giovedì 18 aprile 2013

Iron and Wine - Ghost on ghost


Capita a volte di ritrovarsi con vecchi amici, persi di vista da tempo, e stentare, vuoi per le primavere trascorse per entrambi, vuoi per i segni lasciati da quest’ultime, a riconoscersi. Questa medesima sensazione, il sottoscritto, l’ha provata nel rincontrare, perlomeno musicalmente, il “vecchio” Samuel Beam. Ben lontano dai sapori agresti del folk degli esordi, il barbuto cantautore della Carolina del Sud, si era infatti presentato in un’inedita veste sonora con lo spiazzante Kiss Each Other Clean. La bassa fedeltà che ne aveva contraddistinto fino a quel momento la produzione artistica era stata soppiantata da un freak funk di matrice futurista, diventato vero e proprio centro nevralgico del modus operandi del nostro. Ma quanti pensavano potesse trattarsi solamente di un episodio isolato, o quantomeno di una sperimentazione effimera, dovranno oggi ricredersi. Più che una divagazione
passeggera dagli abituali sentieri bucolici, il precedente album può essere considerato, tutt’al più alla luce dell’odierno parto discografico, come un punto di svolta nell’avventura musicale a nome Iron And Wine. Un’opera, Ghost On Ghost, ancor più solenne ed elegante; un nuovo caleidoscopico arricchimento delle partiture beamiane, mai forse così pregne di iridescenti colori sonici, tra melliflue divagazioni in chiave jazzy ed assolati effluvi californiani, in una personale rivisitazione del pop orchestrale marchiato Van Dyke Parks. Fanno bella mostra di sé arrangiamenti multiformi, complessi nel loro sviluppo armonico, ma senza tuttavia mai peccare di pomposità, mantenendo tutt’altro al centro della propria narrazione musicale una ricerca melodica di rara purezza. Sotto la sapiente supervisione dell’ormai fidato Brian Deck, ed supportato da uno stuolo di musicisti impeccabili, il songwriting beamiano, libero da vincoli tematici, si cristallizza in piccole gemme d’adamantino splendore. A cominciare dalla solare apertura di Caught In The Briars, con la sezione fiati a soffiare gentile, prima di un’orgiastica sarabanda finale guidata dal pianoforte. Fiati che ritroviamo tanto nel sincopato muoversi di Low Light Buddy Of Mine, quanto nella policromia jazzy di Lover’s Revolution, con Beam nelle inedite vesti del crooner. Una voce quella del nostro che guadagna ulteriormente in espressività e duttilità, mostrandosi in tutta la propria grazia interpretativa tanto nell’estatico ondeggiare di Grass Widows, quanto nella poeticità invernale di una deliziosa Winter Prayers. Piccoli dipinti dalle tenui tinte pop sono invece The Desert Babbler e Joy, la cui malia risiede nell’aereo intrecciarsi di flebili vocalizzi. Un’incresparsi vocale che caratterizza anche il caracollante sbuffare di Grace For Saints And Gamblers, così come la conclusiva Baby Center Stage, magistrale esempio di dilatazione cosmic country. Il tempo ne avrà pur modificato le “fattezze musicali”, ma il buon Samuel Beam rimane sempre un caro vecchio amico capace, ad ogni nuovo incontro, di incantare con le proprie suggestive storie in musica.

lunedì 15 aprile 2013

The Bean Pickers Union - Better the devil

(Pubblicato su Rootshighway)

Se con Potlatch, l'esordio del 2007, il "Sindacato dei raccoglitori di fagioli" aveva ottenuto rigogliose messi dalla coltivazione di terreni di natura alternative country, con il nuovo Better The Devil, pare invece essere tornato a metodi agricoli più arcaici, andando a dissodare vecchi appezzamenti country e folk. Ideale humus lirico è poi la vena compositiva di Chuck Melchin, quanto mai fertile, nel suo dar vita a piccole storie di disperazione, speranza e redenzione che, sottoposte all'innaffiatura strumentale degli altri "raccoglitori", hanno modo di dischiudersi in tutta la loro bellezza melodica. A cominciare dall'insinuante Magnolia, nella quale si respira l'aria delle campagne del West Virginia, con pedal steel e hammond ad enfatizzare ulteriormente questa agreste sensazione di spazialità. Burning Sky invece sposta l'asse delle coordinate musicali verso il border messicano, in una sarabanda sonora condotta dallo strascicato spazzolare della batteria, e da una polverosa sei corde elettrica, con la propria corrispettiva acustica a ricamare speziate armonie tex mex. E' tuttavia nei toni dimessi, di più pura estrazione country, che i nostri paiono esprimersi al meglio, grazie ad una vocalità, quella dello stesso Melchin, calda ed espressiva. Quest'ultimi permeano composizioni quali Numb, dove ad una chitarra acustica "tweediana" spetta il compito di tessere un'evocativa linea melodica, resa ancor più avvolgente dall'ottimo interplay tra hammond e violino; o l'accorata Jolene, tutta giocata sull'intreccio acustico tra le corde della medesima chitarra e quelle del mandolino, con sullo sfondo timidi spettri elettrici. Su ben altri ritmi si attesta invece Ditch che, dopo un incipit attendista, si tramuta in un movimentato country'n'grass, nel quale il banjo guadagna le luci delle ribalta, bissando il tutto poco più avanti, nella ruralità old time di Tranquility. Torna a far propri stilemi più classicamente country la slow ballad Sometimes I Just Sits, che pare guardare all'opera del "rossocrinito" countryman texano; proprio quel Willie Nelson con il quale, a livello vocale, il buon Melchin presenta più di un'affinità. Lydia's Lullaby, come evidenziato dallo stesso titolo, è invece una carezzevole ninnananna, costruita su di uno scheletrico impianto strumentale acustico, con solamente due chitarre ad accompagnare la voce di Melchin, sorretta da sparuti contributi corali, e dal flebile scorrere dell'archetto del violino. Come peraltro avviene nel conclusivo, ed intimistico, commiato Cameo, dove il violino viene tuttavia sostituito da una languida pedal steel. E' un piccolo artigiano della canzone country folk Chuck Melchin, e Better The Devil, oltre a mostrarne una volta di più le ottime doti da songwriter, conferma il "Sindacato dei raccoglitori di fagioli" come una ben più che solida realtà. Non vi resta quindi che iscrivervi a questa sigla sindacale e raccogliere così i gustosi frutti coltivati da Melchin e soci.
 

lunedì 8 aprile 2013

Billy Bragg - Tooth and nail

(Pubblicato su Extra! Music Magazine)

L’integrità artistica, nonché umana, par oggi essere qualità quanto meno rara, perlopiù in un mercato, quello discografico, dove lo svendersi al miglior offerente è l’unico modo di ottenere un seppur effimero successo. Esula fortunatamente, da quanto poc’anzi affermato, Billy Bragg, artista che sull’integrità ha modellato invece un’intera carriera musicale, tra attivismo politico e impegno civile, ormai quasi trentennale. Anni passati a cantare della e per la gente, unendo ad un impeto al limite del punk, la canzone di protesta d’estrazione folk, sulle orme di un maestro, Woody Guthrie, la ombra sonora da sempre lo accompagna. Un cammino musicale arduo e irto di ostacoli, ma non avaro di gratificazioni; ultima, in ordine di tempo, il progetto cui Mermaid Avenue, che vedeva il bardo di Barking impegnato, in compagnia dei Wilco, a riportare alla luce alcune liriche, proprio del tanto amato Guthrie, rimaste, orfane delle sette note, sepolte in polverosi archivi. Album, quelli nei quali si è cristallizzato il progetto, di enorme valore storico-musicale, tanto nel loro gettare nuova luce sull’opera del cantore di Okemah, quanto nel riappropriarsi di quel caleidoscopico ventaglio sonoro che è la musica statunitense. Un’esperienza quest’ultima che deve aver segnato profondamente il buon Bragg, al punto da spingerlo, nella stesura del nuovo ed autografo Tooth And Nail, a persistere nella medesima direzione. Lontano dalla rabbia battagliera e dai clangori elettrici degli esordi, Bragg pare infatti mettere a nudo la propria anima da folksinger, traendo ispirazione, tra agresti melodie, tanto dalla classica ballata folk, quanto dal country e dal blues. Ad aiutare il nostro troviamo, in cabina di regia, nientemeno che Joe Henry, produttore di comprovata bravura, il quale appronta il consueto parterre de roi di musicisti dove, alla perizia tecnica, alle corde più disparate, di Greg Leisz, si affiancano il tocco delicato sui tasti bianchi e neri di Patrick Warren, e il mai invasivo percuotere della batteria di Jay Bellerose e del basso di David Piltch. Risultato di cotanti apporti strumentali è un tessuto musicale dai toni seppiati, di matrice acustica, letteralmente cucito intorno ad una voce, quella di Billy Bragg, mai così autentica e profonda nel suo cantare delle esperienze accumulate in una vita, vissuta sempre intensamente. Il proprio rapportarsi con la vita stessa, l’amore e la spiritualità, questi gli argomenti che imperniano testi di straordinaria intensità lirica, in un riflessivo scavare all’interno del proprio Io. Vedono così la luce brani di adamantina bellezza come il raccoglimento folkie di January Song, la placida slow country ballad Chasing Rainbows, fino alla dimessa melanconia di Goodbye, Goodbye. Al centro della narrazione vi è quel folk da sempre ideale veicolo sonoro attraverso il quale esprimere sentimenti e frustrazioni, come avviene nella spirituale Do Unto Others, sorta di personale reinterpretazione biblica in chiave ragtime, o nel lento ciondolare di una Handyman Blues al limite dell’ironia. Pregevoli poi i contributi testuali portati in dono da Joe Henry, tanto nel livido languore di Over You, con un Leisz a dir poco magistrale nel far scorrere il proprio bottleneck, quanto nello splendore melodico di una Your Name On My Tongue, a metà strada proprio tra la Mermaid Avenue e il Van Morrison delle “settimane astrali”. Una grazia sonora che accompagna anche una rilettura, con il cuore in mano, di I Ain’t Got No Home, uno dei brani più toccanti, quanto purtroppo di ancor tremenda attualità, tra quelli partoriti dalla penna di Woody Guthrie, del quale Bragg si conferma come il più valido erede. Se No One Knows Nothing Anymore, è un puro esercizio in stile Americana, con un’apertura nel finale verso rarefazioni cosmic country; sprazzi del passato combattente, perlomeno a livello sonoro, sembrano invece riaffiorare nella compattezza ritmica, venata da minimali sprazzi elettrici, di There Will Be A Reckoning, per poi tornare a stemperarsi nei toni smorzati di un, seppur ottimistico, commiato, affidato ad una Tomorrow’s Going To Be A Better Day, con tanto di spensierato fischiettio. Nel pieno della propria maturità Billy Bragg pare volersi mostrare per ciò che è veramente, un uomo nella sua più disarmante semplicità; il quale ha forse accantonato la propria irruenza combattiva, ma la cui anima è tuttavia ancor illuminata da una luce, quella della speranza, mai sopita; perché, nonostante tutto, “domani sarà un giorno migliore”.

mercoledì 3 aprile 2013

Intervista a Viva Lion!

(Pubblicato su Extra! Music Magazine)

Abbiamo incontrato Daniele Cardinale per parlare della sua opera prima, “The Green Dot", capace di racchiudere, in sole cinque canzoni, l’intero universo sonoro di un’artista tutto da scoprire.

A leggere la tua biografia hai avuto un passato da indie rocker, quando è avvenuta la “folgorazione sulla via del folk”?

Nessuna folgorazione, direi piuttosto una grande influenza da alcuni side projects di indie rocker, di artisti che provengono dalle scene emo, punk e hardcore nordamericane. La folgorazione, se vuoi, è avvenuta in Canada.

C’è qualche artista, o album, in particolare, che ti ha influenzato o ha aiutato a far emergere la tua anima da folksinger?

Ce ne sono molti, e non tutti provengono dal folk. “Harvest” di Neil Young, “Killed or Cured” di The New Amsterdams, “Bring Me Your Love” di City and Colour. The Weakerthans, Grey Kingdom, Bon Iver, Sunparlour Players e mille altri.

”The Green Dot” è un concept su di una relazione, a distanza per la precisione, come è nata e si è sviluppata quest’ idea?

Vita vissuta. Ero tornato a vivere a Roma e stavo con una ragazza di Los Angeles. Facevamo avanti e indietro e le scrivevo canzoni che parlavano di noi, 4 sono diventate quello che ora è “The Green Dot” Ep, il punto verde, quello della webcam del mio MacBook.

Fin dallo stesso titolo sono inoltre evidenti i rimandi computeristici. Che rapporto hai, sia come persona che come musicista, con quest’ultimo e con la tecnologia in generale?

Non sono un freak della tecnologia ma andiamo molto d’accordo. Uso costantemente il mio laptop soprattutto per comunicare con il Nordamerica e gli amici ormai sparsi in tutto il mondo. Più tecnologia c’è, meglio è. Sempre che sia l’essere umano a gestirli e che siano a servizio del bene comune.

Quello che doveva essere un EP “solitario” si è tuttavia evoluto in un lavoro collettivo grazie anche alla presenza di una “famiglia allargata” di musicisti. È stata una scelta ponderata o figlia delle circostanze?

È stata una scelta naturale: ho sempre pensato che condividere sia meglio che competere. Roads Collide, Gipsy Rufina, Megan Pfefferkorn, i Velvet e tutti gli altri sono, o sono diventati, ottimi amici.

Tra gli ospiti presenti spicca per bellezza il contributo di Megan Pfefferkorn in Goodmorning/Goodnight, come siete arrivati a questa collaborazione?

Ho conosciuto Megan a Settembre dell’anno scorso in California, quando sono andato a suonare insieme a Claudio Falconi dei Grannies Club, ormai parte integrante di Viva Lion!. Abbiamo suonato insieme all’House of Blues di Los Angeles e al Joshua Tree Park, e da subito si è creata grande sintonia. E’ bravissima e ha grande talento. Io e Claudio abbiamo suonato anche una sua canzone e credo che collaboreremo con lei ancora in vista del full album.

Decisamente bizzarra è la scelta di inserire una rivisitazione di Footloose: che tipo di approccio utilizzi solitamente con la materia sonora altrui?

Mi piace moltissimo stravolgere canzoni, riarrangiare in chiave acustica ad esempio Blietzkrieg Bop dei Ramones o 99 problems di Jay-Z (che suoniamo dal vivo nella versione country di Hugo). E mi piace chi lo fa, dalle versioni punk delle hit pop americane alla versione di Julia Stone di Bloodbuzz Ohio dei The National. Ma non ho risposto alla tua domanda, mi son fatto prendere dall’entusiasmo. L’approccio è stravolgere e dimostrare che arrangiamenti completamente diversi di una canzone producono risultati altrettanto validi.

Colpisce l’assenza di una vera e propria batteria o di percussioni per così dire convenzionali, pur essendo ben percettibile un sottile substrato ritmico. Ci puoi parlare di questo “sperimentalismo percussivo”?

Abbiamo utilizzato il corpo umano e il legno del pavimento dello studio. Mani, piedi, buste, oggetti trovati in studio, un po’ per mantenere il mood acustico, un po’ perché non c’è un batterista in Viva Lion!

Hai vissuto in Canada e hai tenuto concerti anche negli Stati Uniti; hai notato un diverso modo, da parte del pubblico, di rapportarsi alla tua musica rispetto ad un’audience italiana?

Negli Stati Uniti ho riscontrato più partecipazione. Ho notato, ma parlo della California, una certa predisposizione al divertimento, a partecipare. I canadesi sono molto ‘quiet’, tranquilli.

Progetti per il futuro? Dal vivo continuerà il sodalizio con Claudio Falconi o opterai per una dimensione solitaria?

Progetti: ho iniziato a lavorare al full album e stanno arrivando nuovi concerti in Italia. Claudio vive a Los Angeles da due mesi e ci resterà per un bel po’. Suoneremo insieme a Giugno in California e Colorado, mentre in Italia lo ha sostituito Marco Lo Forti degli Autoreverse. A volte invece suono da solo.

(La foto di Daniele Cardinale aka Viva Lion! è di Stefano Delìa)

venerdì 22 marzo 2013

Viva Lion! - The Green Dot EP

(Pubblicato su Extra! Music Magazine)

Un esordio destinato sicuramente a non passare in sordina quello a nome Viva Lion!, monicker dietro al quale si cela Daniele Cardinale, indie rocker di “nascita” ma che in questo frangente troviamo impegnato a destreggiarsi con scarne ed acustiche trame folk. Un Ep, The Green Dot, che può a tutti gli effetti essere considerato un vero e proprio concept, di natura autobiografica, basandosi infatti sulla relazione a distanza tra il nostro e la propria fidanzata americana. Sulla tratta “telematica” Roma-Los Angeles hanno visto la luce le canzoni qui contenute, composte e poi suonate, alla propria amata, via skype, cercando in tal modo di mantenere vivo un rapporto facilitato sì dalle nuove tecnologie ma al contempo complicato dall’ingombrante, e divisoria, presenza di un Oceano. Canzoni nelle quali ad essere in primo piano sono la voce e la chitarra acustica dello stesso Viva Lion!, affiancate dalla presenza, a seconda dei diversi episodi, di svariati ospiti. Proprio i contributi di quest’ultimi arricchiscono ulteriormente un songwriting, quello del musicista romano, che predilige toni sommessi e malinconici, a cominciare dall’intimismo minimale di Even If, sognante incipit, tra il carezzevole pizzicare di chitarre e banjo e la voce del cantautore Gipsy Rufina ad aggiungersi a quella del titolare del progetto. Ancor più intensa è Goodmorning/Goodnight, dove viene evidenziata la distanza tra i due innamorati, la quale non è solo più fisica, ma anche, vista la presenza del fuso orario, temporale, dato che quando per lui è mattina per lei è notte. Il tutto viene ulteriormente enfatizzato da una prima parte vocale appannaggio di Viva Lion!, mentre la seconda voce, che apparterrebbe idealmente a “lei”, viene affidata a Megan Pfefferkorn, la cui deliziosa vocalità colora di tinte pastello un’agreste melodia folkie. Unico brano senza ospiti è The Thrill, in cui si manifesta lo scoramento del protagonista, il quale si riflette anche sull’impianto musicale, con l’acusticità iniziale che viene squarciata da laceranti deflagrazioni elettriche, su di un tappeto percussivo che trova la propria forza ritmica tanto nell’hand-clapping quanto nello percuotere gli oggetti più disparati, trovati in studio di registrazione. Sconforto che lascia tuttavia spazio alla speranza nella leggerezza melodica di Some Investments Are Recession Proof, prima del tripudio finale con l’unico brano non autografo, una personalissima rivisitazione di Footloose, dalla colonna sonora dell’omonimo lungometraggio, dove a dar man forte troviamo i Velvet al gran completo. Una piccola ma affascinante opera prima, The Green Dot, capace di racchiudere, in sole cinque canzoni, l’intero universo sonoro di un’artista, Viva Lion!, tutto da scoprire.

mercoledì 20 marzo 2013

Nick and the Ovorols - Telegraph Taboo

(Pubblicato su Rootshighway)


Il passaggio da semplice gregario a band leader, e la storia musicale ne è maestra, non è mai facile, può essere infatti tanto il preambolo di una luminosa carriera quanto di una rovinosa e dolorosa caduta. A compiere il fatidico passo è in quest'occasione Nick Peraino, chitarrista e cantante nativo del New England, ma da tempo stabilitosi in quel di Chicago. Qui il nostro ha visto nascere la propria passione per il blues, musica quest'ultima che non ha mai smesso di risuonare tra le vie della Windy City. Dopo una prima militanza tra le fila della roots rock band a nome Nick Peraino and Blue Moon Risin, ed alcune collaborazioni come sideman per artisti quali Joanna Connor e Sugar Blue, nel 2011 il chitarrista da vita al progetto Nick and The Ovorols, del quale detiene saldamente la leadership. Primo risultato di questa nuova avventura è Telegraph Taboo, debutto discografico nel quale confluiscono deep soul, mordaci sventagliate chitarristiche e piccole digressioni bluesy, a rievocare i fantasmi dell'heavy rock settantiano. Un album muscolare quindi, dove ampio spazio viene lasciato alla sei corde dello stesso Peraino, tra debordanti assoli e duetti con quella del sodale Carlos Showers, a creare un drive chitarristico che è un po' il leit motiv dell'intero lavoro. E se sulle qualità tecniche dei due succitati musicisti non vi è nulla da eccepire, degna di menzione è senza dubbio la voce dello stesso Peraino capace di passare da una rochezza quasi robinsoniana, alla "corvo nero" per intenderci, nei brani trasudanti elettricità, a tonalità più calde ed avvolgenti quando le atmosfere si rarefanno, ricordando a tratti un Paul Rodgers d'antan (dei bei tempi andati di Free e Bad Company, non quello della recente e becera collaborazione con la "Regina"). Sembra proprio estrapolato da un vecchio vinile dei Free l'opener Take The V Train, sincopato rock blues targato Seventies, a ribadire come i nostri guardino a sonorità del passato, portando avanti al contempo un'attualizzazione delle stesse. Operazione questa, che porta alla stesura di brani come Chitown Via Greyhound, tra distorta ruvidezza rock e screziature bluesy, o l'irrequieta Honey Please, ben sostenuta dalla batteria di Lance Lewis e dal basso di Vic Jackson. L'anima nera di Peraino ha invece modo di emergere tanto nel ciondolare soul di Hey, Mr. President, quanto nel r'n'b, dall'ossatura funk, Half Of Two, dove ad aggiungere ulteriori colori sonori troviamo un hammond dal retrogusto vintage e degli incantevoli cori femminili. Si affievoliscono in parte le adrenaliniche scariche elettriche nell'ispirata ed evocativa ballata Try Me, ben doppiata da una Day To Day appannaggio del solo titolare, dalla quale emerge la buona padronanza sia delle proprie corde vocali che di quelle del proprio strumento. Con un debutto solido e ben suonato Peraino si scrolla definitivamente di dosso l'ombra del proprio passato da sideman, dimostrando al contempo di trovarsi a proprio agio nell'inedito ruolo di leader.

lunedì 18 marzo 2013

Giardini di Mirò @ La Claque - Genova

(Pubblicato su Extra! Music Magazine)

Vedi a volte gli scherzi del caso; in una Genova che ospita, in questi mesi, una rassegna del pittore spagnolo Joan Mirò, parte Alone Together, tour “acustico” dei nostrani Giardini di Mirò. Una data “zero” che pare aver richiamato gran parte degli indie lovers della città della Lanterna, affollanti questa sera La Claque, piccola sala del Teatro della Tosse. Una location, dalla più che buona acustica, che ricorda uno dei tanti clubs che costellano i sobborghi delle grandi città d’Oltreoceano. Un palco più che consono quindi per il live show “sperimentale” approntato dagli emiliani, che si presentano per l’occasione in quartetto, dove ad affiancare gli storici Corrado Nuccini, Jukka ed Emanuele Reverberi troviamo Laura Loriga, già loro compagna on stage nella presentazione del recente Good Luck. E proprio durante la precedente tournèe è nata l’idea di uno spettacolo più raccolto, tra “suoni acustici, vibrazioni elettroniche, lenti delay e voci sussurate”. Un quartetto, pur nella sua essenzialità, tuttavia versatile, con Nuccini ed Jukka ad alternarsi brillantemente tra microfoni, chitarre, basso e un minimale set percussivo (composto dai soli timpano e rullante) ed un Emanuele Reverberi, vero e proprio jolly, nel suo padroneggiare con gusto violino, tromba e percussioni, ai quali si aggiunge l’incantevole apporto vocale della Loriga, oltre al muoversi sinuoso delle sue dita, sui tasti di un piano elettrico. Proprio a quest’ultima spetta inoltre il compito di aprire la serata con un mini-set, presentando i brani del proprio progetto solista Mimes Of Wine, con il quale incanta gli astanti grazie ad una soavità vocale che ricorda a tratti quella di una Regina Spektor meno “freak”, ed un lirico pianismo, tra rimandi classici e affreschi jazzy. L’attesa è tuttavia per il set degli emiliani, che non sarà, per nostra fortuna, avido di sorprese, anzi. Gran parte della scaletta è inevitabilmente incentrata sull’ultimo album in studio, il poc’anzi menzionato Good Luck, riproposto nella sua quasi interezza, a cominciare dal fascino tetro di una Rome che, orfana della nervosa spinta propulsiva di basso e batteria, pare tuttavia guadagnare in forza evocativa, grazie anche all’ottimo interplay tra le chitarre di Jukka e Nuccini, con la voce di quest’ultimo che pare trovare un’ideale contrappunto in quella della Loriga. Un’intrecciarsi di voci, maschile e femminile, capace di dar vita ad autentiche vibrazioni sensoriali, come nella ballata notturna Spurious Love, la cui progressione emozionale è impreziosita dai ricami del violino, o nell’immaginifica There Is A Place, quasi un sussurro, di straordinaria poesia, passando per una scarnificata Embers, fino ad una sulfurea e mantrica Bar Nasha, dal songbook dei Six Organs Of Admittance. Sono tuttavia gli encore a sintetizzare al meglio i propositi da cui è nato questo nuovo tour; prima una toccante e sentita Bufera, composta sulla note della amodeiana Per i morti di Reggio Emilia, in cui psichedelici riverberi vocali sono il viatico verso un climax sonoro che lascia ammutolita l’intera platea, per giungere alla conclusiva Wayfaring Stranger, vecchio spiritual con il quale i quattro si addentrano in inesplorati territori folk statunitensi, e dove il duetto vocale tra la Lorica e Nuccini sembra quasi voler rievocare quelli tra Isobel Campbell e Mark Lanegan. Una magnifica serata “diversamente noise”, nella quale abbiamo potuto esplorare una parte dei Giardini di Mirò fino ad oggi rimasta celata, nascosta dietro inestricabili siepi irte di spinosi feedback; un’oasi di sognante tranquillità nella quale rifugiarsi per rigenerare anima e mente.

venerdì 15 marzo 2013

Dawn McCarthy & Bonnie "Prince" Billy - What the Brothers sang

(Pubblicato su Extra! Music Magazine)

Ognuno di noi, ripensando alla propria infanzia, vede spesso riemergere i più disparati ricordi, associati molte volte ad uno dei cinque sensi in particolare. Tra le rimembranze sensoriali più comuni vi sono senza dubbio quelle uditive, siano esse un semplice suono, captato quasi per caso, o vere e proprie forme musicali compiute. Suoni e musiche che hanno caratterizzato anche l’infanzia del buon Will Oldham, il quale oggi pare ritornare, mentalmente, proprio a quegli spensierati giorni di gioco e scoperte, nei quali dal giradischi paterno fuoriusciva una musica, quella degli Everly Brothers, destinata a diventare il suo primo vero amore sonoro. Formato dai fratelli kentuckiani Phil e Don, il duo ha saputo d’altronde - con un corpus musicale di eccezionale valore, in cui folk, country e primigenio rock’n’roll venivano miscelati in egual misura, con le due voci a creare sopraffine armonie - influenzare, direttamente e non, generazioni di musicisti a venire. Intrecci vocali che, ovviamente, ritroviamo in What The Brothers Sang, sentito omaggio del “Principe” di Louisville ai propri conterranei. E proprio per ricreare quest’ultimi il nostro ha voluto al proprio fianco Dawn McCarthy, con la quale aveva già incrociato in passato il proprio cammino, prima in un EP cointestato (Wai Notes, targato 2007), fino ad un più recente 7” contenente due brani (Christmas Eve Can Kill You e Lovey Kravetiz), guarda caso estrapolati proprio dal repertorio everlyiano. Attorniati oggi da un nutrito gruppo di musicisti; tra i quali meritano una menzione il fido Emmett Kelly alle chitarre (già nelle fila della Cairo Gang) e la sezione ritmica nashvilliana formata dal basso di Dave Roe e dalla batteria di Kenny Malone; i due assemblano un vero e proprio “sunto affettivo” del songbook a nome Everly Brothers, prediligendo il lato country oriented dello stesso, ed andando a ripescare sia brani autografi che di altrui composizione, ma reinterpretati dai due nel corso della loro carriera. Punto focale dell’intero lavoro sono, come accennato poc’anzi e ribadito anche dalla stessa copertina, i duetti tra la delicata vocalità della McCarthy e quella “principesca” di Oldham, in un lirico rincorrersi, per poi unirsi in impasti vocali che lasciano a dir poco estasiati. Come nel fascino arcaico di Empty Boxes, tra il picking gentile di chitarre e mandolino, ed un flauto dal quale fluiscono arie folk di discendenza albionica; o in una It’s All Over, leggera come lo stormire delle foglie alla prima brezza autunnale; raggiungendo infine vette d’incommensurabile pathos nell’onirico country valzer What Am I Living For. Esulano in parte dal mood generale dell’album tanto Milk Train, che corre veloce, su sferraglianti binari country’n’roll, deviando nel finale, sulle note di un accordion, verso speziati territori zydeco; quanto il robusto uptempo Somebody Help Me. Si torna tuttavia verso fluttuanti e indolenti sonorità con i barocchismi orchestrali di Devoted To You, o la lucentezza melodica di Poems, Prayers And Promises, fresca e pura come l’acqua di sorgente, fino all’elegiaca Kentucky, omaggio nell’omaggio al proprio stato natio. Musica senza tempo quella racchiusa tra i solchi di questo splendido atto d’amore in musica, ennesima testimonianza tanto della bellezza dell’opera sonora dei fratelli Everly, quanto della caratura artistica superiore di un “personaggio”, Bonnie “Prince” Billy, con davvero pochi eguali nell’odierno panorama musicale.



giovedì 7 marzo 2013

Nadia and the Rabbits - Noblesse oblique

(Pubblicato su Extra! Music Magazine)

Una vera e propria “cantautrice senza frontiere” Nadia von Jacobi, la cui musica nasce da una globalità sonora volta ad abbattere barriere fisiche, musicali nonché idiomatiche. Nel suo cammino, che dalla natia Monaco di Baviera l’ha portata in Italia, dove tutt’oggi risiede, Nadia ha infatti saputo far propri suoni ed idiomi tra i più differenti, riuscendo a trarre da ognuno di essi le proprie peculiarità nascoste, sintetizzandole infine in un personale, quanto intrigante, melting pot. Ed è proprio dall’esperienza maturata “on the road”, e sui palchi in particolare, che vede la luce Song Fairy Tales, prima, ed autoprodotta, testimonianza su nastro, registrata on stage tra Londra e Milano. Strada lungo la quale avverrà anche l’incontro con un gruppo di strani “conigli”, che diverranno presto i suoi fedeli compagni d’avventure musicali, fino ad arrivare alla stesura di quello che è il suo primo, vero, album in studio. Realizzato sotto la supervisione di LeLe Battista e registrato tra Italia, Germania, Austria, Regno Unito e Usa, Noblesse Oblique allarga ulteriormente il discorso intrapreso con il poc’anzi menzionato disco dal vivo, all’insegna di un poliglottismo, tra inglese, tedesco e italiano, e di un folk cosmopolita nel quale convergono le diverse esperienze individuali del nutrito gruppo di musicisti coinvolti, provenienti da ogni parte del globo. Ogni singolo contributo strumentale, è qui finalizzato a sostenere e valorizzare la chitarra acustica, ma soprattutto la voce della stessa Nadia, che pare rimembrare, per bellezza espressiva, quella di una Ani DiFranco meno combattiva e più folk oriented. Dalla songwriter di Buffalo sembrano infatti prendere spunto brani come la palpitante Paths Gone, tra il soffiare jazzy del sax e della tromba, ed un ukulele a colorare di tinte pastello il tutto; o l’incedere quasi marziale di When It’s Raining, che la fisarmonica e il violoncello avvolgono di soavi atmosfere latine; fino al riuscito bilanciamento tra folk e pop dell’ariosa She’s Like The Wind. Un folk “obliquo” quindi, nel quale vi è spazio anche per piccole sperimentazioni sonore, come nell’iniziale Treasures Away o in Obliqua è La Mia Nobiltà, dando vita, in un connubio tra l’originaria matrice acustica e frammenti elettronici, a suggestioni quasi trip hop. Se con l’inglese e l’italiano la cantautrice pare trovarsi a proprio agio, nell’introversa fascinazione di Moongirl fa la sua comparsa anche il tedesco, che ben si integra, con la sua “marcata” musicalità, nell’economia sonora del brano. Notevole infine il lavoro compositivo e di arrangiamento alla base di Last Home, dove si avverte, in particolar modo, l’apporto “collettivo”, in un crescente arricchimento strumentale; così come pregevole dal punto di vista lirico è l’evocativa ballata pianistica Let Us Be Free, con LeLe Battista ai tasti bianchi e neri; a mio avviso il momento più ispirato dell’intero lavoro. Un album Noblesse Oblique che mostra, fin dal primo ascolto, tutta la propria purezza e genuinità, caratteristiche quest’ultime indissolubilmente legate all’estro artistico della stessa Nadia.

mercoledì 6 marzo 2013

Tre Allegri Ragazzi Morti @ Teatro dell'Archivolto - Genova

(Pubblicato su Extra! Music Magazine)

Il teatro genovese dell’Archivolto è diventato in pochi mesi, grazie all’illuminata programmazione a cura di Habanero, il nuovo ritrovo “indie” del capoluogo ligure. Questa sera in scena, ed è proprio il caso di dirlo vista la location, vi sono i Tre Allegri Ragazzi Morti di Davide Toffolo, storica ed inossidabile indie rock band nostrana, fresca della pubblicazione della loro nuova fatica discografica, Nel giardino dei fantasmi. E proprio su quest’ultima è incentrata gran parte del live show odierno, a cominciare dall’aspetto visivo, con le splendide scenografie, opera dello stesso Toffolo, a richiamare l’artwork dell’album, ed una setlist nella quale trovano ampio spazio le nuove composizioni. Brani che dimostrano come la recente infatuazione per il reggae e per il dub da parte del gruppo di Pordenone non sia stata effimera ma permanga all’interno dei loro pentagrammi, nei quali fanno la loro comparsa anche inedite architetture folk futuriste, a forgiare un sound che arriva a lambire le desertiche terre maliane. Sonorità che irradiano la prima tranche del concerto, a cominciare dai ritmi in levare di Alle anime perse, passando per il blues desertico di La fine del giorno, fino alla scura Il Nuovo Ordine, dove il dub incontra torride sonorità tuareg. E se il basso di Enrico Molteni e la batteria di Luca Masseroni si muovono con disinvoltura in questo calembour ritmico, la chitarra del “pettirosso” Andrea Maglia aggiunge con gusto colori e suoni alla sei corde di Toffolo. Quest’ultimo, dal canto suo, si conferma grande affabulatore scenico, rievocando con maestria le piccole storie di vita vissuta dalle quali, fin dagli albori, le composizioni dei TARM traggono linfa vitale. Storie nelle quali ognuno di noi può riconoscersi, come testimoniato dai tanti “allegri ragazzi morti”, con tanto di maschera d’ordinanza, convenuti in quel di Genova, ed attestatisi fin dall’inizio sotto il proscenio in un sing-a-long senza fine; a cominciare dal respiro pop di una scintillante Di che cosa parla veramente una canzone, il cui contagioso refrain miete più di una “vittima”. Il trio, pardon quartetto, di Pordenone, non si è comunque dimenticato del proprio passato, tanto che una volta tornati sul palco ad essere sciorinati con generosità sono i brani “storici”, diventati veri e propri inni generazionali. In un ripercorrere in lungo e in largo della loro vita discografica scorrono così l’irresistibile Mio fratellino ha scoperto il rock’n’roll, trasposizione in italiano di My Little Brother degli Art Brut, la scanzonata Signorina Prima Volta, lo sfrenato punk’n’roll di Ogni adolescenza, fino ad una Il mondo prima accolta da una vera e propria ovazione. Sono molto amati i nostri, forse per non aver mai tradito una propria idea di rock manifatturiero, mai sceso a compromessi, e proprio per questo capace di resistere al lento trascorrere del tempo, come testimoniano brani quali la sempre splendida Occhi bassi, una Quindici anni già riesumata dalla mitologica opera prima, Piccolo intervento a vivo, fino a quello che può senza dubbio essere considerato il loro manifesto musicale, Mai come voi. E i nostri paiono voler ricambiare l’affetto mostratogli dal pubblico genovese tornando per ben due encore, concludendo, tra gli applausi, con una delirante quanto fulminea Batteri, e i toni smorzati di Quasi adatti. Avrà quasi vent’anni ma “il grande spettacolo della vita e della muerte” toffoliano pare non aver perso un grammo della propria dirompente carica live, evolvendosi anzi in quello che è, a tutt’oggi, un affascinante viaggio tra i più disparati ritmi e suoni del mondo.

venerdì 22 febbraio 2013

Cranchi - Volevamo uccidere il re

(Pubblicato su Extra! Music Magazine)

Otto piccole storie di gente comune, vissuta nella “parte scura della strada”, soffrendo e combattendo per un’ideale, in donchisciottesche e disperate imprese contro sistemi oppressivi e spesso d’insormontabile mole. Storie che sono il fulcro narrativo di Volevamo uccidere il re, secondo album dei Cranchi, dopo l’autoprodotto Caramelle Cinesi, uscito nel 2011. Il combo capitanato dal mantovano Massimiliano Cranchi, dal cognome del quale deriva la loro ragione sociale, sceglie come veicolo musico-descrittivo un folk leggero ed a tratti onirico che guarda tanto ai “pesi massimi” del cantautorato nostrano, quanto fa sue sonorità che arrivano dall’altra parte dell’oceano. L’apertura è quasi al velluto con Cecilia, dolorosa ballata acustica d’amor perduto, alla quale presta la propria  voce Francesca Amati (Comaneci, Amycanbe). La chitarra elettrica di Marco Degli Esposti irrobustisce invece il parco impianto musicale approntato dai nostri in La Primavera di Neda, toccante dedica alla ragazza iraniana uccisa in strada durante la rivolte della Primavera Araba. Sprazzi elettrici che pervadono anche Gaetano, in un, a tratti nervoso, impasto elettroacustico, dove nel finale viene lasciato spazio ai robusti contributi della sezione ritmica. Sembra invece scritta dal De Gregori più dylaniano Il Brigante Robin Hood, storia in musica dell’omonimo brigante, con un bel banjo a tessere un’esile melodia di fondo, ed un’armonica che rimanda neanche tanto indirettamente proprio al menestrello di Duluth. Il Ritorno di Maddalena dal canto suo riesce nel non semplice intento di unire l’idioma nostrano a melodie care al buon vecchio Bonnie “Prince” Billy, in una ballata oldhmaniana dall’ampio respiro. Degno di menzione è il notevole lavoro di cesellatura testuale, ad opera degli stessi Massimiliano Cranchi e Marco Degli Esposti, dove ogni singola parola diviene indispensabile e abbacinante tassello di un suggestivo mosaico dallo splendente lirismo. Esempi di questa fervida vena poetica sono senza dubbio Il Cuoco Anarchico e Anni Di Piombo, autentici vertici lirici dell’opera. Non so se siano infine riusciti ad uccidere il re, come era nei loro intenti, ma è indubbio come con il loro "combattere con musica e parole" i Cranchi abbiano prodotto quello che a tutti gli effetti è un pregevole manufatto di cantautorato folk italico, dal retrogusto internazionale.

sabato 16 febbraio 2013

Sea Wolf - Old world romance

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Dopo lo “sforzo collettivo” alla base del riuscito White Water, White Bloom, Alex Brown Church, fondatore e mente del progetto Sea Wolf, nel nuovo Old World Romance, intraprende un’intima esplorazione del proprio io, attraverso un solitario ritorno, sia musicale che fisico, alla natia California. Un desiderio di “riportare Sea Wolf nel proprio mondo”, che traspare tanto in una maggiore introspezione sonora, caratterizzata da melodie basiche dall’oscura briosità, quanto in liriche intrise nel profondo da una sottile vena malinconica. Architetture armoniche quelle ideate per l’occasione da Church a dir poco minimali, per non dire scarne, dove interventi musicali e singoli suoni vengono orchestrati con cura, grazie anche alla supervisione di Kennie Takahashi (già in cabina di regia con Broken Bells e Black Keys, tra gli altri). Abbandonando in parte l’epicità folk del precedente lavoro, Church pare flirtare con luccicanti arie pop, dando al contempo, su leggeri arpeggi acustici, maggior risalto alla propria espressività vocale, attorniandola con riverberati barlumi elettrici, e un substrato ritmico che, episodicamente, si trasforma in vero e proprio beat elettronico. Tutto ciò viene sapientemente cristallizzato in Old Friend, primo singolo e fotografia pressoché perfetta di quanto contenuto tra i solchi dell’album. E se il medesimo discorso sonico può valere per l’accattivante In Nothing, il quieto ondeggiare degli archi di Priscilla emana, al contrario, soffici arie folk, dall’afflato cameristico. Splendida, per limpidezza melodica, è Blue Stockings, che tra rimembranze irish ed un lento ma incalzante dipanarsi, pare far propria la lezione impartita dai Mumford and Sons. Rimandi a quest’ultimi, seppur meno marcati, si avvertono anche in Saint Catherine St, dove a condurre le danze è ancora la chitarra acustica, in quella che tuttavia si tramuta presto in una deliziosa marcia, punteggiata dai delicati contrappunti di un glockenspiel. La vena compositiva del musicista californiano non sembra pertanto aver perso un grammo della propria freschezza , come ribadito peraltro da Dear Fellow Traveler, tra ottimi incastri percussivi e un ben studiato refrain. Non convince appieno, invece, Miracle Cure, arrivando, nella sua forzata ricerca anthemica, a lambire sonorità coldplaiane, con lo stesso Church a fare il verso proprio a Chris Martin. Fortunatamente la conclusiva Whirlpool riporta il tutto entro i familiari confini dell’indie folk, tinteggiato pop, terreno sul quale il nostro dimostra di sapersi muovere con disinvoltura. Un album ombroso Old World Romance, colonna sonora ideale per affrontare il lento trascorrere del gelido inverno.

venerdì 15 febbraio 2013

Modena City Ramblers - Niente di nuovo sul fronte occidentale

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Vent’anni, tanto è passato da quel lontano 1993, quando un demo-tape, autoprodotto e dall’emblematico titolo Combat Folk, sanciva la nascita di un combo emiliano destinato a rivestire un ruolo di primo piano nel panorama folk rock italico, di stampo appunto combattente. Modena City Ramblers il nome scelto, a rivendicare un’identità meticcia tra la natia Modena e la verde Irlanda, tra storie di lotta e Resistenza, con l’irish music nel cuore. Da allora tanti sono stati i km percorsi, tante le storie apprese e le facce incontrate, così come tante le perdite, tragiche e non. Musicalmente “spugnosi” gli emiliani hanno sempre saputo, nel loro cammino musicale, tra gli angoli più sperduti del globo, fare propri i suoni più diversi, dando vita a un’originale patchanka, dalle molteplici sfumature. In grado come pochi altri di leggere e trasporre in musica tanto il passato, recente e non, quanto l’attualità, non sono poche le canzoni da essi partorite che, a distanza di anni, mantengono intatta la propria forza e valenza socio-musicale. Capacità narrativa che si fa addirittura bulimica in questo loro tredicesimo capitolo discografico, un doppio album dalla duplice anima. Diviso “vinilicamente” in lato A e lato B, troviamo qui contenute le due principali ramificazioni nelle quali lo spettro sonoro ramblersiano si è più volte, in passato, diviso. Se il primo disco, denominato Niente Di Nuovo, è infatti più elettrico e battagliero, nel secondo, marchiato Sul Fronte Occidentale, ampio spazio viene lasciato a sonorità di derivazione folk, in una riscoperta delle proprie radici cantautorali e acustiche. Diciotto i brani che compongono questo dispaccio “remarquiano” (proprio dall’omonima opera dello scrittore tedesco il titolo dell’album è stato mutuato) spedito dal fronte sul quale il gruppo emiliano continua a portare avanti le proprie lotte musicali. E se la title track, posta in apertura del primo disco, è una baldanzosa combat song in puro stile Ramblers, destinata a diventare punto inamovibile nelle setlist delle future esibizioni live, Occupy World Street, è figlia proprio dal movimento Occupy, unendo al suo interno l’Irlanda dei mai dimenticati Pogues con l’urgenza espressiva del Billy Bragg più agguerrito. Guarda invece alla nostra storia La Guèra D’L Baròt, narrante la storia di un contadino piemontese, “baròt” per l’appunto, costretto suo malgrado a lasciare la propria terra per andare a combattere i briganti nel Sud Italia, il tutto sviluppato su di trame folk elettroacustiche, abbellite dall’organetto di Daniele Contardo, dalla ghironda di Anna Lometto, e con la voce di Guido Talu Costamagna a doppiare quella di Davide “Dudu” Morandi. Quest’ultimo, dal canto suo, si conferma carismatico cantante, interpretando con trasporto sia i brani più combattivi che canzoni di maggiore introspezione. Alle seconde, appartiene Il Violino di Luigi, con Francesco “Fry” Moneti a suonare proprio lo strumento che da il titolo al brano, appartenuto all’omonimo partigiano, ritrovato per puro caso dopo sessant’anni, in una soffitta, e prestato per l’occasione dall’Anpi di Luzzara. O come Due Magliette Rosse, dedicata alla prima storica vittoria della Coppa Davis, da parte dell’Italia del tennis, all’Estadio Nacional de Cile, di Santiago, nel 1976, in pieno regime dittatoriale pinochetiano. Si ispira invece ad uno dei più vili, e mai dimenticati, atti terroristici della storia del nostro martoriato paese, la raccolta Il Giorno Che Il Cielo Cadde Su Bologna, dove l’abilità compositiva ed esecutiva dei Ramblers raggiunge livelli di inusitata emotività. Troppi i brani per poterli citare tutti, ognuno dei quali ha comunque eguale importanza in quello che, almeno concettualmente, può essere considerato un nuovo Riportando Tutto A Casa; un riaprirsi delle valigie, pregne dei souvenir sonori di un girovagare lungo e impervio, prima di ritornare in strada a macinare km. Saranno passati pure vent’anni dal loro esordio, ma nessuno sull’italico suolo sembra oggi capace di professare il verbo del combat folk come i ‘Deliqueint ed Modna’. Bentornati Ramblers!


martedì 12 febbraio 2013

Marcello Milanese - Goodnight to the bucket

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Se con l'esordio da solista, targato 2011, si era paragonato ad "un lupo in un pollaio", con questo nuovo album Marcello Milanese porta, almeno idealmente, i frutti delle proprie passate razzie "gallinacee" nel profondo Sud degli Stati Uniti, condendo il tutto con inebrianti dosi di moonshine. Goodnight To The Bucket segna infatti un ritorno al blues, quello più puro, autentico ed incontaminato, da sempre presente nel dna musicale del chitarrista alessandrino.
Una chitarra appunto, autocostruita per l'occasione e denominata "Helleluja H1", che "puzza" di fango di palude, una stomp box come unico supporto ritmico, ed una voce roca e scura ad evocare demoni mai sopiti; questi gli ingredienti di un album, registrato in due sole sessioni, in presa diretta, che fa dell'immediatezza e dell'essenzialità le proprie peculiarità. Undici i brani contenuti, quasi tutti frutto della penna dello stesso Milanese, a conferma tanto della fertilità quanto della bontà della stessa, ai quali si aggiungono alcune "rivisitazioni" di arcaici e polverosi blues. Pare di trovarsi in un qualche dimenticato juke joint del Mississippi, tra le gente che urla e balla, ed il caldo insopportabile, con i vestiti che ti si attaccano letteralmente alle pelle, mentre da un angolo sgorga improvvisa una musica dolente e lacerante, sulla quale si erge fiera una voce arrochita, intenta a scorticare le anime e la carne degli ignari avventori. Sintomatiche in tal senso sono l'opener, Friday Mood, dal lento inizio deltaico, prima di lasciare correre veloci le dita sulle corde della chitarra, l'ipnotica Poseidon Blues, o l'evocativa title track, dove a risaltare è il magistrale uso del bottleneck. Recupera invece in parte l'impronta cantautorale dell'esordio la delicatezza folkie di I'd Change The Words, mentre echi "cooderiani" si avvertono nella strumentale Purple, con ancora in risalto il bottleneck. E se Bring Me Alcohol pare arrivare da una delle field recording di Alan Lomax, Come On In My Kitchen vede Milanese incontrare, nei pressi di uno sperduto crocicchio, lo spirito del tanto amato Robert Johnson, al quale tributa il proprio omaggio rivisitandone, con enfasi, uno dei brani più rappresentativi. Crocicchio dove il nostro sembra aver avuto anche "sataniche" frequentazioni, la cui influenza si insinua su nastro nella tetra The Devil Owe Me 50 Bucks. Ultima menzione per la splendida rilettura di Ain't No Grave, forse il picco emotivo dell'intero album, un vecchio gospel venato di blues che pare arrivare da "sei piedi sotto terra", in uno straziante urlo di dolore. Non ci sono orpelli, ne effetti ridondanti in Goodnight To The Bucket, ma solo un uomo, la sua chitarra e un pugno di blues, da cantare, come ultima possibilità per espiare i propri peccati ed avere salva la vita. Altamente consigliato.

mercoledì 6 febbraio 2013

Leitmotiv - A tremulaterra

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Più che un titolo, una vera e propria dichiarazione d’intenti quella dei pugliesi Leitmotiv. Nella lingua della loro terra natia, A Tremulaterra, è infatti un’espressione dialettale che significa “a capofitto”. E proprio con questo atteggiamento sembrano essersi dedicati i nostri alla stesura del loro terzo album, nonostante gli sferzanti venti di cambiamento che soffiavano intorno ad esso. Primo fra tutti un improvviso riassestamento dell’organico, il quale è sempre doloroso, per non dire deleterio, nell’economia di una band, ma può al contempo trasformarsi in un’inaspettata opportunità di crescita artistica. Infatti di quest’ultima si tratta, in quanto il quartetto attua profondi cambiamenti nel proprio suono, allontanandosi dalle dilatate atmosfere progressive dei precedenti lavori, in favore di un folk rock maggiormente incentrato sulla melodia. Una musica che profuma degli odori acri della Puglia e del Mediterraneo, libera tuttavia di assorbire al proprio interno le influenze più disparate; siano esse melodie orientali, chanson francaise, o gelidi lampi elettronici. Il legame con la propria terra d’origine rimane comunque indissolubile, e viene ulteriormente rimarcato dall’iniziale Tremulaterra, mantrica cantilena gergale su di un sognante frinire di cicale. Di stampo folk, seppur modernista, è Pecore, nella sua alternanza di strumenti a corde acustici ed elettrici, mentre Romeo Disoccupato è una trasposizione in musica della tragedia shakespeariana, riadattata agli odierni giorni della crisi, nella quale Romeo è per l’appunto disoccupato, e dalle fedina penale per nulla immacolata, mentre Giulietta ha gli occhi gonfi per le troppe lacrime versate. Les Jeux Sont Faits si adagia invece su di un’accattivante linea melodica, sulla quale volteggiano lievi le note orientali di un sitar e dell’autoharp. Fuoriesce dai canoni folk rock la cadenzata Lamaravilla, addentrandosi in lugubri territori blues, totalmente agli antipodi rispetto a Specchi, dolorosa ballata d’impronta acustica, quasi sussurrata. Scure, quasi claustrofobiche nel loro svolgimento, sono invece Fiori d’Iloti e Non Ci Resta Che Il Mare, nelle quali la sperimentazione sonica messa in campo dai pugliesi pare farsi più ardita e marcata. Un album ricco, quindi, di interessanti spunti musicali, A Tremulaterra, ciononostante caratterizzato dalla presenza di una ben precisa linea guida, che scorre sotterranea tra le undici tracce qui contenute, e sulla quale i Leitmotiv procedono, appunto, “a capofitto”.