Slick e i Doors, orfani di Jim Morrison, affiancati, alternativamente, tanto dalla divinatoria forza evocativa di Ravi Shankar, quanto dal rifferama, d’esoterica ruvidità blues, di un Tony Iommi, in libera uscita sabbathiana; ecco, questo è pressappoco quanto troverete contenuto in The Sun Dogs. No, non si tratta di qualche perduto bootleg, ritrovato miracolosamente solo oggi, e recante la testimonianza di un incontro sonoro tra i suddetti, magari sul palco del Fillmore di San Francisco; bensì dell’opera prima dei Rose Windows, combo proveniente, nientemeno, che dalla fu capitale del grunge, Seattle. Un debutto, quello del settetto, che scombussola letteralmente ogni coordinata spazio-temporale, fluttuando in una sorta di atemporalità sonica, nella quale sonorità rock blues di derivazione Seventies, si intrecciano a trame d’acusticità folk, con barlumi melodici, provenienti dall’Estremo Oriente, tra l’antica Persia e l’India, ad irradiare fluorescenze esotiche sullo sfondo. Un’idea sonica, quella alla base dello stesso album, che ha come proprio primario obiettivo, per l’appunto, di viaggiare pentagrammaticamente nel passato, estrapolando suoni, armonie e battiti percussivi, per plasmare poi il tutto in una nuova e vitale forma sonora. A coadiuvare i nostri in questo loro “acid trip”, troviamo in veste di produttori Boris (Earth, Master Musicians Of Bukkake) e Randall Dunn, già impegnato in passato con i Sunn O))), la cui passione per l’antropologismo sonoro ha aperto al gruppo territori d’inesplorata etnicità. Deus ex machina del progetto è il chitarrista Chris Cheveyo, con un passato da post rocker, ed autore di tutte le composizioni qui contenute. Un progetto che ha trovato tuttavia la quadratura del proprio cerchio psichedelico grazie alla voce di Rabia Shaheen Qazi, novella Grace Slick, d’orientale genealogia. Attorno a queste due “figure cardine” si accentra, creando un amalgama di sonica trascendenza, l’apporto strumentale del resto del combo. Un fondere arcaico e moderno, alla ricerca di una luce perduta, che si mostra, nel pieno del suo fascino, nell’estasi sciamanica dell’iniziale The Sun Dogs I: Spirit Modules. E se in Native Dreams sembra di ascoltare i primigeni Black Sabbath di ritorno da un viaggio di ricerca spirituale in India, nello splendore acido della ballata bluesy Walkin’ With A Woman, l’aeroplano jeffersoniano torna a volare a libero in caleidoscopici cieli lisergici. Non solo d’elettricità si nutre però la musica dei nostri, come dimostra la malia folkie di una Season Of Serpents, dove tra arpeggi acustici e soavi trame orchestrali, si respira l’aria del Laurel Canyon. Anello di congiunzione tra trance psichedelica doorsiana ed immaginifiche melodie orientali è invece il raga rock This Shroud, prima che il tutto si stemperi nella conclusiva The Sun Dogs II: Coda, abbacinante raggio di nuova luce folk. Un album, The Sun Dogs, il quale abbisogna di una mentalità musicalmente aperta per essere capito, nonché assaporato nel pieno della sua sublime, quanto straniante bellezza. Pertanto…open your mind and have a nice trip!martedì 30 luglio 2013
Rose Windows - The sun dogs
(Pubblicato su Extra! Music Magazine)
Immaginate una folle jam tra una giovane Grace Slick e i Doors, orfani di Jim Morrison, affiancati, alternativamente, tanto dalla divinatoria forza evocativa di Ravi Shankar, quanto dal rifferama, d’esoterica ruvidità blues, di un Tony Iommi, in libera uscita sabbathiana; ecco, questo è pressappoco quanto troverete contenuto in The Sun Dogs. No, non si tratta di qualche perduto bootleg, ritrovato miracolosamente solo oggi, e recante la testimonianza di un incontro sonoro tra i suddetti, magari sul palco del Fillmore di San Francisco; bensì dell’opera prima dei Rose Windows, combo proveniente, nientemeno, che dalla fu capitale del grunge, Seattle. Un debutto, quello del settetto, che scombussola letteralmente ogni coordinata spazio-temporale, fluttuando in una sorta di atemporalità sonica, nella quale sonorità rock blues di derivazione Seventies, si intrecciano a trame d’acusticità folk, con barlumi melodici, provenienti dall’Estremo Oriente, tra l’antica Persia e l’India, ad irradiare fluorescenze esotiche sullo sfondo. Un’idea sonica, quella alla base dello stesso album, che ha come proprio primario obiettivo, per l’appunto, di viaggiare pentagrammaticamente nel passato, estrapolando suoni, armonie e battiti percussivi, per plasmare poi il tutto in una nuova e vitale forma sonora. A coadiuvare i nostri in questo loro “acid trip”, troviamo in veste di produttori Boris (Earth, Master Musicians Of Bukkake) e Randall Dunn, già impegnato in passato con i Sunn O))), la cui passione per l’antropologismo sonoro ha aperto al gruppo territori d’inesplorata etnicità. Deus ex machina del progetto è il chitarrista Chris Cheveyo, con un passato da post rocker, ed autore di tutte le composizioni qui contenute. Un progetto che ha trovato tuttavia la quadratura del proprio cerchio psichedelico grazie alla voce di Rabia Shaheen Qazi, novella Grace Slick, d’orientale genealogia. Attorno a queste due “figure cardine” si accentra, creando un amalgama di sonica trascendenza, l’apporto strumentale del resto del combo. Un fondere arcaico e moderno, alla ricerca di una luce perduta, che si mostra, nel pieno del suo fascino, nell’estasi sciamanica dell’iniziale The Sun Dogs I: Spirit Modules. E se in Native Dreams sembra di ascoltare i primigeni Black Sabbath di ritorno da un viaggio di ricerca spirituale in India, nello splendore acido della ballata bluesy Walkin’ With A Woman, l’aeroplano jeffersoniano torna a volare a libero in caleidoscopici cieli lisergici. Non solo d’elettricità si nutre però la musica dei nostri, come dimostra la malia folkie di una Season Of Serpents, dove tra arpeggi acustici e soavi trame orchestrali, si respira l’aria del Laurel Canyon. Anello di congiunzione tra trance psichedelica doorsiana ed immaginifiche melodie orientali è invece il raga rock This Shroud, prima che il tutto si stemperi nella conclusiva The Sun Dogs II: Coda, abbacinante raggio di nuova luce folk. Un album, The Sun Dogs, il quale abbisogna di una mentalità musicalmente aperta per essere capito, nonché assaporato nel pieno della sua sublime, quanto straniante bellezza. Pertanto…open your mind and have a nice trip!
Immaginate una folle jam tra una giovane Grace Slick e i Doors, orfani di Jim Morrison, affiancati, alternativamente, tanto dalla divinatoria forza evocativa di Ravi Shankar, quanto dal rifferama, d’esoterica ruvidità blues, di un Tony Iommi, in libera uscita sabbathiana; ecco, questo è pressappoco quanto troverete contenuto in The Sun Dogs. No, non si tratta di qualche perduto bootleg, ritrovato miracolosamente solo oggi, e recante la testimonianza di un incontro sonoro tra i suddetti, magari sul palco del Fillmore di San Francisco; bensì dell’opera prima dei Rose Windows, combo proveniente, nientemeno, che dalla fu capitale del grunge, Seattle. Un debutto, quello del settetto, che scombussola letteralmente ogni coordinata spazio-temporale, fluttuando in una sorta di atemporalità sonica, nella quale sonorità rock blues di derivazione Seventies, si intrecciano a trame d’acusticità folk, con barlumi melodici, provenienti dall’Estremo Oriente, tra l’antica Persia e l’India, ad irradiare fluorescenze esotiche sullo sfondo. Un’idea sonica, quella alla base dello stesso album, che ha come proprio primario obiettivo, per l’appunto, di viaggiare pentagrammaticamente nel passato, estrapolando suoni, armonie e battiti percussivi, per plasmare poi il tutto in una nuova e vitale forma sonora. A coadiuvare i nostri in questo loro “acid trip”, troviamo in veste di produttori Boris (Earth, Master Musicians Of Bukkake) e Randall Dunn, già impegnato in passato con i Sunn O))), la cui passione per l’antropologismo sonoro ha aperto al gruppo territori d’inesplorata etnicità. Deus ex machina del progetto è il chitarrista Chris Cheveyo, con un passato da post rocker, ed autore di tutte le composizioni qui contenute. Un progetto che ha trovato tuttavia la quadratura del proprio cerchio psichedelico grazie alla voce di Rabia Shaheen Qazi, novella Grace Slick, d’orientale genealogia. Attorno a queste due “figure cardine” si accentra, creando un amalgama di sonica trascendenza, l’apporto strumentale del resto del combo. Un fondere arcaico e moderno, alla ricerca di una luce perduta, che si mostra, nel pieno del suo fascino, nell’estasi sciamanica dell’iniziale The Sun Dogs I: Spirit Modules. E se in Native Dreams sembra di ascoltare i primigeni Black Sabbath di ritorno da un viaggio di ricerca spirituale in India, nello splendore acido della ballata bluesy Walkin’ With A Woman, l’aeroplano jeffersoniano torna a volare a libero in caleidoscopici cieli lisergici. Non solo d’elettricità si nutre però la musica dei nostri, come dimostra la malia folkie di una Season Of Serpents, dove tra arpeggi acustici e soavi trame orchestrali, si respira l’aria del Laurel Canyon. Anello di congiunzione tra trance psichedelica doorsiana ed immaginifiche melodie orientali è invece il raga rock This Shroud, prima che il tutto si stemperi nella conclusiva The Sun Dogs II: Coda, abbacinante raggio di nuova luce folk. Un album, The Sun Dogs, il quale abbisogna di una mentalità musicalmente aperta per essere capito, nonché assaporato nel pieno della sua sublime, quanto straniante bellezza. Pertanto…open your mind and have a nice trip!ThreeLakes and the Flatland Eagles - Uncle T EP
(Pubblicato su Extra! Music Magazine)
Nel periodo di maggior formazione psico-fisica dell’essere umano, comunemente denominato infanzia, è necessaria, se non addirittura fondamentale, la presenza di una figura genitoriale, o quantomeno parentale, capace, attraverso i più diversi input sensoriali, di influenzare nel profondo il lento cammino verso la maturità. Un’influenza che può essere esercitata anche, e soprattutto, attraverso la musica, la cui transgenerazionalità ne è da sempre una delle caratteristiche peculiari. Musica, racchiusa spesso tra i solchi di polverosi e vecchi album, che appunto un padre, o il più delle volte uno zio, consegnano in dote quali sorta di sacre reliquie, e il cui estatico ascolto può provocare l’apertura di pertugi verso mondi sonori prima del tutto sconosciuti. E proprio a questi “illuminati” parenti, e in particolare modo alla figura di un ipotetico ed ideale zio, è dedicato Uncle T, nuovo Ep a nome ThreeLakes, ragione sociale dietro la quale si cela il folksinger mantovano Luca Righi. Messosi in luce precedentemente con un altro Ep, Four Days, registrato in solitaria, il nostro pare oggi abbandonare le passate velleità autartiche riprendendo, proprio dal poc’anzi menzionato extended play, tre brani, rimodellandone, per l’occasione, fattezze e architetture soniche, grazie anche all’attivo contributo delle “Aquile delle Terre Basse”, ovvero Andrea Sologni, Raffaele Marchetti e Lorenzo Cattalani. A rimaner tuttavia ben presente è una marcata matrice alternative folk, tra Mumford and Sons e Decemberists, oggi ulteriormente acuita dal lavorio strumentale dei tre nuovi compagni, teso ad arricchire l’originaria e sparuta, tavolozza sonora con nuove caleidoscopiche tonalità. Traggono giovamento da questo “trattamento” le tre vecchie composizioni, che paiono qui, nel loro dipanarsi tra arcaico e moderno, rinascere a nuova vita. Ne è un più che ottimo esempio The Accordion Player, posta in apertura, sublime nel suo fondere arie acustiche e chiaroscuri d’ascendenza indie folk, dove, su di un misurato intreccio tra corde acustiche ed elettriche, la voce di Righi spicca per malinconica intensità. Il battere palpitante di basso e batteria si erge invece a guida sonica in Gold, tra scuro splendore melodico e straziante poeticità testuale, mentre la conclusiva The Summer I Was Born, vuoi per il magniloquente crescendo ritmico, possiede un ‘impronta quasi mumfordiana, ulteriore segnale di come le nuove sementi soniche abbiano trovato terreno fertile fra i righi dei pentagrammi marchiati ThreeLakes. Aspettando l’uscita di un vero e proprio full lenght, prevista per l’autunno prossimo, Uncle T è senza dubbio una suggestiva istantanea, particolarmente a fuoco, di un progetto in costante crescita qualitativa.
Nel periodo di maggior formazione psico-fisica dell’essere umano, comunemente denominato infanzia, è necessaria, se non addirittura fondamentale, la presenza di una figura genitoriale, o quantomeno parentale, capace, attraverso i più diversi input sensoriali, di influenzare nel profondo il lento cammino verso la maturità. Un’influenza che può essere esercitata anche, e soprattutto, attraverso la musica, la cui transgenerazionalità ne è da sempre una delle caratteristiche peculiari. Musica, racchiusa spesso tra i solchi di polverosi e vecchi album, che appunto un padre, o il più delle volte uno zio, consegnano in dote quali sorta di sacre reliquie, e il cui estatico ascolto può provocare l’apertura di pertugi verso mondi sonori prima del tutto sconosciuti. E proprio a questi “illuminati” parenti, e in particolare modo alla figura di un ipotetico ed ideale zio, è dedicato Uncle T, nuovo Ep a nome ThreeLakes, ragione sociale dietro la quale si cela il folksinger mantovano Luca Righi. Messosi in luce precedentemente con un altro Ep, Four Days, registrato in solitaria, il nostro pare oggi abbandonare le passate velleità autartiche riprendendo, proprio dal poc’anzi menzionato extended play, tre brani, rimodellandone, per l’occasione, fattezze e architetture soniche, grazie anche all’attivo contributo delle “Aquile delle Terre Basse”, ovvero Andrea Sologni, Raffaele Marchetti e Lorenzo Cattalani. A rimaner tuttavia ben presente è una marcata matrice alternative folk, tra Mumford and Sons e Decemberists, oggi ulteriormente acuita dal lavorio strumentale dei tre nuovi compagni, teso ad arricchire l’originaria e sparuta, tavolozza sonora con nuove caleidoscopiche tonalità. Traggono giovamento da questo “trattamento” le tre vecchie composizioni, che paiono qui, nel loro dipanarsi tra arcaico e moderno, rinascere a nuova vita. Ne è un più che ottimo esempio The Accordion Player, posta in apertura, sublime nel suo fondere arie acustiche e chiaroscuri d’ascendenza indie folk, dove, su di un misurato intreccio tra corde acustiche ed elettriche, la voce di Righi spicca per malinconica intensità. Il battere palpitante di basso e batteria si erge invece a guida sonica in Gold, tra scuro splendore melodico e straziante poeticità testuale, mentre la conclusiva The Summer I Was Born, vuoi per il magniloquente crescendo ritmico, possiede un ‘impronta quasi mumfordiana, ulteriore segnale di come le nuove sementi soniche abbiano trovato terreno fertile fra i righi dei pentagrammi marchiati ThreeLakes. Aspettando l’uscita di un vero e proprio full lenght, prevista per l’autunno prossimo, Uncle T è senza dubbio una suggestiva istantanea, particolarmente a fuoco, di un progetto in costante crescita qualitativa. giovedì 18 luglio 2013
Robinson Treacher - Porches
(Pubblicato su Rootshighway)
Nativo dello stato di New York, Robinson Treacher fin dai suoi primi passi nel mondo discografico - prima come frontman del combo soul rock Delaware Hudson, passando per collaborazioni in odore di alternative country con i Tensleep, fino alla pubblicazione di Chrome, suo primo vagito solitario - ha sempre utilizzato la propria musica quale ideale canale attraverso cui veicolare il proprio stato interiore, in un'intensità emotiva avvertibile sin da un primo ascolto. Se il debutto a proprio nome, il suddetto Chrome per l'appunto, mostrava un songwriting ancora tuttavia acerbo, oscillante in egual misura tra blues, soul e Americana, con il nuovo Porches il nostro acuisce maggiormente l'aspetto emozionale intrinseco alla propria musica, scarnificandone ancor più le architetture sonore, eliminando inutili orpelli ed arrangiamenti tronfi che avevano in parte penalizzato il suo predecessore. Musica, quella odierna, intimistica nella sua sparuta essenzialità, con la chitarra acustica e, soprattutto, l'espressiva voce di Treacher indiscusse protagoniste, assistite solamente dalle corde di un contrabbasso, o dai misurati interventi di una lapsteel, ai quali vanno ad aggiungersi, saltuariamente, minimali battiti percussivi. Sembra registrato proprio sotto uno dei portici menzionati nel titolo, Porches, in un clima raccolto e familiare, ideale dimensione per mettere a nudo le proprie ansie e i propri sentimenti, riversandole infine su di un pentagramma. Vedono così la luce composizioni d'ampio respiro, quali la soulful Good Mind To Keep You (If You'll Stay), dall'ottimo interplay tra le cadenzate pennate della sei corde acustica e il sincopato percuotere di quelle del contrabbasso, o lo struggimento di una One More Soul dalla carezzevole grazia. E se l'opener Hopali è una rivisitazione di un vecchio spiritual, con il solo sostegno di un coro e il battere ritmico di mani e piedi, in un crescente trasporto emotivo, Long Day, Good Night, si snoda invece, come la speculare Wishin, lungo polverosi sentieri country folk, tra il leggero spazzolare di un rullante e i malinconici disegni melodici di una lapsteel. Sono i toni parchi e sommessi a prevalere, come in This Ain't Life, sospesa tra il soave pizzicare dalle sei corde acustica e una voce dal sussurrato lirismo, o in Can't Call You Again, la cui lievità ricorda il soffiare gentile della brezza primaverile. In Gone Baby Gone, bozzetto acustico d'ascendenza folkie, il nostro cede il proprio posto dietro al microfono ad Anna Perkins, la cui prestazione vocale tuttavia non sfigura affatto in un ipotetico paragone con quelle del titolare. Blind Man's Blues, dall'inizio quasi in sordina, è invece una piacevole divagazione strumentale, in bilico tra country e blues, con Treacher impegnato, con buona padronanza, in un limpido fingerpicking. Un patchwork sonoro, quello contenuto tra i solchi di Porches, capace di coinvolgere l'ascoltatore grazie ad un affascinante minimalismo sonoro, che ne è al contempo tratto distintivo.
Nativo dello stato di New York, Robinson Treacher fin dai suoi primi passi nel mondo discografico - prima come frontman del combo soul rock Delaware Hudson, passando per collaborazioni in odore di alternative country con i Tensleep, fino alla pubblicazione di Chrome, suo primo vagito solitario - ha sempre utilizzato la propria musica quale ideale canale attraverso cui veicolare il proprio stato interiore, in un'intensità emotiva avvertibile sin da un primo ascolto. Se il debutto a proprio nome, il suddetto Chrome per l'appunto, mostrava un songwriting ancora tuttavia acerbo, oscillante in egual misura tra blues, soul e Americana, con il nuovo Porches il nostro acuisce maggiormente l'aspetto emozionale intrinseco alla propria musica, scarnificandone ancor più le architetture sonore, eliminando inutili orpelli ed arrangiamenti tronfi che avevano in parte penalizzato il suo predecessore. Musica, quella odierna, intimistica nella sua sparuta essenzialità, con la chitarra acustica e, soprattutto, l'espressiva voce di Treacher indiscusse protagoniste, assistite solamente dalle corde di un contrabbasso, o dai misurati interventi di una lapsteel, ai quali vanno ad aggiungersi, saltuariamente, minimali battiti percussivi. Sembra registrato proprio sotto uno dei portici menzionati nel titolo, Porches, in un clima raccolto e familiare, ideale dimensione per mettere a nudo le proprie ansie e i propri sentimenti, riversandole infine su di un pentagramma. Vedono così la luce composizioni d'ampio respiro, quali la soulful Good Mind To Keep You (If You'll Stay), dall'ottimo interplay tra le cadenzate pennate della sei corde acustica e il sincopato percuotere di quelle del contrabbasso, o lo struggimento di una One More Soul dalla carezzevole grazia. E se l'opener Hopali è una rivisitazione di un vecchio spiritual, con il solo sostegno di un coro e il battere ritmico di mani e piedi, in un crescente trasporto emotivo, Long Day, Good Night, si snoda invece, come la speculare Wishin, lungo polverosi sentieri country folk, tra il leggero spazzolare di un rullante e i malinconici disegni melodici di una lapsteel. Sono i toni parchi e sommessi a prevalere, come in This Ain't Life, sospesa tra il soave pizzicare dalle sei corde acustica e una voce dal sussurrato lirismo, o in Can't Call You Again, la cui lievità ricorda il soffiare gentile della brezza primaverile. In Gone Baby Gone, bozzetto acustico d'ascendenza folkie, il nostro cede il proprio posto dietro al microfono ad Anna Perkins, la cui prestazione vocale tuttavia non sfigura affatto in un ipotetico paragone con quelle del titolare. Blind Man's Blues, dall'inizio quasi in sordina, è invece una piacevole divagazione strumentale, in bilico tra country e blues, con Treacher impegnato, con buona padronanza, in un limpido fingerpicking. Un patchwork sonoro, quello contenuto tra i solchi di Porches, capace di coinvolgere l'ascoltatore grazie ad un affascinante minimalismo sonoro, che ne è al contempo tratto distintivo. mercoledì 10 luglio 2013
Black Crowes @ Dieci Giorni Suonati Around Milano - Alcatraz
(Pubblicato su Extra! Music Magazine)
C’era davvero parecchia attesa per il ritorno in Italia dei Black Crowes, alla luce di una scorsa
esibizione sull’italico suolo, due anni fa in quel di Vigevano, che aveva lasciato con l’amaro in bocca più di un presente. Concerto quest’ultimo penalizzato da una congiunzione “astrale” di fattori negativi, quali una durata più che risicata, un’ora e mezza o poco più, e una stessa band non nella sua forma migliore, reduce da un lungo periodo di lontananza dai palchi. Era pertanto logico che molti fan delusi riponessero non poche aspettative in questa nuova calata italiana; una doppietta che avrebbe visto il combo di Atlanta tornare proprio in quel di Vigevano, nuovamente all’interno della
rassegna Dieci Giorni Suonati, per poi replicare il giorno seguente in terra toscana, in occasione del Pistoia Blues Festival. Un “ritorno sul luogo del delitto”, fortunatamente, scampato, in quanto l’intera rassegna vigevanese ha infine abbandonato la suggestiva cornice del Castello Sforzesco, per essere distribuita in varie location all’interno di Milano. Venue, quella adibita all’esibizione del gruppo americano, è l’Alcatraz, gremito in ogni suo più piccolo pertugio. Gettato l’autan preventivamente acquistato per difendersi dalle terribili zanzare vigevanesi, il vero nuovo nemico era rappresentato dal caldo micidiale che, solitamente, attanaglia in questo periodo una città come Milano, problema tuttavia al quale ha brillantemente ovviato l’impianto di condizionamento dello stesso locale.Con una puntualità a dir poco ineccepibile, alle 20:30 si spengono le luci in sala e il sestetto compare prontamente on stage accolto da un pubblico giubilante. Chris Robinson, camicia con maniche arrotolate e barba incolta, ha sempre più le fattezze di un Rock’n’roll Jesus, messianico portatore di un verbo musicale che ha nella sua voce, capace di scavare l’anima con la propria rochezza quanto di redimerla con estasianti vocalizzi al limite del soul, l’ideale mezzo per “convertire” gli astanti. Dietro di lui la spinta pulsante di una sezione ritmica guidata dalla batteria di Steve Gorman, nerboruto picchiatore d’estrazione bonzoniana, alla quale si affianca il preciso basso di Sven Pipien, mentre quasi defilato, nascosto tra organo e piano, trova posto Adam MacDougall, la cui presenza sonora sarà tuttavia ben avvertibile per tutta la durata del concerto. E se sulla bravura alla sei corde di Rich Robinson non vi è nulla da aggiungere, la vera sorpresa della serata si è alfine rivelato Jackie Greene, recentemente entrato a far parte della famiglia Crowes. Con alle spalle una carriera in proprio e un tour acustico in compagnia di Bob Weir e lo stesso Chris Robinson, il chitarrista californiano ha saputo reggere brillantemente il confronto con illustri predecessori quali Marc Ford e Luther Dickinson, contribuendo magistralmente all’economia sonica corviana, tra muscolari riff di grana rock blues e immaginifici barlumi solisti. Neanche il tempo di imbracciare gli strumenti che i nostri mandano letteralmente in delirio l’audience con una cinquina iniziale a dir poco da cardiopalma, a cominciare dalla consueta scarica adrenalinica di una Jealous Again accolta da un vero e proprio boato, passando per il rock’n’roll sporco e stradaiolo di Thick’n’Thin, per riesumare infine gli umori sudisti che trasudavano dal loro, secondo, meraviglioso album, The Southern Harmony And Musical Companion, con una serrata Hotel Illness, ed una torrida Black Moon Creeping, che si tinge nel finale della sacralità di un inno congregazionale. La dolente leggiadria di Bad Luck Blue Eyes Goodbye stempera la tensione rockista accumulatasi fino ad ora, in un vibrante crescendo emozionale, attorno alla sofferta interpretazione vocale robinsoniana. Medicated Goo, estratta dal songbook degli amati, e spesso rivisitati, Traffic, è invece ideale preludio ad una corale Soul Singing, assurto a vero e proprio inno hippie rock, con la platea impegnata in un collettivo singalong. Una dilatata Wiser Time mantiene intatto il proprio ruolo di nevralgico centro sonico dal quale prendono vita le velleità improvvisative del sestetto, in digressioni strumentali capaci di travalicare confini spazio temporali, tanto che chiudendo gli occhi ci si ritrova, come per incanto, in quel di Watkins Glen, anno di grazia 1973, dove sul palco stanno incrociando i propri strumenti, in un’infinita jam in bilico tra psichedelia, blues e Americana, la Band, i Grateful Dead e la Allman Brothers Band. Un calderone sonoro che trova in Chris Robinson un istrionico maestro di cerimonie, impegnato, quando non presta alla causa la propria ugola, a “dirigere” i suoi compagni con enfatici gesti. In un profluvio ininterrotto di interventi solistici, brillano per limpidezza di tocco e forza evocativa, proprio quelli di Jackie Greene, in questo frangente quasi un novello Dickey Betts. Elettricità senza freni che cede tuttavia la scena ad un intermezzo acustico con una She Talks To Angels, dalla cristallina bellezza, ulteriormente valorizzata dagli interventi al mandolino dello stesso Greene, alla quale fa seguito Whoa Mule, la cui scarna tessitura sonora, tra il tribale battere dello djembèe di Gorman e l’intrecciarsi armonico delle voci, possiede l’estatico incanto di un antico spiritual. Nuove aperture alla jam caratterizzano invece Thorn In My Pride dove, in un saliscendi armonico e ritmico, assistiamo ad un caleidoscopico fluire di assoli, con l’armonica di Chris Robinson e l’insinuante organo di MacDougall a ritagliarsi il proprio spazio, prima di ritornare a rutilanti fiammate rock’n’soul con una Remedy punto inamovibile delle recenti set list. Chiude le danze il furioso medley tra il rovente r’n’b reddighiano Hard To Handle e l’accattivante refrain di Hush, frutto della penna di Joe South, con il quale i nostri salutano una platea a dir poco festante. E se il set “regolare” si è chiuso con la rivisitazione di brani altrui, anche l’encore si apre, come ormai tradizione, con un reprise, ovvero una toccante rilettura della stonesiana No Expectations, dove il mandolino di Greene e la chitarra acustica di Chris Robinson trovano un malinconico contraltare nel sofferente scorrere del bottleneck di Rich Robinson; per poi porre definitivamente fine alle “ostilità” con il lisergico e sognante mantra Moving On Down The Line. Due ore di musica eccelsa, tra blues, soul, rock e Americana, forgiata da sei musicisti la cui bravura è pari solo all’affiatamento mostrato sul palco; una serata pressoché perfetta, a testimonianza di come i “Corvi Neri”, dopo un periodo di buio smarrimento, siano tornati a volare, liberi e selvaggi, ad altitudini musicali difficilmente raggiungibili da altre band ad essi contemporanee.
SETLIST:
Jealous Again
Thick’n’Thin
Hotel Illness
Black Moon Creeping
Bad Luck Blue Eyes Goodbye
Medicated Goo
Soul Singing
Wiser Time
She Talks To Angels
Whoa Mule
Thorn In My Pride
Remedy
Hard To Handle / Hush
ENCORE
No Expectations
Moving On Down The Line
esibizione sull’italico suolo, due anni fa in quel di Vigevano, che aveva lasciato con l’amaro in bocca più di un presente. Concerto quest’ultimo penalizzato da una congiunzione “astrale” di fattori negativi, quali una durata più che risicata, un’ora e mezza o poco più, e una stessa band non nella sua forma migliore, reduce da un lungo periodo di lontananza dai palchi. Era pertanto logico che molti fan delusi riponessero non poche aspettative in questa nuova calata italiana; una doppietta che avrebbe visto il combo di Atlanta tornare proprio in quel di Vigevano, nuovamente all’interno della
rassegna Dieci Giorni Suonati, per poi replicare il giorno seguente in terra toscana, in occasione del Pistoia Blues Festival. Un “ritorno sul luogo del delitto”, fortunatamente, scampato, in quanto l’intera rassegna vigevanese ha infine abbandonato la suggestiva cornice del Castello Sforzesco, per essere distribuita in varie location all’interno di Milano. Venue, quella adibita all’esibizione del gruppo americano, è l’Alcatraz, gremito in ogni suo più piccolo pertugio. Gettato l’autan preventivamente acquistato per difendersi dalle terribili zanzare vigevanesi, il vero nuovo nemico era rappresentato dal caldo micidiale che, solitamente, attanaglia in questo periodo una città come Milano, problema tuttavia al quale ha brillantemente ovviato l’impianto di condizionamento dello stesso locale.Con una puntualità a dir poco ineccepibile, alle 20:30 si spengono le luci in sala e il sestetto compare prontamente on stage accolto da un pubblico giubilante. Chris Robinson, camicia con maniche arrotolate e barba incolta, ha sempre più le fattezze di un Rock’n’roll Jesus, messianico portatore di un verbo musicale che ha nella sua voce, capace di scavare l’anima con la propria rochezza quanto di redimerla con estasianti vocalizzi al limite del soul, l’ideale mezzo per “convertire” gli astanti. Dietro di lui la spinta pulsante di una sezione ritmica guidata dalla batteria di Steve Gorman, nerboruto picchiatore d’estrazione bonzoniana, alla quale si affianca il preciso basso di Sven Pipien, mentre quasi defilato, nascosto tra organo e piano, trova posto Adam MacDougall, la cui presenza sonora sarà tuttavia ben avvertibile per tutta la durata del concerto. E se sulla bravura alla sei corde di Rich Robinson non vi è nulla da aggiungere, la vera sorpresa della serata si è alfine rivelato Jackie Greene, recentemente entrato a far parte della famiglia Crowes. Con alle spalle una carriera in proprio e un tour acustico in compagnia di Bob Weir e lo stesso Chris Robinson, il chitarrista californiano ha saputo reggere brillantemente il confronto con illustri predecessori quali Marc Ford e Luther Dickinson, contribuendo magistralmente all’economia sonica corviana, tra muscolari riff di grana rock blues e immaginifici barlumi solisti. Neanche il tempo di imbracciare gli strumenti che i nostri mandano letteralmente in delirio l’audience con una cinquina iniziale a dir poco da cardiopalma, a cominciare dalla consueta scarica adrenalinica di una Jealous Again accolta da un vero e proprio boato, passando per il rock’n’roll sporco e stradaiolo di Thick’n’Thin, per riesumare infine gli umori sudisti che trasudavano dal loro, secondo, meraviglioso album, The Southern Harmony And Musical Companion, con una serrata Hotel Illness, ed una torrida Black Moon Creeping, che si tinge nel finale della sacralità di un inno congregazionale. La dolente leggiadria di Bad Luck Blue Eyes Goodbye stempera la tensione rockista accumulatasi fino ad ora, in un vibrante crescendo emozionale, attorno alla sofferta interpretazione vocale robinsoniana. Medicated Goo, estratta dal songbook degli amati, e spesso rivisitati, Traffic, è invece ideale preludio ad una corale Soul Singing, assurto a vero e proprio inno hippie rock, con la platea impegnata in un collettivo singalong. Una dilatata Wiser Time mantiene intatto il proprio ruolo di nevralgico centro sonico dal quale prendono vita le velleità improvvisative del sestetto, in digressioni strumentali capaci di travalicare confini spazio temporali, tanto che chiudendo gli occhi ci si ritrova, come per incanto, in quel di Watkins Glen, anno di grazia 1973, dove sul palco stanno incrociando i propri strumenti, in un’infinita jam in bilico tra psichedelia, blues e Americana, la Band, i Grateful Dead e la Allman Brothers Band. Un calderone sonoro che trova in Chris Robinson un istrionico maestro di cerimonie, impegnato, quando non presta alla causa la propria ugola, a “dirigere” i suoi compagni con enfatici gesti. In un profluvio ininterrotto di interventi solistici, brillano per limpidezza di tocco e forza evocativa, proprio quelli di Jackie Greene, in questo frangente quasi un novello Dickey Betts. Elettricità senza freni che cede tuttavia la scena ad un intermezzo acustico con una She Talks To Angels, dalla cristallina bellezza, ulteriormente valorizzata dagli interventi al mandolino dello stesso Greene, alla quale fa seguito Whoa Mule, la cui scarna tessitura sonora, tra il tribale battere dello djembèe di Gorman e l’intrecciarsi armonico delle voci, possiede l’estatico incanto di un antico spiritual. Nuove aperture alla jam caratterizzano invece Thorn In My Pride dove, in un saliscendi armonico e ritmico, assistiamo ad un caleidoscopico fluire di assoli, con l’armonica di Chris Robinson e l’insinuante organo di MacDougall a ritagliarsi il proprio spazio, prima di ritornare a rutilanti fiammate rock’n’soul con una Remedy punto inamovibile delle recenti set list. Chiude le danze il furioso medley tra il rovente r’n’b reddighiano Hard To Handle e l’accattivante refrain di Hush, frutto della penna di Joe South, con il quale i nostri salutano una platea a dir poco festante. E se il set “regolare” si è chiuso con la rivisitazione di brani altrui, anche l’encore si apre, come ormai tradizione, con un reprise, ovvero una toccante rilettura della stonesiana No Expectations, dove il mandolino di Greene e la chitarra acustica di Chris Robinson trovano un malinconico contraltare nel sofferente scorrere del bottleneck di Rich Robinson; per poi porre definitivamente fine alle “ostilità” con il lisergico e sognante mantra Moving On Down The Line. Due ore di musica eccelsa, tra blues, soul, rock e Americana, forgiata da sei musicisti la cui bravura è pari solo all’affiatamento mostrato sul palco; una serata pressoché perfetta, a testimonianza di come i “Corvi Neri”, dopo un periodo di buio smarrimento, siano tornati a volare, liberi e selvaggi, ad altitudini musicali difficilmente raggiungibili da altre band ad essi contemporanee.
SETLIST:
Jealous Again
Thick’n’Thin
Hotel Illness
Black Moon Creeping
Bad Luck Blue Eyes Goodbye
Medicated Goo
Soul Singing
Wiser Time
She Talks To Angels
Whoa Mule
Thorn In My Pride
Remedy
Hard To Handle / Hush
ENCORE
No Expectations
Moving On Down The Line
giovedì 4 luglio 2013
Rekkiabilly - Banana Split
(Pubblicato su Extra! Music Magazine)
Per preparare un’ottima banana split occorrono nell’ordine; l’oblungo frutto ovviamente, abbondanti dosi di gelato dei più variegati sapori, alcune cucchiate di panna fresca e come guarnizione scaglie di cioccolato o di mandorle, a piacimento. Si ottiene in tal modo un dessert tanto gustoso quanto rinfrescante, proprio come la musica dei Rekkiabilly. Il combo pugliese appronta, per questa sua seconda fatica discografica, denominata appunto Banana Split, una trasposizione in musica del celeberrimo dolce d’origine statunitense, pur senza rinunciare ad un pizzico d’italianità. Un’ampia gamma d’ingredienti sonori, dalla surf music al rockabilly, dal country allo swing, vengono miscelati nelle giuste dosi per creare una stuzzicante base musicale guarnita infine da un tessuto lirico nell’italico idioma. L’album si apre tuttavia con una riproposizione dello strumentale
Six By Six, di Earl Van Dyke, fulgido esempio dell’era , e del suono, Motown, che i nostri qui rinvigoriscono e attualizzano, rielaborandolo in una sorta di ideale biglietto da visita sonico. Sembra invece di ritrovarsi di fronte ad uno resuscitato Fred Buscaglione nella successiva L’Astronauta, con quest’ultimo impegnato in una delirante jam con l’orchestra di Roy Paci, tra torrido soffiare mariachi, una sei corde elettrica d’estrazione rockabilly, ed una sezione ritmica che pulsa inarrestabile. Proprio a quella del mai troppo compianto “duro” torinese assomiglia, a livello timbrico, la voce di Dario Mattoni, chitarrista nonché frontman del quintetto, come traspare dalla medesima title track, che puzza di alcool, sigarette e vetusto swing anni ’50, o da una Lulù Swing nella quale il genere menzionato dallo stesso titolo si apre verso notturne atmosfere jazzate. Notte, Notte, Notte, a metà strada tra Louis Prima e i Ladri di Biciclette, racconta invece, con l’apporto ritmico del piano dell’ospite Pierpaolo Vitale, della voglia di far tardi dei musicisti, quasi una condanna. Altrettanto frenetica, tra fulminei stacchi e ripartenze, è il country’n’roll di Mezzanotte di Fuoco, mentre il lato più introspettivo della musica dei nostri emerge nella quasi noir Il Compare, tra insinuanti interventi fiatistici e una sezione ritmica dalla fumosa percussività. E se La Pensione è un nuovo, mosso, episodio in salsa surf-rockabilly, tra gioiosità musicale e lirismo quasi impegnato, in Questo è il Rock’n’Roll, assistiamo ad una divertente disamina del vivere suonando un genere del quale, parecchi anni or sono, un ragazzotto di Tupelo fu incoronato re. Il commiato è affidato infine ad una trasposizione in italiano di Burn Toast And Black Coffee, dal songbook di Mike Pedicin, diventata per l’occasione Toast E Caffè Arrosto, con la tromba di Rudy Latorre e il sax di Lidia Bitetti a guadagnare prepotentemente il centro della scena. Non pigiate tuttavia il tasto stop una volta concluso il brano, in quanto alla fine del minutaggio “convenzionale” ha inizio un divertissement strumentale emblematico dello shakeraggio musicale del combo barese, un ibrido tra funk e swing tutto da ascoltare. Una Banana Split d’italica fattura quella preparata dai Rekkiabilly che, per freschezza e bontà, non nulla d’invidiare a quelle servite ancor oggi oltreoceano.
Per preparare un’ottima banana split occorrono nell’ordine; l’oblungo frutto ovviamente, abbondanti dosi di gelato dei più variegati sapori, alcune cucchiate di panna fresca e come guarnizione scaglie di cioccolato o di mandorle, a piacimento. Si ottiene in tal modo un dessert tanto gustoso quanto rinfrescante, proprio come la musica dei Rekkiabilly. Il combo pugliese appronta, per questa sua seconda fatica discografica, denominata appunto Banana Split, una trasposizione in musica del celeberrimo dolce d’origine statunitense, pur senza rinunciare ad un pizzico d’italianità. Un’ampia gamma d’ingredienti sonori, dalla surf music al rockabilly, dal country allo swing, vengono miscelati nelle giuste dosi per creare una stuzzicante base musicale guarnita infine da un tessuto lirico nell’italico idioma. L’album si apre tuttavia con una riproposizione dello strumentale Six By Six, di Earl Van Dyke, fulgido esempio dell’era , e del suono, Motown, che i nostri qui rinvigoriscono e attualizzano, rielaborandolo in una sorta di ideale biglietto da visita sonico. Sembra invece di ritrovarsi di fronte ad uno resuscitato Fred Buscaglione nella successiva L’Astronauta, con quest’ultimo impegnato in una delirante jam con l’orchestra di Roy Paci, tra torrido soffiare mariachi, una sei corde elettrica d’estrazione rockabilly, ed una sezione ritmica che pulsa inarrestabile. Proprio a quella del mai troppo compianto “duro” torinese assomiglia, a livello timbrico, la voce di Dario Mattoni, chitarrista nonché frontman del quintetto, come traspare dalla medesima title track, che puzza di alcool, sigarette e vetusto swing anni ’50, o da una Lulù Swing nella quale il genere menzionato dallo stesso titolo si apre verso notturne atmosfere jazzate. Notte, Notte, Notte, a metà strada tra Louis Prima e i Ladri di Biciclette, racconta invece, con l’apporto ritmico del piano dell’ospite Pierpaolo Vitale, della voglia di far tardi dei musicisti, quasi una condanna. Altrettanto frenetica, tra fulminei stacchi e ripartenze, è il country’n’roll di Mezzanotte di Fuoco, mentre il lato più introspettivo della musica dei nostri emerge nella quasi noir Il Compare, tra insinuanti interventi fiatistici e una sezione ritmica dalla fumosa percussività. E se La Pensione è un nuovo, mosso, episodio in salsa surf-rockabilly, tra gioiosità musicale e lirismo quasi impegnato, in Questo è il Rock’n’Roll, assistiamo ad una divertente disamina del vivere suonando un genere del quale, parecchi anni or sono, un ragazzotto di Tupelo fu incoronato re. Il commiato è affidato infine ad una trasposizione in italiano di Burn Toast And Black Coffee, dal songbook di Mike Pedicin, diventata per l’occasione Toast E Caffè Arrosto, con la tromba di Rudy Latorre e il sax di Lidia Bitetti a guadagnare prepotentemente il centro della scena. Non pigiate tuttavia il tasto stop una volta concluso il brano, in quanto alla fine del minutaggio “convenzionale” ha inizio un divertissement strumentale emblematico dello shakeraggio musicale del combo barese, un ibrido tra funk e swing tutto da ascoltare. Una Banana Split d’italica fattura quella preparata dai Rekkiabilly che, per freschezza e bontà, non nulla d’invidiare a quelle servite ancor oggi oltreoceano.
martedì 2 luglio 2013
Ugo Gangheri & Nomadia - L'ammore e l'arraggia
(Pubblicato su Extra! Music Magazine)
Sedici affermazioni senza alcuna paura né pudore, sedici disperazioni accolte a braccia aperte, sedici frontiere abbattute; sedici come i piccoli ceselli melodici che vanno a comporre L’Ammore e l’Arraggia, secondo album del cantautore napoletano Ugo Gangheri, ed ideale prosieguo del suo esordio, datato 2009. Se infatti la sua opera prima, Ccà Nun Ce Stanno Liune, era stata pubblicata in sostegno di un progetto di Amref, anche per questa sua nuova fatica Gangheri dona la propria, feconda, penna in favore della medesima associazione umanitaria; unitasi per l’occasione ad Amnesty International, in una campagna di sensibilizzazione legata alla maternità e alle sue problematiche nei paesi più sottosviluppati del mondo. Campagna alla quale andranno interamente devoluti i proventi ricavati dalle vendite dello stesso album, a rimarcare ulteriormente le radici benefiche del progetto. Un album pregno di una musicalità dal mediterraneo incanto, ruotante intorno, come si evince sin dal titolo, a due sentimenti apparentemente in antitesi tra loro, quali l’amore e la rabbia, in questo frangente tuttavia fulcri emotivi intorno ai quali si muovono i sedici episodi sonici partoriti da Gangheri. Accompagnato dai fidi Nomadia, il nostro tesse calde e sinuose melodie, facendo ricorso, dal punto di vista lirico, al proprio “lessico quotidiano”, ovvero quel dialetto napoletano, strettamente legato alla sua scrittura musicale. Scrittura che si dimostra quanto mai ispirata, tanto nel suo dar vita ad una mirabile sintesi tra classica acusticità cantatutorale, d’ascendenza folk, e parche quanto mai invasive incursioni sintetiche, quanto nell’attualizzare sonorità da sempre permeanti la città partenopea, dando vita ad una nuova ed interessante concezione di cantautorato napoletano. E’ l’introspezione a prevalere, con esili arrangiamenti acustici ad avvolgere l’espressiva voce di Gangheri, pur tuttavia non mancando momenti di più variegata ed intrigante movimentazione sonora. A suggello di un’ottima quanto precisa prestazione strumentale di un gruppo, i Nomadia, per l’appunto, ormai rodato ed affiatato, giungono in aiuto del nostro anche i contributi esterni di un nutrito stuolo di ospiti, tra i quali troviamo Erriquez, in libera uscita dalla Bandabardò, un Enzo Iacchetti protagonista di un declamatorio quanto sentito intermezzo recitato, ed il vecchio amico e compagno di passate esperienze musicali, Giobbe Covatta, da tempo impegnato in prima persona quale testimonial proprio della stessa Amref. Risultato di questo sforzo “collettivo” è un doppio album da assaporare nella sua interezza, aprendosi a un mondo musicale, quello creato dai pentagrammi gangheriani, capace di dispensare non poche emozioni. Il mio consiglio, più che spassionato, è pertanto di far vostro questo L’Ammore e l’Arraggia; non solo le vostre orecchie ne trarranno beneficio, ma al contempo avrete dato un, forse piccolo ma altresì fondamentale, contributo in favore di una senza dubbio importante opera di sensibilizzazione umanitaria.
Sedici affermazioni senza alcuna paura né pudore, sedici disperazioni accolte a braccia aperte, sedici frontiere abbattute; sedici come i piccoli ceselli melodici che vanno a comporre L’Ammore e l’Arraggia, secondo album del cantautore napoletano Ugo Gangheri, ed ideale prosieguo del suo esordio, datato 2009. Se infatti la sua opera prima, Ccà Nun Ce Stanno Liune, era stata pubblicata in sostegno di un progetto di Amref, anche per questa sua nuova fatica Gangheri dona la propria, feconda, penna in favore della medesima associazione umanitaria; unitasi per l’occasione ad Amnesty International, in una campagna di sensibilizzazione legata alla maternità e alle sue problematiche nei paesi più sottosviluppati del mondo. Campagna alla quale andranno interamente devoluti i proventi ricavati dalle vendite dello stesso album, a rimarcare ulteriormente le radici benefiche del progetto. Un album pregno di una musicalità dal mediterraneo incanto, ruotante intorno, come si evince sin dal titolo, a due sentimenti apparentemente in antitesi tra loro, quali l’amore e la rabbia, in questo frangente tuttavia fulcri emotivi intorno ai quali si muovono i sedici episodi sonici partoriti da Gangheri. Accompagnato dai fidi Nomadia, il nostro tesse calde e sinuose melodie, facendo ricorso, dal punto di vista lirico, al proprio “lessico quotidiano”, ovvero quel dialetto napoletano, strettamente legato alla sua scrittura musicale. Scrittura che si dimostra quanto mai ispirata, tanto nel suo dar vita ad una mirabile sintesi tra classica acusticità cantatutorale, d’ascendenza folk, e parche quanto mai invasive incursioni sintetiche, quanto nell’attualizzare sonorità da sempre permeanti la città partenopea, dando vita ad una nuova ed interessante concezione di cantautorato napoletano. E’ l’introspezione a prevalere, con esili arrangiamenti acustici ad avvolgere l’espressiva voce di Gangheri, pur tuttavia non mancando momenti di più variegata ed intrigante movimentazione sonora. A suggello di un’ottima quanto precisa prestazione strumentale di un gruppo, i Nomadia, per l’appunto, ormai rodato ed affiatato, giungono in aiuto del nostro anche i contributi esterni di un nutrito stuolo di ospiti, tra i quali troviamo Erriquez, in libera uscita dalla Bandabardò, un Enzo Iacchetti protagonista di un declamatorio quanto sentito intermezzo recitato, ed il vecchio amico e compagno di passate esperienze musicali, Giobbe Covatta, da tempo impegnato in prima persona quale testimonial proprio della stessa Amref. Risultato di questo sforzo “collettivo” è un doppio album da assaporare nella sua interezza, aprendosi a un mondo musicale, quello creato dai pentagrammi gangheriani, capace di dispensare non poche emozioni. Il mio consiglio, più che spassionato, è pertanto di far vostro questo L’Ammore e l’Arraggia; non solo le vostre orecchie ne trarranno beneficio, ma al contempo avrete dato un, forse piccolo ma altresì fondamentale, contributo in favore di una senza dubbio importante opera di sensibilizzazione umanitaria. giovedì 27 giugno 2013
The Danberrys - The Danberrys
(Pubblicato su Rootshighway)
"You can't judge a book by looking at the cover" cantava Elias Bates McDaniel, meglio conosciuto come Bo Diddley. Niente di più vero, anche se, per quanto riguarda l'omonimo debutto dei Danberrys, la copertina riveste un ruolo di notevole importanza, se non nel dare un giudizio a priori sulla bontà della loro proposta sonora, quanto meno nel farsi un'idea sulle coordinate stilistiche sulle quali quest'ultima si attesta. Copertina che, a livello iconografico, riconduce ad un'arcaica vita rurale, con un vecchio fienile in primo piano, non dissimile da quello presente su di una recente fatica discografica di mastro Willie Nelson, dal titolo Country Music, altrettanto esplicativo di quanto contenuto al suo interno. E proprio quest'ultima è la materia sonora che i due coniugi Dorothy Daniel e Ben DeBerry (la cui unione dei cognomi dà vita alla loro odierna ragione sociale) plasmano con perizia, ibridandola con scure trame folkie, per poi rinvigorirla attraverso palpitanti pulsioni ritmiche, debitrici tanto verso il più ruspante bluegrass quanto nei confronti di sincopate movenze di derivazione funk. Il tutto suonato mediante strumenti acustici, con i due "titolari" impegnati, oltre che al canto, alle sei corde, caparbiamente sostenuti dal contrabbasso di Jon Cavendish, e dai ricami melodici del mandolino di Ethan Ballinger e del violino di Christian Sedelmeyer. Un quintetto dall'impostazione "classica" quindi, almeno in base ai canoni stilistici del genere proposto, tuttavia versatile nel suo passare, con nonchalance, da ballate di crepuscolare fascino folk ad ariose fughe grassy. Versatilità che trova la propria sublimazione in questo loro primo full lenght, che giunge alle stampe dopo un EP, Company Store, e due successivi singoli; registrato in due differenti studi tra il verde bucolico delle campagne del Tennessee. Un lavoro in grado non solo in grado di mostrare il livello di maturità raggiunto dalla scrittura dei due coniugi, le cui penne si muovono armoniosamente su pentagramma come le loro voci sulle splendide melodie contenute tra i solchi del medesimo album; ma riesce altresì nel non facile intento di trasporre su nastro quell'aura di genuinità che la loro musica irradia. Ne è esempio l'opener Here We Go Round, deliziosa nella sua grazia folkie, arricchita da esili echi gospel, dove emerge la dolente interpretazione vocale della Daniel, ulteriormente acuita dai controcanti del proprio consorte. Voci che si avvicendano nell'altrettanto raccolta Blow On Wind, per poi unirsi infine, in enfatiche armonizzazioni, in Meet Me There, inno cristiano del Diciannovesimo Secolo, opera della poetessa Fanny Crosby. Altrettanto degni di menzione sono anche i brani dal più sostenuto incedere, come il caracollante country'n'grass Big Rig, o una Rain In The Rock dai sentori irish, fino alle cadenze funk della corale Come Give It, ulteriore esempio dell'eclettismo di un quintetto, il cui debutto colpisce tanto per bontà quanto per freschezza e vitalità.
"You can't judge a book by looking at the cover" cantava Elias Bates McDaniel, meglio conosciuto come Bo Diddley. Niente di più vero, anche se, per quanto riguarda l'omonimo debutto dei Danberrys, la copertina riveste un ruolo di notevole importanza, se non nel dare un giudizio a priori sulla bontà della loro proposta sonora, quanto meno nel farsi un'idea sulle coordinate stilistiche sulle quali quest'ultima si attesta. Copertina che, a livello iconografico, riconduce ad un'arcaica vita rurale, con un vecchio fienile in primo piano, non dissimile da quello presente su di una recente fatica discografica di mastro Willie Nelson, dal titolo Country Music, altrettanto esplicativo di quanto contenuto al suo interno. E proprio quest'ultima è la materia sonora che i due coniugi Dorothy Daniel e Ben DeBerry (la cui unione dei cognomi dà vita alla loro odierna ragione sociale) plasmano con perizia, ibridandola con scure trame folkie, per poi rinvigorirla attraverso palpitanti pulsioni ritmiche, debitrici tanto verso il più ruspante bluegrass quanto nei confronti di sincopate movenze di derivazione funk. Il tutto suonato mediante strumenti acustici, con i due "titolari" impegnati, oltre che al canto, alle sei corde, caparbiamente sostenuti dal contrabbasso di Jon Cavendish, e dai ricami melodici del mandolino di Ethan Ballinger e del violino di Christian Sedelmeyer. Un quintetto dall'impostazione "classica" quindi, almeno in base ai canoni stilistici del genere proposto, tuttavia versatile nel suo passare, con nonchalance, da ballate di crepuscolare fascino folk ad ariose fughe grassy. Versatilità che trova la propria sublimazione in questo loro primo full lenght, che giunge alle stampe dopo un EP, Company Store, e due successivi singoli; registrato in due differenti studi tra il verde bucolico delle campagne del Tennessee. Un lavoro in grado non solo in grado di mostrare il livello di maturità raggiunto dalla scrittura dei due coniugi, le cui penne si muovono armoniosamente su pentagramma come le loro voci sulle splendide melodie contenute tra i solchi del medesimo album; ma riesce altresì nel non facile intento di trasporre su nastro quell'aura di genuinità che la loro musica irradia. Ne è esempio l'opener Here We Go Round, deliziosa nella sua grazia folkie, arricchita da esili echi gospel, dove emerge la dolente interpretazione vocale della Daniel, ulteriormente acuita dai controcanti del proprio consorte. Voci che si avvicendano nell'altrettanto raccolta Blow On Wind, per poi unirsi infine, in enfatiche armonizzazioni, in Meet Me There, inno cristiano del Diciannovesimo Secolo, opera della poetessa Fanny Crosby. Altrettanto degni di menzione sono anche i brani dal più sostenuto incedere, come il caracollante country'n'grass Big Rig, o una Rain In The Rock dai sentori irish, fino alle cadenze funk della corale Come Give It, ulteriore esempio dell'eclettismo di un quintetto, il cui debutto colpisce tanto per bontà quanto per freschezza e vitalità. mercoledì 26 giugno 2013
Andrea Schroeder - Blackbird
(Pubblicato su Extra! Music Magazine)
“Blackbird singing in the dead of night“ cantavano quattro ragazzi di Liverpool nel loro “album bianco”, ispirandosi idealmente alle lotte del Movimento per i Diritti Civili americano; un canto, quello del merlo, realmente tra i più melodiosi all’interno del mondo degli uccelli, al quale Andrea Schroeder dedica il proprio debutto discografico, Blackbird. Esordio con alla base un processo compositivo alquanto particolare, come spiega la stessa Schroeder: “Molte delle canzoni sono nate da poemi, le melodie sono scaturite conseguentemente, in un’organica fusione con il lento fluire delle parole”. Nasce infatti artisticamente come poetessa la giovane tedesca, prima di dedicarsi, grazie all’incontro con il chitarrista danese Jesper Lehmkuhl, alla carriera musicale. Un percorso analogo a quello di un’altra “collega”, quella Patti Smith, con la quale la Schroeder mostra più di una similitudine anche a livello vocale. Sembra di vederli i due, novelli Smith e Kaye, nella loro piccola stanza nel Berlin Wedding, quartiere operaio della capitale tedesca, a centellinare note e melodie attorno ad ogni singola sillaba, nel tentativo di creare un tessuto lirico musicale dalla palpabile intensità emotiva. Un album, Blackbird, nero e scuro come il piumaggio del pennuto al quale è dedicato, in bilico tra livore malinconico e ipnotica sensualità, acuite dal lavoro in cabina di regia ad opera di Chris Eckman. La mano del leader dei Walkabouts è infatti ben avvertibile tra i solchi del lavoro, sia a livello d’invisibilità produttiva, soprattutto in un certosino lavoro di arrangiamento degli archi, quanto di attivo apporto strumentale, dividendosi in egual misura tra chitarra elettrica ed organo. Un tessuto sonico che fa tuttavia del minimalismo, di seppur struggente funzionalità, la propria forza, dove ad emergere è la voce della Schroeder sui chiaroscuri sonici dipinti dalla chitarra di Lehmkuhl. L’influenza smithiana come detto poc’anzi è quanto mai evidente, soprattutto in brani come l’opener Paint It Blue, in un’indolente crescendo emozionale, a tratti quasi operistico, quanto nelle vampate elettriche del serrato incedere di Bebop Blues, le cui liriche sono state estrapolate dal quasi omonimo poema, “Buffalo Bebop Blues” di Charles Plymell. Con la recitativa Wrap Me In Your Arms e la plumbea e spettrale Ghost Ship ci si addentra invece in territori cari al Nick Cave più intimista, in un dark crooning dall’insinuante malia. Oscurità che si dirada, perlomeno a livello sonoro, in Death Is Waiting, placida slow country ballad elettroacustica, prima di ritornare nell’ombra con la title track, notturna dedica al merlo stesso, dove l’evocativo canto della Schroeder è sostenuto da esili e crepuscolari partiture soniche per soli chitarra acustica, contrabbasso e violoncello. Chiude il disco una marziale Kalte, unico episodio in cui la cantante ricorre al proprio idioma natio, in un immaginifico quanto funereo incontro tra le anime di Marlene Dietrich e di Nico.
Un’opera prima di sorprendente maturità, Blackbird, che mostra un’artista ben conscia tanto dei propri mezzi, quanto della strada sonica intrapresa. Percorso che, se non subirà improvvise deviazioni, non potrà che portare in futuro ad altri capitoli musicali di siffatta bellezza.
“Blackbird singing in the dead of night“ cantavano quattro ragazzi di Liverpool nel loro “album bianco”, ispirandosi idealmente alle lotte del Movimento per i Diritti Civili americano; un canto, quello del merlo, realmente tra i più melodiosi all’interno del mondo degli uccelli, al quale Andrea Schroeder dedica il proprio debutto discografico, Blackbird. Esordio con alla base un processo compositivo alquanto particolare, come spiega la stessa Schroeder: “Molte delle canzoni sono nate da poemi, le melodie sono scaturite conseguentemente, in un’organica fusione con il lento fluire delle parole”. Nasce infatti artisticamente come poetessa la giovane tedesca, prima di dedicarsi, grazie all’incontro con il chitarrista danese Jesper Lehmkuhl, alla carriera musicale. Un percorso analogo a quello di un’altra “collega”, quella Patti Smith, con la quale la Schroeder mostra più di una similitudine anche a livello vocale. Sembra di vederli i due, novelli Smith e Kaye, nella loro piccola stanza nel Berlin Wedding, quartiere operaio della capitale tedesca, a centellinare note e melodie attorno ad ogni singola sillaba, nel tentativo di creare un tessuto lirico musicale dalla palpabile intensità emotiva. Un album, Blackbird, nero e scuro come il piumaggio del pennuto al quale è dedicato, in bilico tra livore malinconico e ipnotica sensualità, acuite dal lavoro in cabina di regia ad opera di Chris Eckman. La mano del leader dei Walkabouts è infatti ben avvertibile tra i solchi del lavoro, sia a livello d’invisibilità produttiva, soprattutto in un certosino lavoro di arrangiamento degli archi, quanto di attivo apporto strumentale, dividendosi in egual misura tra chitarra elettrica ed organo. Un tessuto sonico che fa tuttavia del minimalismo, di seppur struggente funzionalità, la propria forza, dove ad emergere è la voce della Schroeder sui chiaroscuri sonici dipinti dalla chitarra di Lehmkuhl. L’influenza smithiana come detto poc’anzi è quanto mai evidente, soprattutto in brani come l’opener Paint It Blue, in un’indolente crescendo emozionale, a tratti quasi operistico, quanto nelle vampate elettriche del serrato incedere di Bebop Blues, le cui liriche sono state estrapolate dal quasi omonimo poema, “Buffalo Bebop Blues” di Charles Plymell. Con la recitativa Wrap Me In Your Arms e la plumbea e spettrale Ghost Ship ci si addentra invece in territori cari al Nick Cave più intimista, in un dark crooning dall’insinuante malia. Oscurità che si dirada, perlomeno a livello sonoro, in Death Is Waiting, placida slow country ballad elettroacustica, prima di ritornare nell’ombra con la title track, notturna dedica al merlo stesso, dove l’evocativo canto della Schroeder è sostenuto da esili e crepuscolari partiture soniche per soli chitarra acustica, contrabbasso e violoncello. Chiude il disco una marziale Kalte, unico episodio in cui la cantante ricorre al proprio idioma natio, in un immaginifico quanto funereo incontro tra le anime di Marlene Dietrich e di Nico. Un’opera prima di sorprendente maturità, Blackbird, che mostra un’artista ben conscia tanto dei propri mezzi, quanto della strada sonica intrapresa. Percorso che, se non subirà improvvise deviazioni, non potrà che portare in futuro ad altri capitoli musicali di siffatta bellezza.
martedì 11 giugno 2013
Dead Man Watching - Love, come on!
(Pubblicato su Extra! Music Magazine)
Belleville, Illinois, o Raleigh, Carolina del Nord, piccoli, e per molti insignificanti, nomi nella sterminata immensità del territorio statunitense, eppure, nei primi anni Novanta, epicentro di una rivoluzione musicale, denominata Alternative country, capace di irradiare la propria influenza dalla remota Levelland verso i quattro punti cardinali, travalicando confini temporali oltre che fisici. E proprio all’operato di questi pioneristici beautiful losers, spesso scomparsi, troppo presto, tra le asfissianti maglie del mercato discografico, sembrano guardare i Dead Man Watching, trio veronese, formatosi nel 2007, con all’attivo già due EP, ed oggi al suo debutto sulla lunga distanza. Si perché questo Love, Come On! più che in uno studio veneto parrebbe aver avuto la propria genesi in qualche sperduta sala d’incisione a stelle e strisce, meta di giovanotti dalle belle speranze con una chitarra a tracolla e un foglio di liriche in mano, in cerca dell’ultima, ed unica, occasione per abbandonare definitivamente un’ordinaria ed angusta vita provinciale. Un album nel quale vengono convogliate, per fondersi infine in un’intrigante amalgama sonoro, le diverse personalità dei tre “titolari” del progetto, a cominciare dalla penna, tra slowcore e indie folk di John Mario, passando per il polistrumentismo sixties oriented dello sperimentatore sonico Gio, per giungere infine al substrato ritmico a cura di Astor Cazzolla, batterista open minded nonché ideale collante percussivo. Frutto di questa fatica compositiva “partecipata” è un impasto musicale che trae la propria linfa vitale tanto da polverose ‘rural route’, quanto da melodie westcoastiane provenienti dalla calda California, filtrando il tutto con introspezione avant folk e la lentezza dello slowcore. E proprio quest’ultima pervade tanto Red Balloon, meravigliosa nel suo lento e sognante svolgersi, tra umorali riff delle sei corde elettriche ed evocative armonizzazioni vocali; quanto le derive sperimentali di Here The Night Comes, esempio migliore, in coppia con l’iniziale In The Badlands, del riuscito connubio tra le differenti personalità dei tre musicisti veronesi. L’arrembante appeal di una Jesus Christ Wannabe, che evoca, complice un liquido organo, sonorità smaccatamente sixties, sposta invece il baricentro verso un folk, di solare impronta californiana, che ritroviamo, seppur nella sua accezione avant, tanto nella brumosa Bad Teen Movie, tutta giocata sul picking leggero della chitarra acustica, enfatizzato dagli inserti cameristici del violoncello di Andrea Marcolin e del violino di Erica Marson, quanto nella pacatezza sonica della sussurrata August Burns. Ci spostiamo invece dalle parti di Raleigh, con Give It A Sound, debitrice, vuoi anche per la presenza della pedal steel di Carlo Poddighe, nei confronti dei Whiskeytown di un ancora imberbe Ryan Adams. Sonorità quest’ultime che fanno capolino anche in Bite, tra classici stilemi country e sbuffi modernisti, tra i Flying Burrito Brothers parsoniani e gli Uncle Tupelo più “tradizionalisti” (quelli di March 16-20, 1992 per intenderci). La title track chiude infine come un’esile soffio di vento, simile a quello che “divide” i soffioni in copertina, un esordio di ottima fattura, opera di un combo che ha un solo difetto, vivere dalla parte sbagliata dell’Oceano.
Belleville, Illinois, o Raleigh, Carolina del Nord, piccoli, e per molti insignificanti, nomi nella sterminata immensità del territorio statunitense, eppure, nei primi anni Novanta, epicentro di una rivoluzione musicale, denominata Alternative country, capace di irradiare la propria influenza dalla remota Levelland verso i quattro punti cardinali, travalicando confini temporali oltre che fisici. E proprio all’operato di questi pioneristici beautiful losers, spesso scomparsi, troppo presto, tra le asfissianti maglie del mercato discografico, sembrano guardare i Dead Man Watching, trio veronese, formatosi nel 2007, con all’attivo già due EP, ed oggi al suo debutto sulla lunga distanza. Si perché questo Love, Come On! più che in uno studio veneto parrebbe aver avuto la propria genesi in qualche sperduta sala d’incisione a stelle e strisce, meta di giovanotti dalle belle speranze con una chitarra a tracolla e un foglio di liriche in mano, in cerca dell’ultima, ed unica, occasione per abbandonare definitivamente un’ordinaria ed angusta vita provinciale. Un album nel quale vengono convogliate, per fondersi infine in un’intrigante amalgama sonoro, le diverse personalità dei tre “titolari” del progetto, a cominciare dalla penna, tra slowcore e indie folk di John Mario, passando per il polistrumentismo sixties oriented dello sperimentatore sonico Gio, per giungere infine al substrato ritmico a cura di Astor Cazzolla, batterista open minded nonché ideale collante percussivo. Frutto di questa fatica compositiva “partecipata” è un impasto musicale che trae la propria linfa vitale tanto da polverose ‘rural route’, quanto da melodie westcoastiane provenienti dalla calda California, filtrando il tutto con introspezione avant folk e la lentezza dello slowcore. E proprio quest’ultima pervade tanto Red Balloon, meravigliosa nel suo lento e sognante svolgersi, tra umorali riff delle sei corde elettriche ed evocative armonizzazioni vocali; quanto le derive sperimentali di Here The Night Comes, esempio migliore, in coppia con l’iniziale In The Badlands, del riuscito connubio tra le differenti personalità dei tre musicisti veronesi. L’arrembante appeal di una Jesus Christ Wannabe, che evoca, complice un liquido organo, sonorità smaccatamente sixties, sposta invece il baricentro verso un folk, di solare impronta californiana, che ritroviamo, seppur nella sua accezione avant, tanto nella brumosa Bad Teen Movie, tutta giocata sul picking leggero della chitarra acustica, enfatizzato dagli inserti cameristici del violoncello di Andrea Marcolin e del violino di Erica Marson, quanto nella pacatezza sonica della sussurrata August Burns. Ci spostiamo invece dalle parti di Raleigh, con Give It A Sound, debitrice, vuoi anche per la presenza della pedal steel di Carlo Poddighe, nei confronti dei Whiskeytown di un ancora imberbe Ryan Adams. Sonorità quest’ultime che fanno capolino anche in Bite, tra classici stilemi country e sbuffi modernisti, tra i Flying Burrito Brothers parsoniani e gli Uncle Tupelo più “tradizionalisti” (quelli di March 16-20, 1992 per intenderci). La title track chiude infine come un’esile soffio di vento, simile a quello che “divide” i soffioni in copertina, un esordio di ottima fattura, opera di un combo che ha un solo difetto, vivere dalla parte sbagliata dell’Oceano.martedì 4 giugno 2013
La Casa del Vento - Giorni dell'Eden
(Pubblicato su Extra! Music Magazine)
E’ sempre stato un collettivo “atipico” quello della Casa del Vento; nei suoi ranghi, in una convivenza musicale che dura ormai da più di vent’anni, trovano infatti posto un maestro elementare, un operatore cimiteriale, un musicista-fattore berlinese, un ricercatore e due musicisti erranti. Persone comuni quindi, capaci tuttavia di portare avanti un percorso artistico che, senza cedimenti di sorta, ha sempre saputo mantenere un forte impegno civile, raccontando storie di vita vissuta, tra ingiustizie Banga. Un incontro che pare aver sconvolto in parte il loro mondo musicale, o perlomeno questo è ciò che si evince ascoltando Giorni dell’Eden, nuova fatica discografica marchiata Casa del Vento. Il sestetto pare infatti aver accantonato, almeno in parte, la combattività sonora che ne aveva fin qui contraddistinto l’opera, in favore di una maggiore introspezione, alla quale si aggiunge, a livello testuale, un più consistente ricorso alla metafora, tralasciando gli slogan del passato. Un modo forse di scrollarsi di dosso le ingombranti etichette affibbiategli fin dagli esordi, prediligendo una dimensione più raccolta, tra melodie acustiche di stampo folk, e facendo proprio un idioma, quello inglese, solo sfiorato in passato. Risultato di questa trasformazione è appunto Giorni dell’Eden, un album, descritto dagli stessi autori, come poetico, aggettivo quanto mai calzante. Ad animare l’intero lavoro è la costante ricerca di “un proprio cielo”, lontano dalle brutture che funestano il mondo odierno, in un’ascesa verso aerei orizzonti che, in Portato dalle nuvole, trova nel violino di Andreas Petermann, un celeste traghettatore. Un guardare in alto verso sogni lontani che si scontra, tuttavia, in L’acrobata, con la paura di non farcela e di cadere sempre più in basso, pur permanendo nel cuore la speranza dell’avvento dei Giorni dell’Eden, invocati dalla stessa title track, nella quale troviamo alla sei corde elettrica nientemeno che Lenny Kaye, testimonianza di come il sodalizio con l’universo smithiano continui tutt’oggi. O come ribadito da Icarus, con ospite, alla voce, Violante Placido, dove la triste vicenda del personaggio mitologico viene riscritta, con un nuovo e moderno Icaro, le cui ali non vengono più bruciate dal sole, che può finalmente coronare i propri aneliti di libertà. Intrisa di malinconia è invece la pianistica Berlin Serenade, dedica ad una città, quella tedesca, molto amata, mentre particolarmente riuscito è il reprise di Just Breathe, dal songbook dei Pearl Jam, che Luca Lanzi rilegge in coppia con l’amico Francesco “Fry” Moneti, al mandolino, enfatizzandone ancor più, grazie ad uno scarno impianto strumentale, l’avvolgente melodia. Una ritinteggiatura, con acquerelli sonici dalle tinte pastello, che pare aver reso ancor più accogliente la Casa del Vento, uno dei pochi luoghi sicuri, ancora rimasti, nel quale trovar rifugio dalle intemperie, reali e metaforiche, in compagnia di vecchi amici, la cui musica non è forse mai stata così genuina e vitale.
subite e voglia di riscatto. Messaggi di grande valenza sociale quindi, quelli contenuti nelle loro canzoni, che hanno trovato un ideale veicolo sonoro in quel combat folk, che fin dagli esordi ha contraddistinto la proposta sonora del combo aretino. Abituati in passato a muoversi nella “parte scura” del mercato discografico, lontani dai riflettori dei media, i nostri sono recentemente balzati agli onori delle cronache musicali, grazie ad una collaborazione con la “poetessa del rock”, quella Patti Smith che li ha fortemente voluti al proprio fianco in ben due brani del suo recente album,
E’ sempre stato un collettivo “atipico” quello della Casa del Vento; nei suoi ranghi, in una convivenza musicale che dura ormai da più di vent’anni, trovano infatti posto un maestro elementare, un operatore cimiteriale, un musicista-fattore berlinese, un ricercatore e due musicisti erranti. Persone comuni quindi, capaci tuttavia di portare avanti un percorso artistico che, senza cedimenti di sorta, ha sempre saputo mantenere un forte impegno civile, raccontando storie di vita vissuta, tra ingiustizie Banga. Un incontro che pare aver sconvolto in parte il loro mondo musicale, o perlomeno questo è ciò che si evince ascoltando Giorni dell’Eden, nuova fatica discografica marchiata Casa del Vento. Il sestetto pare infatti aver accantonato, almeno in parte, la combattività sonora che ne aveva fin qui contraddistinto l’opera, in favore di una maggiore introspezione, alla quale si aggiunge, a livello testuale, un più consistente ricorso alla metafora, tralasciando gli slogan del passato. Un modo forse di scrollarsi di dosso le ingombranti etichette affibbiategli fin dagli esordi, prediligendo una dimensione più raccolta, tra melodie acustiche di stampo folk, e facendo proprio un idioma, quello inglese, solo sfiorato in passato. Risultato di questa trasformazione è appunto Giorni dell’Eden, un album, descritto dagli stessi autori, come poetico, aggettivo quanto mai calzante. Ad animare l’intero lavoro è la costante ricerca di “un proprio cielo”, lontano dalle brutture che funestano il mondo odierno, in un’ascesa verso aerei orizzonti che, in Portato dalle nuvole, trova nel violino di Andreas Petermann, un celeste traghettatore. Un guardare in alto verso sogni lontani che si scontra, tuttavia, in L’acrobata, con la paura di non farcela e di cadere sempre più in basso, pur permanendo nel cuore la speranza dell’avvento dei Giorni dell’Eden, invocati dalla stessa title track, nella quale troviamo alla sei corde elettrica nientemeno che Lenny Kaye, testimonianza di come il sodalizio con l’universo smithiano continui tutt’oggi. O come ribadito da Icarus, con ospite, alla voce, Violante Placido, dove la triste vicenda del personaggio mitologico viene riscritta, con un nuovo e moderno Icaro, le cui ali non vengono più bruciate dal sole, che può finalmente coronare i propri aneliti di libertà. Intrisa di malinconia è invece la pianistica Berlin Serenade, dedica ad una città, quella tedesca, molto amata, mentre particolarmente riuscito è il reprise di Just Breathe, dal songbook dei Pearl Jam, che Luca Lanzi rilegge in coppia con l’amico Francesco “Fry” Moneti, al mandolino, enfatizzandone ancor più, grazie ad uno scarno impianto strumentale, l’avvolgente melodia. Una ritinteggiatura, con acquerelli sonici dalle tinte pastello, che pare aver reso ancor più accogliente la Casa del Vento, uno dei pochi luoghi sicuri, ancora rimasti, nel quale trovar rifugio dalle intemperie, reali e metaforiche, in compagnia di vecchi amici, la cui musica non è forse mai stata così genuina e vitale.subite e voglia di riscatto. Messaggi di grande valenza sociale quindi, quelli contenuti nelle loro canzoni, che hanno trovato un ideale veicolo sonoro in quel combat folk, che fin dagli esordi ha contraddistinto la proposta sonora del combo aretino. Abituati in passato a muoversi nella “parte scura” del mercato discografico, lontani dai riflettori dei media, i nostri sono recentemente balzati agli onori delle cronache musicali, grazie ad una collaborazione con la “poetessa del rock”, quella Patti Smith che li ha fortemente voluti al proprio fianco in ben due brani del suo recente album,
sabato 25 maggio 2013
Balzi del Mulo - Scintille
(Pubblicato su Extra! Music Magazine)
“La teoria che i reading si debbano fondere necessariamente con il rock’n’roll è una stronzata gigantesca” sentenziava il mai troppo rimpianto Jim Carroll. Un “insegnamento” che i Balzi del Mulo hanno fatto loro, perlomeno a giudicare da quanto contenuto tra i solchi di Scintille. Un progetto musico-letterario con il quale i nostri rivestono di un setoso abito musicale, dalle scarne ed acustiche trame folk (bandendo al contempo dai propri pentagrammi debordanti sonorità rockiste), una selezione di poesie, facenti capo all’opera omonima, frutto della vivida penna di Massimo Ocera. Quest’ultimo, oltre a fornire la “materia prima” di stampo letterario, è anche artefice, con la propria sei corde acustica, di architetture sonore dall’esile fascinazione, indissolubilmente intrecciate intorno all’istrionica e teatrale vocalità di Simone Garza. Ad essi si affianca infine Andrea Calegaro, abile nel dividersi tra percussioni e violino. Proprio lo ieratico scorrere dell’archetto sprigiona ulteriore incanto folkie, creando un amalgama sonico che non si riduce al ruolo di mero accompagnamento, ma diviene bensì un pittoresco tappeto musicale, la cui fusione con la poeticità testuale di Ocera si cristallizza in una sorta di “spoken song” di minimalistica bellezza. Ne sono esempi il dolce pizzicare delle corde della chitarra e del violino in Pomeridiana, così come Marinai Agitati, emblematica di cotanto connubio musico-testuale, nella quale è ancora la chitarra acustica a far da guida al violino e ad un lento declamare vocale, in un procedere quasi a braccetto, come a volersi sorreggere a vicenda. Folk che ritroviamo pregno di bucolica malinconia in Nella Pioggia e Nel Camino, prima di sporcarsi di tinte bluesy in Esagerati, dove il lavorio ritmico di Ocera trova il proprio ideale contrappunto solistico nella chitarra acustica di Amerigo Lancini. In Compiti ed Aggiornamenti fa la sua comparsa invece la carezzevole voce di Francesca Scalari, in un riuscito duetto con il carismatico recitare di Garza. Anche negli episodi di più marcato incedere il trio procede sicuro dei propri mezzi espressivi, come nell’iniziale Prima di Reutlingen, con il contrabbasso di Ennio Pedercini a porre ulteriori accenti ritmici. Un’opera, quella approntata dai Balzi del Mulo, che, pur mantenendo intatta anche su album la propria forza vitale, merita, a mio avviso, di essere apprezzata nella dimensione ad essa più consona, ovvero le assi di un palcoscenico, magari di un piccolo ed intimo teatro. Balzi, vortici, tempeste, e dolci ritorni a casa, questo è ciò che vi è racchiuso in Scintille, per un viaggio da farsi a mente dannatamente sgombra.
“La teoria che i reading si debbano fondere necessariamente con il rock’n’roll è una stronzata gigantesca” sentenziava il mai troppo rimpianto Jim Carroll. Un “insegnamento” che i Balzi del Mulo hanno fatto loro, perlomeno a giudicare da quanto contenuto tra i solchi di Scintille. Un progetto musico-letterario con il quale i nostri rivestono di un setoso abito musicale, dalle scarne ed acustiche trame folk (bandendo al contempo dai propri pentagrammi debordanti sonorità rockiste), una selezione di poesie, facenti capo all’opera omonima, frutto della vivida penna di Massimo Ocera. Quest’ultimo, oltre a fornire la “materia prima” di stampo letterario, è anche artefice, con la propria sei corde acustica, di architetture sonore dall’esile fascinazione, indissolubilmente intrecciate intorno all’istrionica e teatrale vocalità di Simone Garza. Ad essi si affianca infine Andrea Calegaro, abile nel dividersi tra percussioni e violino. Proprio lo ieratico scorrere dell’archetto sprigiona ulteriore incanto folkie, creando un amalgama sonico che non si riduce al ruolo di mero accompagnamento, ma diviene bensì un pittoresco tappeto musicale, la cui fusione con la poeticità testuale di Ocera si cristallizza in una sorta di “spoken song” di minimalistica bellezza. Ne sono esempi il dolce pizzicare delle corde della chitarra e del violino in Pomeridiana, così come Marinai Agitati, emblematica di cotanto connubio musico-testuale, nella quale è ancora la chitarra acustica a far da guida al violino e ad un lento declamare vocale, in un procedere quasi a braccetto, come a volersi sorreggere a vicenda. Folk che ritroviamo pregno di bucolica malinconia in Nella Pioggia e Nel Camino, prima di sporcarsi di tinte bluesy in Esagerati, dove il lavorio ritmico di Ocera trova il proprio ideale contrappunto solistico nella chitarra acustica di Amerigo Lancini. In Compiti ed Aggiornamenti fa la sua comparsa invece la carezzevole voce di Francesca Scalari, in un riuscito duetto con il carismatico recitare di Garza. Anche negli episodi di più marcato incedere il trio procede sicuro dei propri mezzi espressivi, come nell’iniziale Prima di Reutlingen, con il contrabbasso di Ennio Pedercini a porre ulteriori accenti ritmici. Un’opera, quella approntata dai Balzi del Mulo, che, pur mantenendo intatta anche su album la propria forza vitale, merita, a mio avviso, di essere apprezzata nella dimensione ad essa più consona, ovvero le assi di un palcoscenico, magari di un piccolo ed intimo teatro. Balzi, vortici, tempeste, e dolci ritorni a casa, questo è ciò che vi è racchiuso in Scintille, per un viaggio da farsi a mente dannatamente sgombra. mercoledì 22 maggio 2013
Flowers - Monna Lisa Store
(Pubblicato su Extra! Music Magazine)
Il brit pop, terreno musicale con un apice di fertilità raggiunto nella metà degli anni ‘90, pare ancor oggi essere foriero di nuove messi soniche. Dai solchi di quest’ultimo, infatti, protendono al sole i propri petali i “Fiori” emiliani, irrorati nella loro crescita da abbondanti innaffiature di Oasis e Supergrass, ed oggi, con Monna Lisa Store, pronti a sbocciare definitivamente. Il trio dimostra senza dubbio di aver tratto giovamento dall’apporto nutritivo dell’humus nel quale è cresciuto, filtrando melodie british con una galvanizzante attitudine al limite del punk. E se le qualità musicali dei nostri sono d’ineccepibile concretezza, a colpire in particolar modo è la voce di Alessandro Silvotti perfetta, nella sua somiglianza con quella di John Lawler degli scozzesi Fratellis, per l’impasto sonoro qui proposto. Esula tuttavia, dal mood generale dell’album, l’opener Country Shop, che la sei corde elettrica dell’ospite Andy MacFarlane, devia verso l’altra sponda dell’Oceano, in un roboante rockabilly, ahinoi rovinato nel finale da un irritante scimmiottamento degli “urletti” dello scomparso Jacko. Si attestano invece su di coordinate più smaccatamente brit tanto l’ibrida ballata Heart Of Life, tra morbidezza acustica e stridenti sventagliate elettriche, con all’interno un richiamo ad un passo del De Profundis wildiano, quanto una Let Me figlia, per struttura e soluzioni melodiche, della lezione impartita dai fratelli Gallagher. Fantasmi sonori dei primi Jet si avvertono invece tanto nella schiettezza di It’s Gonna Be All Right, con l’hammond di Paolo “Apollo” Negri a dispensare liquidi fraseggi, quanto nella rabbiosa elettricità di Free My Mind. Si affievoliscono in parte i toni nell’effervescente ariosità di Four In A Row, dalle parti del post britpop targato Starsailor, così come nella conclusiva For Anytime, tra fervori indie rock e scalpitanti reminescenze country. Un “negozio d’arte musicale”, quello aperto dagli emiliani Flowers, al cui interno gli amanti delle suddette sonorità troveranno di che gioire, ma nel quale si avverte purtroppo la mancanza di un vero e proprio capolavoro d’originalità creativa, frutto di pennellate dai luminescenti e personali colori sonici, mentre vi è un’abbondanza di falsi d’autore, i quali, seppur di buona fattura, rimangono tuttavia delle pedisseque copie delle tele soniche di ben più blasonati predecessori.
Il brit pop, terreno musicale con un apice di fertilità raggiunto nella metà degli anni ‘90, pare ancor oggi essere foriero di nuove messi soniche. Dai solchi di quest’ultimo, infatti, protendono al sole i propri petali i “Fiori” emiliani, irrorati nella loro crescita da abbondanti innaffiature di Oasis e Supergrass, ed oggi, con Monna Lisa Store, pronti a sbocciare definitivamente. Il trio dimostra senza dubbio di aver tratto giovamento dall’apporto nutritivo dell’humus nel quale è cresciuto, filtrando melodie british con una galvanizzante attitudine al limite del punk. E se le qualità musicali dei nostri sono d’ineccepibile concretezza, a colpire in particolar modo è la voce di Alessandro Silvotti perfetta, nella sua somiglianza con quella di John Lawler degli scozzesi Fratellis, per l’impasto sonoro qui proposto. Esula tuttavia, dal mood generale dell’album, l’opener Country Shop, che la sei corde elettrica dell’ospite Andy MacFarlane, devia verso l’altra sponda dell’Oceano, in un roboante rockabilly, ahinoi rovinato nel finale da un irritante scimmiottamento degli “urletti” dello scomparso Jacko. Si attestano invece su di coordinate più smaccatamente brit tanto l’ibrida ballata Heart Of Life, tra morbidezza acustica e stridenti sventagliate elettriche, con all’interno un richiamo ad un passo del De Profundis wildiano, quanto una Let Me figlia, per struttura e soluzioni melodiche, della lezione impartita dai fratelli Gallagher. Fantasmi sonori dei primi Jet si avvertono invece tanto nella schiettezza di It’s Gonna Be All Right, con l’hammond di Paolo “Apollo” Negri a dispensare liquidi fraseggi, quanto nella rabbiosa elettricità di Free My Mind. Si affievoliscono in parte i toni nell’effervescente ariosità di Four In A Row, dalle parti del post britpop targato Starsailor, così come nella conclusiva For Anytime, tra fervori indie rock e scalpitanti reminescenze country. Un “negozio d’arte musicale”, quello aperto dagli emiliani Flowers, al cui interno gli amanti delle suddette sonorità troveranno di che gioire, ma nel quale si avverte purtroppo la mancanza di un vero e proprio capolavoro d’originalità creativa, frutto di pennellate dai luminescenti e personali colori sonici, mentre vi è un’abbondanza di falsi d’autore, i quali, seppur di buona fattura, rimangono tuttavia delle pedisseque copie delle tele soniche di ben più blasonati predecessori. venerdì 17 maggio 2013
Massimo Zamboni e Angela Baraldi - Un'infinita compressione precede lo scoppio
(Pubblicato su Extra! Music Magazine)
“Nomi e cognomi, niente sigle. Siamo noi: sogni, visioni, pensieri, istinti, voglie, paure, arrabbiature e la loro trasformazione in canzoni e suoni, testi, immagini”; quali se non le parole dello stesso autore possono descrivere al meglio Un’infinita compressione precede lo scoppio, nuovo parto discografico di Massimo Zamboni? Un album che vede il chitarrista emiliano nuovamente affiancato dalla propria conterranea Angela Baraldi, a rinsaldare ulteriormente un sodalizio nato e sviluppatosi sui palchi italiani, prima con il fortunato tour Solo una terapia - Dai CCCP all’estinzione, al quale hanno fatto seguito, la scorsa estate, i tre concerti sotto il nome di 30 anni di Ortodossia. Esperienza on stage trasposta oggi tra le quattro mura di uno studio di registrazione, in un’empatica collaborazione artistica dalla quale traspaiono i fantasmi del passato musicale di Zamboni, a cominciare dalla sua precedente partnership femminile, dove protagonista era la meravigliosa vocalità di Nada. In un ipotetico confronto con quest’ultima non pare tuttavia sfigurare Angela Baraldi, la cui voce rifulge per potenza evocativa e bellezza espressiva, tra enfatici scampoli di pura recitazione, sublimi vocalizzi e rabbiose grida, in un’ulteriore valorizzazione emozionale delle liriche zamboniane. In una dedica all’Italia, “che s’inclina, s’inciampa, s’incaglia”, quest’ultimo appronta infatti undici composizioni dalla consueta, proverbiale, furia testuale, acuita dall’addensarsi, sullo sfondo, di nere nubi soniche, sprigionanti elettriche folgori, a squarciare il livore di un grigio cielo di plumbea insofferenza. E se l’inizio è quasi in sordina, con la salmodiante dichiarazione d’intenti di Vorremmo esserci, nella quale la voce della Baraldi diviene ideale contrappunto di quella del proprio partner artistico, nella ballata notturna Nel cuore della notte, regala invece, su di un cupo battere dei tasti del pianoforte, attimi di palpitante poesia. Dalla rabbia declamatoria di Lamenti affiorano, vuoi per la presenza al basso dell’ex compagno “consortile” Gianni Maroccolo, echi delle precedenti scorribande soniche zamboniane, così come in Fallimentare, dove fa la sua comparsa, alle backing vocals, un altro sodale dei bei tempi andati, Giorgio Canali. Trasudano invece virulenti bagliori elettrici tanto l’antiamericanismo reiterato di Sbrai, quanto la litania tribale di Fine, con l’ottimo lavorio ritmico del basso di Cristiano Roversi e della batteria di Simone Filippi, per giungere infine alla spietata fotografia sociopolitica del Bel Paese di In rotta. Elettricità che si stempera tuttavia in avviluppanti atmosfere elettroniche tanto in Parlare non toccare, dalle dilatate aperture melodiche, quanto nella magnificenza di Protezione in negativo, con la voce della Baraldi e la chitarra di Zamboni, nel finale, a rincorrersi prima di confluire in un’affascinante infrangersi armonico; fino al parossismo della conclusiva Ad ora incerta, tra immaginifiche costruzioni sonore ad opera della sei corde elettrica, all’interno delle quali la voce si tramuta quasi in un flebile sussurro. Due individualità, quelle dei cointestatari del lavoro, capaci di fondere le proprie peculiarità soniche in un suggestivo “esistenzialismo elettrico”, nell’attesa che, dopo un’infinita compressione ed al suo conseguente scoppio, si giunga ad una nuova espansione, un nuovo ordine.
“Nomi e cognomi, niente sigle. Siamo noi: sogni, visioni, pensieri, istinti, voglie, paure, arrabbiature e la loro trasformazione in canzoni e suoni, testi, immagini”; quali se non le parole dello stesso autore possono descrivere al meglio Un’infinita compressione precede lo scoppio, nuovo parto discografico di Massimo Zamboni? Un album che vede il chitarrista emiliano nuovamente affiancato dalla propria conterranea Angela Baraldi, a rinsaldare ulteriormente un sodalizio nato e sviluppatosi sui palchi italiani, prima con il fortunato tour Solo una terapia - Dai CCCP all’estinzione, al quale hanno fatto seguito, la scorsa estate, i tre concerti sotto il nome di 30 anni di Ortodossia. Esperienza on stage trasposta oggi tra le quattro mura di uno studio di registrazione, in un’empatica collaborazione artistica dalla quale traspaiono i fantasmi del passato musicale di Zamboni, a cominciare dalla sua precedente partnership femminile, dove protagonista era la meravigliosa vocalità di Nada. In un ipotetico confronto con quest’ultima non pare tuttavia sfigurare Angela Baraldi, la cui voce rifulge per potenza evocativa e bellezza espressiva, tra enfatici scampoli di pura recitazione, sublimi vocalizzi e rabbiose grida, in un’ulteriore valorizzazione emozionale delle liriche zamboniane. In una dedica all’Italia, “che s’inclina, s’inciampa, s’incaglia”, quest’ultimo appronta infatti undici composizioni dalla consueta, proverbiale, furia testuale, acuita dall’addensarsi, sullo sfondo, di nere nubi soniche, sprigionanti elettriche folgori, a squarciare il livore di un grigio cielo di plumbea insofferenza. E se l’inizio è quasi in sordina, con la salmodiante dichiarazione d’intenti di Vorremmo esserci, nella quale la voce della Baraldi diviene ideale contrappunto di quella del proprio partner artistico, nella ballata notturna Nel cuore della notte, regala invece, su di un cupo battere dei tasti del pianoforte, attimi di palpitante poesia. Dalla rabbia declamatoria di Lamenti affiorano, vuoi per la presenza al basso dell’ex compagno “consortile” Gianni Maroccolo, echi delle precedenti scorribande soniche zamboniane, così come in Fallimentare, dove fa la sua comparsa, alle backing vocals, un altro sodale dei bei tempi andati, Giorgio Canali. Trasudano invece virulenti bagliori elettrici tanto l’antiamericanismo reiterato di Sbrai, quanto la litania tribale di Fine, con l’ottimo lavorio ritmico del basso di Cristiano Roversi e della batteria di Simone Filippi, per giungere infine alla spietata fotografia sociopolitica del Bel Paese di In rotta. Elettricità che si stempera tuttavia in avviluppanti atmosfere elettroniche tanto in Parlare non toccare, dalle dilatate aperture melodiche, quanto nella magnificenza di Protezione in negativo, con la voce della Baraldi e la chitarra di Zamboni, nel finale, a rincorrersi prima di confluire in un’affascinante infrangersi armonico; fino al parossismo della conclusiva Ad ora incerta, tra immaginifiche costruzioni sonore ad opera della sei corde elettrica, all’interno delle quali la voce si tramuta quasi in un flebile sussurro. Due individualità, quelle dei cointestatari del lavoro, capaci di fondere le proprie peculiarità soniche in un suggestivo “esistenzialismo elettrico”, nell’attesa che, dopo un’infinita compressione ed al suo conseguente scoppio, si giunga ad una nuova espansione, un nuovo ordine. giovedì 9 maggio 2013
Perturbazione - Musica X
(Pubblicato su Extra! Music Magazine)
Forgiare una musica indeterminata, lontana da ogni genere di etichettamento, libera di fluire senza costrizioni di sorta, siano esse dettate da formule sonore precostituite quanto dal proprio passato sonico; questi gli intenti alla base di Musica X, sesto album a nome Perturbazione. Un’opera, la cui indeterminatezza è rimarcata dalla stessa X contenuta nel titolo, che con i suoi 35 minuti, è l’antitesi, perlomeno a livello di durata, del precedente, doppio, Del nostro tempo rubato. Una brevità che tuttavia giova all’economia generale del disco, dando modo al combo rivolese di focalizzare al meglio i propri desideri di sperimentazione, tanto a livello di programmazione elettronica, quanto ritmici e melodici. Per riuscire in quest’ambizioso intento, Cerasuolo e compagni si affidano alle sapienti mani di Max Casacci, il cui apporto in cabina di regia risulta essere fondamentale nell’indirizzare i nostri verso inedite soluzioni soniche. Un giocare con la materia pop, intorno alla quale vengono plasmate mai invasive trame elettroniche, che è sintomatico di una crescita, album dopo album, non solo anagrafica ma anche artistica. Proprio il raggiungimento dell’età adulta, della maturità è uno dei temi intorno al quale si dipana un tessuto lirico ironico e tagliente, con tuttavia un ben marcato fil rouge narrativo basato sulla vita di coppia, dalla manutenzione della stessa fino al suo scoppio. Un eclettismo lirico e musicale che si estende anche al carnet di ospiti presenti, quanto mai variegato; a cominciare da I Cani, nell’incedere quasi marziale di Questa è Sparta, passando per la fascinazione vocale di Erica Mou nell’esplicitazione sessuale di Ossexione, fino al duetto “generazionale” tra Cerasuolo e Luca Carboni ne I baci vietati, tanto improbabile sulla carta quanto riuscito a livello di resa sonora, tanto da guadagnarsi la palma di uno tra i migliori episodi del lotto. Dieci i brani presenti, in una continua reiterazione di quella X che ci accompagna fin dall’inizio della recensione; dieci fondamentali episodi di un unicum sonico, da assaporare nella sua interezza per apprezzare appieno il certosino lavoro musico-testuale che gli ha dato vita pentagrammatica. Musica X è il figlio primogenito di una nuova “complessità pop”, capace di sintetizzare nel breve spazio di un’opera i più disparati elementi; ma al contempo anche il nipote di quella mobilità e disinvoltura, esplicate in tempi non sospetti da Italo Calvino, caratterizzanti la rapidità di stile; ovvero quelle qualità che s’accordano con una scrittura pronta alle divagazioni, a saltare da un argomento all’altro, perdendo il filo 100 volte e a ritrovarlo dopo 100 giravolte. Una definizione quest’ultima, estrapolata dalle Lezioni americane, capace di descrivere esaurientemente la nuova, mirabile, giravolta sperimentale a marchio Perturbazione.
Forgiare una musica indeterminata, lontana da ogni genere di etichettamento, libera di fluire senza costrizioni di sorta, siano esse dettate da formule sonore precostituite quanto dal proprio passato sonico; questi gli intenti alla base di Musica X, sesto album a nome Perturbazione. Un’opera, la cui indeterminatezza è rimarcata dalla stessa X contenuta nel titolo, che con i suoi 35 minuti, è l’antitesi, perlomeno a livello di durata, del precedente, doppio, Del nostro tempo rubato. Una brevità che tuttavia giova all’economia generale del disco, dando modo al combo rivolese di focalizzare al meglio i propri desideri di sperimentazione, tanto a livello di programmazione elettronica, quanto ritmici e melodici. Per riuscire in quest’ambizioso intento, Cerasuolo e compagni si affidano alle sapienti mani di Max Casacci, il cui apporto in cabina di regia risulta essere fondamentale nell’indirizzare i nostri verso inedite soluzioni soniche. Un giocare con la materia pop, intorno alla quale vengono plasmate mai invasive trame elettroniche, che è sintomatico di una crescita, album dopo album, non solo anagrafica ma anche artistica. Proprio il raggiungimento dell’età adulta, della maturità è uno dei temi intorno al quale si dipana un tessuto lirico ironico e tagliente, con tuttavia un ben marcato fil rouge narrativo basato sulla vita di coppia, dalla manutenzione della stessa fino al suo scoppio. Un eclettismo lirico e musicale che si estende anche al carnet di ospiti presenti, quanto mai variegato; a cominciare da I Cani, nell’incedere quasi marziale di Questa è Sparta, passando per la fascinazione vocale di Erica Mou nell’esplicitazione sessuale di Ossexione, fino al duetto “generazionale” tra Cerasuolo e Luca Carboni ne I baci vietati, tanto improbabile sulla carta quanto riuscito a livello di resa sonora, tanto da guadagnarsi la palma di uno tra i migliori episodi del lotto. Dieci i brani presenti, in una continua reiterazione di quella X che ci accompagna fin dall’inizio della recensione; dieci fondamentali episodi di un unicum sonico, da assaporare nella sua interezza per apprezzare appieno il certosino lavoro musico-testuale che gli ha dato vita pentagrammatica. Musica X è il figlio primogenito di una nuova “complessità pop”, capace di sintetizzare nel breve spazio di un’opera i più disparati elementi; ma al contempo anche il nipote di quella mobilità e disinvoltura, esplicate in tempi non sospetti da Italo Calvino, caratterizzanti la rapidità di stile; ovvero quelle qualità che s’accordano con una scrittura pronta alle divagazioni, a saltare da un argomento all’altro, perdendo il filo 100 volte e a ritrovarlo dopo 100 giravolte. Una definizione quest’ultima, estrapolata dalle Lezioni americane, capace di descrivere esaurientemente la nuova, mirabile, giravolta sperimentale a marchio Perturbazione. lunedì 6 maggio 2013
Luke Winslow-King - The coming tide
(Pubblicato su Rootshighway)

Molti, in passato, per trovare la propria, metaforica, "strada", hanno dovuto preparare le valigie e percorrere non pochi chilometri. Questo, come la biografia di molti bluesmen insegna, vale anche, se non soprattutto, in ambito musicale. Proprio di quest'ultimi pare un moderno epigono Luke Winslow-King, originario di Cadillac, Michigan, sperduta cittadina ben presto abbandonata per stabilirsi, alfine, in quel di New Orleans. Un rapporto, quello con la Crescent City, divenuto quasi simbiotico, con il nostro a bazzicare sempre più spesso i locali del French Quarter, prestando i propri servizi musicali, tra gli altri, a John Boutte e "Washboard" Chaz Leary. Una necessaria gavetta verso una carriera solista arrivata oggi con The Coming Tide al traguardo del terzo album, nonché esordio per la Bloodshot Records. Una discografia caratterizzata da un continuo crescendo creativo e qualitativo, con punte di eccellenza nel precedente Old/ New Baby, sulla falsariga del quale è stato scritto anche quest'ultimo parto discografico. Là dove però il predecessore presentava una più marcata influenza musicale della Big Easy, in The Coming Tide assistiamo ad un'apertura verso stilemi blues di derivazione deltaica e architetture melodiche di stampo folkie. Del recente passato permangono invece la perizia del nostro sulla propria sei corde, a tradire la sua imberbe età anagrafica, e un songwriting capace di riportare a nuova vita i fantasmi sonori della tradizione afroamericana, infondendo in essi la propria rilucente personalità. Winslow-King si avvale del consueto manipolo di preparati musicisti, ai quali si aggiunge, in questo frangente, la compagna Esther Rose, fondamentale, tanto per il suo contributo nel creare empatiche armonizzazioni vocali, quanto nell'infondere al tutto, con il grattare della sua washboard, un tocco Old Time. Un'atemporalità musicale che pervade la title track con la quale, su di una sincopata sarabanda ritmica in odore di Second Line, ci addentriamo proprio nel French Quarter, prima di ritrovarci, sulle note di un piano, nel saltellante ragtime Moving On (Towards Better Days), seduti in uno dei locali che affollano lo stesso, dove un'orchestra d'altri tempi si destreggia, in Let 'Em Talk, tra gli sbuffi jazzy dei fiati e lo strascicato ciondolare ritmico della washboard. Soave valzer è Staying In Town, con le due voci ad unirsi in un matrimonio armonico perfetto, mentre con I've Got The Blues For Rampart Street viene omaggiata l'opera di una delle più eccelse cantanti afroamericane, Ida Cox. Un amore, quello per il blues arcaico, che traspare tanto dal flavour gospel della johnsoniana Keep Your Lamp Trimmed And Burning, quanto dall'oscura rivisitazione della Ella Speed di Huddie Ledbetter, fino ad una conclusiva I've Got My Mind Set On You, con un lavoro sul bottleneck degno del miglior Ryland Cooder. Un musicista dal talento sopraffino Luke Winslow-King, del quale The Coming Tide è l'ennesima, splendida, testimonianza sonora.

Molti, in passato, per trovare la propria, metaforica, "strada", hanno dovuto preparare le valigie e percorrere non pochi chilometri. Questo, come la biografia di molti bluesmen insegna, vale anche, se non soprattutto, in ambito musicale. Proprio di quest'ultimi pare un moderno epigono Luke Winslow-King, originario di Cadillac, Michigan, sperduta cittadina ben presto abbandonata per stabilirsi, alfine, in quel di New Orleans. Un rapporto, quello con la Crescent City, divenuto quasi simbiotico, con il nostro a bazzicare sempre più spesso i locali del French Quarter, prestando i propri servizi musicali, tra gli altri, a John Boutte e "Washboard" Chaz Leary. Una necessaria gavetta verso una carriera solista arrivata oggi con The Coming Tide al traguardo del terzo album, nonché esordio per la Bloodshot Records. Una discografia caratterizzata da un continuo crescendo creativo e qualitativo, con punte di eccellenza nel precedente Old/ New Baby, sulla falsariga del quale è stato scritto anche quest'ultimo parto discografico. Là dove però il predecessore presentava una più marcata influenza musicale della Big Easy, in The Coming Tide assistiamo ad un'apertura verso stilemi blues di derivazione deltaica e architetture melodiche di stampo folkie. Del recente passato permangono invece la perizia del nostro sulla propria sei corde, a tradire la sua imberbe età anagrafica, e un songwriting capace di riportare a nuova vita i fantasmi sonori della tradizione afroamericana, infondendo in essi la propria rilucente personalità. Winslow-King si avvale del consueto manipolo di preparati musicisti, ai quali si aggiunge, in questo frangente, la compagna Esther Rose, fondamentale, tanto per il suo contributo nel creare empatiche armonizzazioni vocali, quanto nell'infondere al tutto, con il grattare della sua washboard, un tocco Old Time. Un'atemporalità musicale che pervade la title track con la quale, su di una sincopata sarabanda ritmica in odore di Second Line, ci addentriamo proprio nel French Quarter, prima di ritrovarci, sulle note di un piano, nel saltellante ragtime Moving On (Towards Better Days), seduti in uno dei locali che affollano lo stesso, dove un'orchestra d'altri tempi si destreggia, in Let 'Em Talk, tra gli sbuffi jazzy dei fiati e lo strascicato ciondolare ritmico della washboard. Soave valzer è Staying In Town, con le due voci ad unirsi in un matrimonio armonico perfetto, mentre con I've Got The Blues For Rampart Street viene omaggiata l'opera di una delle più eccelse cantanti afroamericane, Ida Cox. Un amore, quello per il blues arcaico, che traspare tanto dal flavour gospel della johnsoniana Keep Your Lamp Trimmed And Burning, quanto dall'oscura rivisitazione della Ella Speed di Huddie Ledbetter, fino ad una conclusiva I've Got My Mind Set On You, con un lavoro sul bottleneck degno del miglior Ryland Cooder. Un musicista dal talento sopraffino Luke Winslow-King, del quale The Coming Tide è l'ennesima, splendida, testimonianza sonora.
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