(Pubblicato su Rootshighway)
Il passaggio da semplice gregario a band leader, e la storia musicale ne è maestra, non è mai facile, può essere infatti tanto il preambolo di una luminosa carriera quanto di una rovinosa e dolorosa caduta. A compiere il fatidico passo è in quest'occasione Nick Peraino, chitarrista e cantante nativo del New England, ma da tempo stabilitosi in quel di Chicago. Qui il nostro ha visto nascere la propria passione per il blues, musica quest'ultima che non ha mai smesso di risuonare tra le vie della Windy City. Dopo una prima militanza tra le fila della roots rock band a nome Nick Peraino and Blue Moon Risin, ed alcune collaborazioni come sideman per artisti quali Joanna Connor e Sugar Blue, nel 2011 il chitarrista da vita al progetto Nick and The Ovorols, del quale detiene saldamente la leadership. Primo risultato di questa nuova avventura è Telegraph Taboo, debutto discografico nel quale confluiscono deep soul, mordaci sventagliate chitarristiche e piccole digressioni bluesy, a rievocare i fantasmi dell'heavy rock settantiano. Un album muscolare quindi, dove ampio spazio viene lasciato alla sei corde dello stesso Peraino, tra debordanti assoli e duetti con quella del sodale Carlos Showers, a creare un drive chitarristico che è un po' il leit motiv dell'intero lavoro. E se sulle qualità tecniche dei due succitati musicisti non vi è nulla da eccepire, degna di menzione è senza dubbio la voce dello stesso Peraino capace di passare da una rochezza quasi robinsoniana, alla "corvo nero" per intenderci, nei brani trasudanti elettricità, a tonalità più calde ed avvolgenti quando le atmosfere si rarefanno, ricordando a tratti un Paul Rodgers d'antan (dei bei tempi andati di Free e Bad Company, non quello della recente e becera collaborazione con la "Regina"). Sembra proprio estrapolato da un vecchio vinile dei Free l'opener Take The V Train, sincopato rock blues targato Seventies, a ribadire come i nostri guardino a sonorità del passato, portando avanti al contempo un'attualizzazione delle stesse. Operazione questa, che porta alla stesura di brani come Chitown Via Greyhound, tra distorta ruvidezza rock e screziature bluesy, o l'irrequieta Honey Please, ben sostenuta dalla batteria di Lance Lewis e dal basso di Vic Jackson. L'anima nera di Peraino ha invece modo di emergere tanto nel ciondolare soul di Hey, Mr. President, quanto nel r'n'b, dall'ossatura funk, Half Of Two, dove ad aggiungere ulteriori colori sonori troviamo un hammond dal retrogusto vintage e degli incantevoli cori femminili. Si affievoliscono in parte le adrenaliniche scariche elettriche nell'ispirata ed evocativa ballata Try Me, ben doppiata da una Day To Day appannaggio del solo titolare, dalla quale emerge la buona padronanza sia delle proprie corde vocali che di quelle del proprio strumento. Con un debutto solido e ben suonato Peraino si scrolla definitivamente di dosso l'ombra del proprio passato da sideman, dimostrando al contempo di trovarsi a proprio agio nell'inedito ruolo di leader.
mercoledì 20 marzo 2013
lunedì 18 marzo 2013
Giardini di Mirò @ La Claque - Genova
(Pubblicato su Extra! Music Magazine)
Vedi a volte gli scherzi del caso; in una Genova che ospita, in questi mesi, una rassegna del pittore spagnolo Joan Mirò, parte Alone Together, tour “acustico” dei nostrani Giardini di Mirò. Una data “zero” che pare aver richiamato gran parte degli indie lovers della città della Lanterna, affollanti questa sera La Claque, piccola sala del Teatro della Tosse. Una location, dalla più che buona acustica, che ricorda uno dei tanti clubs che costellano i sobborghi delle grandi città d’Oltreoceano. Un palco più che consono quindi per il live show “sperimentale” approntato dagli emiliani, che si presentano per l’occasione in quartetto, dove ad affiancare gli storici Corrado Nuccini, Jukka ed Emanuele Reverberi troviamo Laura Loriga, già loro compagna on stage nella presentazione del recente Good Luck. E proprio durante la precedente tournèe è nata l’idea di uno spettacolo più raccolto, tra “suoni acustici, vibrazioni elettroniche, lenti delay e voci sussurate”. Un quartetto, pur nella sua essenzialità, tuttavia versatile, con Nuccini ed Jukka ad alternarsi brillantemente tra microfoni, chitarre, basso e un minimale set percussivo (composto dai soli timpano e rullante) ed un Emanuele Reverberi, vero e proprio jolly, nel suo padroneggiare con gusto violino, tromba e percussioni, ai quali si aggiunge l’incantevole apporto vocale della Loriga, oltre al muoversi sinuoso delle sue dita, sui tasti di un piano elettrico. Proprio a quest’ultima spetta inoltre il compito di aprire la serata con un mini-set, presentando i brani del proprio progetto solista Mimes Of Wine, con il quale incanta gli astanti grazie ad una soavità vocale che ricorda a tratti quella di una Regina Spektor meno “freak”, ed un lirico pianismo, tra rimandi classici e affreschi jazzy. L’attesa è tuttavia per il set degli emiliani, che non sarà, per nostra fortuna, avido di sorprese, anzi. Gran parte della scaletta è inevitabilmente incentrata sull’ultimo album in studio, il poc’anzi menzionato Good Luck, riproposto nella sua quasi interezza, a cominciare dal fascino tetro di una Rome che, orfana della nervosa spinta propulsiva di basso e batteria, pare tuttavia guadagnare in forza evocativa, grazie anche all’ottimo interplay tra le chitarre di Jukka e Nuccini, con la voce di quest’ultimo che pare trovare un’ideale contrappunto in quella della Loriga. Un’intrecciarsi di voci, maschile e femminile, capace di dar vita ad autentiche vibrazioni sensoriali, come nella ballata notturna Spurious Love, la cui progressione emozionale è impreziosita dai ricami del violino, o nell’immaginifica There Is A Place, quasi un sussurro, di straordinaria poesia, passando per una scarnificata Embers, fino ad una sulfurea e mantrica Bar Nasha, dal songbook dei Six Organs Of Admittance. Sono tuttavia gli encore a sintetizzare al meglio i propositi da cui è nato questo nuovo tour; prima una toccante e sentita Bufera, composta sulla note della amodeiana Per i morti di Reggio Emilia, in cui psichedelici riverberi vocali sono il viatico verso un climax sonoro che lascia ammutolita l’intera platea, per giungere alla conclusiva Wayfaring Stranger, vecchio spiritual con il quale i quattro si addentrano in inesplorati territori folk statunitensi, e dove il duetto vocale tra la Lorica e Nuccini sembra quasi voler rievocare quelli tra Isobel Campbell e Mark Lanegan. Una magnifica serata “diversamente noise”, nella quale abbiamo potuto esplorare una parte dei Giardini di Mirò fino ad oggi rimasta celata, nascosta dietro inestricabili siepi irte di spinosi feedback; un’oasi di sognante tranquillità nella quale rifugiarsi per rigenerare anima e mente.
Vedi a volte gli scherzi del caso; in una Genova che ospita, in questi mesi, una rassegna del pittore spagnolo Joan Mirò, parte Alone Together, tour “acustico” dei nostrani Giardini di Mirò. Una data “zero” che pare aver richiamato gran parte degli indie lovers della città della Lanterna, affollanti questa sera La Claque, piccola sala del Teatro della Tosse. Una location, dalla più che buona acustica, che ricorda uno dei tanti clubs che costellano i sobborghi delle grandi città d’Oltreoceano. Un palco più che consono quindi per il live show “sperimentale” approntato dagli emiliani, che si presentano per l’occasione in quartetto, dove ad affiancare gli storici Corrado Nuccini, Jukka ed Emanuele Reverberi troviamo Laura Loriga, già loro compagna on stage nella presentazione del recente Good Luck. E proprio durante la precedente tournèe è nata l’idea di uno spettacolo più raccolto, tra “suoni acustici, vibrazioni elettroniche, lenti delay e voci sussurate”. Un quartetto, pur nella sua essenzialità, tuttavia versatile, con Nuccini ed Jukka ad alternarsi brillantemente tra microfoni, chitarre, basso e un minimale set percussivo (composto dai soli timpano e rullante) ed un Emanuele Reverberi, vero e proprio jolly, nel suo padroneggiare con gusto violino, tromba e percussioni, ai quali si aggiunge l’incantevole apporto vocale della Loriga, oltre al muoversi sinuoso delle sue dita, sui tasti di un piano elettrico. Proprio a quest’ultima spetta inoltre il compito di aprire la serata con un mini-set, presentando i brani del proprio progetto solista Mimes Of Wine, con il quale incanta gli astanti grazie ad una soavità vocale che ricorda a tratti quella di una Regina Spektor meno “freak”, ed un lirico pianismo, tra rimandi classici e affreschi jazzy. L’attesa è tuttavia per il set degli emiliani, che non sarà, per nostra fortuna, avido di sorprese, anzi. Gran parte della scaletta è inevitabilmente incentrata sull’ultimo album in studio, il poc’anzi menzionato Good Luck, riproposto nella sua quasi interezza, a cominciare dal fascino tetro di una Rome che, orfana della nervosa spinta propulsiva di basso e batteria, pare tuttavia guadagnare in forza evocativa, grazie anche all’ottimo interplay tra le chitarre di Jukka e Nuccini, con la voce di quest’ultimo che pare trovare un’ideale contrappunto in quella della Loriga. Un’intrecciarsi di voci, maschile e femminile, capace di dar vita ad autentiche vibrazioni sensoriali, come nella ballata notturna Spurious Love, la cui progressione emozionale è impreziosita dai ricami del violino, o nell’immaginifica There Is A Place, quasi un sussurro, di straordinaria poesia, passando per una scarnificata Embers, fino ad una sulfurea e mantrica Bar Nasha, dal songbook dei Six Organs Of Admittance. Sono tuttavia gli encore a sintetizzare al meglio i propositi da cui è nato questo nuovo tour; prima una toccante e sentita Bufera, composta sulla note della amodeiana Per i morti di Reggio Emilia, in cui psichedelici riverberi vocali sono il viatico verso un climax sonoro che lascia ammutolita l’intera platea, per giungere alla conclusiva Wayfaring Stranger, vecchio spiritual con il quale i quattro si addentrano in inesplorati territori folk statunitensi, e dove il duetto vocale tra la Lorica e Nuccini sembra quasi voler rievocare quelli tra Isobel Campbell e Mark Lanegan. Una magnifica serata “diversamente noise”, nella quale abbiamo potuto esplorare una parte dei Giardini di Mirò fino ad oggi rimasta celata, nascosta dietro inestricabili siepi irte di spinosi feedback; un’oasi di sognante tranquillità nella quale rifugiarsi per rigenerare anima e mente.
venerdì 15 marzo 2013
Dawn McCarthy & Bonnie "Prince" Billy - What the Brothers sang
(Pubblicato su Extra! Music Magazine)
Ognuno di noi, ripensando alla propria infanzia, vede spesso riemergere i più disparati ricordi, associati molte volte ad uno dei cinque sensi in particolare. Tra le rimembranze sensoriali più comuni vi sono senza dubbio quelle uditive, siano esse un semplice suono, captato quasi per caso, o vere e proprie forme musicali compiute. Suoni e musiche che hanno caratterizzato anche l’infanzia del buon Will Oldham, il quale oggi pare ritornare, mentalmente, proprio a quegli spensierati giorni di gioco e scoperte, nei quali dal giradischi paterno fuoriusciva una musica, quella degli Everly Brothers, destinata a diventare il suo primo vero amore sonoro. Formato dai fratelli kentuckiani Phil e Don, il duo ha saputo d’altronde - con un corpus musicale di eccezionale valore, in cui folk, country e primigenio rock’n’roll venivano miscelati in egual misura, con le due voci a creare sopraffine armonie - influenzare, direttamente e non, generazioni di musicisti a venire. Intrecci vocali che, ovviamente, ritroviamo in What The Brothers Sang, sentito omaggio del “Principe” di Louisville ai propri conterranei. E proprio per ricreare quest’ultimi il nostro ha voluto al proprio fianco Dawn McCarthy, con la quale aveva già incrociato in passato il proprio cammino, prima in un EP cointestato (Wai Notes, targato 2007), fino ad un più recente 7” contenente due brani (Christmas Eve Can Kill You e Lovey Kravetiz), guarda caso estrapolati proprio dal repertorio everlyiano. Attorniati oggi da un nutrito gruppo di musicisti; tra i quali meritano una menzione il fido Emmett Kelly alle chitarre (già nelle fila della Cairo Gang) e la sezione ritmica nashvilliana formata dal basso di Dave Roe e dalla batteria di Kenny Malone; i due assemblano un vero e proprio “sunto affettivo” del songbook a nome Everly Brothers, prediligendo il lato country oriented dello stesso, ed andando a ripescare sia brani autografi che di altrui composizione, ma reinterpretati dai due nel corso della loro carriera. Punto focale dell’intero lavoro sono, come accennato poc’anzi e ribadito anche dalla stessa copertina, i duetti tra la delicata vocalità della McCarthy e quella “principesca” di Oldham, in un lirico rincorrersi, per poi unirsi in impasti vocali che lasciano a dir poco estasiati. Come nel fascino arcaico di Empty Boxes, tra il picking gentile di chitarre e mandolino, ed un flauto dal quale fluiscono arie folk di discendenza albionica; o in una It’s All Over, leggera come lo stormire delle foglie alla prima brezza autunnale; raggiungendo infine vette d’incommensurabile pathos nell’onirico country valzer What Am I Living For. Esulano in parte dal mood generale dell’album tanto Milk Train, che corre veloce, su sferraglianti binari country’n’roll, deviando nel finale, sulle note di un accordion, verso speziati territori zydeco; quanto il robusto uptempo Somebody Help Me. Si torna tuttavia verso fluttuanti e indolenti sonorità con i barocchismi orchestrali di Devoted To You, o la lucentezza melodica di Poems, Prayers And Promises, fresca e pura come l’acqua di sorgente, fino all’elegiaca Kentucky, omaggio nell’omaggio al proprio stato natio. Musica senza tempo quella racchiusa tra i solchi di questo splendido atto d’amore in musica, ennesima testimonianza tanto della bellezza dell’opera sonora dei fratelli Everly, quanto della caratura artistica superiore di un “personaggio”, Bonnie “Prince” Billy, con davvero pochi eguali nell’odierno panorama musicale.
Ognuno di noi, ripensando alla propria infanzia, vede spesso riemergere i più disparati ricordi, associati molte volte ad uno dei cinque sensi in particolare. Tra le rimembranze sensoriali più comuni vi sono senza dubbio quelle uditive, siano esse un semplice suono, captato quasi per caso, o vere e proprie forme musicali compiute. Suoni e musiche che hanno caratterizzato anche l’infanzia del buon Will Oldham, il quale oggi pare ritornare, mentalmente, proprio a quegli spensierati giorni di gioco e scoperte, nei quali dal giradischi paterno fuoriusciva una musica, quella degli Everly Brothers, destinata a diventare il suo primo vero amore sonoro. Formato dai fratelli kentuckiani Phil e Don, il duo ha saputo d’altronde - con un corpus musicale di eccezionale valore, in cui folk, country e primigenio rock’n’roll venivano miscelati in egual misura, con le due voci a creare sopraffine armonie - influenzare, direttamente e non, generazioni di musicisti a venire. Intrecci vocali che, ovviamente, ritroviamo in What The Brothers Sang, sentito omaggio del “Principe” di Louisville ai propri conterranei. E proprio per ricreare quest’ultimi il nostro ha voluto al proprio fianco Dawn McCarthy, con la quale aveva già incrociato in passato il proprio cammino, prima in un EP cointestato (Wai Notes, targato 2007), fino ad un più recente 7” contenente due brani (Christmas Eve Can Kill You e Lovey Kravetiz), guarda caso estrapolati proprio dal repertorio everlyiano. Attorniati oggi da un nutrito gruppo di musicisti; tra i quali meritano una menzione il fido Emmett Kelly alle chitarre (già nelle fila della Cairo Gang) e la sezione ritmica nashvilliana formata dal basso di Dave Roe e dalla batteria di Kenny Malone; i due assemblano un vero e proprio “sunto affettivo” del songbook a nome Everly Brothers, prediligendo il lato country oriented dello stesso, ed andando a ripescare sia brani autografi che di altrui composizione, ma reinterpretati dai due nel corso della loro carriera. Punto focale dell’intero lavoro sono, come accennato poc’anzi e ribadito anche dalla stessa copertina, i duetti tra la delicata vocalità della McCarthy e quella “principesca” di Oldham, in un lirico rincorrersi, per poi unirsi in impasti vocali che lasciano a dir poco estasiati. Come nel fascino arcaico di Empty Boxes, tra il picking gentile di chitarre e mandolino, ed un flauto dal quale fluiscono arie folk di discendenza albionica; o in una It’s All Over, leggera come lo stormire delle foglie alla prima brezza autunnale; raggiungendo infine vette d’incommensurabile pathos nell’onirico country valzer What Am I Living For. Esulano in parte dal mood generale dell’album tanto Milk Train, che corre veloce, su sferraglianti binari country’n’roll, deviando nel finale, sulle note di un accordion, verso speziati territori zydeco; quanto il robusto uptempo Somebody Help Me. Si torna tuttavia verso fluttuanti e indolenti sonorità con i barocchismi orchestrali di Devoted To You, o la lucentezza melodica di Poems, Prayers And Promises, fresca e pura come l’acqua di sorgente, fino all’elegiaca Kentucky, omaggio nell’omaggio al proprio stato natio. Musica senza tempo quella racchiusa tra i solchi di questo splendido atto d’amore in musica, ennesima testimonianza tanto della bellezza dell’opera sonora dei fratelli Everly, quanto della caratura artistica superiore di un “personaggio”, Bonnie “Prince” Billy, con davvero pochi eguali nell’odierno panorama musicale.
giovedì 7 marzo 2013
Nadia and the Rabbits - Noblesse oblique
(Pubblicato su Extra! Music Magazine)
Una vera e propria “cantautrice senza frontiere” Nadia von Jacobi, la cui musica nasce da una globalità sonora volta ad abbattere barriere fisiche, musicali nonché idiomatiche. Nel suo cammino, che dalla natia Monaco di Baviera l’ha portata in Italia, dove tutt’oggi risiede, Nadia ha infatti saputo far propri suoni ed idiomi tra i più differenti, riuscendo a trarre da ognuno di essi le proprie peculiarità nascoste, sintetizzandole infine in un personale, quanto intrigante, melting pot. Ed è proprio dall’esperienza maturata “on the road”, e sui palchi in particolare, che vede la luce Song Fairy Tales, prima, ed autoprodotta, testimonianza su nastro, registrata on stage tra Londra e Milano. Strada lungo la quale avverrà anche l’incontro con un gruppo di strani “conigli”, che diverranno presto i suoi fedeli compagni d’avventure musicali, fino ad arrivare alla stesura di quello che è il suo primo, vero, album in studio. Realizzato sotto la supervisione di LeLe Battista e registrato tra Italia, Germania, Austria, Regno Unito e Usa, Noblesse Oblique allarga ulteriormente il discorso intrapreso con il poc’anzi menzionato disco dal vivo, all’insegna di un poliglottismo, tra inglese, tedesco e italiano, e di un folk cosmopolita nel quale convergono le diverse esperienze individuali del nutrito gruppo di musicisti coinvolti, provenienti da ogni parte del globo. Ogni singolo contributo strumentale, è qui finalizzato a sostenere e valorizzare la chitarra acustica, ma soprattutto la voce della stessa Nadia, che pare rimembrare, per bellezza espressiva, quella di una Ani DiFranco meno combattiva e più folk oriented. Dalla songwriter di Buffalo sembrano infatti prendere spunto brani come la palpitante Paths Gone, tra il soffiare jazzy del sax e della tromba, ed un ukulele a colorare di tinte pastello il tutto; o l’incedere quasi marziale di When It’s Raining, che la fisarmonica e il violoncello avvolgono di soavi atmosfere latine; fino al riuscito bilanciamento tra folk e pop dell’ariosa She’s Like The Wind. Un folk “obliquo” quindi, nel quale vi è spazio anche per piccole sperimentazioni sonore, come nell’iniziale Treasures Away o in Obliqua è La Mia Nobiltà, dando vita, in un connubio tra l’originaria matrice acustica e frammenti elettronici, a suggestioni quasi trip hop. Se con l’inglese e l’italiano la cantautrice pare trovarsi a proprio agio, nell’introversa fascinazione di Moongirl fa la sua comparsa anche il tedesco, che ben si integra, con la sua “marcata” musicalità, nell’economia sonora del brano. Notevole infine il lavoro compositivo e di arrangiamento alla base di Last Home, dove si avverte, in particolar modo, l’apporto “collettivo”, in un crescente arricchimento strumentale; così come pregevole dal punto di vista lirico è l’evocativa ballata pianistica Let Us Be Free, con LeLe Battista ai tasti bianchi e neri; a mio avviso il momento più ispirato dell’intero lavoro. Un album Noblesse Oblique che mostra, fin dal primo ascolto, tutta la propria purezza e genuinità, caratteristiche quest’ultime indissolubilmente legate all’estro artistico della stessa Nadia.
Una vera e propria “cantautrice senza frontiere” Nadia von Jacobi, la cui musica nasce da una globalità sonora volta ad abbattere barriere fisiche, musicali nonché idiomatiche. Nel suo cammino, che dalla natia Monaco di Baviera l’ha portata in Italia, dove tutt’oggi risiede, Nadia ha infatti saputo far propri suoni ed idiomi tra i più differenti, riuscendo a trarre da ognuno di essi le proprie peculiarità nascoste, sintetizzandole infine in un personale, quanto intrigante, melting pot. Ed è proprio dall’esperienza maturata “on the road”, e sui palchi in particolare, che vede la luce Song Fairy Tales, prima, ed autoprodotta, testimonianza su nastro, registrata on stage tra Londra e Milano. Strada lungo la quale avverrà anche l’incontro con un gruppo di strani “conigli”, che diverranno presto i suoi fedeli compagni d’avventure musicali, fino ad arrivare alla stesura di quello che è il suo primo, vero, album in studio. Realizzato sotto la supervisione di LeLe Battista e registrato tra Italia, Germania, Austria, Regno Unito e Usa, Noblesse Oblique allarga ulteriormente il discorso intrapreso con il poc’anzi menzionato disco dal vivo, all’insegna di un poliglottismo, tra inglese, tedesco e italiano, e di un folk cosmopolita nel quale convergono le diverse esperienze individuali del nutrito gruppo di musicisti coinvolti, provenienti da ogni parte del globo. Ogni singolo contributo strumentale, è qui finalizzato a sostenere e valorizzare la chitarra acustica, ma soprattutto la voce della stessa Nadia, che pare rimembrare, per bellezza espressiva, quella di una Ani DiFranco meno combattiva e più folk oriented. Dalla songwriter di Buffalo sembrano infatti prendere spunto brani come la palpitante Paths Gone, tra il soffiare jazzy del sax e della tromba, ed un ukulele a colorare di tinte pastello il tutto; o l’incedere quasi marziale di When It’s Raining, che la fisarmonica e il violoncello avvolgono di soavi atmosfere latine; fino al riuscito bilanciamento tra folk e pop dell’ariosa She’s Like The Wind. Un folk “obliquo” quindi, nel quale vi è spazio anche per piccole sperimentazioni sonore, come nell’iniziale Treasures Away o in Obliqua è La Mia Nobiltà, dando vita, in un connubio tra l’originaria matrice acustica e frammenti elettronici, a suggestioni quasi trip hop. Se con l’inglese e l’italiano la cantautrice pare trovarsi a proprio agio, nell’introversa fascinazione di Moongirl fa la sua comparsa anche il tedesco, che ben si integra, con la sua “marcata” musicalità, nell’economia sonora del brano. Notevole infine il lavoro compositivo e di arrangiamento alla base di Last Home, dove si avverte, in particolar modo, l’apporto “collettivo”, in un crescente arricchimento strumentale; così come pregevole dal punto di vista lirico è l’evocativa ballata pianistica Let Us Be Free, con LeLe Battista ai tasti bianchi e neri; a mio avviso il momento più ispirato dell’intero lavoro. Un album Noblesse Oblique che mostra, fin dal primo ascolto, tutta la propria purezza e genuinità, caratteristiche quest’ultime indissolubilmente legate all’estro artistico della stessa Nadia.
mercoledì 6 marzo 2013
Tre Allegri Ragazzi Morti @ Teatro dell'Archivolto - Genova
(Pubblicato su Extra! Music Magazine)
Il teatro genovese dell’Archivolto è diventato in pochi mesi, grazie all’illuminata programmazione a cura di Habanero, il nuovo ritrovo “indie” del capoluogo ligure. Questa sera in scena, ed è proprio il caso di dirlo vista la location, vi sono i Tre Allegri Ragazzi Morti di Davide Toffolo, storica ed inossidabile indie rock band nostrana, fresca della pubblicazione della loro nuova fatica discografica, Nel giardino dei fantasmi. E proprio su quest’ultima è incentrata gran parte del live show odierno, a cominciare dall’aspetto visivo, con le splendide scenografie, opera dello stesso Toffolo, a richiamare l’artwork dell’album, ed una setlist nella quale trovano ampio spazio le nuove composizioni. Brani che dimostrano come la recente infatuazione per il reggae e per il dub da parte del gruppo di Pordenone non sia stata effimera ma permanga all’interno dei loro pentagrammi, nei quali fanno la loro comparsa anche inedite architetture folk futuriste, a forgiare un sound che arriva a lambire le desertiche terre maliane. Sonorità che irradiano la prima tranche del concerto, a cominciare dai ritmi in levare di Alle anime perse, passando per il blues desertico di La fine del giorno, fino alla scura Il Nuovo Ordine, dove il dub incontra torride sonorità tuareg. E se il basso di Enrico Molteni e la batteria di Luca Masseroni si muovono con disinvoltura in questo calembour ritmico, la chitarra del “pettirosso” Andrea Maglia aggiunge con gusto colori e suoni alla sei corde di Toffolo. Quest’ultimo, dal canto suo, si conferma grande affabulatore scenico, rievocando con maestria le piccole storie di vita vissuta dalle quali, fin dagli albori, le composizioni dei TARM traggono linfa vitale. Storie nelle quali ognuno di noi può riconoscersi, come testimoniato dai tanti “allegri ragazzi morti”, con tanto di maschera d’ordinanza, convenuti in quel di Genova, ed attestatisi fin dall’inizio sotto il proscenio in un sing-a-long senza fine; a cominciare dal respiro pop di una scintillante Di che cosa parla veramente una canzone, il cui contagioso refrain miete più di una “vittima”. Il trio, pardon quartetto, di Pordenone, non si è comunque dimenticato del proprio passato, tanto che una volta tornati sul palco ad essere sciorinati con generosità sono i brani “storici”, diventati veri e propri inni generazionali. In un ripercorrere in lungo e in largo della loro vita discografica scorrono così l’irresistibile Mio fratellino ha scoperto il rock’n’roll, trasposizione in italiano di My Little Brother degli Art Brut, la scanzonata Signorina Prima Volta, lo sfrenato punk’n’roll di Ogni adolescenza, fino ad una Il mondo prima accolta da una vera e propria ovazione. Sono molto amati i nostri, forse per non aver mai tradito una propria idea di rock manifatturiero, mai sceso a compromessi, e proprio per questo capace di resistere al lento trascorrere del tempo, come testimoniano brani quali la sempre splendida Occhi bassi, una Quindici anni già riesumata dalla mitologica opera prima, Piccolo intervento a vivo, fino a quello che può senza dubbio essere considerato il loro manifesto musicale, Mai come voi. E i nostri paiono voler ricambiare l’affetto mostratogli dal pubblico genovese tornando per ben due encore, concludendo, tra gli applausi, con una delirante quanto fulminea Batteri, e i toni smorzati di Quasi adatti. Avrà quasi vent’anni ma “il grande spettacolo della vita e della muerte” toffoliano pare non aver perso un grammo della propria dirompente carica live, evolvendosi anzi in quello che è, a tutt’oggi, un affascinante viaggio tra i più disparati ritmi e suoni del mondo.
Il teatro genovese dell’Archivolto è diventato in pochi mesi, grazie all’illuminata programmazione a cura di Habanero, il nuovo ritrovo “indie” del capoluogo ligure. Questa sera in scena, ed è proprio il caso di dirlo vista la location, vi sono i Tre Allegri Ragazzi Morti di Davide Toffolo, storica ed inossidabile indie rock band nostrana, fresca della pubblicazione della loro nuova fatica discografica, Nel giardino dei fantasmi. E proprio su quest’ultima è incentrata gran parte del live show odierno, a cominciare dall’aspetto visivo, con le splendide scenografie, opera dello stesso Toffolo, a richiamare l’artwork dell’album, ed una setlist nella quale trovano ampio spazio le nuove composizioni. Brani che dimostrano come la recente infatuazione per il reggae e per il dub da parte del gruppo di Pordenone non sia stata effimera ma permanga all’interno dei loro pentagrammi, nei quali fanno la loro comparsa anche inedite architetture folk futuriste, a forgiare un sound che arriva a lambire le desertiche terre maliane. Sonorità che irradiano la prima tranche del concerto, a cominciare dai ritmi in levare di Alle anime perse, passando per il blues desertico di La fine del giorno, fino alla scura Il Nuovo Ordine, dove il dub incontra torride sonorità tuareg. E se il basso di Enrico Molteni e la batteria di Luca Masseroni si muovono con disinvoltura in questo calembour ritmico, la chitarra del “pettirosso” Andrea Maglia aggiunge con gusto colori e suoni alla sei corde di Toffolo. Quest’ultimo, dal canto suo, si conferma grande affabulatore scenico, rievocando con maestria le piccole storie di vita vissuta dalle quali, fin dagli albori, le composizioni dei TARM traggono linfa vitale. Storie nelle quali ognuno di noi può riconoscersi, come testimoniato dai tanti “allegri ragazzi morti”, con tanto di maschera d’ordinanza, convenuti in quel di Genova, ed attestatisi fin dall’inizio sotto il proscenio in un sing-a-long senza fine; a cominciare dal respiro pop di una scintillante Di che cosa parla veramente una canzone, il cui contagioso refrain miete più di una “vittima”. Il trio, pardon quartetto, di Pordenone, non si è comunque dimenticato del proprio passato, tanto che una volta tornati sul palco ad essere sciorinati con generosità sono i brani “storici”, diventati veri e propri inni generazionali. In un ripercorrere in lungo e in largo della loro vita discografica scorrono così l’irresistibile Mio fratellino ha scoperto il rock’n’roll, trasposizione in italiano di My Little Brother degli Art Brut, la scanzonata Signorina Prima Volta, lo sfrenato punk’n’roll di Ogni adolescenza, fino ad una Il mondo prima accolta da una vera e propria ovazione. Sono molto amati i nostri, forse per non aver mai tradito una propria idea di rock manifatturiero, mai sceso a compromessi, e proprio per questo capace di resistere al lento trascorrere del tempo, come testimoniano brani quali la sempre splendida Occhi bassi, una Quindici anni già riesumata dalla mitologica opera prima, Piccolo intervento a vivo, fino a quello che può senza dubbio essere considerato il loro manifesto musicale, Mai come voi. E i nostri paiono voler ricambiare l’affetto mostratogli dal pubblico genovese tornando per ben due encore, concludendo, tra gli applausi, con una delirante quanto fulminea Batteri, e i toni smorzati di Quasi adatti. Avrà quasi vent’anni ma “il grande spettacolo della vita e della muerte” toffoliano pare non aver perso un grammo della propria dirompente carica live, evolvendosi anzi in quello che è, a tutt’oggi, un affascinante viaggio tra i più disparati ritmi e suoni del mondo.
venerdì 22 febbraio 2013
Cranchi - Volevamo uccidere il re
(Pubblicato su Extra! Music Magazine)
Otto piccole storie di gente comune, vissuta nella “parte scura della strada”, soffrendo e combattendo per un’ideale, in donchisciottesche e disperate imprese contro sistemi oppressivi e spesso d’insormontabile mole. Storie che sono il fulcro narrativo di Volevamo uccidere il re, secondo album dei Cranchi, dopo l’autoprodotto Caramelle Cinesi, uscito nel 2011. Il combo capitanato dal mantovano Massimiliano Cranchi, dal cognome del quale deriva la loro ragione sociale, sceglie come veicolo musico-descrittivo un folk leggero ed a tratti onirico che guarda tanto ai “pesi massimi” del cantautorato nostrano, quanto fa sue sonorità che arrivano dall’altra parte dell’oceano. L’apertura è quasi al velluto con Cecilia, dolorosa ballata acustica d’amor perduto, alla quale presta la propria voce Francesca Amati (Comaneci, Amycanbe). La chitarra elettrica di Marco Degli Esposti irrobustisce invece il parco impianto musicale approntato dai nostri in La Primavera di Neda, toccante dedica alla ragazza iraniana uccisa in strada durante la rivolte della Primavera Araba. Sprazzi elettrici che pervadono anche Gaetano, in un, a tratti nervoso, impasto elettroacustico, dove nel finale viene lasciato spazio ai robusti contributi della sezione ritmica. Sembra invece scritta dal De Gregori più dylaniano Il Brigante Robin Hood, storia in musica dell’omonimo brigante, con un bel banjo a tessere un’esile melodia di fondo, ed un’armonica che rimanda neanche tanto indirettamente proprio al menestrello di Duluth. Il Ritorno di Maddalena dal canto suo riesce nel non semplice intento di unire l’idioma nostrano a melodie care al buon vecchio Bonnie “Prince” Billy, in una ballata oldhmaniana dall’ampio respiro. Degno di menzione è il notevole lavoro di cesellatura testuale, ad opera degli stessi Massimiliano Cranchi e Marco Degli Esposti, dove ogni singola parola diviene indispensabile e abbacinante tassello di un suggestivo mosaico dallo splendente lirismo. Esempi di questa fervida vena poetica sono senza dubbio Il Cuoco Anarchico e Anni Di Piombo, autentici vertici lirici dell’opera. Non so se siano infine riusciti ad uccidere il re, come era nei loro intenti, ma è indubbio come con il loro "combattere con musica e parole" i Cranchi abbiano prodotto quello che a tutti gli effetti è un pregevole manufatto di cantautorato folk italico, dal retrogusto internazionale.
Otto piccole storie di gente comune, vissuta nella “parte scura della strada”, soffrendo e combattendo per un’ideale, in donchisciottesche e disperate imprese contro sistemi oppressivi e spesso d’insormontabile mole. Storie che sono il fulcro narrativo di Volevamo uccidere il re, secondo album dei Cranchi, dopo l’autoprodotto Caramelle Cinesi, uscito nel 2011. Il combo capitanato dal mantovano Massimiliano Cranchi, dal cognome del quale deriva la loro ragione sociale, sceglie come veicolo musico-descrittivo un folk leggero ed a tratti onirico che guarda tanto ai “pesi massimi” del cantautorato nostrano, quanto fa sue sonorità che arrivano dall’altra parte dell’oceano. L’apertura è quasi al velluto con Cecilia, dolorosa ballata acustica d’amor perduto, alla quale presta la propria voce Francesca Amati (Comaneci, Amycanbe). La chitarra elettrica di Marco Degli Esposti irrobustisce invece il parco impianto musicale approntato dai nostri in La Primavera di Neda, toccante dedica alla ragazza iraniana uccisa in strada durante la rivolte della Primavera Araba. Sprazzi elettrici che pervadono anche Gaetano, in un, a tratti nervoso, impasto elettroacustico, dove nel finale viene lasciato spazio ai robusti contributi della sezione ritmica. Sembra invece scritta dal De Gregori più dylaniano Il Brigante Robin Hood, storia in musica dell’omonimo brigante, con un bel banjo a tessere un’esile melodia di fondo, ed un’armonica che rimanda neanche tanto indirettamente proprio al menestrello di Duluth. Il Ritorno di Maddalena dal canto suo riesce nel non semplice intento di unire l’idioma nostrano a melodie care al buon vecchio Bonnie “Prince” Billy, in una ballata oldhmaniana dall’ampio respiro. Degno di menzione è il notevole lavoro di cesellatura testuale, ad opera degli stessi Massimiliano Cranchi e Marco Degli Esposti, dove ogni singola parola diviene indispensabile e abbacinante tassello di un suggestivo mosaico dallo splendente lirismo. Esempi di questa fervida vena poetica sono senza dubbio Il Cuoco Anarchico e Anni Di Piombo, autentici vertici lirici dell’opera. Non so se siano infine riusciti ad uccidere il re, come era nei loro intenti, ma è indubbio come con il loro "combattere con musica e parole" i Cranchi abbiano prodotto quello che a tutti gli effetti è un pregevole manufatto di cantautorato folk italico, dal retrogusto internazionale.
sabato 16 febbraio 2013
Sea Wolf - Old world romance
(Pubblicato su Extra! Music Magazine)
Dopo lo “sforzo collettivo” alla base del riuscito White Water, White Bloom, Alex Brown Church, fondatore e mente del progetto Sea Wolf, nel nuovo Old World Romance, intraprende un’intima esplorazione del proprio io, attraverso un solitario ritorno, sia musicale che fisico, alla natia California. Un desiderio di “riportare Sea Wolf nel proprio mondo”, che traspare tanto in una maggiore introspezione sonora, caratterizzata da melodie basiche dall’oscura briosità, quanto in liriche intrise nel profondo da una sottile vena malinconica. Architetture armoniche quelle ideate per l’occasione da Church a dir poco minimali, per non dire scarne, dove interventi musicali e singoli suoni vengono orchestrati con cura, grazie anche alla supervisione di Kennie Takahashi (già in cabina di regia con Broken Bells e Black Keys, tra gli altri). Abbandonando in parte l’epicità folk del precedente lavoro, Church pare flirtare con luccicanti arie pop, dando al contempo, su leggeri arpeggi acustici, maggior risalto alla propria espressività vocale, attorniandola con riverberati barlumi elettrici, e un substrato ritmico che, episodicamente, si trasforma in vero e proprio beat elettronico. Tutto ciò viene sapientemente cristallizzato in Old Friend, primo singolo e fotografia pressoché perfetta di quanto contenuto tra i solchi dell’album. E se il medesimo discorso sonico può valere per l’accattivante In Nothing, il quieto ondeggiare degli archi di Priscilla emana, al contrario, soffici arie folk, dall’afflato cameristico. Splendida, per limpidezza melodica, è Blue Stockings, che tra rimembranze irish ed un lento ma incalzante dipanarsi, pare far propria la lezione impartita dai Mumford and Sons. Rimandi a quest’ultimi, seppur meno marcati, si avvertono anche in Saint Catherine St, dove a condurre le danze è ancora la chitarra acustica, in quella che tuttavia si tramuta presto in una deliziosa marcia, punteggiata dai delicati contrappunti di un glockenspiel. La vena compositiva del musicista californiano non sembra pertanto aver perso un grammo della propria freschezza , come ribadito peraltro da Dear Fellow Traveler, tra ottimi incastri percussivi e un ben studiato refrain. Non convince appieno, invece, Miracle Cure, arrivando, nella sua forzata ricerca anthemica, a lambire sonorità coldplaiane, con lo stesso Church a fare il verso proprio a Chris Martin. Fortunatamente la conclusiva Whirlpool riporta il tutto entro i familiari confini dell’indie folk, tinteggiato pop, terreno sul quale il nostro dimostra di sapersi muovere con disinvoltura. Un album ombroso Old World Romance, colonna sonora ideale per affrontare il lento trascorrere del gelido inverno.
Dopo lo “sforzo collettivo” alla base del riuscito White Water, White Bloom, Alex Brown Church, fondatore e mente del progetto Sea Wolf, nel nuovo Old World Romance, intraprende un’intima esplorazione del proprio io, attraverso un solitario ritorno, sia musicale che fisico, alla natia California. Un desiderio di “riportare Sea Wolf nel proprio mondo”, che traspare tanto in una maggiore introspezione sonora, caratterizzata da melodie basiche dall’oscura briosità, quanto in liriche intrise nel profondo da una sottile vena malinconica. Architetture armoniche quelle ideate per l’occasione da Church a dir poco minimali, per non dire scarne, dove interventi musicali e singoli suoni vengono orchestrati con cura, grazie anche alla supervisione di Kennie Takahashi (già in cabina di regia con Broken Bells e Black Keys, tra gli altri). Abbandonando in parte l’epicità folk del precedente lavoro, Church pare flirtare con luccicanti arie pop, dando al contempo, su leggeri arpeggi acustici, maggior risalto alla propria espressività vocale, attorniandola con riverberati barlumi elettrici, e un substrato ritmico che, episodicamente, si trasforma in vero e proprio beat elettronico. Tutto ciò viene sapientemente cristallizzato in Old Friend, primo singolo e fotografia pressoché perfetta di quanto contenuto tra i solchi dell’album. E se il medesimo discorso sonico può valere per l’accattivante In Nothing, il quieto ondeggiare degli archi di Priscilla emana, al contrario, soffici arie folk, dall’afflato cameristico. Splendida, per limpidezza melodica, è Blue Stockings, che tra rimembranze irish ed un lento ma incalzante dipanarsi, pare far propria la lezione impartita dai Mumford and Sons. Rimandi a quest’ultimi, seppur meno marcati, si avvertono anche in Saint Catherine St, dove a condurre le danze è ancora la chitarra acustica, in quella che tuttavia si tramuta presto in una deliziosa marcia, punteggiata dai delicati contrappunti di un glockenspiel. La vena compositiva del musicista californiano non sembra pertanto aver perso un grammo della propria freschezza , come ribadito peraltro da Dear Fellow Traveler, tra ottimi incastri percussivi e un ben studiato refrain. Non convince appieno, invece, Miracle Cure, arrivando, nella sua forzata ricerca anthemica, a lambire sonorità coldplaiane, con lo stesso Church a fare il verso proprio a Chris Martin. Fortunatamente la conclusiva Whirlpool riporta il tutto entro i familiari confini dell’indie folk, tinteggiato pop, terreno sul quale il nostro dimostra di sapersi muovere con disinvoltura. Un album ombroso Old World Romance, colonna sonora ideale per affrontare il lento trascorrere del gelido inverno.
venerdì 15 febbraio 2013
Modena City Ramblers - Niente di nuovo sul fronte occidentale
(Pubblicato su Extra! Music Magazine)
Vent’anni, tanto è passato da quel lontano 1993, quando un demo-tape, autoprodotto e dall’emblematico titolo Combat Folk, sanciva la nascita di un combo emiliano destinato a rivestire un ruolo di primo piano nel panorama folk rock italico, di stampo appunto combattente. Modena City Ramblers il nome scelto, a rivendicare un’identità meticcia tra la natia Modena e la verde Irlanda, tra storie di lotta e Resistenza, con l’irish music nel cuore. Da allora tanti sono stati i km percorsi, tante le storie apprese e le facce incontrate, così come tante le perdite, tragiche e non. Musicalmente “spugnosi” gli emiliani hanno sempre saputo, nel loro cammino musicale, tra gli angoli più sperduti del globo, fare propri i suoni più diversi, dando vita a un’originale patchanka, dalle molteplici sfumature. In grado come pochi altri di leggere e trasporre in musica tanto il passato, recente e non, quanto l’attualità, non sono poche le canzoni da essi partorite che, a distanza di anni, mantengono intatta la propria forza e valenza socio-musicale. Capacità narrativa che si fa addirittura bulimica in questo loro tredicesimo capitolo discografico, un doppio album dalla duplice anima. Diviso “vinilicamente” in lato A e lato B, troviamo qui contenute le due principali ramificazioni nelle quali lo spettro sonoro ramblersiano si è più volte, in passato, diviso. Se il primo disco, denominato Niente Di Nuovo, è infatti più elettrico e battagliero, nel secondo, marchiato Sul Fronte Occidentale, ampio spazio viene lasciato a sonorità di derivazione folk, in una riscoperta delle proprie radici cantautorali e acustiche. Diciotto i brani che compongono questo dispaccio “remarquiano” (proprio dall’omonima opera dello scrittore tedesco il titolo dell’album è stato mutuato) spedito dal fronte sul quale il gruppo emiliano continua a portare avanti le proprie lotte musicali. E se la title track, posta in apertura del primo disco, è una baldanzosa combat song in puro stile Ramblers, destinata a diventare punto inamovibile nelle setlist delle future esibizioni live, Occupy World Street, è figlia proprio dal movimento Occupy, unendo al suo interno l’Irlanda dei mai dimenticati Pogues con l’urgenza espressiva del Billy Bragg più agguerrito. Guarda invece alla nostra storia La Guèra D’L Baròt, narrante la storia di un contadino piemontese, “baròt” per l’appunto, costretto suo malgrado a lasciare la propria terra per andare a combattere i briganti nel Sud Italia, il tutto sviluppato su di trame folk elettroacustiche, abbellite dall’organetto di Daniele Contardo, dalla ghironda di Anna Lometto, e con la voce di Guido Talu Costamagna a doppiare quella di Davide “Dudu” Morandi. Quest’ultimo, dal canto suo, si conferma carismatico cantante, interpretando con trasporto sia i brani più combattivi che canzoni di maggiore introspezione. Alle seconde, appartiene Il Violino di Luigi, con Francesco “Fry” Moneti a suonare proprio lo strumento che da il titolo al brano, appartenuto all’omonimo partigiano, ritrovato per puro caso dopo sessant’anni, in una soffitta, e prestato per l’occasione dall’Anpi di Luzzara. O come Due Magliette Rosse, dedicata alla prima storica vittoria della Coppa Davis, da parte dell’Italia del tennis, all’Estadio Nacional de Cile, di Santiago, nel 1976, in pieno regime dittatoriale pinochetiano. Si ispira invece ad uno dei più vili, e mai dimenticati, atti terroristici della storia del nostro martoriato paese, la raccolta Il Giorno Che Il Cielo Cadde Su Bologna, dove l’abilità compositiva ed esecutiva dei Ramblers raggiunge livelli di inusitata emotività. Troppi i brani per poterli citare tutti, ognuno dei quali ha comunque eguale importanza in quello che, almeno concettualmente, può essere considerato un nuovo Riportando Tutto A Casa; un riaprirsi delle valigie, pregne dei souvenir sonori di un girovagare lungo e impervio, prima di ritornare in strada a macinare km. Saranno passati pure vent’anni dal loro esordio, ma nessuno sull’italico suolo sembra oggi capace di professare il verbo del combat folk come i ‘Deliqueint ed Modna’. Bentornati Ramblers!
Vent’anni, tanto è passato da quel lontano 1993, quando un demo-tape, autoprodotto e dall’emblematico titolo Combat Folk, sanciva la nascita di un combo emiliano destinato a rivestire un ruolo di primo piano nel panorama folk rock italico, di stampo appunto combattente. Modena City Ramblers il nome scelto, a rivendicare un’identità meticcia tra la natia Modena e la verde Irlanda, tra storie di lotta e Resistenza, con l’irish music nel cuore. Da allora tanti sono stati i km percorsi, tante le storie apprese e le facce incontrate, così come tante le perdite, tragiche e non. Musicalmente “spugnosi” gli emiliani hanno sempre saputo, nel loro cammino musicale, tra gli angoli più sperduti del globo, fare propri i suoni più diversi, dando vita a un’originale patchanka, dalle molteplici sfumature. In grado come pochi altri di leggere e trasporre in musica tanto il passato, recente e non, quanto l’attualità, non sono poche le canzoni da essi partorite che, a distanza di anni, mantengono intatta la propria forza e valenza socio-musicale. Capacità narrativa che si fa addirittura bulimica in questo loro tredicesimo capitolo discografico, un doppio album dalla duplice anima. Diviso “vinilicamente” in lato A e lato B, troviamo qui contenute le due principali ramificazioni nelle quali lo spettro sonoro ramblersiano si è più volte, in passato, diviso. Se il primo disco, denominato Niente Di Nuovo, è infatti più elettrico e battagliero, nel secondo, marchiato Sul Fronte Occidentale, ampio spazio viene lasciato a sonorità di derivazione folk, in una riscoperta delle proprie radici cantautorali e acustiche. Diciotto i brani che compongono questo dispaccio “remarquiano” (proprio dall’omonima opera dello scrittore tedesco il titolo dell’album è stato mutuato) spedito dal fronte sul quale il gruppo emiliano continua a portare avanti le proprie lotte musicali. E se la title track, posta in apertura del primo disco, è una baldanzosa combat song in puro stile Ramblers, destinata a diventare punto inamovibile nelle setlist delle future esibizioni live, Occupy World Street, è figlia proprio dal movimento Occupy, unendo al suo interno l’Irlanda dei mai dimenticati Pogues con l’urgenza espressiva del Billy Bragg più agguerrito. Guarda invece alla nostra storia La Guèra D’L Baròt, narrante la storia di un contadino piemontese, “baròt” per l’appunto, costretto suo malgrado a lasciare la propria terra per andare a combattere i briganti nel Sud Italia, il tutto sviluppato su di trame folk elettroacustiche, abbellite dall’organetto di Daniele Contardo, dalla ghironda di Anna Lometto, e con la voce di Guido Talu Costamagna a doppiare quella di Davide “Dudu” Morandi. Quest’ultimo, dal canto suo, si conferma carismatico cantante, interpretando con trasporto sia i brani più combattivi che canzoni di maggiore introspezione. Alle seconde, appartiene Il Violino di Luigi, con Francesco “Fry” Moneti a suonare proprio lo strumento che da il titolo al brano, appartenuto all’omonimo partigiano, ritrovato per puro caso dopo sessant’anni, in una soffitta, e prestato per l’occasione dall’Anpi di Luzzara. O come Due Magliette Rosse, dedicata alla prima storica vittoria della Coppa Davis, da parte dell’Italia del tennis, all’Estadio Nacional de Cile, di Santiago, nel 1976, in pieno regime dittatoriale pinochetiano. Si ispira invece ad uno dei più vili, e mai dimenticati, atti terroristici della storia del nostro martoriato paese, la raccolta Il Giorno Che Il Cielo Cadde Su Bologna, dove l’abilità compositiva ed esecutiva dei Ramblers raggiunge livelli di inusitata emotività. Troppi i brani per poterli citare tutti, ognuno dei quali ha comunque eguale importanza in quello che, almeno concettualmente, può essere considerato un nuovo Riportando Tutto A Casa; un riaprirsi delle valigie, pregne dei souvenir sonori di un girovagare lungo e impervio, prima di ritornare in strada a macinare km. Saranno passati pure vent’anni dal loro esordio, ma nessuno sull’italico suolo sembra oggi capace di professare il verbo del combat folk come i ‘Deliqueint ed Modna’. Bentornati Ramblers!
martedì 12 febbraio 2013
Marcello Milanese - Goodnight to the bucket
(Pubblicato su Extra! Music Magazine)
Se con l'esordio da solista, targato 2011, si era paragonato ad "un lupo in un pollaio", con questo nuovo album Marcello Milanese porta, almeno idealmente, i frutti delle proprie passate razzie "gallinacee" nel profondo Sud degli Stati Uniti, condendo il tutto con inebrianti dosi di moonshine. Goodnight To The Bucket segna infatti un ritorno al blues, quello più puro, autentico ed incontaminato, da sempre presente nel dna musicale del chitarrista alessandrino.
Una chitarra appunto, autocostruita per l'occasione e denominata "Helleluja H1", che "puzza" di fango di palude, una stomp box come unico supporto ritmico, ed una voce roca e scura ad evocare demoni mai sopiti; questi gli ingredienti di un album, registrato in due sole sessioni, in presa diretta, che fa dell'immediatezza e dell'essenzialità le proprie peculiarità. Undici i brani contenuti, quasi tutti frutto della penna dello stesso Milanese, a conferma tanto della fertilità quanto della bontà della stessa, ai quali si aggiungono alcune "rivisitazioni" di arcaici e polverosi blues. Pare di trovarsi in un qualche dimenticato juke joint del Mississippi, tra le gente che urla e balla, ed il caldo insopportabile, con i vestiti che ti si attaccano letteralmente alle pelle, mentre da un angolo sgorga improvvisa una musica dolente e lacerante, sulla quale si erge fiera una voce arrochita, intenta a scorticare le anime e la carne degli ignari avventori. Sintomatiche in tal senso sono l'opener, Friday Mood, dal lento inizio deltaico, prima di lasciare correre veloci le dita sulle corde della chitarra, l'ipnotica Poseidon Blues, o l'evocativa title track, dove a risaltare è il magistrale uso del bottleneck. Recupera invece in parte l'impronta cantautorale dell'esordio la delicatezza folkie di I'd Change The Words, mentre echi "cooderiani" si avvertono nella strumentale Purple, con ancora in risalto il bottleneck. E se Bring Me Alcohol pare arrivare da una delle field recording di Alan Lomax, Come On In My Kitchen vede Milanese incontrare, nei pressi di uno sperduto crocicchio, lo spirito del tanto amato Robert Johnson, al quale tributa il proprio omaggio rivisitandone, con enfasi, uno dei brani più rappresentativi. Crocicchio dove il nostro sembra aver avuto anche "sataniche" frequentazioni, la cui influenza si insinua su nastro nella tetra The Devil Owe Me 50 Bucks. Ultima menzione per la splendida rilettura di Ain't No Grave, forse il picco emotivo dell'intero album, un vecchio gospel venato di blues che pare arrivare da "sei piedi sotto terra", in uno straziante urlo di dolore. Non ci sono orpelli, ne effetti ridondanti in Goodnight To The Bucket, ma solo un uomo, la sua chitarra e un pugno di blues, da cantare, come ultima possibilità per espiare i propri peccati ed avere salva la vita. Altamente consigliato.
Se con l'esordio da solista, targato 2011, si era paragonato ad "un lupo in un pollaio", con questo nuovo album Marcello Milanese porta, almeno idealmente, i frutti delle proprie passate razzie "gallinacee" nel profondo Sud degli Stati Uniti, condendo il tutto con inebrianti dosi di moonshine. Goodnight To The Bucket segna infatti un ritorno al blues, quello più puro, autentico ed incontaminato, da sempre presente nel dna musicale del chitarrista alessandrino.
Una chitarra appunto, autocostruita per l'occasione e denominata "Helleluja H1", che "puzza" di fango di palude, una stomp box come unico supporto ritmico, ed una voce roca e scura ad evocare demoni mai sopiti; questi gli ingredienti di un album, registrato in due sole sessioni, in presa diretta, che fa dell'immediatezza e dell'essenzialità le proprie peculiarità. Undici i brani contenuti, quasi tutti frutto della penna dello stesso Milanese, a conferma tanto della fertilità quanto della bontà della stessa, ai quali si aggiungono alcune "rivisitazioni" di arcaici e polverosi blues. Pare di trovarsi in un qualche dimenticato juke joint del Mississippi, tra le gente che urla e balla, ed il caldo insopportabile, con i vestiti che ti si attaccano letteralmente alle pelle, mentre da un angolo sgorga improvvisa una musica dolente e lacerante, sulla quale si erge fiera una voce arrochita, intenta a scorticare le anime e la carne degli ignari avventori. Sintomatiche in tal senso sono l'opener, Friday Mood, dal lento inizio deltaico, prima di lasciare correre veloci le dita sulle corde della chitarra, l'ipnotica Poseidon Blues, o l'evocativa title track, dove a risaltare è il magistrale uso del bottleneck. Recupera invece in parte l'impronta cantautorale dell'esordio la delicatezza folkie di I'd Change The Words, mentre echi "cooderiani" si avvertono nella strumentale Purple, con ancora in risalto il bottleneck. E se Bring Me Alcohol pare arrivare da una delle field recording di Alan Lomax, Come On In My Kitchen vede Milanese incontrare, nei pressi di uno sperduto crocicchio, lo spirito del tanto amato Robert Johnson, al quale tributa il proprio omaggio rivisitandone, con enfasi, uno dei brani più rappresentativi. Crocicchio dove il nostro sembra aver avuto anche "sataniche" frequentazioni, la cui influenza si insinua su nastro nella tetra The Devil Owe Me 50 Bucks. Ultima menzione per la splendida rilettura di Ain't No Grave, forse il picco emotivo dell'intero album, un vecchio gospel venato di blues che pare arrivare da "sei piedi sotto terra", in uno straziante urlo di dolore. Non ci sono orpelli, ne effetti ridondanti in Goodnight To The Bucket, ma solo un uomo, la sua chitarra e un pugno di blues, da cantare, come ultima possibilità per espiare i propri peccati ed avere salva la vita. Altamente consigliato.
mercoledì 6 febbraio 2013
Leitmotiv - A tremulaterra
(Pubblicato su Extra! Music Magazine)
Più che un titolo, una vera e propria dichiarazione d’intenti quella dei pugliesi Leitmotiv. Nella lingua della loro terra natia, A Tremulaterra, è infatti un’espressione dialettale che significa “a capofitto”. E proprio con questo atteggiamento sembrano essersi dedicati i nostri alla stesura del loro terzo album, nonostante gli sferzanti venti di cambiamento che soffiavano intorno ad esso. Primo fra tutti un improvviso riassestamento dell’organico, il quale è sempre doloroso, per non dire deleterio, nell’economia di una band, ma può al contempo trasformarsi in un’inaspettata opportunità di crescita artistica. Infatti di quest’ultima si tratta, in quanto il quartetto attua profondi cambiamenti nel proprio suono, allontanandosi dalle dilatate atmosfere progressive dei precedenti lavori, in favore di un folk rock maggiormente incentrato sulla melodia. Una musica che profuma degli odori acri della Puglia e del Mediterraneo, libera tuttavia di assorbire al proprio interno le influenze più disparate; siano esse melodie orientali, chanson francaise, o gelidi lampi elettronici. Il legame con la propria terra d’origine rimane comunque indissolubile, e viene ulteriormente rimarcato dall’iniziale Tremulaterra, mantrica cantilena gergale su di un sognante frinire di cicale. Di stampo folk, seppur modernista, è Pecore, nella sua alternanza di strumenti a corde acustici ed elettrici, mentre Romeo Disoccupato è una trasposizione in musica della tragedia shakespeariana, riadattata agli odierni giorni della crisi, nella quale Romeo è per l’appunto disoccupato, e dalle fedina penale per nulla immacolata, mentre Giulietta ha gli occhi gonfi per le troppe lacrime versate. Les Jeux Sont Faits si adagia invece su di un’accattivante linea melodica, sulla quale volteggiano lievi le note orientali di un sitar e dell’autoharp. Fuoriesce dai canoni folk rock la cadenzata Lamaravilla, addentrandosi in lugubri territori blues, totalmente agli antipodi rispetto a Specchi, dolorosa ballata d’impronta acustica, quasi sussurrata. Scure, quasi claustrofobiche nel loro svolgimento, sono invece Fiori d’Iloti e Non Ci Resta Che Il Mare, nelle quali la sperimentazione sonica messa in campo dai pugliesi pare farsi più ardita e marcata. Un album ricco, quindi, di interessanti spunti musicali, A Tremulaterra, ciononostante caratterizzato dalla presenza di una ben precisa linea guida, che scorre sotterranea tra le undici tracce qui contenute, e sulla quale i Leitmotiv procedono, appunto, “a capofitto”.
Più che un titolo, una vera e propria dichiarazione d’intenti quella dei pugliesi Leitmotiv. Nella lingua della loro terra natia, A Tremulaterra, è infatti un’espressione dialettale che significa “a capofitto”. E proprio con questo atteggiamento sembrano essersi dedicati i nostri alla stesura del loro terzo album, nonostante gli sferzanti venti di cambiamento che soffiavano intorno ad esso. Primo fra tutti un improvviso riassestamento dell’organico, il quale è sempre doloroso, per non dire deleterio, nell’economia di una band, ma può al contempo trasformarsi in un’inaspettata opportunità di crescita artistica. Infatti di quest’ultima si tratta, in quanto il quartetto attua profondi cambiamenti nel proprio suono, allontanandosi dalle dilatate atmosfere progressive dei precedenti lavori, in favore di un folk rock maggiormente incentrato sulla melodia. Una musica che profuma degli odori acri della Puglia e del Mediterraneo, libera tuttavia di assorbire al proprio interno le influenze più disparate; siano esse melodie orientali, chanson francaise, o gelidi lampi elettronici. Il legame con la propria terra d’origine rimane comunque indissolubile, e viene ulteriormente rimarcato dall’iniziale Tremulaterra, mantrica cantilena gergale su di un sognante frinire di cicale. Di stampo folk, seppur modernista, è Pecore, nella sua alternanza di strumenti a corde acustici ed elettrici, mentre Romeo Disoccupato è una trasposizione in musica della tragedia shakespeariana, riadattata agli odierni giorni della crisi, nella quale Romeo è per l’appunto disoccupato, e dalle fedina penale per nulla immacolata, mentre Giulietta ha gli occhi gonfi per le troppe lacrime versate. Les Jeux Sont Faits si adagia invece su di un’accattivante linea melodica, sulla quale volteggiano lievi le note orientali di un sitar e dell’autoharp. Fuoriesce dai canoni folk rock la cadenzata Lamaravilla, addentrandosi in lugubri territori blues, totalmente agli antipodi rispetto a Specchi, dolorosa ballata d’impronta acustica, quasi sussurrata. Scure, quasi claustrofobiche nel loro svolgimento, sono invece Fiori d’Iloti e Non Ci Resta Che Il Mare, nelle quali la sperimentazione sonica messa in campo dai pugliesi pare farsi più ardita e marcata. Un album ricco, quindi, di interessanti spunti musicali, A Tremulaterra, ciononostante caratterizzato dalla presenza di una ben precisa linea guida, che scorre sotterranea tra le undici tracce qui contenute, e sulla quale i Leitmotiv procedono, appunto, “a capofitto”.
lunedì 28 gennaio 2013
Omid Jazi - Lenea
(Pubblicato su Extra! Music Magazine)
Conosciuto in ambito indie come ‘Quarto Verdena’, in virtù della sua collaborazione con il gruppo bergamasco nel recente quanto fortunato tour di supporto a Wow, Omid Jazi tenta ora, con questo suo debutto da solista, di scrollarsi definitivamente di dosso quest’ingombrante etichetta.
Tourbillon sonoro lungo cinque brani, Lenea, si cristallizza in una sorta di sperimentale ibrido in bilico tra indie rock, psichedelia ed electro pop. Un progetto portato avanti, dal nostro, in solitaria, da vero e proprio one man band del terzo millennio, destreggiandosi tra voce, chitarra, batteria ed avvalendosi dei più disparati marchingegni elettronici. Testi ironici e dissacranti vanno ad incastrarsi su di sghembe melodie, tra rumori assortiti e deviate scariche elettriche, in un’ideale summa del cammino musicale fin qui intrapreso. Nonostante il suo desiderio di affrancarsi dal gruppo dei fratelli Ferrari, evidenti sono ancora gli echi di quest’ultimo, come ben riscontrabile nelle volute distorte di Ossitocina, così come nella conclusiva Giulietta Ha Le Chiavi, che paiono esercizi di vivisezione del Verdena Sound. Di ben altro stampo sono l’iniziale Taglia Le Paranoie, che denota un intelligente lavoro a livello testuale, sviluppandosi a strati su di una meccanica scansione ritmica, così come La Molla di Chaplin, dove pare di sentire un Bugo delirante, tra architetture musicali di matrice elettronica e spigolosità elettriche. Pensiero Magico, nel suo guardare al passato più che al futuro, si apre invece ad ariose melodie di stampo pop, tuttavia screziate da lievi innesti psichedelici. Lenea può essere considerato, a tutti gli effetti, il primo e riuscito viaggio di un eclettico artista verso nuovi e visionari territori sonici, nella speranza che ne rappresenti al contempo il viatico per future ed ancor più audaci esplorazioni.
Conosciuto in ambito indie come ‘Quarto Verdena’, in virtù della sua collaborazione con il gruppo bergamasco nel recente quanto fortunato tour di supporto a Wow, Omid Jazi tenta ora, con questo suo debutto da solista, di scrollarsi definitivamente di dosso quest’ingombrante etichetta.
Tourbillon sonoro lungo cinque brani, Lenea, si cristallizza in una sorta di sperimentale ibrido in bilico tra indie rock, psichedelia ed electro pop. Un progetto portato avanti, dal nostro, in solitaria, da vero e proprio one man band del terzo millennio, destreggiandosi tra voce, chitarra, batteria ed avvalendosi dei più disparati marchingegni elettronici. Testi ironici e dissacranti vanno ad incastrarsi su di sghembe melodie, tra rumori assortiti e deviate scariche elettriche, in un’ideale summa del cammino musicale fin qui intrapreso. Nonostante il suo desiderio di affrancarsi dal gruppo dei fratelli Ferrari, evidenti sono ancora gli echi di quest’ultimo, come ben riscontrabile nelle volute distorte di Ossitocina, così come nella conclusiva Giulietta Ha Le Chiavi, che paiono esercizi di vivisezione del Verdena Sound. Di ben altro stampo sono l’iniziale Taglia Le Paranoie, che denota un intelligente lavoro a livello testuale, sviluppandosi a strati su di una meccanica scansione ritmica, così come La Molla di Chaplin, dove pare di sentire un Bugo delirante, tra architetture musicali di matrice elettronica e spigolosità elettriche. Pensiero Magico, nel suo guardare al passato più che al futuro, si apre invece ad ariose melodie di stampo pop, tuttavia screziate da lievi innesti psichedelici. Lenea può essere considerato, a tutti gli effetti, il primo e riuscito viaggio di un eclettico artista verso nuovi e visionari territori sonici, nella speranza che ne rappresenti al contempo il viatico per future ed ancor più audaci esplorazioni.
sabato 26 gennaio 2013
Melissa Ruth and the Likely Stories - Ain't no whiskey
(Pubblicato su Rootshighway)
Canadese d'origine, Melissa Ruth ha dovuto abbandonare, come d'altronde molte altre sue "colleghe", la terra natia per poter avviare la propria carriera musicale. Trasferitasi infatti nell'assolata California, per iscriversi alla facoltà di musica, si dedica al contempo alla stesura di brani autografi, i quali andranno in seguito a comporre il suo album d'esordio. Una volta laureatasi, si stabilisce ad Eugene, Oregon, dove, oltre ad iniziare la professione d'insegnante, in ambito ovviamente musicale, pone le basi di un parallelo percorso artistico, la cui prima tappa è la pubblicazione di Underwater and Other Places. Un debutto, quest'ultimo, caratterizzato da scarne composizioni di ascendenza folk, o per meglio dire home-grown folk sass, come definito dalla stessa Ruth. Una formula quest'ultima che sembra tuttavia sopravvivere solo in parte tra i solchi del nuovo Ain't no Whiskey, nel quale, complice l'acquisto di una chitarra elettrica, una Guild Freshman del 1958 per la precisione, lo spettro sonoro della songwriter canadese pare allargarsi a dolenti ed elettriche sonorità bluesy, così come a soffuse melodie jazz. La schiettezza acustica del debutto viene in parte accantonata, in favore di una maggiore introspezione, percepibile tanto a livello sonoro quanto lirico. Fondamentali, nell'attuazione di questo cambio di sonorità, sono senza dubbio gli apporti strumentali di Johnny Neal, marito della stessa Ruth, alla chitarra e al basso, e del fratello di quest'ultimo, Jimmy, che percuote con calibrata maestria i propri tamburi. Quello che il trio ottiene è un amalgama elettro-acustico, nel quale trovano spazio agresti echi country, la sofferenza insita nel blues, ed il fascino notturno del jazz, in quello che la nostra sintetizza con la suggestiva definizione di doop-woop twang. E proprio una chitarra twangy tesse la melodia nell'opener Drive in the Rain, umbratile blues dalle tinte country. Impregnata di sentori bluesy è anche la title track, avvolgente slow che si dipana lento intorno a una sofferta interpretazione vocale della Ruth, che pare trovarsi a proprio agio negli inediti panni della blueswoman. Assistiamo invece ad un ritorno verso gli originari territori folk nella pulsante Write Me a Love Song, con un preciso lavoro di Jimmy Neal alle spazzole, così come nell'armonioso valzer No one Said Nothin 'bout Dancin'. Se Cinco de Mayo è una riuscita ballata d'impronta folk, la conclusiva Wake me in the Morning è un nuovo malinconico tuffo nel tormentato animo della songwriter, enfatizzato dai ricami della sei corde di Neal. Un album di una bellezza insinuante Ain't no Whiskey, ad opera di un'artista che pare aver trovato la dimensione sonora ad essa più congeniale.
Canadese d'origine, Melissa Ruth ha dovuto abbandonare, come d'altronde molte altre sue "colleghe", la terra natia per poter avviare la propria carriera musicale. Trasferitasi infatti nell'assolata California, per iscriversi alla facoltà di musica, si dedica al contempo alla stesura di brani autografi, i quali andranno in seguito a comporre il suo album d'esordio. Una volta laureatasi, si stabilisce ad Eugene, Oregon, dove, oltre ad iniziare la professione d'insegnante, in ambito ovviamente musicale, pone le basi di un parallelo percorso artistico, la cui prima tappa è la pubblicazione di Underwater and Other Places. Un debutto, quest'ultimo, caratterizzato da scarne composizioni di ascendenza folk, o per meglio dire home-grown folk sass, come definito dalla stessa Ruth. Una formula quest'ultima che sembra tuttavia sopravvivere solo in parte tra i solchi del nuovo Ain't no Whiskey, nel quale, complice l'acquisto di una chitarra elettrica, una Guild Freshman del 1958 per la precisione, lo spettro sonoro della songwriter canadese pare allargarsi a dolenti ed elettriche sonorità bluesy, così come a soffuse melodie jazz. La schiettezza acustica del debutto viene in parte accantonata, in favore di una maggiore introspezione, percepibile tanto a livello sonoro quanto lirico. Fondamentali, nell'attuazione di questo cambio di sonorità, sono senza dubbio gli apporti strumentali di Johnny Neal, marito della stessa Ruth, alla chitarra e al basso, e del fratello di quest'ultimo, Jimmy, che percuote con calibrata maestria i propri tamburi. Quello che il trio ottiene è un amalgama elettro-acustico, nel quale trovano spazio agresti echi country, la sofferenza insita nel blues, ed il fascino notturno del jazz, in quello che la nostra sintetizza con la suggestiva definizione di doop-woop twang. E proprio una chitarra twangy tesse la melodia nell'opener Drive in the Rain, umbratile blues dalle tinte country. Impregnata di sentori bluesy è anche la title track, avvolgente slow che si dipana lento intorno a una sofferta interpretazione vocale della Ruth, che pare trovarsi a proprio agio negli inediti panni della blueswoman. Assistiamo invece ad un ritorno verso gli originari territori folk nella pulsante Write Me a Love Song, con un preciso lavoro di Jimmy Neal alle spazzole, così come nell'armonioso valzer No one Said Nothin 'bout Dancin'. Se Cinco de Mayo è una riuscita ballata d'impronta folk, la conclusiva Wake me in the Morning è un nuovo malinconico tuffo nel tormentato animo della songwriter, enfatizzato dai ricami della sei corde di Neal. Un album di una bellezza insinuante Ain't no Whiskey, ad opera di un'artista che pare aver trovato la dimensione sonora ad essa più congeniale.
martedì 22 gennaio 2013
Bap Kennedy @ FolkClub - Torino
(Pubblicato su Extra! Music Magazine)
La cultura, quella con la C maiuscola, arricchente, appagante e capace di avvicinare le persone delle età e delle condizioni sociali più disparate, è stata oggetto nel nostro paese, in questi ultimi anni, di tagli sempre più indiscriminati. Rassegne musicali, e non, letteralmente falcidiate, per non parlare di locali, anche storici, che hanno chiuso i battenti. Fortunatamente molti di essi “resistono”, con una tenacia insopprimibile, derivante da una passione autentica per l’arte nelle sue innumerevoli manifestazioni. Un’isola, appunto, “resistente” quanto felice è il FolkClub, storico locale torinese, arrivato quest’anno a festeggiare il suo venticinquesimo anno di attività. Venticinque anni di programmazione musicale, sempre all’insegna della qualità, che hanno visto alternarsi, nella suggestiva location posta nello “scantinato” di un palazzo della città piemontese, artisti provenienti da ogni parte del mondo. Questa sera per esempio si respira il profumo delle brughiere della verde Irlanda del Nord, visto che sul palco è di scena Bap Kennedy, da Belfast. Un songwriter, la cui scarsa fama sul suolo italico non rende giustizia ad un percorso musicale, che l’ha portato a collaborare, in passato, con artisti del calibro di Steve Earle (produttore del suo primo disco Domestic Blues), il conterraneo Van Morrison fino a Mark Knopfler, in cabina di regia ed alla chitarra nell’ultimo The Sailor’s Revenge, edito nel 2011. Album nel quale emergeva, una volta di più, un talento compositivo di indubbio spessore, capace di catalizzare l’attenzione anche della stampa italiana, specializzata e non, con il nostro ad esibirsi per la prima volta nel nostro paese, l’estate scorsa. Concerti nei quali si è potuto assaporare finalmente da vicino la bontà della sua proposta musicale, in bilico tra country e folk, con qualche lieve accento della propria terra d’origine. Presentatosi, questa sera, in trio, ed accompagnato dalla moglie Brenda al basso elettrico e alle backing vocals, e dal funambolico Gordy MacAllister alla chitarra acustica, il cantautore di Belfast ha incantato i presenti andando ad attingere in particolar modo proprio al suo ultimo e fortunato lavoro, senza tuttavia tralasciare alcuni estratti dalla sua produzione meno recente. Una perfomance al centro della quale vi è stata senza dubbio la voce dello stesso Kennedy, seducente strumento narrativo di una storia musicale lunga ormai quindici anni. Ad impreziosire quest’ultima, oltre che la chitarra dello stesso Kennedy, i deliziosi interventi solistici della sei corde di McAllister, strumentista eccelso, semplicemente superbo nel suo abbellire con gusto e misura, a cui si aggiunge il preciso pulsare del basso di Brenda Kennedy. L’inizio è quasi in sordina con la melodia jazzy di Be Careful What You Wish For, che ci introduce in punta di piedi nel microcosmo sonoro dell’irlandese, subito bissata dalla limpida melodia di Jimmy Sanchez (ispirata dall’omonimo minatore cileno, rimasto imprigionato nel sottosuolo) che pare guardare all’assolata West Coast, più che alla terra dei “folletti e delle fate”, segno evidente di come il background sonoro del nostro sia ben radicato anche in territorio statunitense. Come peraltro ribadito dalle acustiche tinte bluesy di Domestic Blues, o da una Unforgiven di stampo earliano. Ramblin' Man è invece country fino al midollo e non potrebbe essere altrimenti visto che si tratta di un brano del leggendario Hank Williams, uno degli artisti più amati da Kennedy. Legata alla propria terra d’origine è invece Howl On, salvifica ballata dove ogni singola nota viene centellinata con cura certosina, così come nella più recente The Beauty Of You, dove country e irish music paiono danzare insieme sulle onde dell’Oceano Atlantico. Di tutt’altro tenore l’arrembante country’n’grass di Cold War Country Blues prima di una breve pausa, preludio alla magia sonora della morrisoniana Madame George, superbamente interpretata, a rafforzare ulteriormente un legame artistico con il ben più blasonato conterraneo, alla quale si aggiungerà poco più avanti Milky Way, brano scritto a quattro mani proprio con quest’ultimo. Si vira verso invece il country gospel con una spigliata Satan Your Kingdom Must Come Down, a firma Everly Brothers, alla quale pare replicare l’autografa e ruspante Please Return To Jesus. Giusto ancora il tempo di qualche estratto dall’ultimo album, prima di giungere agli invocati encore, tra i quali spicca una robertsiana Hey Joe, rinvigorita dal chickaboom di cashiana memoria. Una serata, a dir poco magica, nella quale abbiamo potuto assaporare appieno, anche grazie all’ottima acustica del FolkClub, l’adamantina bellezza di una delle voci più genuine del nuovo cantautorato folk, irlandese e non.
Trenincorsa - Abracadàbra
(Pubblicato su Extra! Music Magazine)
Un percorso quello dei Trenincorsa, lungo più di dieci anni, tra binari, rotaie e vecchie stazioni di paese. Accantonate in parte le prestigiose collaborazioni del precedente Verso Casa, per questo nuovo Abracadàbra il gruppo lombardo decide di puntare esclusivamente sulle proprie forze, lasciando tuttavia aperta la propria porta a sporadiche apparizioni esterne.
Una formula sonora variopinta e dalle molteplici influenze quella perpetuata anche in questo frangente dai nostri, che viaggia tuttavia sicura sui binari del folk rock italico, con qualche strizzata d’occhio verso lievi sonorità pop. Ad emergere fin dal primo ascolto è tuttavia un più marcato utilizzo, rispetto al passato, del dialetto lombardo, ricordando, almeno idealmente il Laghèe bernasconiano. Proprio il Bernasconi, o meglio Davide Van De Sfross, figurava tra gli ospiti del precedente lavoro, il poc’anzi menzionato Verso Casa, e la sua influenza sul pentagramma dei nostri è quanto mai evidente. Dai solchi dell’album emergono tuttavia anche echi ramblersiani, seppur edulcorati della loro combattività in favore di una forma, a livello testuale, più orientata al cantautorato; il tutto miscelato con i solari ritmi in levare dello ska e del reggae. Una ferrovia sonora, quella sulla quale viaggiano i treni lombardi, costellata da undici piccole e sperdute stazioni, in corrispondenza delle quali troviamo ad attenderci altrettante storie di vita vissuta. Se Primavera rappresenta il giusto compromesso tra l’ariosità del pop e la baldanza del folk, la title track così come Il Cinema Magnolia, sono figlie di una patchanka in bilico tra la Modena ramblersiana e la Giamaica.
Di stampo letterario è invece Agua Mala, liberamente tratta dal romanzo Il vecchio e il mare di Hemingway, che la fisarmonica e la tromba conducono verso inesplorati territori latini. Mare che ritroviamo al centro della narrazione anche in L’Uomo Del Faro, dove; come in La Grande Occasione, ed in particolar modo in El Gir Del Vent, con ospiti i calabresi Koralira, si concretizzano maggiormente le sperimentazioni sonore del combo lombardo. E’ l’ironia a caratterizzare invece la partecipazione di Martino Iacchetti alla divertente e autobiografica Sès Omen, mentre si dipana su toni sommessi la soffice ballata folkie Mi e Ti. Spicca senza dubbio per intensità e tematiche trattate, la conclusiva, per sola voce e piano, L’Altra Parte Del Mur, storia vera di un anziano ospite in una delle tante case di riposo cittadine, le cui mura non riescono a imprigionarne il desiderio di libertà. Un album Abracàdabra , pur non discostandosi da un canovaccio sonoro già ampiamente utilizzato da altre compagini, comunque fresco e vitale, capace di regalare, seppure a tratti, buone vibrazioni. Ai Trenincorsa auguriamo pertanto di continuare a viaggiare anche in futuro su questi binari, magari alla ricerca di nuove stazioni sonore, evitando tuttavia pericolose deviazioni verso i binari morti del pop.
Un percorso quello dei Trenincorsa, lungo più di dieci anni, tra binari, rotaie e vecchie stazioni di paese. Accantonate in parte le prestigiose collaborazioni del precedente Verso Casa, per questo nuovo Abracadàbra il gruppo lombardo decide di puntare esclusivamente sulle proprie forze, lasciando tuttavia aperta la propria porta a sporadiche apparizioni esterne.
Una formula sonora variopinta e dalle molteplici influenze quella perpetuata anche in questo frangente dai nostri, che viaggia tuttavia sicura sui binari del folk rock italico, con qualche strizzata d’occhio verso lievi sonorità pop. Ad emergere fin dal primo ascolto è tuttavia un più marcato utilizzo, rispetto al passato, del dialetto lombardo, ricordando, almeno idealmente il Laghèe bernasconiano. Proprio il Bernasconi, o meglio Davide Van De Sfross, figurava tra gli ospiti del precedente lavoro, il poc’anzi menzionato Verso Casa, e la sua influenza sul pentagramma dei nostri è quanto mai evidente. Dai solchi dell’album emergono tuttavia anche echi ramblersiani, seppur edulcorati della loro combattività in favore di una forma, a livello testuale, più orientata al cantautorato; il tutto miscelato con i solari ritmi in levare dello ska e del reggae. Una ferrovia sonora, quella sulla quale viaggiano i treni lombardi, costellata da undici piccole e sperdute stazioni, in corrispondenza delle quali troviamo ad attenderci altrettante storie di vita vissuta. Se Primavera rappresenta il giusto compromesso tra l’ariosità del pop e la baldanza del folk, la title track così come Il Cinema Magnolia, sono figlie di una patchanka in bilico tra la Modena ramblersiana e la Giamaica.
Di stampo letterario è invece Agua Mala, liberamente tratta dal romanzo Il vecchio e il mare di Hemingway, che la fisarmonica e la tromba conducono verso inesplorati territori latini. Mare che ritroviamo al centro della narrazione anche in L’Uomo Del Faro, dove; come in La Grande Occasione, ed in particolar modo in El Gir Del Vent, con ospiti i calabresi Koralira, si concretizzano maggiormente le sperimentazioni sonore del combo lombardo. E’ l’ironia a caratterizzare invece la partecipazione di Martino Iacchetti alla divertente e autobiografica Sès Omen, mentre si dipana su toni sommessi la soffice ballata folkie Mi e Ti. Spicca senza dubbio per intensità e tematiche trattate, la conclusiva, per sola voce e piano, L’Altra Parte Del Mur, storia vera di un anziano ospite in una delle tante case di riposo cittadine, le cui mura non riescono a imprigionarne il desiderio di libertà. Un album Abracàdabra , pur non discostandosi da un canovaccio sonoro già ampiamente utilizzato da altre compagini, comunque fresco e vitale, capace di regalare, seppure a tratti, buone vibrazioni. Ai Trenincorsa auguriamo pertanto di continuare a viaggiare anche in futuro su questi binari, magari alla ricerca di nuove stazioni sonore, evitando tuttavia pericolose deviazioni verso i binari morti del pop.
sabato 19 gennaio 2013
Luke Winslow-King @ Cantina Teatrale dei Cattivi Maestri
(Pubblicato su Rootshighway)
Savona, in una buia sera d'inverno, è come al solito sferzata da un vento gelido, quasi annichilente; eppure basta varcare la soglia di un vetusto edificio della città "storica" per ritrovarsi immersi tra i caldi e colorati ritmi di New Orleans. La Cantina Teatrale dei Cattivi Maestri, adibita solitamente a rappresentazioni di prosa, pare infatti essersi trasformata per una sera, grazie alla proverbiale organizzazione di Marco Traverso del Raindogs, in uno dei tanti locali che affollavano la Storyville d'inizio secolo. Fautore di cotanto salto spazio-temporale è Luke Winslow-King, di ritorno sull'italico suolo dopo aver incantato la scorsa estate il pubblico del Rootsway. Un vero "man out of time" il nostro, nativo di Cadillac, nel Michigan, ma da tempo trasferitosi proprio in quel di New Orleans, dove la sua carriera artistica, come quella di molti altri, ha trovato nuova linfa vitale. E proprio della Big Easy pare aver assorbito umori e ritmi, fondendoli con le lamentose sonorità del Delta blues, la briosità del ragtime e un pizzico di rock'n'roll, il tutto in un pastiche sonoro dal fascino antico. Ad aprire la serata è chiamato Stefano Ronchi, bluesman genovese (anche tra le fila degli Almalibre), che con l'aiuto della sola chitarra ha presentato alcuni estratti dal suo recente album solista, l'ottimo I'm ready, intervallandoli a brani tradizionali e tributi ai musicisti che più lo hanno ispirato. Pur essendo innamorato, come egli stesso confessa, delle sonorità elettriche del Chicago blues, il chitarrista si è spinto tuttavia fino ai paludosi territori del Delta, con una riuscita ripresa della Crow Jane di Skip James, per poi tornare nella "Windy City", omaggiando prima Little Walter (My babe) e poi Muddy Waters (I'm ready). Decisamente convincenti sono state anche le riproposizioni dei brani autografi, tra i quali merita di essere menzionata Down to the river, che oltre a dimostrare la perizia alla sei corde del nostro, ne mettono in luce anche una roca vocalità che sembra forgiata appositamente per cantare il blues. Il testimone passa poi da un chitarrista nostrano ad un altro, visto che ad accompagnare Luke Winslow-King questa sera c'è Roberto Luti, autentico maestro della chitarra slide. Completa la formazione Esther Rose, compagna di Winslow-King non solo sul palco ma anche nella vita, impegnata a grattare sulla washboard e a percuotere con un cacciavite su di un ferro di cavallo. L'inizio è tuttavia appannaggio della sola coppia americana, con The coming tide, title track della loro recente fatica discografica in uscita tra qualche mese, con le note della chitarra resofonica di Winslow-King subito ad avvolgere l'ambiente, amalgamandosi con le aeree armonie delle due voci, il tutto sul preciso quanto "rurale" supporto ritmico della washboard della Rose. L'entrata in scena di Roberto Luti non fa altro che arricchire di sentori bluesy il patchwork sonoro messo in scena dal trio, in un rapido quanto coinvolgente excursus nella storia della musica americana di matrice tradizionale. Si passa così dalle tinte gospel di Keep your lamp trimmed and burning e Let your light shine on me dal repertorio di Blind Willie Johnson, ad atmosfere jazzy, fino al country blues "minniano" di Bumble bee con la Rose protagonista alla voce. C'è spazio anche per il folk, nelle sue più diverse derivazioni e varianti, siano esse caraibiche o americane, quest'ultime ben rappresentate da una soffice rilettura di Shake sugaree, dalla penna di Elizabeth Cotten. È comunque il blues a farla da padrone, terreno sonoro ideale, d'altronde, sul quale i due chitarristi hanno modo di destreggiarsi in lancinanti assoli, con il bottleneck a scorrere fluido sulle corde. Non poteva pertanto mancare un omaggio ad uno dei più grandi chitarristi slide di sempre, Mississippi Fred McDowell, prima con una Someday baby (scritta invero da Sleepy John Estes) e poi con un infuocato reprise di Kokomo blues, con Roberto Luti a dispensare lampi di classe immensa. Un musicista forse anagraficamente giovane Luke Winslow-King, ma che ha dimostrato di saper padroneggiare con grande classe e versatilità, ed una più che spiccata personalità, sonorità arcaiche, e lo splendido concerto di questa sera ne è stata un'ulteriore conferma.
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